Intervista al prof. Ragnetti sull’opinione pubblica

GIUSEPPE RAGNETTI E L’OPINIONE PUBBLICA

Il professor Giuseppe Ragnetti ha gentilmente rilasciato un’intervista a Francesco Bergamo, direttore responsabile dell’Agenzia Informatore Economico-Sociale.

Giuseppe Ragnetti, ascoltatore parlante. Professore di Psicologia Sociale. Specializzato nelle discipline dell’Informazione e della Comunicazione. Ha raccolto l’eredità culturale e continua l’opera del suo maestro Francesco Fattorello, approfondendo lo studio della originale Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione che insegna nei contesti più diversi favorendone la conoscenza e la fruizione a tutti i livelli.

Dirige l’Istituto Francesco Fattorello in Roma, dando continuità scientifica e didattica alla prima Scuola italiana del settore, fondata nel 1947. E’ membro istituzionale di IAMCR-AIERI, organismo internazionale dell’UNESCO, fondato a Parigi nel 1957, con il compito di coordinare studi e ricerche sulla comunicazione in tutto il mondo. Docente alla Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno (SSAI) Roma.

Già docente al Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione e al Corso di Laurea specialistica in Editoria Media e Giornalismo dell’Università degli Studi Carlo Bo – Urbino.

Professore, lo scopo di questa intervista è quello di dare agli studiosi della pubblica opinione la possibilità di studiare la materia da una diversa visuale. Le farò otto domande.

Nel corso della sua vita privata e professionale si è mai posto la domanda da che cosa sia regolata l’opinione pubblica?

«Mi sono posto la domanda e mi sono dato la seguente risposta: l’uomo è animale sociale e, come tale, ha un bisogno fisiologico di un continuo confronto su tutto ciò che, in qualche modo, lo riguarda. E arriva al punto di opinare su tutto, purchè attraverso l’informazione e i suoi mille strumenti di diffusione (ivi compresi anche i rapporti interpersonali) sia venuto a contatto con il problema opinabile. Si tratta di un innato e naturale meccanismo mentale, al pari del respirare e del parlare.

Potremmo azzardare l’ipotesi che a regolare l’opinione pubblica sia soprattutto ciò che ci ha reso gli animali sociali che ora siamo, con le mille sfumature e diversità che ci caratterizzano e ci identificano. In sintesi, penso che sia la vita a regolare l’opinione pubblica prima a livello individuale e poi a livello dei gruppi sociali di dimensioni sempre maggiori fino ad arrivare al comune sentire di un intero paese o di una comunità in senso lato».

Quando, per la prima volta, ha preso coscienza dell’esistenza dell’opinione pubblica?

«Forse da sempre. O, perlomeno, da quando ho capito che qualcuno per convalidare le sue idee e, soprattutto, per raggiungere i suoi obiettivi, faceva largo uso di affermazioni quali la gente dice…….il Paese vuole….gli italiani ci chiedono…..l’opinione pubblica si interroga …etc. E, tanto per citare un esempio concreto, nella comunicazione politica il malvezzo di fare riferimento alla opinione pubblica rappresenta la più diffusa forma di disonestà intellettuale.

Si parla di un fenomeno e si fa continuo riferimento allo stesso, senza avere la minima conoscenza del fenomeno stesso, della sua struttura e dei meccanismi evolutivi che presiedono al suo manifestarsi».

Il suo approccio al tema in questione è frutto di studio oppure è dettato dall’istinto e dall’esperienza personale?

«Senza dubbio da un istintivo interesse personale che mi ha spinto a studiare il fenomeno e a tentare di capire le sue componenti e le sue dinamiche, anche attraverso la pluriennale esperienza didattica di Scienze dell’Opinione. A proposito di studio, sono il fortunato possessore di un volume del 1943. E’ in lingua francese: Theorie des opinionsà di Jean Stoetzel, uno dei massimi studiosi del fenomeno dell’opinione pubblica.

Il mio maestro Francesco Fattorello si è confrontato con lui condividendone appieno la sua impostazione teorica. Personalmente ho trovato in questo autore molte risposte che cercavo e ritengo fondamentale per tutti gli studiosi e per gli addetti ai lavori, la conoscenza della sua impostazione scientifica.

Il suo approccio prettamente sociologico ci aiuta a capire l’individuo all”interno dei gruppi sociali e la sua acculturazione, che ha generato le sue attitudini sociali, ci spiega come possa nascere un’opinione condivisa e quindi una pubblica opinione».

Che metodi usa per rilevare la pubblica opinione?

«Il metodo più comune è quello delle ben note indagini demoscopiche che presentano accanto alla loro breve validità temporale, un limite ben più grave e, tuttavia, costantemente ignorato, e cioè il non tener conto dei diversi contesti in cui si effettuano le rilevazioni.

L’unica garanzia offerta è quella dell’attendibilità del campione, in quanto qualitativamente e quantitativamente rappresentativo dell’ universo da indagare. Non si può pensare che un ragazzo possa fornire la stessa risposta ad esempio sull’argomento sesso, se interrogato fuori della scuola, nel gruppo ristretto degli amici maschi, in aula con il prof presente, o magari in famiglia.

E, invece, tutti i guru televisivi dei sondaggi quando va bene ci indicano l’ampiezza del campione e la sua distribuzione territoriale (nord, centro, sud e isole maggiori) o la sua dichiarata(!!??) appartenenza politica (centro, centrosinistra, centrodestra). E allora non posso, sommessamente, non ricordare a questi grandi esperti che non basta essere laureati in Scienze statistiche (quando lo sono) per poter conoscere e rappresentare correttamente un fenomeno di tale complessità .

Personalmente applico un metodo molto diretto , semplice ed efficace, per farmi un’idea dell’aria che tira e, quindi, capire qual’è l’opinione condivisa dai più su un determinato problema contingente. Si tratta di ascoltare le persone nei contesti più diversi ( la fila alla cassa del supermercato, il viaggio in treno Roma-Milano, la sala d’attesa dello studio medico, le ore sotto l’ombrellone, lo spostamento in taxi, la serata conviviale….) non dimenticando, ovviamente, l’importanza dei diversi contesti».

Il suo metodo personale per creare un’opinione pubblica a lei favorevole: in che cosa consiste e di quali strumenti si avvale?

«Il mio metodo consiste nell’essere credibile perchè io credo in quel che dico e faccio, enfatizzando di volta in volta gli aspetti della mia personalità che possono essere di maggior interesse per chi mi ascolta. Ricordate il Presidente Pertini? anch’io ho fatto la resistenza…. anch’io ho fatto il muratore…..anch’io anch’io sono stato in galera….e, incredibile ma vero, anch’io sono stato bambino !!! detto agli scolari in visita al Quirinale!

Il mio metodo è un segreto di Pulcinella tuttavia ignorato dai più: per creare un’opinione pubblica a me favorevole non è importante ciò che per me è importante, ma è di fondamentale importanza ciò che è importante per i miei interlocutori. La posta in palio è altissima: si vince o si perde, si vende o non si vende e allora si lavora o non si lavora, si seduce o non si seduce etc etc…

Quando saranno passati un po’ d’anni e gli storici indagheranno a bocce ferme e con occhio sociologico il ventennio politico attuale, sarà chiaro comprendere il perchè dei successi o degli insuccessi dei vari schieramenti. Ho dimenticato di dire che la mamma della credibilità è la coerenza, mentre la figlia è l’affidabilità, qualità ormai sempre più rara e per questo sempre più apprezzata».

Trova differenza tra la formazione dell’opinione pubblica in Italia e all’estero?

«Penso proprio di sì: ma farei in primis una differenza sostanziale tra la vecchia Europa e la giovanissima America e poi tra i Paesi del nord Europa e quelli mediterranei.

Negli Stati Uniti, ad esempio, non è un problema dichiarare la propria appartenenza politica. In Italia rispondere ad un sondaggio sia pure in forma anonima, di votare in un certo modo, non ci offre nessuna garanzia che poi il voto reale sia coerente con quanto dichiarato.

E questo perchè? Perchè siamo persone ancora con un minimo di autonomia di scelta e non vorremmo essere incasellati in nessun modo. Non tutti e non sempre ci si riesce ma quando è possibile ci piace pensare di poterlo fare! E allora proverò il piacere di una decisione autonoma e sarà una gratificante trasgressione il fare di testa mia.

Per questo non dovremmo dimenticare mai la storia dei pifferi di montagna e non vendere mai a qualche credulone come oro colato indagini frettolose e superficiali senza la minima credibilità scientifica. E poi quel che funziona negli Stati Uniti non è detto che funzioni anche da noi».

Influenza di più il giornale, la televisione, la radio, internet o le relazioni e le amicizie con il passaparola?

«Qualche anno fa’ all’Università di Urbino proposi una Tesi di laurea dal titolo “Il modello turistico riminese: un fenomeno sociale tra dimensione umana e comunicazione”. Si trattò di un’analisi approfondita e documentata alla ricerca degli ingredienti principali del successo della Riviera romagnola.

I risultati? Nel capitolo conclusivo che affronta “Gli strumenti di promozione” si legge testualmente: “Se la televisione rende populari i luoghi dai quali trasmette, quello che fa scegliere, decidere, prenotare, però, il passaparola”!!!

E allora permettetemi di dubitare del presunto potere, più o meno occulto, dei mezzi di informazione di condizionare il pubblico. Basti pensare alla fine ingloriosa di regimi e dittatori che disponevano, in assoluto, di tutti i mezzi d’informazione.

Basti pensare alla perfetta organizzazione mediatica di cui dispone la Chiesa: i suoi messaggi trovano una risonanza ed una visibilità non comune su tutti i mezzi d’informazione.

Da duemila anni la Sala stampa vaticana emette lo stesso comunicato, puntualmente ripreso dai media di tutto il mondo: “Amatevi l’un l’altro, non fate la guerra” ma quel che, invece, accade nel mondo è, purtroppo, di triste attualità.

I mezzi di informazione certamente agiscono sulle opinioni (siamo tutti contro la guerra!) ma non sono in grado di condizionare i comportamenti degli uomini: sono altri i motivi, alcuni noti altri meno, che stanno alla base delle nostre azioni».
Nei Paesi democratici il governo influenza l’opinione pubblica?

«I governi, anche democratici, attraverso l’intero sistema dell’informazione e della comunicazione, tendono sempre ad influenzare l’opinione pubblica, ma non è detto che ci riescano. E spesso i risultati non sono quelli attesi!

A costo di ripetermi debbo ribadire la complessità del fenomeno opinione pubblica è fatto di mille sfaccettature perchè di mille sfaccettature è fatta la mente umana. Non sempre risulta facile comprenderne i meccanismi ed influenzarli, così come illustri personaggi di scuola americana vorrebbero far credere.

Basterà leggere l’ultimo manuale del perfetto persuasore et voilà nessuno potrà resisterti e l’opinione individuale prima e collettiva poi, ti seguiranno tranquillamente, felici di poterti dire: Son come tu mi vuoi!….. Ipse dixit!».

Professore, grazie.

Chomsky e Fattorello a confronto: tra manipolazione e libertà

 

CORSO DI METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E TECNICHE DELLA COMUNICAZIONE

Prof. Giuseppe Ragnetti – Anno 2011

Lavoro finale di Marta Minotti

 

CHOMSKY E FATTORELLO A CONFRONTO: TRA MANIPOLAZIONE E LIBERTA’

Abstract

Il presente lavoro si propone di mettere a confronto le teorie elaborate rispettivamente da Noam Chomsky e da Francesco Fattorello riguardanti l’ambito della sociologia della comunicazione.

All’affermazione pessimistica di Chomsky secondo cui “i cittadini delle società democratiche dovrebbero seguire un corso di autodifesa intellettuale per evitare la manipolazione e il controllo”, Fattorello risponde tramite la sua tecnica sociale dell’informazione, che attribuisce pari dignità ai soggetti del processo comunicativo. Il soggetto recettore giudica liberamente e autonomamente le opinioni formulate dal soggetto promotore, il quale non è in grado di influire sulle scelte del soggetto recettore. Quest’ultimo agirà in base ai proprio bisogni e in base a degli schemi che sono frutto della sua acculturazione.

Si concluderà affermando che, contrariamente a ciò che viene sostenuto da Chomsky, non esiste alcuna forma di controllo ideologico sulla popolazione; piuttosto, sarà quest’ultima a dettare le leggi che sono alla base del processo di comunicazione, indicando agli “addetti ai lavori” le proprie aspettative e, soprattutto, i propri bisogni.

Sei al bar, sei uscito con i tuoi amici, per divagarti, per prendere un caffè, per stare un po’ in allegria. Si affrontano vari argomenti, si parla del più e del meno, si menziona un programma televisivo, un servizio del telegiornale, una pubblicità che ci ha particolarmente colpito e si finisce inevitabilmente per condire i nostri discorsi con “ingredienti lessicali” dal gusto amaro: condizionamento, persuasione occulta, messaggi subliminali, strapotere dei mezzi di comunicazione. Al bar eri entrato come libero cittadino, come libero pensatore, credendo di aver arbitrariamente deciso di condividere con i tuoi amici un sabato pomeriggio, davanti ad un caffè gustoso e ad una brioche deliziosa.

Alla fine, torni a casa con la convinzione che quell’uscita non possa più essere definita come “libera”, bensì come “condizionata” da una serie di fattori a noi ignoti, da una forza suprema che si è insinuata in maniera subdola nella nostra psiche al punto da obbligarci a frequentare quegli amici, quel bar, a bere quel caffè e a mangiare quella brioche.

Ma cosa ci spinge a pensare che qualcuno o qualcosa complotti contro di noi? Che qualsiasi cosa facciamo sia il frutto di una manipolazione da parte di cospiratori che controllano le nostre menti affinché tramite le nostre azioni possano raggiungere i loro scopi economici e politici?

L’esempio citato potrebbe sembrare un’esagerazione; si pensi, tuttavia, a quante volte si finisce per attribuire la scelta di un prodotto, nel nostro caso un caffè o una brioche, a un condizionamento che l’ambiente o la pubblicità ha operato su di noi.

Ma a cosa si può imputare la causa di questo senso di oppressione e di persecuzione che genera inevitabilmente pessimismo? La risposta si trova nei manuali di sociologia della comunicazione: a cavallo tra fine Ottocento e inizi Novecento, prendono piede in Europa nuove teorie riguardanti la società, come il concetto di “uomo-massa”, che ha particolare risonanza all’interno della Scuola di Francoforte.

Quest’ultima afferma che la legittimazione dell’ideologia dominante avviene attraverso un consumo quasi esclusivamente passivo che impedisce ogni forma di ribellione. La massa indistinta accetta in modo passivo e acritico le strutture di dominio esistenti. Attraverso le merci, e in particolar modo tramite i prodotti dell’industria culturale, la logica del capitalismo si impone al punto da non consentire più sguardi critici.

Anche oltreoceano si avverte l’eco di tali teorie: si sviluppano delle scuole di pensiero che definiscono il consumatore come target, ossia come bersaglio che gli strumenti del potere possono colpire a loro piacimento in modo da costringerlo a compiere involontariamente azioni finalizzate ai loro scopi utilitaristici.

Nell’ambito di tali teorie, si impone in particolar modo, a partire dalla fine degli anni ’60, quella di Noam Chomsky, linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense, il cui intento è quello di spiegare come avvenga la disinformazione e quindi la manipolazione intellettuale dell’opinione pubblica attraverso i mass media.

Egli parte dal presupposto che chi detiene lo strumento dell’informazione/comunicazione ha il mezzo indispensabile per poter “comandare” tutto, in ogni settore della vita pubblica e privata. Chomsky è famoso per aver elaborato un decalogo che indica le diverse strategie utilizzate dai mass media per manipolare tutta l’opinione pubblica interessata.

Il primo punto riguarda la strategia della distrazione, secondo cui le élite politiche ed economiche distolgono l’attenzione del pubblico dai problemi importanti, inondandoli di informazioni insignificanti. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”.

Il secondo punto analizza il metodo del “problema – reazione – soluzione”: ad esempio, creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. Il terzo punto riguarda la strategia della gradualità: per far accettare una misura impopolare, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.

Inoltre, aggiunge Chomsky, una strategia per far accettare una decisione impopolare è presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. Il quinto punto spiega come la maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usi discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni.

Inoltre, la pubblicità sfrutta l’aspetto emozionale molto più della riflessione, in quanto il tono emotivo permette di influire sull’inconscio in modo da iniettare idee, desideri, paure, timori o da provocare determinati comportamenti. Le élite del potere devono mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità, spingendo il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.

Bisogna far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile delle proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. In ultimo, comandamento fondamentale, è conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca, in modo che il sistema possa esercitare un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Il decalogo citato è frutto di un attento studio sul sistema dei mass media, i quali, afferma Chomsky,
assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma allo stesso tempo di inculcare negli individui, tramite una propaganda sistematica, valori, credenze e codici di comportamento.

Tuttavia, i mass media sono a loro volta nelle mani di un’élite dominante che svolge nei loro confronti un controllo monopolistico affinché essi servano i loro fini. La parte dei media in grado di raggiungere un pubblico sostanzioso è legata a grandi imprese, a loro volta controllate da gruppi ancora più grandi. Le notizie devono passare attraverso dei “filtri” messi a punto dalle élite dominanti affinché esse possano arrivare alla stampa prive di tutti quegli elementi che non siano meritevoli di pubblicazione.

Tali filtri agiscono in modo talmente subdolo da ingannare anche i giornalisti: questi ultimi sono convinti di agire con assoluta onestà e in perfetta buona fede e di scegliere e interpretare le notizie in modo oggettivo e nel rispetto dei valori professionali. È anche vero che i giornalisti che entrano nel sistema non possono farsi strada se non si adeguano alla pressione ideologica ad opera degli inserzionisti pubblicitari.

L’obiettivo di Chomsky è spiegare il funzionamento dei più avanzati sistemi democratici dell’era moderna, i quali, pur dovendo in linea di principio erigere il popolo a sovrano di tutte le decisioni, vedono il potere concentrasi nelle mani della classe privilegiata, che modella il modo di pensare della popolazione in base ai suoi interessi.

“La mia personale opinione”, afferma Chomsky, “è che i cittadini delle società democratiche dovrebbero impegnarsi in un lavoro di autodifesa intellettuale per proteggersi dalla manipolazione e dal controllo e per gettare le basi d’una democrazia più significativa”.

Pertanto, egli propone una “democratizzazione” dei media, ossia il loro affrancamento dai vincoli del potere privato o statale e auspica che emergano delle forze popolari in grado di opporsi alle strutture del dominio e dell’autorità che governano le vite degli uomini attraverso un sistema di illusioni e inganni adottato per mantenere passiva e marginalizzata “la plebe”.

Con particolare riferimento agli Stati Uniti, Chomsky afferma che dal 1917 fino alla fine degli anni ’80, la “belva bolscevica” ha fornito una pronta giustificazione per accettare ogni violenza legata agli interventi statunitensi nel Terzo Mondo. Il potere e la brutalità della tirannia sovietica erano usati per impaurire la popolazione e quindi per indurla ad accettare sacrifici e disciplina.

La scomparsa dell’URSS ha imposto uno spostamento dell’orientamento propagandistico verso il terrorismo internazionale, i narcotrafficanti latinoamericani, gli arabi, ecc.
I giornalisti scoprono che conformarsi al sistema ideologico architettato dal potere statale e dalla grande industria è più semplice e permette di ottenere privilegi e prestigio. Mettere in questione l’ideologia dominante significherebbe essere tacciati di fanatismo ideologico e essere espulsi dal sistema.

In questo modo, i media principali e le altre istituzioni ideologiche non fanno che riflettere le prospettive e gli interessi del potere costituito. Chomsky afferma che, nelle società democratiche più avanzate, si riscontra il declino progressivo delle istituzioni culturali che appoggiano valori e interessi diversi da quelli dominanti, così da privare i singoli dei mezzi necessari per pensare e agire in maniera autonoma al di fuori dell’assetto imposto dal potere economico.

Chomsky emana una sentenza molto pessimistica, ritenendo necessario assicurare che coloro che governano il Paese e che controllano gli investimenti siano contenti, altrimenti tutti saranno costretti a soffrire: “per i senzatetto che stanno nelle strade, quindi, è prioritario far sì che gli abitanti delle ville siano ragionevolmente soddisfatti; […] l’unica cosa razionale da fare appare la massimizzazione dei vantaggi individuali a breve termine, insieme alla sottomissione, all’obbedienza, nonché all’abbandono dell’arena pubblica”.

Nella nostra democrazia, afferma Chomsky, “il cittadino è un consumatore, un osservatore, non un partecipante”. Sono coloro che detengono il potere economico ad assumersi l’onere di controllare la pubblica opinione, costruendo il consenso attraverso i media e sopprimendo le forze contrarie al loro potere. Per dimostrare la modalità con cui si esplica l’operazione di controllo ideologico interno, Chomsky ha analizzato in particolar modo il periodo storico della Guerra del Vietnam e dei movimenti popolari degli anni ’60 che dovevano essere controllati e neutralizzati, avendo messo in pericolo le capacità concorrenziali delle grandi imprese americane sul mercato mondiale.

Dunque, è stato necessario svolgere un’intensa operazione di fabbricazione del consenso nei confronti dell’élite culturale per costituire “l’illusione necessaria” degli Stati Uniti come parte offesa e dei vietnamiti come aggressori. Infatti, il bersaglio principale della propaganda è di regola costituito da quelli che sono ritenuti “i membri più saggi della comunità”, gli “intellettuali”, gli “opinion leader”, che servono ad arginare possibili sommosse popolari e a controllare il consenso.

Chomsky afferma che nel sistema democratico le illusioni necessarie non possono essere imposte con la forza, ma devono essere istillate nella mente delle persone con mezzi più raffinati. In democrazia c’è sempre il pericolo che il pensiero indipendente dia origine ad un atto sovversivo, quindi è indispensabile eliminare tale pericolo.

Tuttavia, il dibattito non può essere messo a tacere, né sarebbe opportuno farlo, perché in un sistema propagandistico ben organizzato esso può avere una funzione di appoggio alle istituzioni se incanalato entro limiti adeguati e ben precisi. Sempre rimanendo entro confini adeguati, il dibattito va addirittura incoraggiato, perché contribuisce all’affermazione delle dottrine dell’élite dominante e contemporaneamente consolida l’impressione che la libertà imperi. Ai media è data la possibilità di contestare la politica governativa soltanto all’interno della griglia di problemi determinata dagli interessi dello Stato e del potere economico.

I media, dice Chomsky, sono agenzie di manipolazione, indottrinamento e controllo al servizio dei potenti e dei privilegiati.
Nell’assetto sociale attuale, la gente comune deve continuare ad essere oggetto da manipolare, non un soggetto in grado di pensare, di partecipare al dibattito, alle decisioni. Tutto ciò può dare l’impressione che il sistema sia onnipotente, ma è bel lungi dall’esserlo: la gente può resistere e a volte lo fa con grande efficacia.

L’esistenza di limitazioni interne, anche in uno Stato potente, consente alle sue vittime un margine di sopravvivenza e ciò non dovrebbe mai essere dimenticato.

Chomsky si fa portavoce di una “politica democratica della comunicazione” che dovrebbe cercare di sviluppare mezzi d’espressione e d’interazione che favoriscano l’azione individuale e collettiva. Tuttavia, Chomsky afferma che le prospettive di successo d’una tale politica sono inevitabilmente limitate dal potere delle élite, che determina il funzionamento delle principali istituzioni sociali.

La risposta risiederebbe nelle prospettive di successo di quei movimenti popolari, che hanno a cuore i valori repressi o marginalizzati nell’attuale ordine sociale e politico.

Chomsky, nel suo libro “La Fabbrica del Consenso”, afferma che le critiche istituzionali che lui e il coautore del libro hanno presentato vengono comunemente liquidate dai commentatori dell’establishement come “teorie cospiratorie”, ma questo è solo un modo per sbarazzarsi del problema. Il loro studio, al contrario, è legato ad una profonda analisi di mercato, che ha smascherato la modalità con cui le élite del potere, supportate dalle élite intellettuali, riescono ad imporsi e a far valere il loro operato, attraverso un annientamento progressivo dell’opinione pubblica, che resta passiva e dunque incapace di far valere la sua opinione.

Tali considerazioni, seppur convalidate da un’attenta analisi, sono ormai completamente inaccettabili per chi, pur per un breve periodo, si è abbeverato alla sorgente “Fattorello”, fonte di teorie e pensieri positivi che liberano il soggetto dalla paura e dalla gabbia della manipolazione.

Il significato profondo degli studi fattorelliani sta nell’aver rivalutato il soggetto recettore rispetto al soggetto promotore: l’opinione proposta da una minoranza ottiene l’adesione dei recettori che non la accettano passivamente, ma soltanto dopo una valutazione di coerenza con la propria scala di valori. Solo una volta concessa l’adesione il recettore farà sua l’opinione proposta e la sosterrà presso altri recettori.

Nel caso specifico della propaganda, fenomeno preso in esame da Chomsky, Fattorello dice che
è semplice agire sulle opinioni, ma i comportamenti umani restano difficili da prevedere. Quando si parla di propaganda ci si riferisce sempre all’ambito dell’informazione, intesa come tecnica sociale, che giunge all’adesione d’opinione attraverso lo studio delle attitudini sociali che scaturiscono dall’acculturazione dell’individuo.

Per cui l’informazione non ha nulla a che vedere né con la psicologia dell’individuo né con il suo inconscio; di conseguenza non sono psicologiche le tecniche da adottare per agire sull’opinione degli uomini. La tecnica è stata definita “sociale” perché non ha nulla a che fare con i meccanismi della psiche umana che verrebbe, secondo Chomsky, manipolata da seducenti imbonitori dotati di poteri magici in grado di irretire dei “poveri” recettori (lettori, spettatori, consumatori) che quindi non avrebbero alcun scampo.

I parametri di cui il tecnico dell’informazione deve tener conto sono l’acculturazione e la socializzazione dell’individuo. La comunicazione avrà luogo solo quando le opinioni del promotore e del recettore convergeranno in un’unica interpretazione.
Non esiste dunque ciò che viene definito “strapotere” dei mezzi della comunicazione. Sono solo un’illusione gli uomini che hanno superpoteri che condizionano gli esseri umani.

Basta parlare di persuasione occulta e evitiamo di ascoltare coloro che parlano con superficialità di informazione e di comunicazione. Il recettore non è più da considerare oggetto passivo della comunicazione, ma soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Come è stato dimostrato, la Teoria della Tecnica Sociale si pone in antitesi con l’impostazione teorica di Chomsky e dei suoi seguaci, nonché con l’impostazione anglosassone che per decenni ha fatto leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione la capacità di “persuasione occulta”.

Non è facile per Fattorello affermare a gran voce la sua teoria, in quanto il periodo in cui si manifesta la sua visione è totalmente influenzato dall’impostazione teorica anglosassone che, come detto in precedenza, vede la comunicazione come un processo subito da un ricevente passivo. Superare l’idea del recettore come target e come altamente condizionabile è stata la sfida dei fattorelliani che hanno di tutta risposta proposto un soggetto recettore dotato delle stesse facoltà opinanti del soggetto promotore.

L’informazione del giornalista, come informazione contingente, potrà “manipolare” positivamente il fatto, per rivestirlo di quell’abito lucente e attraente che lo rende appetibile al consumatore, riconfermando le opinioni cristallizzate e i valori su cui si basa il pubblico. L’individuo, infatti, si conforma automaticamente con quei valori che egli identifica con la verità, col bene, mentre tutto ciò che non riconosce come parte del suo bagaglio culturale rappresenta l’errore e il male.

Le opinioni cristallizzate oppongono resistenza ad ogni trasformazione e concorrono a creare nell’individuo una barriera che contrasta l’entrata di opinioni che non riconosce.

La Tecnica di Francesco Fattorello rappresenta quindi il superamento delle teorie di Chomsky in quanto stabilisce che è possibile influenzare l’opinione di un individuo e non i suoi comportamenti. Tutto ciò che si può ottenere è un’adesione di opinione, ma non si può fare nulla per condizionare i comportamenti degli uomini, che posseggono un sistema di valori determinato dalla loro dimensione culturale e sociale.

BIBLIOGRAFIA

Chomsky N., Illusioni necessarie. Mass media e democrazia, Elèuthera editrice, 1991.
Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, Edizioni Quattro Venti, Urbino, 2006.
Fattorello, F., Teoria della tecnica sociale dell’informazione, Edizioni Quattro Venti, Urbino, 2005.
Abbruzzese A e Mancini P., Sociologie della comunicazione, Gius. Laterza & Figli, 2007.

Il perchè di una ristampa

Francesco Fattorello

TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE

a cura di Giuseppe Ragnetti

DEDICATA A …..

A Francesco Fattorello mio maestro.
Mi ha aiutato ed è riuscito a farmi
risalire dal baratro
in cui ero sprofondato.
Il baratro dello “strapotere”
dei mezzi di comunicazione.
Il baratro di superuomini
in grado di condizionare i
comportamenti degli
esseri umani.
Il baratro della persuasione
occulta.
Il baratro di suggestive teorie
anglosassoni capaci di
costruire frecce avvelenate
destinate ad una umanità
incapace di intendere e di volere e
ridotta a semplice bersaglio o meglio
target.
Il baratro della superficialità
e dell’incompetenza di
tutti coloro che si occupano di
informazione e comunicazione
sulla base dei più abusati luoghi comuni.

 

IL PERCHE’ DELLA RISTAMPA …..
A vent’anni dalla scomparsa di Francesco Fattorello e a distanza di diversi decenni dall’ultima edizione, ho sentito il dovere di pubblicare di nuovo la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ideata e insegnata per la prima volta da Francesco Fattorello sin dall’anno accademico 1947/ ‘48.

Come direttore dell’Istituto che porta il nome dell’insigne studioso ho avuto la responsabilità di diffondere i suoi insegnamenti attraverso i corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali regolarmente attivati ormai da sessanta anni ed ora, attraverso questa nuova edizione della Tecnica Sociale.

L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di mettere a disposizione degli studenti e degli operatori interessati l’approccio teorico fattorelliano che rappresenta una visione di una incredibile modernità e ci sembra poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

La Tecnica Sociale dell’Informazione è l’unica teoria italiana del settore, formulata su rigorose basi scientifiche.
E’ una costruzione metodologica profondamente radicata nella tradizione culturale europea proprio perché si basa sul presupposto che non possa esistere una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove e chi riceve la comunicazione, debba necessariamente essere tarata sul recettore.

Ecco allora il recettore non più oggetto passivo della comunicazione che diviene, a sua volta, un soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre e comunque con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Da qui l’apporto fondamentale di una Tecnica Sociale che ricerca l’adesione e quindi il consenso dei destinatari sulla base delle loro attitudini sociali.

Attitudini sociali intese come disponibilità ad accettare le opinioni proposte, a seconda della propria acculturazione, intendendo per acculturazione tutto ciò che l’ambiente sociale ha, inevitabilmente, trasferito nell’arco di tutta una vita a qualsiasi essere umano. La Teoria della Tecnica Sociale si pone in netta antitesi con l’impostazione teorica anglosassone che per decenni ha inteso far leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione in senso lato capacità di “persuasione occulta”.

L’impostazione teorica di Francesco Fattorello, fondatore della “Scuola di Roma”, in tutto il contesto internazionale ha ormai acquisito sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che si occupano di informazione e comunicazione.

In altri termini, possiamo tranquillamente affermare che oggi l’approccio mondiale alla comunicazione scaturisce dall’impostazione teorica fattorelliana.

Per concludere mi piace riproporre la prefazione alla terza edizione pubblicata nel 1963 così come Fattorello aveva scritto :
“L’interessamento da più parti dimostrato per la mia tecnica sociale dell’informazione mi ha spinto a pubblicare questo breve saggio per mezzo del quale il lettore viene introdotto alla interpretazione da me data al fenomeno sociale dell’informazione.

Le esperienze fatte nelle scuole dove questa teoria viene insegnata ed applicata già da parecchi anni e più il fatto che in luoghi diversi se ne citano i termini o si fanno illazioni senza indicare la fonte o la paternità della teoria stessa, mi inducono a superare la riservatezza cui mi ero attenuto fin qui proponendomi, caso mai, di apportare a questo testo altri perfezionamenti.
A questa pubblicazione mi hanno indotto segnatamente i miei colleghi e allievi del Centre International d’ Enseignement Superieur du Journalisme dell’Università di Strasburgo che hanno ascoltato le miei lezioni e discusso le miei proposizioni. Ed è appunto confortato segnatamente da queste discussioni fatte in una sede internazionale, con esperti che provenivano da tutte le parti del mondo, che mi sono deciso a pubblicare questa prima esposizione della mia sistematica.

Qualcuno dei capitoli qui pubblicati era già apparso nelle stampe, ma qui viene ripubblicato con modifiche o con varianti intese a rendere in modo più chiaro e completo il mio pensiero.

Per l’esattezza cronologica questa teoria fu esposta per la prima volta al Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche, istituito in seno alla Facoltà di Scienze Statistiche della Università degli Studi di Roma, nell’anno accademico 1947/ ’48. Successivamente essa divenne anche uno degli argomenti del programma didattico del Centro Internazionale di Strasburgo.
Questa terza edizione, che appare nel 1963, comprende due capitoli in più delle edizioni precedenti. Con questi ritengo di aver completato la mia esposizione.”

“La Chimera dell’obiettività giornalistica”

 

Laurea specialistica in Editoria Media e Giornalismo – Università “Carlo Bo” Urbino

Esame di Tecniche di relazione – Prof. Giuseppe RAGNETTI

SOFIA ALBERTO presenta :

 

LA CHIMERA DELL’ OBIETTIVITA’ GIORNALISTICA

Si è soliti rivendicare nell’ambito degli studi sui mass media la pretesa di perseguire la ricerca dell’ “obiettività”, in particolare nel campo dell’informazione giornalistica. Si tratta di una tendenza radicata principalmente nelle scuole americane di giornalismo dove si porta avanti una netta distinzione tra news (fatti) e views (commenti), in nome dell’imparzialità e della trasparenza nel riferire le notizie.

In Italia invece il perseguimento dell’obiettività è indirizzo rivolto dal Parlamento all’azienda radiotelevisiva di stato (RAI), tanto che è stata istituita anche nel 1975 la Commissione di indirizzo e vigilanza dei servizi radiotelevisivi, organo bicamerale, teso appunto a controllare che i principi di imparzialità e obiettività, definiti “inderogabili”, siano appunto rispettati.

L’obiettività sta inoltre alla base della deontologia professionale del giornalista stesso.
Appare però necessario domandarsi se, effettivamente, sia possibile essere obiettivi.

Il fraintendimento nasce da un presupposto fondamentale : la notizia non è l’evento, ma la relazione di tale evento.
Informare significa infatti “dare forma” ad un fatto, “vestirlo”: il giornalista dà forma a ciò che intende trasmettere al proprio recettore ai fini del consenso.

Già l’americano Ivy Lee affermava negli anni ’20 come la trasformazione di un fatto in notizia sia il risultato di una selezione degli eventi della realtà. Nessuno era in grado secondo lo studioso di presentare la totalità dei fatti relativi ad un dato (s)oggetto.

Ciò che era possibile era solo offrire una visione personale, un’interpretazione dei fatti, influenzata da un insieme di fattori, background culturale e appartenenza sociale in primis.

Anche Fracassi affermava come il soggetto osservatore non sia in grado di riferire senza interferire: la notizia è una rappresentazione della realtà e come tale è sempre frutto d’incontro tra ciò che accade e colui che decide di raccontarlo.

La comunicazione quindi è relativa a proprietà non intrinseche all’oggetto di cui si parla, ma che dipendono dall’osservazione. Secondo tale teoria possiamo affermare come in realtà si parli di de-formazione e non di informazione, data dal punto di vista dell’osservatore nel momento in cui questi decide di descrivere la realtà.

Allo stesso modo l’informazione giornalistica non rispecchia, dunque, la realtà quanto, piuttosto, valorizza frammenti di realtà, che appaiono interessanti in base alle contestualizzazioni di natura culturale, politica, economica e sociale.
La regola aurea del giornalismo anglosassone era quella per cui la notizia appariva come “sacra”, mentre il commento facoltativo, oltre alla già citata separazione tra fatti ed opinioni.

Il mito di stampo positivista relativo alla possibilità di descrivere la “realtà in sé” appare però fin dagli studi di Karl Popper solo una chimera. A cadere è di conseguenza anche il costrutto giornalistico della priorità nella scala gerarchica dei fatti rispetto alle opinioni.

L’osservazione può essere infatti definita come un processo di esplorazione della realtà, che presuppone la selezione e l’interpretazione del soggetto osservante. Il costruttivismo poi illustra come sia impossibile affermare l’esistenza di una realtà oggettiva: ogni descrizione è inevitabilmente interpretazione, nel senso che il suo significato viene – almeno parzialmente – determinato dal background storico-culturale che i soggetti, i giornalisti nella fattispecie, possiedono.

A tali studi si aggiungeranno le riflessione dell’ Interazionismo Simbolico che giudica la realtà come una costruzione sociale.
preferiva parlare di paradigma. Nel momento in cui ci confrontiamo con persone dotate di schemi concettuali molto diversi dai nostri e che “leggono” la realtà in modo profondamente diverso da come la vediamo noi “occidentali del XXI secolo”, appare chiaro come non esista un’unica realtà, bensì un insieme di realtà, ognuna influenzata dalle diverse pratiche di osservazione.

E’ una concezione tipica del post-moderno, che tende ad eliminare e rifiutare ogni verità ed ordine precostituito e che valorizza invece il relativismo culturale, principio basilare per la democrazia, considerando che le visione totalizzanti sono tipiche dei regimi e delle dittature o, in generale, delle ideologie acritiche.

Partendo dal presupposto per cui non esiste una visione unica di realtà, allo stesso modo appare impensabile perseguire nel giornalismo la ricerca dell’obiettività.

Il giornalista non è obiettivo, e non perché non vuole, ma semplicemente perché non può; però ha un obiettivo: ottenere il consenso del recettore, perché senza consenso non c’è comunicazione.
L’uomo, sia esso uno scienziato, uno storico, un giornalista, non può uscire dalla propria soggettività: pertanto, coloro che credono di essere obiettivi, esprimono solo la loro verità.

Certo occorre non cadere nel nichilismo: relativismo significa ammettere la validità del pluralismo dei punti di vista e quindi dei differenti “modi di leggere il reale”. Occorre dunque distinguere tra giudizi di valore non ammessi (arbitrari) e giudizi di valore ammessi, cioè quelli che hanno un riscontro di coerenza nell’esperienza e che rendono conto dei valori presenti all’interno di quella data esperienza.

Il fenomeno dell’informazione, secondo la teoria della tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, è il risultato di un processo del quale possiamo distinguere due fasi:

  • il rapporto tra il soggetto promotore e la forma che egli dà a ciò che è oggetto di informazione;
  • il rapporto tra il soggetto recettore e questa stessa forma che riceve per mezzo di uno strumento, ovvero l’adesione di opinione del recettore (consenso) alla “forma” che il promotore gli ha trasmesso.

Secondo questo modello, pertanto, non c’è posto per l’obiettività all’interno del rapporto di informazione. Ponendo al centro del processo di informazione i due soggetti con le stesse capacità opinanti, e considerando questo fenomeno come il risultato di due interpretazioni soggettive, possiamo affermare che l’obiettività, come pura e semplice aderenza ai fatti, come mera corrispondenza tra le notizie date dai mezzi d’informazione ed una supposta realtà esterna, non esiste. Anzi, si potrebbe sostenere che se l’obiettività esistesse si negherebbe l’informazione, dato che questa appare come l’incontro di due soggettività, di due formule di opinione.

Il giornalista che pretende di rincorrere l’obiettività mette invece in moto lo stesso meccanismo di fidelizzazione rispetto alle idee, credenze e convinzioni politiche, sociali, religiose. Non basta quindi nemmeno apprendere le diverse interpretazioni su un determinato fatto, in quanto ciò significa darne una visione, non obiettiva, ma pluralistica.

Il modello di Fattorello ci spiega il perché la descrizione di un fatto ci appaia obiettiva rispetto ad un’altra: la presunta “obiettività” sta nel fatto che il resoconto considerato “obiettivo”, ma che in realtà è di carattere soggettivo, in quanto coincide con la nostra opinione personale sul fatto.

Per questo è possibile concludere affermando come tutto il giornalismo sia in realtà parziale, non solo i quotidiani politici. E questo non significa affermare che il giornalismo non abbia alcuna funzione o sia specchio di una visione distorta o erronea della realtà.

Occorre infatti assumere come principio inderogabile il carattere relativo e costruzionistico della realtà. Solo così sarà possibile “informarsi” senza l’illusione di “possedere” la verità : ovviamente dipenderà dai singoli interessi/background/convinzioni socio-politiche e culturali, assumere come “propria” una determinata visione, ma partendo però dal presupposto che si legge solo una delle tante possibili ricostruzioni di un determinato evento e che sia comunque opportuno leggere diverse interpretazioni dello stesso fatto, non per ricercare una verità che appare probabilmente irraggiungibile, ma al fine di possedere delle alternative, valide o meno, di giudizio.

Ogni ricostruzione – o quasi – potrà così possedere i requisiti di veridicità, in quanto grazie all’ onestà intellettuale di chi scrive, il lettore saprà a priori che il fatto è stato costruito secondo la visione più obiettiva possibile, ovvero la propria!

SOFIA ALBERTO – Editoria, Media e Giornalismo, Anno 2009 – 2010

Testo di riferimento:
Francesco Fattorello, Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione, a cura di Giuseppe Ragnetti
Edizione QuattroVenti, Urbino 2005

Conferenza mondiale per i 50 anni dalla fondazione di IAMCR-AIERI

Conferenza mondiale per i 50 anni dalla fondazione di IAMCR-AIERI
UNESCO-PARIS Luglio 2007/24-25-26-27 A cura del Prof. Giuseppe RAGNETTI – Presidente dell’Istituto Francesco
Fattorello in Roma-Italia

 

Francesco Fattorello alla Fondazione AIERI

Nella NEWSLETTER di Iamcr–vol 17/1 – april 2007 e sul sito www.iamcrparis2007.org è pubblicata la foto (sopra) di quattro dei fondatori della nostra associazione nel 1957.

Tra questi il primo a sinistra è Francesco Fattorello, il massimo studioso italiano dei problemi dell’Informazione e della Comunicazione autore della originale impostazione teorica denominata “La Tecnica Sociale dell’Informazione” la cui formula ideografica appare chiaramente scritta sulla lavagna alle spalle dei quattro fondatori: è questa una foto di grande rilevanza storico-culturale, perché per la prima volta quella formula veniva scritta sulla lavagna di una prestigiosa istituzione internazionale,fornendo significativi stimoli alla fondazione in sede UNESCO della nostra Associazione.

Fattorello partecipò molto concretamente alla nascita e allo sviluppo di Iamcr di cui fu apprezzato Vicepresidente ininterrottamente dal 1964 al 1981, nonché Presidente della Commissione per lo studio dei problemi relativi alla formazione professionale dei giornalisti . Nel 1981 lascia la vicepresidenza per motivi di salute e riceve l’ultimo riconoscimento internazionale con la nomina di Membro Onorario a vita di Iamcr.

I proficui scambi internazionali portarono Fattorello a presentare la sua Teoria in numerose Università in Europa e nell’America Latina. Dopo averla esposta l’anno precedente all’Università di Strasburgo al Centre International d’Ensegnement Superieur du journalisme, nel 1959 pubblica finalmente il volume “Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione”.

Dopo numerose riedizioni la Tecnica sociale fu tradotta in francese e spagnolo e adottata nel 1969 come testo ufficiale anche dall’Università di Caracas. L’ultima edizione a stampa è del 1970, divenuta ormai introvabile.

A vent’anni dalla scomparsa di Francesco Fattorello ho sentito il dovere di pubblicare di nuovo la TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE ideata e insegnata per la prima volta a Roma sin dall’anno accademico 1947/48, presso la prima Scuola italiana del settore, all’Università “La Sapienza” di Roma.

Come direttore dell’Istituto che porta il nome dell’insigne studioso italiano, ho avuto la responsabilità di diffondere i suoi insegnamenti attraverso i corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali attivati ormai da 60 anni ed ora, attraverso questa nuova edizione della Tecnica sociale.

L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di mettere a disposizione degli studenti di Scienze della Comunicazione e degli operatori interessati l’approccio teorico fattorelliano che rappresenta una visione di una incredibile modernità e ci sembra poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le Società democratiche di oggi.

L’impostazione teorica proposta da Francesco Fattorello , largamente anticipatrice , in tutto il contesto internazionale ha ormai acquisito sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica.

In altri termini possiamo tranquillamente affermare che oggi l’approccio mondiale alla comunicazione scaturisce dall’impostazione teorica fattorelliana. Tutto ciò è motivo di grande soddisfazione per Iamcr che ha potuto annoverare Francesco Fattorello tra i suoi più convinti ideatori e sostenitori.

L’Istituto Francesco Fattorello ha in programma l’edizione in lingua inglese della Tecnica Sociale.

Riferimenti: www.istitutofattorello.org –  http//webmail.istitutofattorello.org

Il Fatto-rello: editoriale n°2

di GIUSEPPE RAGNETTI

Il 2 settembre 1992 su Repubblica intervista a Giorgio Gori Direttore di Canale5.

La TV volgare? E’ lo specchio degli Italiani.

“Nostro compito è dare al pubblico ciò che vuole perché vendiamo telespettatori agli inserzionisti pubblicitari. La tv è un eccezionale specchio sociologico: andiamo in giro per le case degli italiani e scopriremo che la televisione non è altro che un’immagine fedele del paese” E più avanti “….per avere questa grande platea di telespettatori, noi dobbiamo capire che cosa piace alla gente, perché il pubblico sceglie e in qualunque momento può usare il telecomando”.

Quanto appena affermato, è molto interessante perché consente agli studiosi ed appassionati del settore di innescare varie riflessioni; pensiamo ad esempio alla polemiche che sovente vengono fatte a determinati programmi radio-televisivi. La domanda, a questo proposito, che ci piace porre e che, solitamente, è argomento di dibattito in aula è la seguente: “Tv spazzatura o pubblico spazzatura?”.

Da ciò si evince che molte delle c.d. problematiche inerenti la “qualità” dei programmi radio-televisivi risultano relativamente importanti poiché, in virtù di quanto affermato ormai da diversi decenni nella nostra piccola Scuola, l’industria dei mezzi di

Prof. Giuseppe Ragnetti

Prof. Giuseppe Ragnetti

comunicazione non fa altro che “mettere in forma” un prodotto che è pari ai gusti del pubblico al quale è indirizzato.

Non può permettersi di creare programmi che non derivino da uno studio dei recettori perché tale industria ha ovvie finalità imprenditoriali e gli investimenti effettuati devono fornire un consistente ritorno economico. Proprio come il marketing, l’industria dei mezzi di comunicazione ha l’obbligo di studiare il suo mercato-recettore e fornire un prodotto adeguato, semplicemente perché le regole del mercato sono queste: “compro se il prodotto è di mio gradimento” (ovvero, guardo o ascolto un programma se mi piace) altrimenti “cambio canale”.

L’industria dei mezzi di comunicazione, proprio perché azienda, non crea prodotti che non abbiano riscontri sul pubblico ed allora: “Tv spazzatura o pubblico spazzatura?”. Ignoranza, superficialità o malafede impediscono a molti di dare una risposta univoca a quella che è soltanto una domanda retorica.

La buona comunicazione è importante per il professionista

di LUCIANO FRUGIONI

Non era un corso come tutti gli altri quello a cui avevo deciso di partecipare quel 14 dicembre del 2004. Effettivamente era proprio diverso rispetto a quelli che siamo normalmente abituati a frequentare noi commercialisti, anzi mi correggo, “dottori commercialisti” come raccomanda vivamente di definirci il nostro Ordine. Parlavo di un corso diverso, mi spiego meglio.

Normalmente i corsi che riguardano un dottore commercialista hanno sempre a che fare con Testi Unici delle Imposte dirette, DPR sulle imposte indirette, decreti legislativi, circolari, principi contabili, argomenti dalle sigle ai più insignificanti come IVA, IRAP, IRE, IRES, ecc.

Secondo l’impostazione di origine anglosassone, il cliente può essere influenzato con un’opportuna scelta delle variabili comunicazione, prezzo, prodotto e punto vendita

L’argomento che si sarebbe tenuto quel giorno, LA COMUNICAZIONE DEL PROFESSIONISTA, proprio per la sua diversità, aveva attirato la mia attenzione e così, decisi di parteciparvi. Sentendo la parola comunicazione il mio pensiero è tornato indietro, a cercare tra i ricordi universitari una traccia dell’esame di marketing, che avevo superato brillantemente vent’anni prima. Affioravano nella mia mente vaghi e sbiaditi ricordi sulla comunicazione.

Rammentavo che la comunicazione era una delle quattro variabili (insieme a prezzo, prodotto e punto vendita/distribuzione) della strategia di vendita o di marketing mix. Secondo questa impostazione di origine anglosassone, il consumatore (o più genericamente un cliente finale) può essere influenzato con un’opportuna scelta di queste variabili, ed in particolar modo attraverso un’importante campagna pubblicitaria/di comunicazione, a compiere azioni che altrimenti non avrebbe mai compiuto.

L’informazione di per se stessa è come una materia grezza, come la creta in mano al suo scultore, non avrebbe alcun valore se in qualche modo non venisse “manipolata”

In altre parole, una volta identificato, attraverso delle opportune ricerche di mercato, il bersaglio (o target), che è fisso e ben definito, l’importante è miscelare bene le variabili ed il gioco è fatto. Ma è davvero così semplicistico convincere un cliente? Il cliente è realmente un bersaglio fisso? Comunicazione e pubblicità sono allora la stessa cosa? Se è così ne deve allora conseguire che chi fa più pubblicità vende automaticamente di più il proprio prodotto o servizio?

L’informazione non può mai essere obiettiva ed è sempre espressione di soggettività

Come professionista mi sono fatto molte volte queste domande, ponendomi non pochi dubbi a riguardo, senza darmi mai delle spiegazioni esaurienti. Forse a partire da quel giorno avrei potuto dare delle risposte più convincenti ai miei tanti interrogativi. Comincia così la mia “avventura” con il Fattorello. Premessa l’importanza, in taluni casi, delle altre tre variabili indicate (prezzo, prodotto e punto vendita/distribuzione), nel caso di un professionista un ruolo fondamentale, per poter “vendere” meglio i propri servizi, è quello occupato dalla comunicazione.

Non si può parlare di comunicazione se non ci si sofferma inizialmente sulla “materia prima” informazione e su come trasformarla. L’informazione di per se stessa è come una materia grezza, come la creta in mano al suo scultore, di per sé non avrebbe alcun valore se in qualche modo non venisse “manipolata”. Il fatto che l’informazione sia sempre in qualche modo manipolata mi permette di sfatare subito un mito: l’obiettività dell’informazione.

Un professionista sarà tanto più convincente con il suo cliente quanto più riuscirà ad entrare nel suo cervello, quanto più sarà in grado di interpretare i suoi gusti, le sue tendenze, le sue preferenze

Quante volte in tv o alla radio o leggendo un giornale ci siamo sentiti dire che l’informazione che da loro viene data è obiettiva. Oppure, ancora peggio, che la loro informazione è assolutamente obiettiva mentre quella del concorrente no. Nulla di più falso!!! L’informazione non può mai essere obiettiva ed è sempre espressione di soggettività. Fatta questa fondamentale premessa si può parlare di comunicazione.

La disciplina della comunicazione è molto complessa in quanto, come vedremo successivamente, entrano in gioco mille componenti e proprio quando si pensa di aver capito tutto emergono altre variabili non considerate. Come deve essere allora attivato il processo di comunicazione? Esiste una formula “magica” per descrivere questo processo di comunicazione? Il prof. Fattorello, studiando la comunicazione come tecnica sociale, ha elaborato una formula dentro la quale l’intero concetto di comunicazione è racchiuso.

Comunicare significa mettere in comune. Non è solo di tipo logico-semantico ma anche e soprattutto di tipo affettivo-emotivo

Abbiamo un soggetto promotore (SP), un mezzo (M), una formula d’opinione (O), attraverso la quale descrivo un fatto, ed un soggetto recettore (SR) che impropriamente nella scuola anglosassone viene definito target o bersaglio fisso. Supponiamo che in questo istante nel mondo si verifichi un determinato fatto, colui o coloro che decidono di parlarne comunicheranno quel qualcosa a modo loro. La realtà non entrerà mai tale e quale nel rapporto di comunicazione. Il soggetto promotore vede la realtà con tutta la sua soggettività e mette addosso a quel fatto la sua interpretazione, il suo abitino.

Da questo si deduce che la tanto decantata obiettività è un clamoroso “bluff”. In qualunque ambito ci troviamo dobbiamo allora concentrarci sulla O ossia sull’interpretazione che il soggetto promotore dà alla realtà. Tale interpretazione sarà tanto più convincente quanto più riuscirà a raggiungere il maggior numero di soggetti recettori. Emerge allora una eclatante verità: il soggetto recettore è un elemento fondamentale nel processo di comunicazione e non un soggetto passivo come forse fino ad oggi qualcuno credeva o voleva farci credere.

L’impatto della comunicazione non verbale è nettamente superiore a quella di tipo verbale. Il 90% della comunicazione interpersonale è rappresentata da messaggi non verbali emessi in maniera inconsapevole

Analogamente un professionista sarà tanto più convincente con il suo cliente quanto più riuscirà ad entrare nel suo cervello, quanto più sarà in grado di interpretare i suoi gusti, le sue tendenze, le sue preferenze. Un aspetto che il soggetto promotore dovrà sempre tenere presente è che i soggetti recettori sono capricciosi quindi potrebbero cambiare idee, esigenze ecc.

Un buon commercialista, ad esempio, non sarà soltanto colui che fornisce un buon servizio o che sa a memoria tutto il testo delle imposte dirette, ma colui che cercherà di entrare il più possibile nel pensiero del suo soggetto recettore che, nel caso specifico, è il cliente.

Possiamo allora definire due concetti fondamentali: 1) la realtà non può essere comunicata ma solo essere messa in forma”, cioè informata; 2) per ottenere l’adesione del soggetto recettore bisogna guardare la realtà il più vicino possibile a come la vedrebbe lui. Quanto più il soggetto promotore/professionista (SP) ed il soggetto recettore/cliente (SR) riusciranno a condividere il modo di vedere la realtà tanto più sarà efficace il processo di comunicazione.

Ne consegue che non esiste un modo di condizionare gli altri per portarli verso noi stessi, esiste però l’imperativo categorico di studiare a fondo e capire il nostro soggetto recettore/cliente. Quanto più capiremo il nostro soggetto recettore, tanto più sarà efficace il processo di comunicazione. Comunicare significa mettere in comune. La comunicazione non è solo di tipo logico-semantico (verbale) ma anche e soprattutto di tipo affettivo-emotivo (non verbale).

Laddove comunicazione verbale e non verbale (tono della voce, gestualità, movimenti ecc.) coincidono tanto più efficace è il messaggio che vogliamo comunicare

L’impatto della comunicazione non verbale è nettamente superiore a quella di tipo verbale. Il 90% della comunicazione interpersonale è rappresentata da messaggi non verbali emessi in maniera inconsapevole. Per un professionista imparare a comprendere e gestire tali messaggi è fondamentale per comunicare bene. Laddove comunicazione verbale e non verbale (tono della voce, gestualità, movimenti ecc.) coincidono tanto più efficace è il messaggio che vogliamo comunicare.

Il professionista (soggetto promotore) ed il cliente (soggetto recettore) all’interno del processo di comuni14 - comunicazione bncazione non occupano sempre la stessa posizione ma alternativamente diventano soggetto recettore e soggetto promotore, dando vita ad un continuo processo di comunicazione. Una volta avviato il processo di comunicazione segue un processo fondamentale che è il controllo. Con il processo di controllo si arriva a misurare (in situazioni importanti si ricorre a studi come la doxometria) la l’adesione, ossia il consenso che viene dato dal soggetto recettore.

E nel caso di scarso consenso il soggetto promotore dovrà cercare di apportare gli opportuni cambiamenti alla formula di opinione proposta, per avvicinarsi il più possibile al soggetto recettore. Un professionista che vuole comunicare bene con il suo cliente deve innanzitutto capire chi è il suo interlocutore e qual è il modo migliore per entrare in comunicazione con lui. Non deve, inoltre, mai perdere di vista quelli che possono essere i cambiamenti che intervengono nei suoi gusti, nelle su
e esigenze, nelle sue aspettative.

Da quanto finora esposto si deduce che comunicare sia un’arte, difficile e semplice nello stesso tempo. Saper comunicare bene è, quindi, una sfida importante che coinvolge indistintamente tutte le categorie ma, in particolar modo, quella dei professionisti che necessitano di ottenere una comunicazione quanto più efficace.

Purtroppo ancora oggi molti professionisti cercano di “colpire” i clienti con paroloni inutili, linguaggio tecnico ed una terminologia che, alla maggior parte delle persone, appare a dir poco incomprensibile. Parafrasando una famosa pubblicità di tanti anni fa verrebbe da dire “meditate professionisti, meditate……”

L’Attualità

Cosi’ scriveva Francesco Fattorello nell’Aprile del 1975

Il giornalista, l’informatore dei fatti del giorno, dei fatti contingenti, per eccellenza, ha come oggetto delle sue attività professionali l’attualità. Che cosa è l’attualità, che cosa sono i fatti del giorno? Scrive Guy Gauthier in un suo volume dal titolo “L’actualitè, le journal et l’èducation” (Paris; Tema editions 1975) “l’èvenèment est un rècit de presse”.

Il giornalista si trova nel mezzo degli avvenimenti ancora in via di svolgimento e per queto il suo racconto dell’avvenimento ha qualche cosa di vivo

E la definizione può andar bene se si sa che cosa vuol dire “relazione giornalistica”, se si sa quali sono i vincoli dai quali è 3-4 - title bncondizionata la stesura giornalistica. Questi “rècit de presse” suscitano in noi una certa emozione più o meno immediata. Possono esercitare anche un’emozione collettiva alla quale più o meno possono partecipare i recettori del giornale come un recettore di gruppo.

La storia non può incominciare se non dopo che le sue “onde” (impulsi animati) hanno cessato di farsi sentire, il giornalista proprio quelle “onde” deve percepire: in esse il senso dell’attualità

Naturalmente il “rècit de presse” non è una narrazione storica. La storia ha per oggetto i fatti trascorsi di cui conosciamo il principio, lo svolgimento e la fine. Qui ci troviamo, invece, nel bel mezzo dei fatti, ci troviamo nel mezzo degli avvenimenti ancora in via di svolgimento o appresso ai fatti di cui riteniamo di conoscere un certo svolgimento contingente.

E il rendiconto giornalistico dell’avvenimento, proprio per il suo rapporto ancor immediato col fatto, ha qualche cosa di vivo, come ha scritto Pierre Nora, qualcosa che, inserito nel contesto del giornale e per il rapporto diretto “ancora caldo” con l’avvenimento, suscita qualche effetto, emana delle “onde” che sono la sua forza sociale, quasi gli impulsi di qualche cosa ancora animata.

Mentre nella tradizione del giornalismo occidentale l’attualità è la realtà sociale immediata, nel giornalismo marxista-leninista è soprattutto una valutazione di essa dal punto di vista politico e ideologico

Ora, mentre la storia non può incominciare se non dopo che quelle “onde” hanno cessato di farsi sentire, il giornalista proprio quelle “onde” deve percepire: in esse il senso dell’attualità. Si aggiunga ancora che, mentre nella tradizione del giornalismo occidentale l’attualità è la realtà sociale immediata, ancora palpitante, realtà sociale contingente, non attinente a ciò che fu ma a ciò di cui l’informatore è testimone o partecipe e di cui riferisce, come altri ha detto, “al ritmo del presente”; nella tradizione del giornalismo marxista-leninista l’attualità attiene non soltanto alla realtà sociale contingente, ma è soprattutto una valutazione di essa dal punto di vista politico e ideologico dell’editore, del giornalista e del lettore.

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Francesco Fattoreello

Non si tratta di una realtà astratta, rilevata secondo una teoria obiettivistica: perché se tale fosse non sarebbe più una realtà giornalistica. Secondo Vladimir Hudec (di cui è apparso un saggio in “Journaliste dèmocratique“, n.2 del 1975) non si tratta di una realtà astratta.

Poiché non si possono presentare tutte le informazioni, esse sono presentate secondo una scelta delle più interessanti o delle più importanti, valutate secondo interessi e ideologie

E’ il contenuto sociale con i suoi tratti politico-ideologici, il suo valore differenziato secondo interessi di classe e di partito che fa di una attualità una attualità giornalistica . L’attualità (sono sempre concetti di Hudec) non esiste da sola. Non si tratta di una presa di conoscenza, ma di una valutazione di quella attualità utilizzata nella lotta di classe per imporre le tendenze ritenute più giuste per lo sviluppo sociale.

Questa è la concezione dell’attualità in funzione giornalistica che discende dalla interpretazione politica del giornalismo marxista-leninista. Dice ancora Hudec che, nel mondo occidentale, giornale, cinema, radio e televisione ritengono di avere come fine quello di fornire delle informazioni obiettive.

Lenin diceva che un giornale deve avere un orientamento permanente. Un giornale senza orientamenti è una cosa assurda

Ma poiché non si possono presentare tutte le informazioni, esse sono presentate sempre secondo una scelta delle più interessanti o delle più importanti, e questa scelta è già una valutazione secondo determinati interessi e determinate ideologie.

Lo aveva già affermato uno dei maggiori maestri della propaganda politica: Lenin, quando diceva che un giornale deve avere un orientamento permanente. Un giornale senza orientamenti è una cosa assurda.

L’oratore “parlante”…

Come parlare in pubblico e riuscire a … parlare!!!

di EUFRASIA D’AMATO

Sembra un paradosso, ma in realtà è capitato a molti oratori di bloccarsi mentre si accingevano a parlare in pubblico! Parlare dinnanzi ad una platea sembra facile! In realtà la paura di essere giudicati e la difficoltà concreta, a volte, di tradurre il pensiero in parole, soprattutto dinnanzi a mille occhi che scrutano ogni più recondito particolare, giocano brutti scherzi.accorsi bn

Sappiamo parlare perchè sin da piccoli lo abbiamo imparato, ma coinvolgere e trasmettere ad una moltitudine di persone il proprio pensiero non è cosa altrettanto semplice. Affrontare la platea è un po’ come essere sull’orlo di un precipizio…meglio non guardare giù; e, invece, non c’è niente di più sbagliato.

Affrontare la platea è un po’ come essere sull’orlo di un precipizio

E’ necessario guardare giù o meglio guardare gli ascoltatori per poter stabilire con loro un contatto diretto. Lo scambio di sguardi contribuisce a diminuire il distacco che concretamente c’è tra l’oratore e la platea. I bravi oratori lo sanno: la cosa più importante da fare è adattare il discorso al pubblico.

Solo riuscendo a capire l’atmosfera e la tipologia di personaggi che abbiamo davanti possiamo trasferire contenuti e modalità comunicative in sintonia con le loro aspettative. Il passato insegna. La tradizione storico culturale dei grandi oratori romani ci ha tramandato una letteratura ricca e appassionata di “ciceroni” che animavano il Foro e non solo.

Una tradizione che si coniuga perfettamente con l’impostazione fattorelliana; una linea retta tra il prestigioso passato e la Tecnica Sociale che da sessanta anni coniuga lo studio attento del soggetto recettore alla perfetta riuscita del processo comunicativo. Ebbene…è giunta l’ora! Le gambe tremano, il cuore palpita e la platea rumoreggia…aspettano tutti noi.

E’ necessario guardare giù o meglio guardare gli ascoltatori per poter stabilire con loro un contatto diretto

oratore bnDa dove cominciare? Innanzitutto il lavoro imprescindibile per un buon oratore è l’organizzazione del discorso che presuppone la conoscenza e la dimestichezza dell’argomento. Va bene essere emozionati ma se non sappiamo neanche di cosa parlare…

Organizzare l’argomento dell’esposizione equivale a parlare con chiarezza di non più di due o tre idee chiave, attorno a cui sviluppare l’arringa. Dinamismo e brevità sono le due inseparabili amiche dell’organizzazione del discorso.

Il bluff si scopre subito! Se cerchiamo di imitare o scimmiottare qualcuno veniamo smascherati immediatamentepericle bn

La cosa più importante, infine: il bluff si scopre subito! Se cerchiamo di imitare o scimmiottare qualcuno veniamo smascherati immediatamente. Essere se stessi con i propri difetti, soprattutto, aiuta a rendere umani anche i più “impacciati” tra gli oratori.

Non sottovalutare né sopravalutare le persone presenti: anche loro, al posto dell’oratore, avrebbero le stesse difficoltà. In fin dei
conti, siamo “tutti sulla stessa barca”.

Colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare

Per i futuri successi, un consiglio dal passato: come affermava Pericle, una delle più grandi personalità della storia di Atene “colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare”.

Se Cleopatra sapesse comunicare…

di SARA ANGELUCCI

Cleopatra è il nome della mia gattina, ed ogni volta che esco di casa la saluto dicendole “ciao topolino mio”!! Ma se Cleopatra sapesse che, il vezzeggiativo con il quale mi rivolgo a lei, è il nome che il nostro linguaggio assegna a quegli animaletti ai quali dà la caccia con tanta foga, cosa direbbe?

Probabilmente, la sua reazione non sarebbe affettuosa come, viceversa, si dimostra. Tra gli uomini la comunicazione, per essere tale, deve avvenire con modalità diverse e chi ha letto il numero precedente del nostro bollettino ha certamente compreso la rivoluzione operata dalla fattorelliana “Scuola di Roma”.

Considerare sullo stesso piano sia il soggetto promotore che il soggetto recettore, entrambi soggetti opinanti di pari dignità, significa che per comunicare bisogna avere chiaro chi è il destinatario del nostro messaggio. Quando parliamo non possiamo rovesciare sull’altro il nostro pensiero, bensì dobbiamo costruirlo tenendo conto anche della sua idea.

E’ evidente come nella maggior parte dei casi questo non avvenga: si parla ma non si comunica, e ciò è visibile nella conflittualità che si registra negli ambienti politici, professionali e familiari. Ciò che sembra scontato (chi ammette di parlare senza conoscere chi si ha davanti?!), manda in corto circuito il processo comunicativo e la lite (verbale, ma non sempre) invalida lo scambio.

I politici, d’altro canto, rappresentano un caso esemplificativo di come, sullo stesso concetto, si possono costruire significati contrapposti, pur tuttavia validi, perché indirizzati a pubblici differenti. Solo chi fuori dagli schieramenti di partito vuole trovare un’univoca soluzione, si renderà conto che in realtà questa non esiste e sono proposte visioni diverse, che non costituiscono una risoluzione concreta.

Ci può essere un sistema migliore? Ci sono parole ed espressioni che abbiamo timore di pronunciare a noi stessi e che avrebbero invece un gran effetto benefico sul nostro essere e sul modo di relazionarci all’altro. Allora, forse, è il caso di avere più comprensione per noi stessi, dobbiamo esercitarci a pronunciare ad alta voce quelle parole che germogliando dentro di noi, ci predispongono all’accoglienza verso chi abbiamo di fronte.