Francesco Fattorello il “Rivoluzionario della Comunicazione”

donald-trump-usa-780x598Senza dover necessariamente scomodare Tolomeo, Copernico e Galileo Galilei, possiamo senz’altro convenire sul fatto che molto spesso  gli inventori, i ricercatori scientifici, i liberi pensatori e gli innovatori in generale, hanno la capacità di precorrere i loro tempi e di immaginare il futuro. Quanto da loro lucidamente ipotizzato,  dopo un certo tempo  puntualmente si realizza non appena si rendono disponibili adeguati “strumenti “ che prima di quel momento non erano stati ancora inventati.

Questa invidiabile capacità di immaginare “ciò che sarebbe stato” e di teorizzare di conseguenza, era evidentemente  posseduta anche dal Professor Francesco Fattorello quando oltre settant’anni fa’ egli arrivò a formulare la “Tecnica sociale dell’informazione” quale supporto imprescindibile ad ogni forma di comunicazione.

Oggi poi, grazie allo sviluppo del Web, dei motori di ricerca e dei Social Media è possibile verificare quanto sia stata e sia tutt’ora  “Rivoluzionaria” la teoria fattorelliana sulla comunicazione sociale.

Il nucleo centrale, l’assunto principale della “Tecnica Sociale”  consiste nello studio approfondito del “soggetto recettore” un essere dotato di capacità cognitive e di una propria, personale,   visione del mondo; un concetto totalmente rivoluzionario e diametralmente contrapposto ai convincimenti dei più noti ricercatori e studiosi di comunicazione di scuola anglosassone dei primi anni 40, i quali intendevano il processo comunicativo ideale sostanzialmente come un meccanismo predeterminato di trasmissione di un messaggio, più o meno esplicito,  verso un bersaglio inerme (target), il quale non poteva aver scampo, e supinamente si lasciava condizionare  da quanto gli veniva comunicato.

I recenti  successi ottenuti da alcune importanti campagne di comunicazione, prima tra tutte quella commissionata dai collaboratori di Donald Trump alla società inglese “Cambridge Analytica” in occasione delle recenti elezioni presidenziali USA, sono da considerarsi la validazione definitiva e inequivocabile della “Tecnica Sociale dell’Informazione“ di Francesco Fattorello, in quanto tutte le azioni di comunicazione messe in campo sono conseguenti allo studio approfondito del “soggetto recettore” attraverso una imponente mole di dati provenienti dai motori di ricerca, dai social media, dai questionari on–line. Tali strumenti  sono stati in grado di profilare, in modo pressoché perfetto, i gusti, le tendenze, il modo di essere, le appartenenze, i desideri e, soprattutto, le aspettative delle diverse persone. Il tutto ha reso possibile formulare messaggi, nella forma più adatta e coerente, tali  da essere accettati e condivisi dal destinatario poiché rientranti nel suo linguaggio e  in sintonia con le aspettative ben presenti nel cittadino- elettore.

Stiamo assistendo, quindi, ad una vera e propria rivoluzione e cambio di paradigma rispetto alle convinzioni del passato riguardo i meccanismi che regolano la comunicazione sociale; Francesco Fattorello lo aveva capito già tanto tempo fa’ ma solo adesso, grazie ai nuovi strumenti di interpolazione dei dati e di profilazione degli utenti di rete Web, possiamo affermare che la sua Teoria era ed è tutt’ora riferimento obbligato  per tutti coloro che debbono pensare ed attivare strategie di comunicazione a qualsiasi livello e per i più diversi contenuti.

di Marco Cuppoletti

Ordinario dell’Istituto di comunicazione Francesco Fattorello

Giovani, Media, Società: Come saremo domani

Convegno Nazionale ANS

Giovani, Media, Società: Come saremo domani

 

Roma, 15 giugno 2010

Via Salaria 113, facoltà di Scienze della comunicazione “Aula Wolf”

 

ANS Associazione Nazionale Sociologi

In collaborazione con

Facoltà di Scienze della Comunicazione – Università “La Sapienza” di Roma

Dipartimento Lazio ANS Associazione Nazionale Sociologi

Cooperativa sociale “Maggio ‘82”

Programma
Intervento convegno ANS 15 giugno 2010

Dott. Marco Cuppoletti

Voglio iniziare il mio intervento cercando di rispettare il tema proposto in questo convegno : ” Giovani, Media, Società: Come saremo domani”, sapendo bene però che in questo titolo è racchiuso un mondo in continua evoluzione, una costellazione di discorsi, dibattiti, riflessioni, ricerche sociali, che a tutt’oggi non sono giunti ad un paradigma precisamente definito e mai, probabilmente, ci giungeranno.

Per introdurre meglio il mio ragionamento, vi leggo un breve scritto, riguardo al mondo ed alla condizione giovanile, che ci perviene da un autore molto noto.

Leggo testualmente:

“Oggigiorno, i nostri giovani amano il lusso, hanno un pessimo atteggiamento e disprezzano l’autorità: dimostrano poco rispetto per i loro superiori e preferiscono la conversazione insulsa all’impegno: I ragazzi sono ormai i despoti e noi i servi della casa; non si alzano più quando qualcuno entra; non rispettano i genitori, conversano tra di loro quando sono in compagnia di adulti, divorano il cibo e tirannizzano i propri insegnanti”.

Ebbene, queste affermazioni, che potrebbero essere davvero attuali, risalgono a “SOCRATE” – IV secolo – A.C.

Ho voluto leggere questo breve passaggio, per convenire con voi che considerazioni analoghe a quelle fatte da Socrate, oggi si possono ascoltare comunemente dimostrando che esse non sono frutto esclusivo della nostra epoca ma che al contrario si sono ripetute nel corso dei secoli.

Tuttavia, non possiamo disconoscerlo, la storia dell’umanità ha potuto contare sempre sui giovani per progredire, sulle loro energie ideative e sulla loro costante azione innovatrice della società.

Gli illustri scienziati, artisti, letterati, statisti di tutte le epoche che l’umanità ha avuto la fortuna di conoscere, debbono pur essere stati anche loro parte di quella gioventù che le generazioni più “mature” non esistano a “bollare” come a suo tempo ha fatto il grande filosofo greco.

Se conveniamo allora che esiste un “conflitto generazionale” più o meno accentuato o perlomeno una percezione falsata del mondo giovanile che si ripropone ciclicamente con affermazioni generiche ed opinioni preconcette, allora possiamo anche affermare che esse sono, evidentemente, un luogo comune, un modo superficiale per liquidare l’argomento.

Per dibattere sul tema della condizione giovanile, di come i giovani si rapportano con i media e verso quale società stiamo andando, gli studiosi della materia sociale e noi sociologi in particolare, non possiamo esimerci dal fare riferimento a studi analitici e dati statistici di oggettiva interpretazione.

Dico questo perché, nonostante io sia uno strenuo sostenitore della soggettività e della libertà di opinare, secondo gli insegnamenti del Prof. Giuseppe Ragnetti, Direttore dell’Istituto Francesco Fattorello di Roma, con il quale ho l’onore di collaborare, quando siamo chiamati professionalmente a studiare e definire i comportamenti di una categoria sociale, come quella dei giovani e del loro rapporto con i Media, ad esempio, non possiamo non ricorrere agli strumenti che ci mette a disposizione la ricerca sociale anche se, come premesso, le variabili in campo e le modificazioni dei modelli di riferimento che intervengono continuamente non consentono univoche e durature determinazioni del fenomeno.

Lo sforzo in ogni caso deve essere quello che ci propone Emile Durkeim quando dice: “Studia i fatti sociali come cose!” riferendosi al fatto che se la sociologia deve considerarsi una disciplina scientifica allora deve studiare i fatti sociali con gli stessi metodi con cui si studiano i fenomeni scientifici.

Eppure assistiamo spesso, purtroppo, sui temi di natura sociale, a dibattiti televisivi e radiofonici con panel di partecipanti quasi mai qualificati che esprimono quelle che sono però posizioni e apprezzamenti personali.

Anche la stampa è su questa linea, infatti è facile leggere articoli dove chi scrive rappresenta una sua idea, una sua opinione, seppur rispettabile ma che raramente trae spunto da dati oggettivi.

Rispetto a questo, va detto, i Sociologi dovrebbero impegnare molta energia ed imporsi per recuperare autorevolezza e centralità nel dibattito sociale.

Tornando ai giovani e al loro rapporto attuale con i media, potremmo dire semplificando che esso si basa su almeno tre parametri innegabili: la velocità dell’informazione, l’autodeterminazione del palinsesto, l’interattività.

Ricerche condotte da enti di ricerca sociale e da varie università nazionali ed estere (terzo rapporto CENSIS sulla comunicazione in Italia, Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, Mario Morcellini in “capire il legame Giovani e media”-atti del Convegno Internazionale Infanzia e Società Roma novembre 2005), indicano con chiarezza che i giovani hanno oggi un approccio assai diverso dal passato rispetto ai media tradizionali quali la radio, la televisione, la stampa quotidiana, media che stanno progressivamente abbandonando a favore del personal computer.

I dati che emergono dalle ricerche, utili certamente a chi si muove professionalmente ed imprenditorialmente nel settore dei Mass-media e necessari quando si voglia affinare strategie editoriali o di marketing pubblicitario, non debbono trovare impreparato il sociologo che è chiamato per impegno professionale ad interpretare le nuove tendenze sociali per ipotizzare il futuro ed i riflessi che tali trasformazioni provocano sulla società del domani.

Il sistema della comunicazione, al pari di altri sistemi sociali, non è certo estraneo ai processi di innovazione culturale e sociale, anzi, ne è quasi sempre il detonatore.

Del resto Niklas Luhmann ci ricorda che i sistemi sociali esistono e si sviluppano soltanto attraverso la continua comunicazione.

I Giovani, emerge dalle ricerche, stanno passando da una fruizione dei mezzi di comunicazione sociale di tipo “generalista e di flusso” ad un progressivo spostamento verso l’opzione di scelta personalizzata, meglio se supportata dalla possibilità interattiva, per giungere alla costruzione di un “palinsesto personalizzato” attraverso lo schermo del computer, quello che Giuseppe Gnagnarella nel suo ultimo libro” Storia Politica della RAI” definisce come un “nuovo egoismo individuale”.

Se fino a qualche anno fa “i giovani del muretto” facevano comitiva e si incontravano in piazzetta, oggi si frequentano e restano in contatto con i social network.

Certamente la rete è uno strumento comodo, specialmente in quelle realtà di provincia dove incontrarsi fisicamente nella giornata può essere difficile, resta il problema relativo ad un uso”patologicamente esagerato”.

Attraverso la rete si accetta il contatto amicale e sociale ma in modo “asettico e superficiale”, poco coinvolgente.

Come si fa del resto a considerare “amici” nel senso stretto della parola, con tutte le implicazioni che conosciamo bene quando ci riferiamo al sentimento amicale, le centinaia e centinaia di contatti Facebook che molti possono “vantare”?

La tecnologia procede autonomamente proponendo nuove abitudini d’uso e consumo e se fino a qualche anno fa i giovani giocavano con il “meccano”, con le “costruzioni Lego” ed al “piccolo chimico”, oggi giocano al “piccolo editore” , si cimentano con la produzione di filmati da inserire su YouTube o scrivendo sul loro Blog personale, magari uno dei sei miliardi di blogs attivi in rete, dove nessuno con tutta probabilità andrà mai a leggere e commentare nulla.

Ciò però avviene non senza contraddizioni: da una parte i giovani affermano di non essere interessati ai programmi televisivi con particolare riferimento ai cosiddetti programmi trash, mentre contemporaneamente anelano ad essere visibili in rete per “esistere” e non hanno remore pur di conquistare la loro “audience” nel proporre i video shock di corse dissennate di moto contromano o le immagini riprese con il telefonino delle percosse al compagno down.

Una ulteriore contraddizione è quella relativa alla richiesta di gratuità dei contenuti presenti in rete.

Se da una parte i giovani rivendicano la libertà democratica di scaricare musica e filmati senza oneri economici e di fare download free di software e documenti, dall’altra sono essi stessi a subire una progressiva desertificazione della produzione culturale che non trova al momento ancora adeguate garanzie di tutela del frutto dell’ingegno e della creatività e quindi nessun interesse di sostanza da parte, ad esempio, di autori e musicisti.

Il rischio è quindi, quello di disporre comodamente dei tanti contenuti esistenti in rete ma di non goderne di nuovi. I giovani navigano e rimestano tra le retrospettive, ripropongono il passato ma non aggiungono novità a quanto già disponibile.

Il rapporto tra i giovani e i media rischia quindi di essere in chiave culturalmente involutiva e non evolutiva come dovrebbe essere.

Il passato è tradizionalmente un bene rifugio, di per sé più rassicurante, rispetto allo scegliere di affrontare progetti per il futuro, così ambiguo ed imperscrutabile, specialmente in un periodo di crisi economico e sociale come quello che stiamo attraversando.

In realtà c’è bisogno di una nuova progettualità sociale per riportare i giovani ad avere un sogno, uno scopo, una passione, anche se non è certo facile convincerli che sia in generale più opportuno studiare ed impegnarsi in un onesto lavoro piuttosto che inseguire il successo del “tronista“ o della “Velina”.

Reso noto proprio in questi giorni, il rapporto Istat 2010 fotografa infatti una gioventù apatica, senza passioni, che non studia, non ha lavoro e nemmeno lo cerca. Ritorna prepotente l’appellativo “Bamboccione” per quelli che, intervistati affermano di non avere tra le loro priorità lo svincolo dalla famiglia di origine.

Questa realtà appare discordante da quanto invece si rileva riguardo la tendenza nell’uso dei media che indicherebbe al contrario nei giovani la voglia di indipendenza e autonomia di scelta.

Viene da pensare allora che non si tratti di una libera scelta, bensì di isolamento e di apatia nei confronti delle naturali sfide alle quali i giovani debbono tendere.

Loro malgrado i giovani gettano la spugna prima di iniziare il combattimento sapendo che le regole del gioco o non ci sono o sono truccate.

Credo che, in ogni caso, fatti salvi i dati statistici a cui fare doveroso riferimento, sia però necessario non generalizzare il rapporto tra i giovani e media e ancor più il riflesso che queste abitudini possano avere sulla società futura.

I giovani d’oggi sono né più e né meno i giovani di sempre, spetta alla società civile ed alla politica gettare le basi per investire su di loro.

Rispondo quindi alla domanda “come saremo domani” con “dipende da quel che vogliamo fare per il domani”.

Deve essere chiaro infatti che è responsabilità precisa di ogni singolo cittadino, ognuno per le proprie rispettive competenze supportare adeguatamente fattivamente o almeno moralmente le giovani generazioni a fare il salto, a spendersi nella competizione del futuro.

Anche noi sociologi del resto non siamo esclusi da questo processo, in quanto dobbiamo rilanciare autorevolmente la proposta di un progetto di società che, attraverso scelte decise, coraggiose, ed ormai irrinunciabili, diano il senso di un ritrovato patto etico e valoriale in un sistema di regole condivise cui fare riferimento.

Allora bisogna essere portatori di una proposta concreta: va chiesto con forza il rilancio del sistema scolastico ed universitario affinché punti alla valorizzazione reale delle competenze e che colga bene i bisogni del mondo del lavoro.

L’università in particolare deve stringere uno stretto rapporto di sinergia con il mercato del lavoro per definire percorsi di Laurea e specializzazione che siano in sintonia con le richieste imprenditoriali conservando evidentemente l’autonomia didattica. Non è possibile assistere ad una Università che va da una parte e le richieste di professionalità dall’altra se vogliamo dare una risposta concreta ai giovani in termini occupazionali.

Nel contempo il mondo del lavoro deve essere rispettoso delle potenzialità, delle competenze e delle qualità della persona affinché chi merita sia valorizzato a vantaggio della collettività.

Per concludere dico che è giunto il momento di abbandonare, o perlomeno attenuare di molto il dibattito intorno all’influenza dei media sui giovani, relegando definitivamente al passato il concetto di “televisione cattiva maestra” di Pasoliniana e Popperiana memoria per superare un periodo che ha attribuito, per nostra stessa colpa a questo “caleidoscopio di colori” fin troppa importanza.

Forse dovremmo sforzarci di ascoltare di più e meglio i segnali che ci giungono dai giovani, i quali hanno molto da dire e lo lasciano intendere in molti modi anche attraverso la loro musica, come il Rap, ad esempio che non ha melodia ma soltanto una esasperata enfasi del testo, una disperata voglia di farsi ascoltare.

In fondo per capire i giovani basterà pensare come i giovani.

Roma 15 giugno 2010

Marco Cuppoletti

Ingegno senza frontiere

Diffondo anche tra voi un seminario organizzato dall’ Associazione “Ingegneria Senza Frontiere” su un progetto di cooperazione internazionale che stanno portando avanti, il cui titolo vi farà sicuramente venire in mente come fare del bene nel sociale !

Magari a qualcuno potrebbe interessare !!!

Un caro saluto, Nicoletta
Contatti

Per informazioni: info@isf-roma.org

Per seguire le attività iscriviti alla mailing-list di ISF-Roma.

Cara Nicoletta,
come sai,(ho assillato anche te durante i nostri incontri al fattorello), io sono un grandissimo appassionato della Radio.
Recentemente mi sono interessato abbastanza al fenomeno delle radio rurali in occasione di una piccolo aiuto che ho dato ad una studentessa di Urbino che ha impostato la sua tesi di laurea proprio sulle radio rurali.

Se lo ritieni interessante posso adoperarmi in un tentativo affinchè tale vostra iniziativa possa essere sponsorizzata anche dal segretariato sociale della RAI ottenendone quindi rilevanza mediatica e coinvolgendo anche il gruppo dei radioamatori del Cral aziendale del quale faccio parte per verificare la possibilità di ottenere dall’azienda per questo progetto, apparecchiature di trasmissione dismesse dal servizio ma ancora validamente funzionanti.

Che ne pensi?

Un caro saluto a tutti i Fattorelliani..

Dr. Marco Cuppoletti

Quando la passione incontra la cultura

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”

SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

SCUOLA SUPERIORE – ROMA

“Quando la passione incontra la cultura”

A cura del Dott. MARCO CUPPOLETTI

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segue articolo

“QUANDO LA PASSIONE INCONTRA LA CULTURA”

Incredibile!… è davvero incredibile quello che succede da queste parti!.

Siamo sinceri, ammettiamolo…non sempre è possibile divertirsi ad un appuntamento culturale. Aggiungerei che potrebbe essere fuori luogo.

In fondo, lo sappiamo che gli appuntamenti culturali, quelli veri, per essere autorevoli, hanno la necessità di una composta serietà dei relatori intervenuti, meglio se dotati di piglio accigliato e voce monotona, oltre naturalmente ad una silenziosa quanto sonnecchiante platea di uditori.

Comprenderete quindi la mia sorpresa nell’assistere al convegno culturale sulla “Scrittura Creativa” organizzato venerdì 6 novembre alla Dottoressa Lorena Fiorini quando mi sono reso conto che sarebbe stata una serata davvero piacevole.

Lorena Fiorini, quindi, mi ha ingannato, quando mi ha invitato alla presentazione del libro “Il piacere di raccontare”,nato dalla raccolta di sei brevi racconti scritti dai partecipanti al corso di scrittura creativa che Lorena tiene a Roma in via Tommaso Campanella 36 presso la sede della Creative Room e dell’Associazione Culturale Bell’Italia 88.

Mi ha ingannato. Mi aspettavo una sala convegni austera, spoglia, adeguatamente impersonale ed invece mi sono ritrovato in una galleria d’arte, raccolta e confortevole con dei bellissimi dipinti d’arte contemporanea appesi alle pareti a formare calore e macchia di colore.

Poi, come se non bastasse, i due relatori intervenuti al convegno, il Prof. Giuseppe Gnagnarella, Giornalista RAI ed affermato scrittore ed il Prof. Giuseppe Ragnetti, Direttore dell’Istituto Francesco Fattorello, Scuola Superiore di Comunicazione in Roma, non hanno, come mi sarei aspettato, disquisito a turno con dotta impostazione.

Devo dire che, con il loro fare ”guascone”, hanno ingaggiato una vera e propria “colluttazione dialettica” , hanno parlato con grande calore e trasporto emotivo di cosa emerge dall’interiorità e dal profondo che ci spinge a scrivere, di come ci dobbiamo mettere in gioco quando decidiamo di scrivere un racconto che coinvolge ed implica i nostri sentimenti, di quale deve essere lo stile di scrittura per farsi leggere dal pubblico più ampio possibile.

Insomma, invece della classica oretta noiosa da strappare ad un pomeriggio di venerdì, mi sono ritrovato in una bolgia coinvolgente nella quale i relatori interloquivano con i presenti in sala, stimolando gli interventi con domande sulla scrittura e sulla comunicazione: in pratica un salotto culturale!

Bella la serata quindi e bella l’iniziativa “Scrivilatuastoria” di Lorena Fiorini, che attraverso gli insegnamenti del suo corso di scrittura creativa, darà modo ad altri neo autori di esprimere i sentimenti, i ricordi, le storie personali descritte nei racconti che verranno alla luce. Un processo che genera benessere ed equilibrio in chi scrive e in chi legge..

Grazie Lorena, al prossimo appuntamento.

Marco Cuppoletti

Il Fattorello al Cinema Metropolitan: Videocracy

Videocracy – Basta apparire (Videocracy)

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Sceneggiatura: Erik Gandini
Montaggio: Johan Söderberg
Produzione: una produzione Atmo AB in coproduzione con Zentropa Entertainment7
Distribuzione: Fandango
Paese: Svezia 2009
Uscita Cinema: 04/09/2009
Genere: Documentario
Durata: 85 Min
Formato: Colore Formato di ripresa – S16mm, HDV – Formato di proiezione 35mm

 

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”

SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

SCUOLA SUPERIORE – ROMA

16 settembre 2009: Una data da ricordare

A cura del Dott. MARCO CUPPOLETTI

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Roma 18 settembre 2009

La data del 16 settembre 2009 sarà sicuramente ricordata in futuro da chi si interessa di comunicazione per via di un evento a dir poco clamoroso per molti ma prevedibile per noi del Fattorello.

I dati di rilevazione dell’auditel (sistema che rileva il numero dei telespettatori sintonizzati su un dato programma televisivo nell’arco temporale) relativi alla serata televisiva del giorno precedente, hanno sancito con estrema chiarezza che la fiction messa in onda da canale 5 in sovrapposizione oraria al programma “porta a porta” in onda sulla rete ammiraglia della RAI, ha riportato un ascolto nettamente superiore (22,61 di share contro il 13,47) rispetto alla sua concorrente, nonostante la presenza, nel programma del servizio pubblico radiotelevisivo, del presidente del consiglio Silvio Berlusconi per un evento importante come la consegna delle prime case ai terremotati abruzzesi dopo il recente sisma.

Il dato è maggiormente significativo anche perché la RAI, attraverso una articolata variazione di palinsesto aveva evitato di trasmettere in contemporanea altri programmi di un certo interesse come ad esempio “Ballarò” su RAI 3 lasciando alla trasmissione sulla rete 1 il massimo della possibilità di attrarre audience.

Le valutazioni che si possono trarre  da quanto accaduto sono evidenti:

La televisione si riconferma prepotentemente per quello che è in realtà e che in fondo sempre stata sin dalla sua invenzione, un mezzo cioè dedicato prevalentemente all’intrattenimento.

Un programma di approfondimento informativo come “Porta a Porta” ha un suo pubblico ben connotato che segue la trasmissione sia che vada in prima o in seconda serata ( i soliti 4 milioni circa di spettatori), mentre il grosso dell’audience che assiste ai programmi di prima serata preferisce di gran lunga vedere qualcosa di evasivo; un film oppure appunto una fiction come quella mandata in onda da canale 5. Quindi è stato commesso un grossolano errore di programmazione.

E’ la prova inconfutabile che lo spettatore segue unicamente i suoi gusti e non si lascia certo condizionare nelle sue scelte.

Di fronte a questo risultato crollano miseramente tutte le teorie sulla persuasione occulta del mezzo televisivo e sul suo potere di condizionare la volontà dello spettatore.

La speranza è che nel prossimo futuro, quanto oggi appreso, semmai ci fosse stata la necessità di una ulteriore conferma, possa servire a riflettere meglio su quanto davvero la televisione sia lo strumento adatto per ottenere una efficace propaganda politica.

Molto interessante e degno di essere gelosamente conservato a questo proposito risulta il qui riportato articolo del 17 settembre 2009 del quotidiano “il Riformista” a firma del Direttore Antonio Polito, articolo che definirei formulato senza dubbio  in chiave “Fattorelliana”.

il  Questionario del Fattorello ————> Questionario Videocracy

L’ Articolo del giornale Riformista ——>La pernacchi tv al conflitto d’interessi

La necessità di riformare la radio del servizio pubblico

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”

SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

SCUOLA SUPERIORE – ROMA

LA NECESSITA’ DI RIFORMARE LA RADIO DEL SERVIZIO PUBBLICO

A cura del Dott. MARCO CUPPOLETTI

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UNA PROPOSTA PER IL RILANCIO DI RADIORAI 2
Il mezzo radiofonico del servizio pubblico versa oggi in una grave crisi d’ascolto nonostante il mezzo radiofonico dimostri di essere in Italia in ottima salute.

“La radiofonia della RAI, è più che mai un pezzo di antiquariato, senza nulla togliere alla sua natura storica e pedagogica, anzi è il caso di dire di “antiquaradio” nel panorama delle emittenti radiofoniche nazionali ma che potrebbe rifarsi il look anche grazie alle competenze interne di altà professionalità e con supporti qualificati esterni.

Ciò che è successo è che RADIORAI si è progressivamente allontanata dai linguaggi e dai gusti d’ascolto preferiti dagli ascoltatori radiofonici a causa di una programmazione, seppur dai tratti culturalmente ricercati, se non a volte troppo sofisticati, che però non ha evidentemente tenuto in debito conto le reali preferenze dei soggetti recettori”.

Da questa considerazione nasce una proposta per il rilancio della radiofonia RAI che deve puntare a connotare i tre canali radiofonici sui vari “pubblici” che formano l’audience della radio.

Radio Uno dovrebbe adottare una programmazione dinamica modello All News, orientata all’ascoltatore che vuole essere informato costantemente ed interessato agli spazi d’approfondimento scientifico, culturale,economico e politico.

RadioDue è il canale che deve cambiare totalmente pelle per intercettare il pubblico giovane, la generazione iPod attraverso una programmazione che sfrutti appieno l’interattività con l’ascoltatore e la cross-medialità principalmente con Internet.

Una programmazione di facile ascolto, che dia spazio adeguato al tappeto musicale, modulato a seconda della fascia oraria sui vari generi ed intercalato dal commento parlato semplice, diretto e non invadente.

RadioTre dovrebbe connotarsi, nella fascia mattutina e giornaliera, come il canale d’attitudine spiccatamente regionale, che colga il bisogno manifesto di localismo identitario e che possa valorizzare, raccontandolo, il territorio, i prodotti, il mondo del lavoro e della società locale.

Nelle ore pre-serali e serali, Radio Tre può dare spazio, come tradizione, alle istanze di ascolto più squisitamente culturali attraverso la programmazione di musica classica, jazz, approfondimenti letterari ed artistici.

Questa naturalmente è solo un’ipotesi di lavoro utile al dibattito intorno alla Radio del servizio pubblico, l’importante è che l’azienda di stato avvii rapidamente un serio sondaggio, un servizio opinioni, che attraverso gli strumenti della metodologia della ricerca sociale sia quantitativa che qualitativa tracci realmente le aspettative del radioascoltatore, insomma una Radio indirizzata più dai sociologi e meno dagli intellettuali autoreferenziali o peggio, dagli esperti di Marketing”.

UNA FLEBILE LUCE ROSSASTRA

La giornata oramai volgeva rapidamente al termine. Ancora qualche altro minuto e Marcello in quella soffitta polverosa e senza finestre non ci avrebbe più visto. Nelle ore precedenti aveva lavorato sodo a buttar via le scartoffie ed il ciarpame accumulato negli anni ma adesso che la casa era stata venduta doveva svuotarla in fretta e consegnare le chiavi all’agenzia lasciandola libera da “persone e cose”.

Ormai però il più era fatto, notò con soddisfazione che rimanevano ancora poche cose da buttare; un paio di scatole di vecchi libri, uno scaldino da letto, di quelli da metterci la brace ardente nelle giornate di freddo cane, appartenuto ai nonni paterni e la vecchia radio a valvole rotta da sempre.

Non si accorse subito della flebile luce rossastra ma quando fu distratto dal crescente crepitio proveniente dall’altoparlante, si girò di scatto verso l’apparecchio radio notando con estremo stupore la scala parlante illuminata. Senza rendersi precisamente conto di quanto stava facendo, prese a girare la manopola della sintonia osservando con occhi rapiti da quello strano evento l’aghetto bianco dell’indicatore muoversi lentamente.

Dapprima suoni lontani, confusi ed evanescenti, voci ondivaghe ed incomprensibili, fatte di lingue esotiche e misteriose portate avanti dalla risacca dell’etere. Poi le voci si fecero più distinte. Centrò meglio una musica conosciuta, ascoltata chissà quando.

La riconobbe quasi subito; era Moonlight Serenade , suonata in diretta dalla Big Band di Glenn Miller, almeno così commentava la voce in inglese, dal Radio City Music Hall di New York.. Sempre in preda allo strano torpore che gli imbambolava la testa, si sorprese a cercare ancora senza uno scopo evidente i suoni e le voci che lo rapivano.

I segnali morse della V di Victory anticiparono di poco l’entrata in onda di Harold Stevens, alias Colonnello Buonasera da Radio Londra. La voce, suadente e confidenziale, affetta da un tipico quanto piacevole accento inglese, prese a spargersi nella soffitta, come volesse avvolgerla con un rassicurante abbraccio, mentre raccontava della guerra che stava davvero volgendo alla fine.

Il tempo sembrava sospeso, annullato dall’ascolto di quei segnali antichi, dimenticati. Come in preda a qualche potente stregoneria, le onde sembravano essere rimaste prigioniere nella soffitta, fluttuanti e rimpallanti nello spazio definito dalle quattro pareti.

Girò con flemma innaturale ancora la manopola, improvvisamente stordito dal boato di folla festante che accompagnava il commento del cronista radiofonico; questi annunciava in diretta e con dovizia di particolari l’esito delle urne e del referendum.

L’Italia aveva scelto e si apprestava ad avere una costituzione repubblicana.

Fu lo sbattere della porta d’ingresso e la moglie che lo chiamava con insistenza dal piano inferiore a riportarlo bruscamente nel mondo reale. “Ho quasi finito!, ancora un momento ed arrivo!” disse gridando proprio nel mentre in cui prendeva coscienza, non senza un brivido alla schiena di essere ancora avvinghiato al mobile della vecchia radio inequivocabilmente spenta.

Lo smarrimento durò un solo istante. Poi la razionalità di cui tanto si vantava prese il sopravvento e decise senza indugi che a volte la stanchezza tira davvero brutti scherzi alla mente umana… e che può capitare di sognare ad occhi aperti… e che magari pure a causa della poca aria presente nella soffitta… e che forse la scarsa ossigenazione del sangue che affluisce al cervello…

Per sicurezza, quasi a voler trovare conferme alle sue sicurezze razionali, controllò ben bene il retro dell’apparecchio, verificò con una certa soddisfazione che il filo della corrente elettrica, quello che serviva per alimentare la radio era tranciato di netto ed era sprovvisto di spina.

Ovvio! Regolare! E poi in fondo in soffitta non esisteva nessuna presa elettrica!
Sfoggiò mentalmente una sua preziosa risorsa, il suo grande senso dell’ironia; si disse a voce alta “quando si dice la magia della Radio!”. Tutto a posto. Il tutto combaciava e rientrava in un quadro di normalità e di rassicurante razionalità.

Si decise quindi a portar giù proprio quel mobile. Mentre lo afferrava sul fronte e sul retro per sollevarlo, percepì sulle dita, con disappunto, il lieve tepore delle valvole appena spente.

Dalla televisione tematica alla televisione dei pubblici

DALLA TELEVISIONE TEMATICA ALLE TELEVISIONI DEI PUBBLICI

Dott. Marco Cuppoletti

Roma 13 giugno 2009

La Televisione Digitale Terrestre è ormai una realtà concreta.

Tuttavia, il dibattito tra gli addetti ai lavori è più che mai aperto su quali siano gli effettivi punti di forza e quali di debolezza di questa indubbia rivoluzione tecnologica.

Con il delinearsi della possibilità di moltiplicare in modo considerevole i canali televisivi, prima vincolati nel sistema analogico dalle scarse disponibilità delle frequenze di trasmissione, nel tempo sono state formulate svariate ipotesi sui possibili contenuti editoriali e sulle modalità di fruizione degli stessi, che tenessero conto delle possibilità tecniche proprie del sistema digitale terrestre.

Una delle migliori qualità del sistema digitale terrestre, almeno in un primo tempo, sembrava essere la cosiddetta interattività, ossia la possibilità da parte dello spettatore-utente, di interagire con la stazione televisiva emittente, per inoltrare tutta una serie di informazioni di ritorno.

Attorno a questa possibilità si erano addensati gli interessi delle pubbliche amministrazioni, locali e centrali, che intravedevano un sistema efficiente per offrire ai cittadini servizi in modalità remota.

Oggi questa ipotesi ci sembra essere decisamente ridimensionate se non addirittura superata in quanto Internet è in grado di sopperire totalmente e meglio a questa necessità istituzionale.

La discussione sul tema Digitale Terrestre si concentra quindi sulle scelte di natura editoriale che delineeranno i programmi televisivi del futuro.

Seppur venga naturale immaginare un’ attitudine del sistema digitale terrestre verso la tematicità del prodotto editoriale, già peraltro sperimentata e applicata dalla piattaforma satellitare SKY attraverso programmi ideati e confezionati per una platea di telespettatori accomunata dagli stessi interessi e passioni ( Marco polo; il Gambero Rosso; Nuvolari; Sailing channel, solo per citarne alcuni), vorremmo tentare di formulare altre ipotesi percorribili.

E’ da considerare infatti, che i canali tematici presenti sulla piattaforma SKY sono seguiti da un numero esiguo di spettatori ( mediamente 7-8 mila nella giornata ) e che quindi il loro costo di produzione non sarebbe giustificato dall’esiguità della platea se non fossero utili a completare il Bouquet di offerta della piattaforma satellitare.

Per fare un esempio floreale abbastanza indicativo, se nel Bouquet di SKY, le partite di calcio sono le “roselline centrali”, quelli per cui si è disponibili a pagare caro, i canali tematici sono la “nebbiolina” a contorno e nessuno sarebbe disponibile a pagare solo per loro.

L’ipotesi che si vuole proporre è quella di considerare l’opportunità di moltiplicazione dei canali televisivi, offerta dal sistema digitale terrestre, non come un’opportunità “tematica”, bensì come un’opportunità per raggiungere i “Pubblici” superando la logica della televisione generalista.

Varie ricerche sociologiche condotte sull’argomento, evidenziano come la televisione generalista di stampo classico, sia seguita da un pubblico attestato nella fascia di età che va dai 40 anni in su, mentre nettamente meno fidelizzati al mezzo televisivo sono gli adolescenti e i giovani in generale che preferiscono rivolgersi ad altre forme di comunicazione mediale.

E’ ipotizzabile quindi che in via tendenziale, la televisione generalista subisca una progressiva erosione degli ascolti non riuscendo più a soddisfare i gusti e le preferenze di una sempre più larga parte di pubblico, che non trova in essa i linguaggi e le tendenze proprie delle nuove generazioni.

Si rende opportuno allora creare canali televisivi che offrano linguaggi e le modalità di racconto differenziate per fasce di età, andando ad individuare i vari “pubblici” che compongono la potenziale platea televisiva, piuttosto che tematiche trasversali e conservando per ciascuno di essi la logica della televisione di flusso.

In linea con quanto detto, risulta essere la programmazione di RAI 4, un canale televisivo in onda sul digitale terrestre che sta riscuotendo grande successo tra il pubblico dei giovani.

Di pari passo con lo sviluppo del digitale terrestre è auspicabile quindi che le emittenti televisive, nazionali e locali, investano realmente in ricerche sociologiche metodologicamente qualificate, attraverso la ri-costituzione di uffici studi e servizi opinioni, necessari a studiare i gradimenti dei “pubblici” e dei correlati concetti di “qualità dei programmi”.

Soltanto così, a nostro parere, si potrà dare senso ad una opportunità tecnologica come il digitale terrestre, che potrà leggersi anche come opportunità di rivolgersi a pubblici di riferimento più circoscritto e sensibili ad un comune linguaggio, con i quali avviare il delicato percorso di riqualificazione del prodotto televisivo di cui tanto si sente parlare e spesso a sproposito.

Nel contempo è intuibile che delineando meglio i “pubblici” a differenza della logica generalista, si potrà costituire una reale opportunità commerciale dal punto di vista delle inserzioni pubblicitarie, non certo dal punto di vista del costo contatto, che non subirà flessioni rispetto al presente ma certamente rispetto alla possibilità di confezionare messaggi pubblicitari tarati sui possibili bisogni del pubblico di riferimento.

Un digitale terrestre inteso quindi come una nuova sfida della televisione, dove tra i vari competitors prevarrà evidentemente la miglior capacità di studiare a fondo i soggetti recettori per interpretarne gusti e gradimenti, fidelizzando così chi oggi migra verso mezzi di comunicazione sociale diversi dalla TV.

Dott. Marco Cuppoletti

La pubblicazione dei prodotti intangibili

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”

SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

SCUOLA SUPERIORE – ROMA

“LA PUBBLICIZZAZIONE DEI PRODOTTI INTANGIBILI”

ESITI DELLA RICERCA METODOLOGICA
A cura del Dott. MARCO CUPPOLETTI

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Oggetto della ricerca :

La ricerca proposta intende analizzare e verificare, con i tradizionali strumenti della metodologia sociologica, quale sia il grado di apprezzamento di un nuovo mezzo di comunicazione sociale come Internet, nel caso in cui si voglia ottenere una adesione di opinione di un soggetto recettore, potenzialmente interessato all’acquisto di un prodotto “intangibile” quale, come nel nostro caso, la partecipazione ad un corso di formazione sulla comunicazione.

La tesi che si vuole sostenere è che tale mezzo di comunicazione sia largamente inefficace per il fine in questione, mentre altri canali più socialmente circoscritti ma più fidelizzanti siano decisamente più utili.

Il fenomeno Internet, ormai conclamato universalmente, si sta affermando prepotentemente come lo strumento più utilizzato quando ci si trovi nella necessità di trarre informazioni sugli argomenti più disparati, almeno in una prima fase di superficiale acquisizione, oppure quando si vogliano reperire informazioni di natura commerciale, tanto che è diventato un imperativo categorico per enti, società oltre alle innumerevoli persone fisiche, dotarsi di un opportuno Blob o sito istituzionale in rete.

Internet genera nuove tendenze ed abbatte le vecchie abitudini, anche le più radicate.

In un primo momento, molti analisti del fenomeno Internet hanno giudicato difficile un attecchimento abitudinario delle modalità di fruizione di servizi on–line in Italia a causa della spiccata propensione, dovuto ad un atteggiamento culturale tipico del nostro paese, a non fidarsi di quei processi che escludono un rapporto diretto con il proponente di una transazione commerciale.

Recarsi in un esercizio commerciale per visionare di persona i prodotti, chiedere a voce informazioni inerenti l’acquisto, indossare un capo di abbigliamento in prova o manipolare una merce per saggiarne la qualità e la consistenza, sembrava infatti, fossero necessità irrinunciabili.

Oggi va però registrato che i dati statistici relativi alle transazioni di acquisto andate a buon fine su portali specializzati quali ad esempio E-Buy testimoniano che il ricorso all’acquisto on line è in netta ascesa anche tra gli italiani.

Si è portati ad ipotizzare pertanto che tale strumento sia efficace anche relativamente alle campagne di pubblicità che riguardano la proposta di acquisto di beni intangibili, come corsi di formazione professionale o di specializzazione inclusi i corsi scolastici ed universitari.

Come verificheremo nella parte finale, questa ipotesi non e’ suffragata dai risultati di ricerca, mentre sarà confermata la tesi per la quale la pubblicità di beni intangibili si deve avvalere di altri percorsi informativi.

Non spetta certo a questo lavoro trarre conclusioni rispetto alle reali potenzialità di Internet nella fase attuale, oppure rispetto a quanto il fenomeno “rete” permeerà, cambiandole, le radicate abitudini degli utenti internet in un prossimo futuro, bensì ci si vuole concentrare sullo studio di un sondaggio effettuato con la somministrazione di un questionario anonimo ad un “campione di indagine” che si ritiene sia rappresentativo di una categoria predefinita, quella relativa a soggetti di formazione culturale medio alta e di età compresa tra i 18 e i 60 anni.

Modalità del sondaggio:

Il questionario, articolato su tre domande a risposta multipla, per un totale di nove opzioni, come si evince dal prospetto qui di seguito riportato, è stato proposto a 400 soggetti, nella classica forma anonima.

Il campione rappresentativo a cui è stato sottoposto il questionario, che raccoglie in se studenti di scuola media superiore, impiegati di concetto e professionisti, è stato prescelto presupponendo una certa familiarità con il mezzo informatico e con la navigazione in rete.

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ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”

SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

SCUOLA SUPERIORE – ROMA

Questionario informativo:
Da sempre, saper comunicare bene è sinonimo d’affermazione e successo sia in ambito lavorativo e professionale sia nell’ambito della sfera familiare ed amicale.

L’Istituto “Francesco Fattorello” ti propone di rispondere alle domande formulate nel questionario anonimo per valutare il tuo potenziale interesse a partecipare ad un corso di formazione sui temi della comunicazione e per capire meglio attraverso quali canali preferiresti eventualmente approfondire la ricerca di un corso che sia affidabile ed autorevole, nella giungla di proposte poco attendibili quando non decisamente commerciali.

Nel ringraziarti per la gentile collaborazione restiamo a disposizione per qualsiasi chiarimento in merito ai corsi sulla comunicazione realizzati dal nostro Istituto che potrai conoscere nel dettaglio consultando il sito www.istitutofattorello.org
Abilità comunicative:

Hai mai sentito il bisogno di comunicare meglio agli altri il tuo pensiero? si□ no□
Quando ti trovi a parlare in pubblico ti senti a disagio e non riesci ad esprimerti adeguatamente? si□ no□
Hai mai pensato di frequentare un corso di comunicazione ? si□ no□
Se decidessi di partecipare ad un corso di comunicazione:

□ Vorresti che fosse un amico che ha gia esperienza a consigliarti dove e con chi.

□ Faresti una ricerca su Internet per leggere i contenuti dei siti di chi propone corsi.

□ Preferiresti i corsi pubblicizzati da riviste e quotidiani
Giudicheresti più attendibile e fruttuoso un corso:

□ Intensivo del tipo “7 chili in 7 giorni”

□ Tradizionale, un giorno a settimana per alcuni mesi

□ Non hai elementi per decidere quale dei due

 

Risultati del sondaggio:

Le scelte effettuate dalle persone che hanno redatto il questionario hanno generato i seguenti risultati :

Hai mai sentito il bisogno di comunicare meglio agli altri il tuo pensiero? 324 si□76 no □

Quando ti trovi a parlare in pubblico ti senti a disagio e non riesci ad esprimerti adeguatamente? 157 si□243 no□

Hai mai pensato di frequentare un corso di comunicazione ? 123 si□277 no□

□ 322 Vorresti che fosse un amico che ha gia esperienza a consigliarti dove e con chi.

□ 72 Faresti una ricerca su Internet per leggere i contenuti dei siti di chi propone corsi.

□ 6 Preferiresti i corsi pubblicizzati da riviste e quotidiani
□ 12 Intensivo del tipo “7 chili in 7 giorni”

□ 381 Tradizionale, un giorno a settimana per alcuni mesi

□ 7 Non hai elementi per decidere quale dei due
Analisi dei risultati:

L’ analisi dei risultati ottenuti per ciascuna opzione proposta ci autorizza a formulare le seguenti considerazioni:

· La prima opzione mostra con evidenza che esiste una diffusa consapevolezza tra gli intervistati, di dover migliorare le proprie capacità comunicative, che vengono quindi da loro stessi giudicate inadeguate, anche se in realtà si tratta di persone che dovrebbero “esercitare” frequentemente o comunque più di altri articolati processi comunicativi in relazione alla loro professione o impegno scolastico

· La seconda opzione propone un sostanziale bilanciamento tra le risposte date, segno che anche coloro i quali si ritengono adeguati a sostenere il processo comunicativo in pubblico vorrebbero acquisire strumenti per comunicare meglio e di più.

· La terza opzione pone in netta prevalenza le persone che, pur dichiarando precedentemente di sentire il bisogno di comunicare meglio, non hanno mai pensato che gli strumenti di cui hanno bisogno, possono essere reperiti attraverso un naturale processo di formazione. Un ulteriore interessante approfondimento di questo risultato ottenuto, potrebbe consistere nel verificare se nel nostro paese l’offerta di corsi di comunicazione e la loro pubblicità, è adeguata ad una potenziale e latente domanda che sembra emergere da questo sondaggio.

· L’analisi comparata delle opzioni quattro, cinque e sei, tra di loro correlate e relative alle modalità con cui gli intervistati preferiscono attivarsi per partecipare eventualmente ad un corso di comunicazione, mostra con grande chiarezza che questi preferiscono essere “consigliati” da un conoscente di cui evidentemente si ha stima. Come già detto in precedenza, il campione individuato per le sue caratteristiche culturali e professionali, dovrebbe presumibilmente avere una discreta confidenza con il computer e con la rete.

Eppure la ricerca di informazioni on-line per questo specifico segmento di offerta, quello del prodotto intangibile, non sembra essere preferita. Risulta essere assolutamente marginale poi la pubblicità veicolata da riviste e periodici. Di qui la considerazione che un corso di formazione, non può essere trattato, nel pubblicizzarlo, come un prodotto tangibile. Decidere a chi sarà concesso di “potersi avvicinare” per formarci, implica un conseguente abbassamento dei nostri scudi protettivi.

Significa tutto sommato scegliere chi deve interagire con noi anche emotivamente, empaticamente, affinché ci possa trasferire nozioni valide ed attendibili, che contribuiranno a formare il nostro indissolubile bagaglio culturale. Questo processo di scelta non può essere lasciato evidentemente al caso.

· L’analisi comparata delle opzioni sette, otto e nove, tra di loro correlate e relative alle modalità di durata temporale con cui gli intervistati intendono frequentare il nostro ipotetico corso di comunicazione, evidenzia nettamente che gli intervistati optano per un corso di durata adeguata alle aspettative di apprendimento. A parte l’esiguo numero di indecisi, qui viene scartata drasticamente la formula del full-immersion per aderire ad una articolazione di tipo tradizionale. Questo ci porta a considerare il fattore durata del corso, o se si preferisce, la quantità di ore di insegnamento, come l’elemento basilare per considerare implicitamente affidabile ed attendibile o meno, un corso di formazione strutturato come dovrebbe essere un corso di comunicazione.

Considerazioni finali:

Una valutazione complessiva dei risultati del lavoro svolto ci porta a prendere atto che nelle persone intervistate e quindi, atteso che il campione sia effettivamente rappresentativo, anche in senso generalizzato, esiste latente il bisogno di comunicare meglio.

Tuttavia questo bisogno, viene dichiarato in larga parte anche da chi si ritiene già in grado di esprimere un processo comunicativo interpersonale normale e senza particolari ansie.

Ciò autorizza a valutare che anche questi soggetti potrebbero trarre vantaggio da un corso di comunicazione, mettendoli in grado, di dire meglio e di più, come infatti loro stessi ammettono di volere.

Eppure, i due terzi dei soggetti intervistati dichiara di non aver mai pensato di partecipare ad un corso di formazione sul tema della comunicazione, nonostante il latente bisogno percepito.

Una tesi plausibile è che gli intervistati non sono stati mai informati adeguatamente rispetto le iniziative formative presenti nel mercato.

A questo punto il concetto nodale della ricerca appare chiaramente: tre quarti del campione dichiara la preferenza di voler essere informato di come e dove frequentare un corso di comunicazione attraverso un consiglio amicale e giudicato attendibile dall’esistenza di un rapporto di stima tra soggetto promotore e soggetto recettore.

Questo risultato è quindi in controtendenza rispetto a quanto ci si aspetterebbe se si fosse convinti delle potenzialità persuasive dei mezzi di informazione tradizionali o emergenti ( stampa periodica ; internet ) mentre sembra confermare la tesi che quando si tratta di un prodotto di natura intangibile le iniziative pubblicitarie non sortiscano effetti evidenti in quanto si preferisce “prendere informazioni” da fonti giudicate degne di fiducia.

Del resto questo e’ abbastanza plausibile se si considera anche questo caso, la messa in campo dell’ analogo processo di scelta di un professionista ( medico di famiglia, psicologo, avvocato, commercialista, notaio,) al quale vogliamo rivolgerci per ottenere una consulenza ed un servizio alla persona che coinvolge inevitabilmente la sfera dell’intimo personale.

Anche la scelta praticamente unanime dei soggetti intervistati, verso corsi che propongono una durata coscienziosamente articolata su un grande monte ore di lezione, sta ad indicare che quando si parla di situazioni nelle quali si mette in conto di dover partecipare ad un percorso di crescita professionale e culturale, si preferisce una offerta tradizionale e non formule poco sostenibili di apprendimento rapido.

Nel caso quindi si debbano intraprendere azioni di pubblicità per proporre l’acquisto di beni intangibili, si denota dai risultati ottenuti dalla ricerca che è preferibile creare occasioni d’incontri diretti tra docenti e potenziali discenti attraverso work shops e presentazioni illustrative magari a margine di convegni, oppure pubblicizzare i corsi per mezzo di “agenti promotori” che possano ben rappresentare la serietà e l’autorevolezza di una struttura formativa.

I risultati della ricerca proposta, che vuol essere soltanto un modesto contributo al dibattito sul tema, meriterebbero di essere sottoposti a ulteriore verifica, per validare o meno quanto emerso, attraverso un ulteriore grado di approfondimento ed una fase di acquisizione dati, non sostenibile dal singolo ricercatore, poiché operata con più ampi mezzi organizzativi e numeri di soggetti intervistati, per ridurre al minimo possibili imprecisioni statistiche e profilando con l’occasione i soggetti per età, sesso e preparazione culturale, con l’inserimento di ulteriori domande nel questionario informativo.

Roma 16 dicembre 2008

Dott. Marco Cuppoletti

 

Il Prof. Gnagnarella al Fattorello

A cura di Marco Cuppoletti

Venerdì 16 maggio u.s. si è tenuta presso l’Istituto Francesco Fattorello la prevista lezione straordinaria tenuta dal prof. Giuseppe Maria Gnagnarella sul tema “ma chi governa la RAI perde le elezioni?”.

Di fronte ad un’attenta e gremita aula, il prof. Gnagnarella ha illustrato i contenuti del suo ultimo libro “La bella preda” edito da Carabba, con il quale egli afferma provocatoriamente che la RAI quale servizio pubblico radiotelevisivo, seppur espressione, nelle sue posizioni di vertice, dell’esecutivo politico in carica nel periodo precedente alle elezioni politiche, per la sua particolare conformazione aziendale ed articolazione organizzativa, garantisce in ogni caso il pluralismo e l’informazione democratica.

Particolarmente interessante per noi fattorelliani l’affermazione di Gnagnarella in merito al fatto che la sua grande esperienza di giornalista radiotelevisivo gli consente di affermare che in televisione ci si deve andare per comunicare un progetto, con dei contenuti da trasferire, poiché la sola bella presenza, il solo apparire senza essere non serve ad ottenere consensi aldilà di un’effimera notorietà.

Anche il chiarimento richiesto a Gnagnarella sul suo pensiero in merito alla legge cosiddetta “Par Condicio” ha evidenziato la sua convinzione che, come del resto noi affermiamo da tempo, fatto salvo il diritto democratico di tutti i gruppi politici che partecipano alla tornata elettorale di accedere paritariamente al mezzo radiotelevisivo, diversa questione è la reale efficacia della comunicazione.

Non ha nessuna valenza e non offre alcun vantaggio disporre di più tempo di trasmissione dell’altro schieramento quando non si ha nulla da comunicare o quello che si ha da dire si comunica male.

Infine è stato affrontato dal relatore il tema dei programmi televisivi che rispecchiano una società superficiale, edonistica, priva di reali valori e di contro quanto sia difficile inserire in palinsesto percorsi di qualità del prodotto televisivo se non a costo di pagare a caro prezzo i bassi ascolti che registrano le trasmissioni cosiddette impegnate.

Complessivamente la lezione si è protratta senza interruzioni per oltre due ore, con momenti d’acceso dibattito tra il relatore, il prof. Ragnetti o con i partecipanti in aula, segno evidente del grande interesse suscitato da questi argomenti, calzanti appieno con i temi della comunicazione da noi studiati.

Nella speranza di poter nuovamente approfittare della grande capacità divulgativa e dell’esperienza in tema di comunicazione del prof. Gnagnarella, a lui va il nostro sentito ringraziamento per l’attenzione che ha voluto riservare ai corsisti dell’Istituto Francesco Fattorello.

“Un ponte da ricostruire”

Gli ultimi due decenni, sono stati culturalmente e sociologicamente caratterizzati da una scuola di pensiero, da cui mi sento di dissentire fermamente, che ha teso a svilire progressivamente, fino al completo annullamento, i processi di trasferimento generazionale del sapere pratico e dell’esperienza di vita vissuta, non solo in senso professionale, che tradizionalmente ha agito come consolidamento della “conoscenza” nella nostra società sin dai tempi delle corporazioni romane ed ancor prima di queste attraverso ciò che è comunemente individuata come la “cultura orale” di un popolo.

Illustri professori universitari, manager di grandi aziende pubbliche e private, politici affermati, hanno ceduto acriticamente e colpevolmente all’imperativo categorico: le soluzioni ai problemi economici e produttivi del paese sono da ricercarsi nel “nuovo che avanza” mentre gli “altri” sono inevitabilmente da alienarsi in quanto cristallizzati nelle loro convinzioni o peggio, arroccati nella difesa del loro status quo.

Abbiamo assistito quindi, in questo periodo, alla mattanza di grandi professionalità giunte al più alto grado di competenza nei vari settori della cultura, delle arti e dei mestieri, condannandoli anticipatamente all’oblio, proprio nel momento in cui avrebbero potuto trasferire alle nuove leve il massimo dell’esperienza e della conoscenza acquisita.

Non a caso Pierluigi Celli, già Direttore Generale della Rai Radiotelevisione italiana, ha confessato in un suo recente libro di essersi profondamente pentito per aver avviato, nel periodo della sua disastrosa gestione aziendale, circa 2000 dipendenti della Rai verso il prepensionamento senza tener conto minimamente della drammatica perdita di Know how che avrebbe subito in un colpo solo il servizio pubblico radiotelevisivo.

In fondo, per accorgersi del guasto sociale che si andava via via delineando, sarebbe bastata una semplice “analisi longitudinale” dello sviluppo culturale e sociale del nostro popolo, poiché ciò che ancora ci rimane d’invidiato nel mondo, inteso quale frutto delle abilità produttive ed ideative italiane, proviene dal lento processo di sedimentazione della conoscenza operata progressivamente attraverso gli affiancamenti tra il raccoglitore-coltivatore e la sua prole, tra il mastro e l’apprendista nelle botteghe artigiane dell’antica Roma, tra maestro e discepolo nelle officine d’arte del Rinascimento, tra i grandi luminari e i loro discepoli negli studi professionali e nei laboratori ottocenteschi, tra capi officina e gli operai nelle grandi fabbriche della recente industrializzazione.

Il Mentore non esiste più, è obsoleto; al suo posto c’e’ la rete e le sue pronte risposte, adeguate ai tempi e aderenti al progetto di una “società fast”, che non ha tempo per capire e per imparare, un mondo del lavoro dove “l’apprendistato” è solo un modo contrattuale per pagare meno chi in ogni caso non sarà formato.

Ritengo che sia tempo di invertire la marcia, che si debba lavorare tutti per abbattere quel diaframma sociale che oggi pregiudizialmente allontana le generazioni e ricostruire il ponte di collegamento tra chi sa e chi vuole sapere, che si debba intercettare il grande flusso d’energia dei giovani per convogliarlo verso la pazienza, la consapevolezza che tutto e subito illude ma non costruisce.

Roma 22 aprile 2008

dott. Marco Cuppoletti