Una Fattorelliana DOC… L’oratore “parlante”

La dott. ssa Eufrasia D’Amato non ha dimenticato la sua formazione all’ Istituto Fattorello e continua a seguire e ad appassionarsi ai problemi dell’Informazione e della Comunicazione.

Dopo il suo apprezzato contributo sulla Comunicazione politica, è ora la volta del “Parlare in pubblico”, attività questa che rappresenta tuttora uno scoglio difficile da superare per tutti gli oratori.

Ringraziamo la nostra Fattorelliana doc per il suo intervento che pubblichiamo con piacere, dopo aver invitato , ancora una volta, i lettori del nostro blog a tuffarsi senza paura nel fiume delle opinioni:

in altri termini fatevi vivi e… sotto con i commenti !!!

Prof. Giuseppe Ragnetti

 

Come parlare in pubblico e riuscire a … parlare !!!

A cura di Eufrasia D’Amato

Sembra un paradosso ma in realtà è capitato a molti oratori di bloccarsi mentre si accingevano a parlare in pubblico!

Parlare dinnanzi ad una platea sembra facile! In realtà la paura di essere giudicati e la difficoltà concreta, a volte, di tradurre il pensiero in parole, soprattutto dinnanzi a mille occhi che scrutano ogni più recondito particolare, giocano brutti scherzi. Pensiamo di saper parlare perchè sin da piccoli lo abbiamo imparato, ma coinvolgere e trasmettere aduna moltitudine di gente il proprio pensiero non è cosa altrettanto semplice.

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Affrontare la platea è un po’ come essere sull’orlo di un precipizio…meglio non guardare giù; e, invece, non c’è niente di più sbagliato. E’ necessario guardare in giù o meglio guardare gli ascoltatori per poter stabilire con loro un contatto diretto.

Lo scambio di sguardi contribuisce a diminuire il distacco che concretamente c’è tra l’oratore e la platea. E poi, come i bravi oratori sanno: la cosa più importante da fare è adattare il discorso al pubblico. Solo riuscendo a capire l’atmosfera e la tipologia di personaggi che abbiamo davanti possiamo trasferire loro quello che in realtà vogliono sentire. Il passato insegna. La tradizione storico culturale dei grandi oratori romani ci ha tramandato una letterature ricca e appassionata di “ciceroni” che animavano il foro e non solo. Una tradizione che si coniuga perfettamente con l’impostazione fattorelliana; una linea retta tra il prestigioso passato e la tecnica sociale che ormai da settanta anni coniuga lo studio attento del soggetto recettore alla perfetta riuscita del processo comunicativo.

Ebbene.. è ora di cominciare. Le gambe tremano, il cuore palpita e la platea rumoreggia…aspettano tutti noi. Da dove cominciare? Innanzitutto il lavoro di base per un buon oratore è l’organizzazione del discorso che presuppone la conoscenza e la dimestichezza dell’argomento. Va bene essere emozionati ma se non sappiamo neanche di cosa parlare….!!

Organizzare l’argomento della discussione equivale a parlare con chiarezza di non più di due o tre idee chiave, attorno a cui sviluppare l’arringa. Dinamismo e brevità sono le due inseparabili amiche dell’organizzazione.

La cosa più importante, infine: il bluff si scopre subito! Se cerchiamo di imitare o scimmiottare qualcuno veniamo smascherati immediatamente. Essere se stessi, con i propri piccoli difetti, , aiuta a rendere umani anche i più bizzarri tra gli oratori. Per i futuri successi un consiglio che viene da lontano da una autorevolissima fonte: Pericle, una delle più grandi personalità del passato, affermava:”colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare”.

E allora “la domanda sorge spontanea”: perché molti nostri politici non hanno ancora capito l’insegnamento di Pericle, dopo ben duemila e più anni??!! Lo spettacolo che ci propinano dalle varie emittenti radio-televisive è molto spesso improponibile e i risultati ottenuti o, meglio, non ottenuti ne sono la conferma. Ma allora perché continuano a sbagliare?? Perché lo stesso copione , ormai da decenni, viene affidato sempre alle stesse persone che, tra l’altro, non sanno neanche recitare/comunicare? E tali modesti attori perché non capiscono che la forma vale come o più della sostanza? Quando poi il punto M è la TV agli spettatori arriva soprattutto il “come”, anche perché il “che cosa” è sempre lo stesso, da qualunque schieramento provenga: tutti promettono di lavorare per il bene comune.

In altri termini essendo la sostanza sempre la stessa, è la forma che fa la differenza. Il prof . Giuseppe Ragnetti nel suo Corso all’Università di Urbino, lo ha dimostrato con chiarezza, in una memorabile lezione su“la creta e la statua”.

E, soprattutto, perché tali modesti attori non riescono a fare un bagno di umiltà e chiedere aiuto a chi potrebbe aiutarli: non sarebbe male che politici o aspiranti politici in difficoltà dal punto di vista relazionale e comunicativo, frequentassero la Scuola fattorelliana, dove il prof. Ragnetti sarebbe ben lieto di averli in aula. Siamo certi che anche stavolta riuscirebbe a far capire il significato della parola comunicazione !!!

 

 

 

Elezioni Regionali e comunicazione politica

Chi ha visto la Polverini?

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di Eufrasia D’Amato

 

La comunicazione non verbale:

una modalità comunicativa sommersa che emerge oltre la parola.

Da Eufrasia D’Amato, Fattorelliana DOC e appassionata studiosa di comunicazione, riceviamo e pubblichiamo con piacere sul nostro Blog dell’Istituto Fattorello il suo contributo all’esercitazione in corso sulla comunicazione politica.
Lunedì 29 marzo notte: arrivano i primi risultati che confermano (o smentiscono) gli exit-pool e le prime proiezioni.

Tra chi rosica per la mancata vittoria e chi festeggia per il successo ottenuto, quante parole si sono sprecate. Parole, parole, parole….e i gesti? O meglio, tutti i movimenti che il nostro corpo compie volontariamente o inconsapevolmente, che vanno sotto il nome di Comunicazione Non Verbale (CNV), dove li mettiamo? Di sicuro molti nostri politici, che hanno ‘movimentato’ quest’ultima campagna elettorale hanno messo i loro gesti al posto sbagliato!

Come allievi del “Fattorello” e studiosi di comunicazione ci interroghiamo su quanti voti ha saputo portare, per esempio, una mano saldamente ancorata al tavolo, sinonimo di sicurezza ed assertività, e quanti voti, al contrario, non hanno portato le braccia conserte e serrate in petto o il capo inclinato, corrispettivi di chiusura e disagio!

Al di là dell’incantesimo della parola, quello che percepiamo ed osserviamo negli attori della relazione comunicativa è rappresentato dai movimenti, dalla fisionomia, dal cambiamento di espressione. Siamo, dunque, prima visti che sentiti. Il linguaggio dei gesti è un modo naturale di ‘parlare’, perché il linguaggio stesso nasce dal gesto, da ogni nostro comportamento, anche apparentemente non-comportamento, che è uno straordinario veicolo di comunicazione.

Il nostro corpo, pertanto, è uno strumento di comunicazione: ci dice come siamo e come sono gli altri. Alcuni tra i più banali gesti come per esempio grattarsi il naso, tenere il capo inclinato leggermente, cambiare continuamente posizione del corpo,tenere le braccia incrociate verso il petto ecc, possono essere apparentemente determinati da sensazioni di fastidio, prurito ma, molto spesso, lo stimolo, che è alla base di queste reazioni del corpo, non è solo di carattere fisiologico.

Lo stimolo può trovarsi, infatti, in un’azione o in una parola del nostro interlocutore, nella sua stessa presenza o nel fatto di vedere o sentire una cosa inattesa, che possono provocare in noi sensazioni inconsce di disagio. Ma anche la scarsa fiducia in noi stessi, il fatto di non credere per primi a quello che diciamo, sottende ad atteggiamenti e posture che indicano chiusura, scarsa autostima, imbarazzo e disagio. Conoscere e sapere interpretare il linguaggio del corpo è molto utile a tutti (soprattutto ai politici!) poiché consente di migliorare il nostro rapporto con gli altri e, nel contempo, di accrescere la conoscenza di noi stessi.

Bocca, naso, occhi, piedi, gambe, braccia….è divertente sezionare il nostro corpo in nome della scienza, o meglio, della comunicazione.

Dimmi come ti muovi e ti dirò chi sei; giocherellare con le mani, nasconderle in tasca, dietro la schiena, passarsi la mano sul collo: sono un modo per mascherare una situazione di disagio, di insicurezza e di nervosismo. Braccia aperte, inclinazione del corpo in avanti e busto eretto manifestano, al contrario, apertura ed interesse nei confronti del recettore. Così come ridere in modo stridulo, sedersi ed ancorare i piedi alla sedia, giocherellare con capelli, barba, collane e cravatte, all’occhio attento del nostro interlocutore, non ci consentono di essere credibili e padroni di noi stessi.

Tutti questi gesti li compiamo in modo inconsapevole proprio perché, il vero linguaggio che ci caratterizza e ci fa entrare in relazione con il mondo, è quello non verbale per il semplice fatto che i gesti non cadono sotto la censura della mente e rilevano il nostro vero stato d’animo. Osservare per credere! Non dobbiamo, allora, pensare che mente e corpo sono oggetti disgiunti. Noi osserviamo e veniamo osservati; questa è una maniera eccellente di capire, di percepire, di comunicare.

Il grande regista ed attore italiano, Vittorio De Sica, lo aveva già capito; se gli occhi sono lo specchio dell’anima lo sguardo è una delle componenti fondamentali della comunicazione non verbale, ricordate: “…la fissità nello sguardo è tipica dell’ottuso”.

Eufrasia D’Amato

 

L’oratore “parlante”…

Come parlare in pubblico e riuscire a … parlare!!!

di EUFRASIA D’AMATO

Sembra un paradosso, ma in realtà è capitato a molti oratori di bloccarsi mentre si accingevano a parlare in pubblico! Parlare dinnanzi ad una platea sembra facile! In realtà la paura di essere giudicati e la difficoltà concreta, a volte, di tradurre il pensiero in parole, soprattutto dinnanzi a mille occhi che scrutano ogni più recondito particolare, giocano brutti scherzi.accorsi bn

Sappiamo parlare perchè sin da piccoli lo abbiamo imparato, ma coinvolgere e trasmettere ad una moltitudine di persone il proprio pensiero non è cosa altrettanto semplice. Affrontare la platea è un po’ come essere sull’orlo di un precipizio…meglio non guardare giù; e, invece, non c’è niente di più sbagliato.

Affrontare la platea è un po’ come essere sull’orlo di un precipizio

E’ necessario guardare giù o meglio guardare gli ascoltatori per poter stabilire con loro un contatto diretto. Lo scambio di sguardi contribuisce a diminuire il distacco che concretamente c’è tra l’oratore e la platea. I bravi oratori lo sanno: la cosa più importante da fare è adattare il discorso al pubblico.

Solo riuscendo a capire l’atmosfera e la tipologia di personaggi che abbiamo davanti possiamo trasferire contenuti e modalità comunicative in sintonia con le loro aspettative. Il passato insegna. La tradizione storico culturale dei grandi oratori romani ci ha tramandato una letteratura ricca e appassionata di “ciceroni” che animavano il Foro e non solo.

Una tradizione che si coniuga perfettamente con l’impostazione fattorelliana; una linea retta tra il prestigioso passato e la Tecnica Sociale che da sessanta anni coniuga lo studio attento del soggetto recettore alla perfetta riuscita del processo comunicativo. Ebbene…è giunta l’ora! Le gambe tremano, il cuore palpita e la platea rumoreggia…aspettano tutti noi.

E’ necessario guardare giù o meglio guardare gli ascoltatori per poter stabilire con loro un contatto diretto

oratore bnDa dove cominciare? Innanzitutto il lavoro imprescindibile per un buon oratore è l’organizzazione del discorso che presuppone la conoscenza e la dimestichezza dell’argomento. Va bene essere emozionati ma se non sappiamo neanche di cosa parlare…

Organizzare l’argomento dell’esposizione equivale a parlare con chiarezza di non più di due o tre idee chiave, attorno a cui sviluppare l’arringa. Dinamismo e brevità sono le due inseparabili amiche dell’organizzazione del discorso.

Il bluff si scopre subito! Se cerchiamo di imitare o scimmiottare qualcuno veniamo smascherati immediatamentepericle bn

La cosa più importante, infine: il bluff si scopre subito! Se cerchiamo di imitare o scimmiottare qualcuno veniamo smascherati immediatamente. Essere se stessi con i propri difetti, soprattutto, aiuta a rendere umani anche i più “impacciati” tra gli oratori.

Non sottovalutare né sopravalutare le persone presenti: anche loro, al posto dell’oratore, avrebbero le stesse difficoltà. In fin dei
conti, siamo “tutti sulla stessa barca”.

Colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare

Per i futuri successi, un consiglio dal passato: come affermava Pericle, una delle più grandi personalità della storia di Atene “colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare”.

Le Elezioni Politiche 2006 e Il Linguaggio Del Corpo

una modalità comunicativa sommersa che emerge oltre la parola

di EUFRASIA D’AMATO

Tra chi rosica per la mancata vittoria e chi festeggia per il risicato trionfo, quante parole si sono sprecate. Parole, parole, parole….e i gesti? O meglio, tutti i movimenti che il nostro corpo compie volontariamente o inconsapevolmente, che vanno sotto il nome di Comunicazione Non Verbale (CNV), dove li mettiamo? Di sicuro i nostri politici, che hanno ‘movimentato’ quest’ultima campagna elettorale hanno messo i loro gesti al posto sbagliato!

Come allievi della Scuola e studiosi di comunicazione ci interroghiamo su quanti voti ha portato, per esempio, una mano conigliosaldamente ancorata al tavolo, sinonimo di sicurezza ed asserzione, e quanti voti, al contrario, non hanno portato le braccia conserte e serrate in petto o il capo inclinato, corrispettivi di chiusura e disagio! Al di là dell’incantesimo della parola, quello che percepiamo ed osserviamo nel nostro interlocutore è rappresentato dai movimenti, dalla fisionomia, dal cambiamento di espressione. Siamo, dunque, prima visti che sentiti.

Al di là dell’incantesimo della parola, quello che percepiamo ed osserviamo nel nostro interlocutore è rappresentato dai movimenti, dalla fisionomia, dal cambiamento di espressione

Il linguaggio dei gesti è un modo naturale di ‘parlare’, perché il linguaggio stesso nasce dal gesto, da ogni nostro comportamento, anche apparentemente non-comportamento, che è uno straordinario veicolo di comunicazione. Il nostro corpo, pertanto, è uno strumento di comunicazione: ci dice come siamo e come sono gli altri. Alcuni tra i più banali gesti come per esempio grattarsi il naso, tenere il capo inclinato leggermente, cambiare continuamente posizione del corpo, tenere le braccia incrociate verso il petto ecc., possono essere apparentemente determinati da sensazioni di fastidio, prurito ma, molto spesso, lo stimolo, che è alla base di queste reazioni del corpo, non è solo di carattere fisiologico.

Lo stimolo può trovarsi, infatti, in un’azione o in una parola del nostro interlocutore, nella sua stessa presenza o nel fatto di vedere o sentire una cosa inattesa, che possono provocare in noi sensazioni inconsce di disagio. Ma anche la scarsa fiducia in noi stessi, il fatto di non credere per primi a quello che diciamo, sottende ad atteggiamenti e posture che indicano chiusura, scarsa autostima, imbarazzo e disagio.

La scarsa fiducia in noi stessi sottende ad atteggiamenti e posture che indicano chiusura, scarsa autostima, imbarazzo e disagio

Conoscere e sapere interpretare il linguaggio del corpo è molto utile a tutti (soprattutto ai politici!) poiché consente di migliorare il nostro rapporto con gli altri e, nel contempo, di accrescere la conoscenza di noi stessi. Bocca, naso, occhi, piedi, gambe, braccia….è divertente sezionare il nostro corpo in nome della scienza, o meglio, della comunicazione.

Dimmi come ti muovi e ti dirò chi sei; giocherellare con le mani, nasconderle in tasca, dietro la schiena, passarsi la mano sul collo: sono un modo per mascherare una situazione di disagio, di insicurezza e di nervosismo. Braccia aperte, inclinazione del corpo in avanti e busto eretto manifestano, al contrario, apertura ed interesse nei confronti del recettore. Così come ridere in modo stridulo, sedersi ed ancorare i piedi alla sedia, giocherellare con capelli, barba, collane e cravatte, all’occhio attento del nostro interlocutore, non ci consentono di essere credibili e padroni di noi stessi.

Il linguaggio del corpo è molto utile a tutti poiché consente di migliorare il nostro rapporto con gli altri e, nel contempo, di accrescere la conoscenza di noi stessi

question_markTutti questi gesti li compiamo in modo inconsapevole proprio perché, il vero linguaggio che ci caratterizza e ci fa entrare in relazione con il mondo, è quello non verbale per il semplice fatto che i gesti non cadono sotto la censura della mente e rilevano il nostro vero stato d’animo. Osservare per credere! Non dobbiamo, allora, pensare che mente e corpo siano entità disgiunte. Noi osserviamo e veniamo osservati; questa è una maniera eccellente di capire, di percepire, di comunicare.

Il grande regista ed attore italiano, Vittorio De Sica, lo aveva capito; gli occhi sono lo specchio dell’anima e lo sguardo è una delle componenti fondamentali e prioritaria della comunicazione non verbale, ricordate: “…quella fissità dello sguardo tipica dell’ottuso”. Molti, troppi sguardi fissi abbiamo notato nella recente bagarre televisiva pre-elettorale.

Il vero linguaggio che ci caratterizza e ci fa entrare in relazione con il mondo, è quello non verbale per il semplice fatto che i gesti non cadono sotto la censura della mente e rilevano il nostro vero stato d’animo

Troppe palpebre ammainate, teste reclinate e braccia rigidamente conserte, per non parlare di registri vocali ed espressività di infimo livello. Tutti segnali di evidente insicurezza dovuta all’incoerenza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe che gli altri pensassero di noi. E allora la paura che gli elettori potessero scoprire il bluff, ancora una volta…ha fatto 90!

A scuola di emozioni

Università degli Studi di Urbino Carlo Bo – Facoltà di Sociologia – Corso di laurea specialistica in Editoria Media e Giornalismo – a.a 2004/2005 – Lavoro  per l’esame di Tecniche di relazione – Prof. Giuseppe Ragnetti

“A scuola di emozioni”

a cura della Dott.ssa Eufrasia D’Amato

Introduzione

Il presente lavoro nasce dalle riflessioni scaturite durante le lezioni del Prof. Ragnetti sulla Tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello. 

La tecnica sociale ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un punto di rottura molto importante e significativo per l’universo ‘informazione e comunicazione’. La piccola scuola di Roma da ben 60 anni s’impegna nella diffusione di una delle teorie comunicative più importanti che tutto il mondo ha ormai adottato, pur ignorandone spesso le origini tutte italiane. Non per nulla il depliant della scuola recita “ Istituto Francesco Fattorello”, la via italiana alla comunicazione.

In barba all’impostazione americana del “target senza scampo”, la Tecnica sociale rappresenta, oggi, l’unica vera teoria che esalta le facoltà opinanti di entrambi i soggetti coinvolti nel processo: il soggetto promotore e il soggetto recettore attribuendo agli stessi pari dignità. Tecnica sociale perché diretta all’uomo sociale prima che psicologico, studiando la sua acculturazione ed individuandone le attitudini sociali, in base alle quali il soggetto promotore ottiene l’adesione d’opinione alle formule interpretative della realtà da lui proposte.

Quello che però vorrei affrontare in questa sede non sono le problematiche legate al settore giornalistico o ai meccanismi dell’informazione, tra l’altro argomento del corso di laurea intrapreso. Quello che ha destato la mia curiosità e dato vita alla mia riflessione è la relazione che si instaura tra il soggetto promotore e il soggetto recettore.

Tralasciando i vari contesti in cui può essere applicata la Tecnica sociale, quello che per me è importante sottolineare è la relazione tra il promotore e il recettore, ovvero tutte quelle qualità umane che ognuno di noi dovrebbe possedere per relazionarsi con gli altri, prima di tutto. Ma procediamo con ordine.

1. Il mondo della comunicazione e … la comunicazione con il mondo

Colui che è in grado di cambiare continuamente, adeguandosi alle esigenze dei soggetti che incontra, viene considerato un buon comunicatore. Non si parla ne di magia ne di poteri occulti, ma soltanto di un po’ d’attenzione e capacità di ascolto.

Chi sa esprimere le proprie idee, scegliendo i mezzi e le formule d’opinione più adatte per coinvolgere il pubblico viene considerato dal Prof. Ragnetti , un buon comunicatore. Il Prof. Ragnetti ha più volte sottolineato, durante le lezioni, che la prima cosa da imparare per poter comunicare è l’ascoltare chi si ha davanti. L’informatore in grado di capire le esigenze dei propri recettori riesce a comunicare con loro, utilizzando i mezzi più adatti per essere compreso. Ascoltare per conoscere, conoscere per capire, capire per comunicare, comunicare per agire.

2. Informazione fenomeno sociale

Se con l’informazione si concreta un processo che salda il rapporto fra chi informa ed il suo recettore, con essa si manifesta anche l’inclinazione dell’uomo a vivere in società. Sono i rapporti d’informazione, infatti, che consentono all’uomo di associarsi con gli altri uomini. Da qui si deduce che l’informazione è un fenomeno sociale e quindi si mette in pratica mediante una tecnica sociale. Questa permette di agire sulle opinioni degli uomini.

Questi ultimi sono i protagonisti del rapporto d’informazione: definiti come soggetto promotore e soggetto recettore.

Per analizzare il fenomeno sociale, quindi, è necessario conoscere i due soggetti protagonisti del rapporto d’informazione, l’oggetto del rapporto ed il mezzo utilizzato per concentrare il rapporto stesso. Quando tutti questi elementi vengono presi in considerazione si realizza non solo un’informazione, perché si rende partecipe qualcun altro delle nostre idee. E’ importante percepire il mondo degli altri, perché siamo in ‘comunicazione’ continua con chi ci circonda. Il mondo d’oggi è basato sui rapporti di comunicazione e sulle relazioni pubbliche. E’ necessario quindi rivalutare le tecniche di comunicazione, alla luce di quelle fattorelliane.

3. Informazione dell’attualità

Seguendo l’impostazione teorica fattorelliana, possiamo affermare che l’informazione s concreta in uno speciale rapporto fra i due termini principali: quello promotore e quello recettore. Oltre a questi due termini principali, è necessario considerare lo strumento che salda il rapporto tra i primi ed il suo contenuto. Quest’ultimo termine è la forma di ciò che è oggetto del rapporto di informazione, che resta fuori dal rapporto stesso.

In questa luce possiamo riconsiderare anche l’informazione pubblicista, il cui promotore risulta essere il giornalista, che dà inizio al processo dell’informazione. Lo strumento è il giornale e la forma data al fatto del giorno è la notizia. Il recettore si configura con il lettore e l’oggetto di cui si parla con il fatto del giorno. Evidente quindi l’importanza che il giornalista apprenda la tecnica sociale dell’informazione.

4. Tecnica sociale fattorelliana

La comunicazione, legata allo status sociale di ciascuno, è un elemento di un complesso sistema organico in cui tutte le componenti hanno un proprio significato. Cambiando quindi il contesto ed i mezzi in una comunicazione, cambia anche l’efficacia di quest’ultima e la percettività dei suoi soggetti.

Analizzando più da vicino i termini della tecnica sociale, si può affermare che vengono indicati come:

  • x) – il motivo per il quale si mette in atto il processo di comunicazione
  • SP – Soggetto promotore: che deve trasmettere il messaggio
  • SR – Soggetto recettore: del messaggio, che interpreta secondo i propri schemi il messaggio ricevuto
  • M – il mezzo utilizzato per trasmettere la O
  • O – la visione, l’interpetrazione della x, una formula d’opinione cioè sulla quale ottenere l’adesione di opinione del recettore

5. Il Soggetto Promotore

Colui che trasmette non un fatto ma la forma che ha data a ciò che ha interpretato viene definito soggetto promotore. Soggetto perché in prima persona è il promotore di un’informazione o meglio di un’interpretazione di un fatto con cui cerca di rappresentare qualcosa ad altri.

In qualsiasi situazione, sia essa una comunicazione in ambito familiare o lavorativo o diversamente a livello mondiale, il soggetto promotore esprime sempre un proprio pensiero, in merito a qualcosa. Anche quando è richiesta l’obiettività assoluta. Ogni uomo come soggetto opinante è portato ad opinare su tutto, anche su ciò che non conosce. Questo significa che nella soggettività dell’informazione risiede il suo valore e che l’informazione sta nel gioco delle interpretazioni. Potrebbe sembrare un discorso insensato, ma in questo risiede la grande innovazione degli studi fattorelliani.

Considerando che ciascuno di noi ha una propria visione del mondo, creata in base alle esperienze e al bagaglio socio-culturale, è facile capire il perché ciascuno interpreti uno stesso fatto a modo proprio. La percezione, infatti, è un processo che elabora gli stimoli, attraverso meccanismi di filtro percettivo che determinano la nostra mappa del mondo. E’ chiaro quindi come sia impossibile interpretare e trasmettere oggettivamente un fatto. Analogamente vale per chi riceve l’informazione.

6. Il soggetto recettore

Il soggetto recettore è anche lui definito soggetto perché non ascolta passivamente le informazioni che gli vengono comunicate, bensì, attraverso la sua mappa del mondo, le percepisce, le interpreta e a sua volta le comunica. Con la messa in atto di un processo di informazione, infatti, hanno inizio le responsabilità sociali di un informatore, che dà avvio ad una catena di rapporti di informazione che potrebbe svilupparsi all’infinito. Per questo motivo se il promotore trasmette un messaggio interpretando la realtà come il recettore, ottiene il suo scopo.

La comunicazione ha successo quando chi si fa promotore di un processo d’informazione capisce esattamente quello che i suoi soggetto recettori vorrebbero sentire. Questi ultimi, a loro volta, lo comunicano diventando promotori di una nuova comunicazione.

L’obiettività quindi è la negazione dell’informazione, perché informare equivale a dare il proprio punto di vista.

7. Il simbolo X)

La X da sempre rappresenta un’incognita, qualcosa o qualcuno che non si conosce. Anche nei processi di informazione equivale a ciò che è oggetto di un’informazione. Sia esso un fatto, un’ideologia, un prodotto, ecc. E’ evidente che in una successione di rapporti di informazione, come avviene nella realtà del fenomeno, in luogo del punto X) è operante il precedente rapporto.

Quello di cui si parla, il motivo per cui sia articola un rapporto di informazione resta fuori dal rapporto perché non è di importanza vitale per lo sviluppo di un processo. Quello che realmente interessa è lo studio del soggetto recettore e del mezzo più efficace per comunicare e far capire ciò di cui si parla.

Perché in un rapporto di comunicazione l’insuccesso e quindi l’inefficacia di un qualsiasi messaggio, risiede nel comunicare senza essere capiti.

8. Il linguaggio del mezzo

Il mezzo, questo sconosciuto per la grande maggioranza dei comunicatori odierni, ha suggellato molti insuccessi anche in grandi campagne pubblicitarie. Nello sviluppo della tecnica sociale fattorelliana, invece, riveste un ruolo fondamentale.

Se non si considera, infatti, il mezzo più adatto per raggiungere il bersaglio di una comunicazione, non si possono ottenere risultati efficaci. Il metodo utilizzato diventa dunque la base del risultato. Che sia audiovisivo, meccanico, verbale, un mezzo risulta essere lo specchio della società in cui si esprime, strumento di formazione del costume e delle opinioni. Come queste, quindi, è sensibile al cambiamento e le sue innovazioni sono continue.

Il mezzo ha un proprio linguaggio. Parla la lingua del recettore a cui si riferisce, o meglio, così dovrebbe essere in una corretta comunicazione. Tuttavia bisogna porre attenzione a non confondere le prerogative del massaggio con quelle del mezzo e non attribuire quest’ultimo responsabilità che non gli competono.

Proprio perché si tratta di un mezzo, infatti, di uno strumento, la sua funzione resterà sempre e comunque “funzione d’uso”, al servizio dell’opinione che si vuole accreditare.

9. Il termine ‘O’

Con la lettera ‘O’ viene identificata la forma della rappresentazione, la manifestazione dell’opinione sulla quale si mira per ottenere l’adesione del recettore. Ogni azione, infatti, ogni cosa che è motivo di un processo di informazione riceve la sua forma dallo scopo dell’informazione e della cultura che ha socializzato il promotore ed il recettore.

Questa rappresentazione di ciò che viene espresso dal soggetto, è una nuova rappresentazione derivata dal processo di opinione e configurata in modo tale da provocare l’adesione del recettore. Le informazioni sono ‘formule d’opinione’. 

“L’opinione in particolare si concreta nell’adesione a determinate formule, di un’attitudine che può essere valutata sulla scala delle opinioni”. Per un tecnico dell’informazione, l’opinione pubblica è il campo d’azione di ogni suo lavoro, pertanto, è importante valutare il giudizio e l’attitudine del recettore.

10. La storia dell’opinione

La storia dell’opinione affonda le proprie radici nella filosofia greca. Il dilemma di quanto questa verità sia opinabile e quindi soggettiva ha coinvolto nei secoli filosofi e studiosi che hanno cercato di dare all’opinione una definizione. Platone ha scritto che “all’opinione piace opinare”, perché deriva dai sensi e dagli stimoli della realtà esterna. Questo dimostra non solo la sua imperfezione e mutevolezza ma anche la sua contrapposizione alle scienze matematiche.

Hegel ha parlato del concetto sostenendo l’inesistenza di un’opinione filosofica, essendo al filosofia una scienza universale. Anche per Kant l’opinione non può essere motivo di scienza, perché ha valore soggettivo, ma è proprio questa caratteristica a far si che la comunicazione sia lo stimolo e la fonte principale delle opinioni.

Questa è la grande rivoluzione degli studi fattorelliani, ogni presunta verità è considerata un’opinione individuale, ma l’opinione cambia con il mutare della società, dei soggetti e dei diversi contesti che la esprimono, e come la definì Cicerone, è una imbecillam assertionem.

11. Le fasi dell’opinione

Gli studi sociologici sul fenomeno dell’opinione abbracciati dalla scuola di comunicazione ‘Francesco Fattorello’, condividono quelli affrontati da Stoetzel. L’autore francese, in chiave sociologica, ha studiato non solo la natura e la configurazione del fenomeno opinione, ma anche i motivi che determinano un’adesione di opinione e quali soggetti vengono coinvolti. Considerando che un’opinione è sempre relativa ad un problema determinato (materia d’opinione) su cui il soggetto esprime il proprio punto di vista (forma dell’opinione), esistono varie fasi attraverso le quali il recettore passa, prima di aderire all’opinione propostagli.

Prima di giungere ad adottare come propria l’opinione del promotore, il soggetto recettore ha bisogno di entrare in contatto con il problema opinabile. Questa prima fase presume un’abilità del promotore che deve carpire l’attenzione e l’interesse fornendo un messaggio attrattivo ed efficace (formula d’opinione proposta).

A questo punto il recettore confronta automaticamente l’opinione proposta ed il proprio sistema di valori, valuta l’informazione e decide: le opinioni in sintonia con il suo modo di pensare vengono ascoltate, le altre rifiutate. Quindi adozione o rifiuto sanciscono la fine dell’evoluzione del recettore che, se aderisce alla proposta, diventa a sua volta un nuovo promotore.

12. Il fattore di conformità

Per capire in maniera diretta cosa sia il fattore di conformità, basta riflettere sulla vittoria conseguita nelle ultime elezioni politiche americane negli USA (Novembre 2004 – rivince G. W. Bush). Il candidato favorito dagli elettori USA sembrava essere John Carry, fino alla messa in onda di un video di Al Queda.

Il leader del gruppo terrorista, Bin Laden, ha ricordato agli americani che i suoi obiettivi statunitensi persistono, così come il suo odio per l’America. Questo è bastato a risvegliare negli animi statunitensi paura e terrore, davanti ad una situazione che soltanto George Bush saprebbe continuare ad affrontare. Ecco il motivo della sua vittoria.

Quindi è sufficiente una distribuzione pianificata e conformata per determinare una pressione che, esercitata sugli individui, determina un’adesione pressoché unanime verso un’opinione. I più comuni fattori di conformità risultano essere la ragione, i valori, l’opinione della maggioranza, l’interesse comune, gli stereotipi, perché ci si illude di avere delle opinioni sulle cose del mondo, ma in realtà è solamente sulla rappresentazione di esse che le opinioni si formano e vengono poi giudicate. Sono questi stereotipi a costituire una vera e propria forza di persuasione.

13. Opinione pubblica

La massificazione della società attuale, la standardizzazione e spersonalizzazione dell’uomo moderno. Questi sono i temi fondamentali per la nascita dell’opinione pubblica. Il suo soggetto ed oggetto sono pubblici, conosciuti e condivisi dai più che privi di una propria personalità si fanno forza nella massa.

L’opinione pubblica, una pubblica condivisione di idee, rassicura gli uomini facendoli sentire meno soli. Pur non conoscendo le persone che incarnano le proprie idee, gli uomini si vestono della altrui opinioni, sostenendole e contribuendo alla creazione di un’opinione pubblica, il cui oggetto è conosciuto e condiviso dai più. Questi i presupposti per la formazione di un’opinione pubblica, la cui forza ed efficacia è direttamente proporzionale con la quantità e la qualità delle persone che la sostengono. Il mezzo che meglio esprime l’opinione pubblica odierna è l’informazione, colonna portante dei nostri tempi.

14. Informazione contingente

L’attualità delle notizie dà vita all’informazione di carattere contingente. E’ il contingente che dà vita alla notizia; vive quanto quel rapporto contingente tempestivo che si instaura fra l’evento, l’estensore, il testo ed il recettore. Quest’ultimo è costituito da un soggetto generico che può abbracciare anche tutto il mondo ed è proprio per questo che il contenuto di questa informazione non può che essere generico. Importante risulta l’accessibilità e quindi la pubblicità dell’informazione dell’attualità.

Le opinioni contingenti devono essere ‘fattori di conformità’ per il gruppo a cui si rivolgono. Ciò vuol dire che il successo di un’informazione di ordine pubblicistico si ha quando il recettore è portato ad accettare l’opinione che il promotore gli propone. Per concentrare e limitare l’attenzione del pubblico è necessaria la ripetizione e la periodicità, elementi caratterizzanti questo tipo di informazione. Strumento principe il giornale.

15. Informazione non contingente

Il termine informazione non contingente, indica un lento, non coercitivo e razionale processo di informazione, tipico di contenuti che non hanno rapporto con il momento presente. Si parla di cultura, di didattica, di notizie inerenti opinioni cristallizzate e valori.

Questo il contenuto di informazioni di carattere non contingente, di cui né la tempestività né la novità sono elementi caratterizzanti. Il promotore in questo caso è per lo più qualificato, così come il recettore, perché il processo è bilaterale. Come dire che tra chi propone un tema e chi lo apprende, è necessaria un’interazione.

Seppure il non contingente si articoli tramite procedimenti logici e razionali, su opinioni cristallizzate, può utilizzare, talvolta, gli stessi strumenti validi per l’informazione contingente, quindi la radio, la televisione, il cinema, la rete, la cui informazione si distingue per i contenuti proposti, tenendo tuttavia presenti i limiti strutturali e il  diverso linguaggio che questi mezzi richiedono.