A scuola di emozioni

Università degli Studi di Urbino Carlo Bo – Facoltà di Sociologia – Corso di laurea specialistica in Editoria Media e Giornalismo – a.a 2004/2005 – Lavoro  per l’esame di Tecniche di relazione – Prof. Giuseppe Ragnetti

“A scuola di emozioni”

a cura della Dott.ssa Eufrasia D’Amato

Introduzione

Il presente lavoro nasce dalle riflessioni scaturite durante le lezioni del Prof. Ragnetti sulla Tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello. 

La tecnica sociale ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un punto di rottura molto importante e significativo per l’universo ‘informazione e comunicazione’. La piccola scuola di Roma da ben 60 anni s’impegna nella diffusione di una delle teorie comunicative più importanti che tutto il mondo ha ormai adottato, pur ignorandone spesso le origini tutte italiane. Non per nulla il depliant della scuola recita “ Istituto Francesco Fattorello”, la via italiana alla comunicazione.

In barba all’impostazione americana del “target senza scampo”, la Tecnica sociale rappresenta, oggi, l’unica vera teoria che esalta le facoltà opinanti di entrambi i soggetti coinvolti nel processo: il soggetto promotore e il soggetto recettore attribuendo agli stessi pari dignità. Tecnica sociale perché diretta all’uomo sociale prima che psicologico, studiando la sua acculturazione ed individuandone le attitudini sociali, in base alle quali il soggetto promotore ottiene l’adesione d’opinione alle formule interpretative della realtà da lui proposte.

Quello che però vorrei affrontare in questa sede non sono le problematiche legate al settore giornalistico o ai meccanismi dell’informazione, tra l’altro argomento del corso di laurea intrapreso. Quello che ha destato la mia curiosità e dato vita alla mia riflessione è la relazione che si instaura tra il soggetto promotore e il soggetto recettore.

Tralasciando i vari contesti in cui può essere applicata la Tecnica sociale, quello che per me è importante sottolineare è la relazione tra il promotore e il recettore, ovvero tutte quelle qualità umane che ognuno di noi dovrebbe possedere per relazionarsi con gli altri, prima di tutto. Ma procediamo con ordine.

1. Il mondo della comunicazione e … la comunicazione con il mondo

Colui che è in grado di cambiare continuamente, adeguandosi alle esigenze dei soggetti che incontra, viene considerato un buon comunicatore. Non si parla ne di magia ne di poteri occulti, ma soltanto di un po’ d’attenzione e capacità di ascolto.

Chi sa esprimere le proprie idee, scegliendo i mezzi e le formule d’opinione più adatte per coinvolgere il pubblico viene considerato dal Prof. Ragnetti , un buon comunicatore. Il Prof. Ragnetti ha più volte sottolineato, durante le lezioni, che la prima cosa da imparare per poter comunicare è l’ascoltare chi si ha davanti. L’informatore in grado di capire le esigenze dei propri recettori riesce a comunicare con loro, utilizzando i mezzi più adatti per essere compreso. Ascoltare per conoscere, conoscere per capire, capire per comunicare, comunicare per agire.

2. Informazione fenomeno sociale

Se con l’informazione si concreta un processo che salda il rapporto fra chi informa ed il suo recettore, con essa si manifesta anche l’inclinazione dell’uomo a vivere in società. Sono i rapporti d’informazione, infatti, che consentono all’uomo di associarsi con gli altri uomini. Da qui si deduce che l’informazione è un fenomeno sociale e quindi si mette in pratica mediante una tecnica sociale. Questa permette di agire sulle opinioni degli uomini.

Questi ultimi sono i protagonisti del rapporto d’informazione: definiti come soggetto promotore e soggetto recettore.

Per analizzare il fenomeno sociale, quindi, è necessario conoscere i due soggetti protagonisti del rapporto d’informazione, l’oggetto del rapporto ed il mezzo utilizzato per concentrare il rapporto stesso. Quando tutti questi elementi vengono presi in considerazione si realizza non solo un’informazione, perché si rende partecipe qualcun altro delle nostre idee. E’ importante percepire il mondo degli altri, perché siamo in ‘comunicazione’ continua con chi ci circonda. Il mondo d’oggi è basato sui rapporti di comunicazione e sulle relazioni pubbliche. E’ necessario quindi rivalutare le tecniche di comunicazione, alla luce di quelle fattorelliane.

3. Informazione dell’attualità

Seguendo l’impostazione teorica fattorelliana, possiamo affermare che l’informazione s concreta in uno speciale rapporto fra i due termini principali: quello promotore e quello recettore. Oltre a questi due termini principali, è necessario considerare lo strumento che salda il rapporto tra i primi ed il suo contenuto. Quest’ultimo termine è la forma di ciò che è oggetto del rapporto di informazione, che resta fuori dal rapporto stesso.

In questa luce possiamo riconsiderare anche l’informazione pubblicista, il cui promotore risulta essere il giornalista, che dà inizio al processo dell’informazione. Lo strumento è il giornale e la forma data al fatto del giorno è la notizia. Il recettore si configura con il lettore e l’oggetto di cui si parla con il fatto del giorno. Evidente quindi l’importanza che il giornalista apprenda la tecnica sociale dell’informazione.

4. Tecnica sociale fattorelliana

La comunicazione, legata allo status sociale di ciascuno, è un elemento di un complesso sistema organico in cui tutte le componenti hanno un proprio significato. Cambiando quindi il contesto ed i mezzi in una comunicazione, cambia anche l’efficacia di quest’ultima e la percettività dei suoi soggetti.

Analizzando più da vicino i termini della tecnica sociale, si può affermare che vengono indicati come:

  • x) – il motivo per il quale si mette in atto il processo di comunicazione
  • SP – Soggetto promotore: che deve trasmettere il messaggio
  • SR – Soggetto recettore: del messaggio, che interpreta secondo i propri schemi il messaggio ricevuto
  • M – il mezzo utilizzato per trasmettere la O
  • O – la visione, l’interpetrazione della x, una formula d’opinione cioè sulla quale ottenere l’adesione di opinione del recettore

5. Il Soggetto Promotore

Colui che trasmette non un fatto ma la forma che ha data a ciò che ha interpretato viene definito soggetto promotore. Soggetto perché in prima persona è il promotore di un’informazione o meglio di un’interpretazione di un fatto con cui cerca di rappresentare qualcosa ad altri.

In qualsiasi situazione, sia essa una comunicazione in ambito familiare o lavorativo o diversamente a livello mondiale, il soggetto promotore esprime sempre un proprio pensiero, in merito a qualcosa. Anche quando è richiesta l’obiettività assoluta. Ogni uomo come soggetto opinante è portato ad opinare su tutto, anche su ciò che non conosce. Questo significa che nella soggettività dell’informazione risiede il suo valore e che l’informazione sta nel gioco delle interpretazioni. Potrebbe sembrare un discorso insensato, ma in questo risiede la grande innovazione degli studi fattorelliani.

Considerando che ciascuno di noi ha una propria visione del mondo, creata in base alle esperienze e al bagaglio socio-culturale, è facile capire il perché ciascuno interpreti uno stesso fatto a modo proprio. La percezione, infatti, è un processo che elabora gli stimoli, attraverso meccanismi di filtro percettivo che determinano la nostra mappa del mondo. E’ chiaro quindi come sia impossibile interpretare e trasmettere oggettivamente un fatto. Analogamente vale per chi riceve l’informazione.

6. Il soggetto recettore

Il soggetto recettore è anche lui definito soggetto perché non ascolta passivamente le informazioni che gli vengono comunicate, bensì, attraverso la sua mappa del mondo, le percepisce, le interpreta e a sua volta le comunica. Con la messa in atto di un processo di informazione, infatti, hanno inizio le responsabilità sociali di un informatore, che dà avvio ad una catena di rapporti di informazione che potrebbe svilupparsi all’infinito. Per questo motivo se il promotore trasmette un messaggio interpretando la realtà come il recettore, ottiene il suo scopo.

La comunicazione ha successo quando chi si fa promotore di un processo d’informazione capisce esattamente quello che i suoi soggetto recettori vorrebbero sentire. Questi ultimi, a loro volta, lo comunicano diventando promotori di una nuova comunicazione.

L’obiettività quindi è la negazione dell’informazione, perché informare equivale a dare il proprio punto di vista.

7. Il simbolo X)

La X da sempre rappresenta un’incognita, qualcosa o qualcuno che non si conosce. Anche nei processi di informazione equivale a ciò che è oggetto di un’informazione. Sia esso un fatto, un’ideologia, un prodotto, ecc. E’ evidente che in una successione di rapporti di informazione, come avviene nella realtà del fenomeno, in luogo del punto X) è operante il precedente rapporto.

Quello di cui si parla, il motivo per cui sia articola un rapporto di informazione resta fuori dal rapporto perché non è di importanza vitale per lo sviluppo di un processo. Quello che realmente interessa è lo studio del soggetto recettore e del mezzo più efficace per comunicare e far capire ciò di cui si parla.

Perché in un rapporto di comunicazione l’insuccesso e quindi l’inefficacia di un qualsiasi messaggio, risiede nel comunicare senza essere capiti.

8. Il linguaggio del mezzo

Il mezzo, questo sconosciuto per la grande maggioranza dei comunicatori odierni, ha suggellato molti insuccessi anche in grandi campagne pubblicitarie. Nello sviluppo della tecnica sociale fattorelliana, invece, riveste un ruolo fondamentale.

Se non si considera, infatti, il mezzo più adatto per raggiungere il bersaglio di una comunicazione, non si possono ottenere risultati efficaci. Il metodo utilizzato diventa dunque la base del risultato. Che sia audiovisivo, meccanico, verbale, un mezzo risulta essere lo specchio della società in cui si esprime, strumento di formazione del costume e delle opinioni. Come queste, quindi, è sensibile al cambiamento e le sue innovazioni sono continue.

Il mezzo ha un proprio linguaggio. Parla la lingua del recettore a cui si riferisce, o meglio, così dovrebbe essere in una corretta comunicazione. Tuttavia bisogna porre attenzione a non confondere le prerogative del massaggio con quelle del mezzo e non attribuire quest’ultimo responsabilità che non gli competono.

Proprio perché si tratta di un mezzo, infatti, di uno strumento, la sua funzione resterà sempre e comunque “funzione d’uso”, al servizio dell’opinione che si vuole accreditare.

9. Il termine ‘O’

Con la lettera ‘O’ viene identificata la forma della rappresentazione, la manifestazione dell’opinione sulla quale si mira per ottenere l’adesione del recettore. Ogni azione, infatti, ogni cosa che è motivo di un processo di informazione riceve la sua forma dallo scopo dell’informazione e della cultura che ha socializzato il promotore ed il recettore.

Questa rappresentazione di ciò che viene espresso dal soggetto, è una nuova rappresentazione derivata dal processo di opinione e configurata in modo tale da provocare l’adesione del recettore. Le informazioni sono ‘formule d’opinione’. 

“L’opinione in particolare si concreta nell’adesione a determinate formule, di un’attitudine che può essere valutata sulla scala delle opinioni”. Per un tecnico dell’informazione, l’opinione pubblica è il campo d’azione di ogni suo lavoro, pertanto, è importante valutare il giudizio e l’attitudine del recettore.

10. La storia dell’opinione

La storia dell’opinione affonda le proprie radici nella filosofia greca. Il dilemma di quanto questa verità sia opinabile e quindi soggettiva ha coinvolto nei secoli filosofi e studiosi che hanno cercato di dare all’opinione una definizione. Platone ha scritto che “all’opinione piace opinare”, perché deriva dai sensi e dagli stimoli della realtà esterna. Questo dimostra non solo la sua imperfezione e mutevolezza ma anche la sua contrapposizione alle scienze matematiche.

Hegel ha parlato del concetto sostenendo l’inesistenza di un’opinione filosofica, essendo al filosofia una scienza universale. Anche per Kant l’opinione non può essere motivo di scienza, perché ha valore soggettivo, ma è proprio questa caratteristica a far si che la comunicazione sia lo stimolo e la fonte principale delle opinioni.

Questa è la grande rivoluzione degli studi fattorelliani, ogni presunta verità è considerata un’opinione individuale, ma l’opinione cambia con il mutare della società, dei soggetti e dei diversi contesti che la esprimono, e come la definì Cicerone, è una imbecillam assertionem.

11. Le fasi dell’opinione

Gli studi sociologici sul fenomeno dell’opinione abbracciati dalla scuola di comunicazione ‘Francesco Fattorello’, condividono quelli affrontati da Stoetzel. L’autore francese, in chiave sociologica, ha studiato non solo la natura e la configurazione del fenomeno opinione, ma anche i motivi che determinano un’adesione di opinione e quali soggetti vengono coinvolti. Considerando che un’opinione è sempre relativa ad un problema determinato (materia d’opinione) su cui il soggetto esprime il proprio punto di vista (forma dell’opinione), esistono varie fasi attraverso le quali il recettore passa, prima di aderire all’opinione propostagli.

Prima di giungere ad adottare come propria l’opinione del promotore, il soggetto recettore ha bisogno di entrare in contatto con il problema opinabile. Questa prima fase presume un’abilità del promotore che deve carpire l’attenzione e l’interesse fornendo un messaggio attrattivo ed efficace (formula d’opinione proposta).

A questo punto il recettore confronta automaticamente l’opinione proposta ed il proprio sistema di valori, valuta l’informazione e decide: le opinioni in sintonia con il suo modo di pensare vengono ascoltate, le altre rifiutate. Quindi adozione o rifiuto sanciscono la fine dell’evoluzione del recettore che, se aderisce alla proposta, diventa a sua volta un nuovo promotore.

12. Il fattore di conformità

Per capire in maniera diretta cosa sia il fattore di conformità, basta riflettere sulla vittoria conseguita nelle ultime elezioni politiche americane negli USA (Novembre 2004 – rivince G. W. Bush). Il candidato favorito dagli elettori USA sembrava essere John Carry, fino alla messa in onda di un video di Al Queda.

Il leader del gruppo terrorista, Bin Laden, ha ricordato agli americani che i suoi obiettivi statunitensi persistono, così come il suo odio per l’America. Questo è bastato a risvegliare negli animi statunitensi paura e terrore, davanti ad una situazione che soltanto George Bush saprebbe continuare ad affrontare. Ecco il motivo della sua vittoria.

Quindi è sufficiente una distribuzione pianificata e conformata per determinare una pressione che, esercitata sugli individui, determina un’adesione pressoché unanime verso un’opinione. I più comuni fattori di conformità risultano essere la ragione, i valori, l’opinione della maggioranza, l’interesse comune, gli stereotipi, perché ci si illude di avere delle opinioni sulle cose del mondo, ma in realtà è solamente sulla rappresentazione di esse che le opinioni si formano e vengono poi giudicate. Sono questi stereotipi a costituire una vera e propria forza di persuasione.

13. Opinione pubblica

La massificazione della società attuale, la standardizzazione e spersonalizzazione dell’uomo moderno. Questi sono i temi fondamentali per la nascita dell’opinione pubblica. Il suo soggetto ed oggetto sono pubblici, conosciuti e condivisi dai più che privi di una propria personalità si fanno forza nella massa.

L’opinione pubblica, una pubblica condivisione di idee, rassicura gli uomini facendoli sentire meno soli. Pur non conoscendo le persone che incarnano le proprie idee, gli uomini si vestono della altrui opinioni, sostenendole e contribuendo alla creazione di un’opinione pubblica, il cui oggetto è conosciuto e condiviso dai più. Questi i presupposti per la formazione di un’opinione pubblica, la cui forza ed efficacia è direttamente proporzionale con la quantità e la qualità delle persone che la sostengono. Il mezzo che meglio esprime l’opinione pubblica odierna è l’informazione, colonna portante dei nostri tempi.

14. Informazione contingente

L’attualità delle notizie dà vita all’informazione di carattere contingente. E’ il contingente che dà vita alla notizia; vive quanto quel rapporto contingente tempestivo che si instaura fra l’evento, l’estensore, il testo ed il recettore. Quest’ultimo è costituito da un soggetto generico che può abbracciare anche tutto il mondo ed è proprio per questo che il contenuto di questa informazione non può che essere generico. Importante risulta l’accessibilità e quindi la pubblicità dell’informazione dell’attualità.

Le opinioni contingenti devono essere ‘fattori di conformità’ per il gruppo a cui si rivolgono. Ciò vuol dire che il successo di un’informazione di ordine pubblicistico si ha quando il recettore è portato ad accettare l’opinione che il promotore gli propone. Per concentrare e limitare l’attenzione del pubblico è necessaria la ripetizione e la periodicità, elementi caratterizzanti questo tipo di informazione. Strumento principe il giornale.

15. Informazione non contingente

Il termine informazione non contingente, indica un lento, non coercitivo e razionale processo di informazione, tipico di contenuti che non hanno rapporto con il momento presente. Si parla di cultura, di didattica, di notizie inerenti opinioni cristallizzate e valori.

Questo il contenuto di informazioni di carattere non contingente, di cui né la tempestività né la novità sono elementi caratterizzanti. Il promotore in questo caso è per lo più qualificato, così come il recettore, perché il processo è bilaterale. Come dire che tra chi propone un tema e chi lo apprende, è necessaria un’interazione.

Seppure il non contingente si articoli tramite procedimenti logici e razionali, su opinioni cristallizzate, può utilizzare, talvolta, gli stessi strumenti validi per l’informazione contingente, quindi la radio, la televisione, il cinema, la rete, la cui informazione si distingue per i contenuti proposti, tenendo tuttavia presenti i limiti strutturali e il  diverso linguaggio che questi mezzi richiedono.

Una Teoria italiana per un nuovo approccio alla Comunicazione

“Una Teoria italiana per un nuovo approccio alla Comunicazione”

Articolo di Francesco Bossi pubblicato sulla Rivista Bimestrale “SYNCHRON” – Idee Prospettive Momenti di Incontro del settore AGIP Petroli – Anno 15 – n.3/96

Qui la Rassegna Stampa dell’articolo sulla rivista


Francesco Fattorello
Ordinario dal 1936 di Storia del Giornalismo all’Univerità di Roma, aveva fondato nel 1947 l’istituto Italiano di Pubblicismo che rappresentò la prima Scuola in Italia per gli operatori dell’informazione. La tecnica sociale dell’informazione è la materia che ne aveva ispirato il piano didattico. Le esperienze tratte da questa interpretazione del fenomeno dell’informazione e dal metodo di insegnamento praticato dalla Scuola italiana, apparvero allora così innovative da essere accolte tra le materie di studio del Corso internazionale per l’insegnamento del Giornalismo, all’Università di Strasburgo.


Quello che è stato Mattei per la vicenda del petrolio in italia, lo è stato Fattorello nel campo della comunicazione. Parlare del “Mattei della comunicazione” significa riferirsi allo spirito di intraprendenza e di innovazione che ha caratterizzato l’opera del Fattorello. La storia ci dice come Mattei abbia rovesciato il ruolo fino ad allora interpretato dall’Italia in campo petrolifero proponendone, anche a livello internazionale, uno più innovativo, quasi rivoluzionario. Ebbene, la stessa cosa è avvenuta in campo sociologico con Fattorello.

L’attenzione che la sua teoria ha destato, soprattutto all’estero, non solo è la testimonianza della carica innovativa che essa portava nel panorama culturale delle scienze sociali, ma ha persino determinato un graduale avvicinamento della Scuola anglosassone alle posizioni della Scuola italiana. La differenza nell’approccio scientifico è tutta qui: se nel processo di comunicazione consideriamo il destinatario come un oggetto passivo e dunque del tutto manipolabile dai mezzi di “persuasione occulta” che giocano sulle pulsioni inconsce proprie di ogni individuo, l’efficacia della nostra comunicazione sara sempre condizionata da variabili imprevedibili che spesso mandano in tilt il circuito pazientemente costruito. Se invece consideriamo il soggetto recettore come un gruppo di individui da un lato inserito in un contesto sociale che ne condiziona i bisogni e gli atteggiamenti, dall’altro che interagisce in modo attivo alle opinioni che gli vengono trasmesse dal promotore della comunicazione, attraverso proprie opinioni a loro volta comunicate ad altri, allora questa sorta di reazione a catena richiede un tipo di analisi della comunicazione che obbliga a tarare pazientemente su ogni tipo di recettore ciascun messaggio elaborato.

É il contrario di quanto spesso accade nel mondo delle imprese, quando si confezionano prodotti di comunicazione anche egregi come fattura, ma generici e indifferenziati (che vanno bene per tutti e per ogni occasione), che cioè non sono costruiti “su misura” dei differenti segmenti di audience ai quali ci si rivolge.

È proprio da questa concretezza della tecnica sociale, questa sua capacita di essere applicata ad ogni situazione particolare, che nasce il marketing operativo, cioè l’esigenza di far accettare ogni particolare prodotto modellandolo in funzione delle esigenze del cliente a cui è destinato, con una analogia tra un modo “tutto italiano” di vendere il prodotto, ad esempio petrolifero e la “vendita” del prodotto comunicazione. In entrambi i casi c’è l’esigenza di non “imporre” il prodotto ma di entrare in rapporto ravvicinato con il contesto sociale nel quale sono inseriti i nostri “clienti finali”.

Da quando, negli anni sessanta, il noto sociologo canadese Herbert Marsliall McLuhan pubblicò le sue più famose opere sui mezzi di comunicazione di massa (La Galassia Gutemberg, Gli strumenti del comunicare) che teorizzavano per la prima volta la prevalenza dei mezzi nel processo di comunicazione, prendeva il via una proliferazione di studi e di analisi sistematiche che finirono per decretare una sorta di predominio della cultura anglosassone d’oltreoceano.

Così le nuove teorie che ne scaturirono andarono a rafforzare quel filone della “cultura di massa” che era stata la scoperta più significativa della sociologia americana del dopoguerra. Nella “mass communication” si andavano per lo più ad osservare i vari fenomeni “quantitativi sull’accumulo delle informazioni e dunque sui processi di carattere psicologico attraverso i quali gli individui acquisiscono ed organizzano l’enorme massa di informazioni da cui sono quotidianamente bombardati.

Ma nel corso degli anni è emersa una certa insofferenza verso questa visione, a favore di un approccio di carattere più sociologico al problema dell’informazione, riguardata nel rapporto che lega chi promuove l’informazione con chi la riceve, cioè come un processo che determina una reazione da parte dei destinatari a causa del loro essere inseriti in un certo habitat, in un particolare contesto socio-culturale.

L’informazione come un momento dunque del vivere in associazione con gli altri, come fenomeno sociale, e non solo meramente psicologico. In particolare la critica all’impostazione di McLuhan si soffermava sull’importanza, ritenuta eccessiva, data al ruolo del mezzo nel processo di comunicazione. Infatti, secondo il sociologo canadese, il senso del noto e forse abusato slogan “il mezzo è il messaggio” consiste nel rilevare la prevalenza del modo di trasmettere i messaggi rispetto al loro contenuto. Una prevalenza giustificata dalla considerazione che il mezzo non si limita a trasmettere il messaggio ma lo viene a modificare in ragione delle proprie caratteristiche tecniche di strumento.

Quindi i mezzi produrrebbero determinati effetti indipendentemente dal loro contenuto. Ed è proprio contro questa interpretazione, di matrice anglosassone, sul termine (cioè il mezzo) del processo di comunicazione che trasformerebbe il messaggio, che si leva la voce di una visione della comunicazione legata ad una tradizione culturale e sociologica più “italiana”, di matrice umanistica, che sottolinea invece come la modifica dell’oggetto della comunicazione è un processo che non fa parte del circuito informativo, ma che si genera al di fuori di esso, più a monte, nella mente di chi comunica (e non già nelle proprietà tecniche degli strumenti, per quanto sofisticati possano essere).

È il soggetto che vuole comunicare che trasforma l’oggetto della sua comunicazione in una sua particolare forma, attribuendogli cioè una interpretazione che diventa essa stessa messaggio, entrando così nel noto circuito di “emittente-messaggio-mezzo-ricevente”. La tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello è l’unica teoria italiana sulla comunicazione, formulata su rigorose basi scientifiche. È una costruzione metodologica profondamente radicata nella nostra tradizione culturale, proprio perché si basa sul presupposto che non esista una teoria comunicazionale valida sempre ed applicabile a qualunque recettore, ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove una comunicazione e chi la riceve debba necessariamente essere tarata sul recettore, in quanto non oggetto passivo della comunicazione ma soggetto che interagisce con il promotore all’interno di una complessa dinamica sociale.

La “tecnica sociale dell’informazione” si basa sul presupposto che chi riceve la comunicazione non è un oggetto passivo, preda dei condizionamenti, ma un soggetto che interagisce con chi comunica all?interno di una complessa dinamica sociale.

Informare, trasmettere, comunicare

Per chiarire il significato e la portata di questo approccio sociologico è necessario confrontarlo con l’ambito proprio della teoria generale delle comunicazioni. Considerare l’informazione come tecnica sociale comporta infatti un taglio particolare rispetto all’accezione generica dei processi di comunicazione, con i quali non può essere mai confusa.

Una differenziazione innanzitutto rispetto all’azione di trasmissione di informazioni, che indica solo un momento del processo informativo, quello cioè del passaggio dall’emittente al recettore attraverso un mezzo. Infatti la tecnica sociale considera proprio l’impossibilità di trasmettere un oggetto (l’informazione) da un termine all’altro della comunicazione, bensì solo e sempre la sua forma, cioè la particolare interpretazione dell’informazione che il soggetto promotore non può far a meno di dare prima ancora di attivare il processo informativo. Ma informare non coincide dunque con il trasmettere, si differenzia soprattutto dal comunicare, un termine che non a caso il linguaggio corrente applica ad ambiti estremamente vasti e generici come le vie di comunicazione o i mezzi di trasporto.

Comunicare, al di là ovviamente della forma più elementare di rapporto diretto e immediato tra due persone, sta dunque ad indicare un’azione che mette in contatto, che accomuna due termini grazie ad un sistema di trasmissione. Non a caso la teoria generale delle comunicazioni e nata all’inizio degli anni sessanta come una teoria che studiava i problemi delle comunicazioni elettriche (ed è curioso notare come sin d’allora nasceva l’ambiguità del suo significato, se l’opera di John Pierce, uno dei più autorevoli studiosi della materia, “Symhols, signal and noise: the nature and process of communications” veniva tradotta in Italia con “Teoria generale dell’informazione”).

Gli sviluppi successivi ne accentuavano poi il carattere scientifico nel disciplinare il processo di “codifica” dei messaggi che viaggiano su un particolare canale, ponendo così le basi della cibernetica, una scienza che veniva così a racchiudere in un unico ambito sistematico sia i fenomeni fisiologici ( la trasmissione dei segnali del sistema nervoso centrale, periferico e neurovegetativo) che quelli elettromagnetici.

Parlando in senso tecnico di comunicazione, ci riferiamo dunque ad un sistema complesso che svolge tutta una serie di operazioni sulle informazioni captate: non solo cioè le raccoglie, ma le trattiene, le memorizza, le elabora e le trasforma, come risulta evidente se osserviamo i processi di tipo informatici e i sistemi operativi dei computer.

Contrariamente a quanto generalmente si pensa, nella comunicazione verso il pubblico non si trasmette mai una informazione ma sempre la sua “forma”, cioè l’interpretazione che chi comunica non può fare a meno di dare all’oggetto della sua comunicazione.

La formula di opinione

Un esame attento del termine “comunicare” ci indica quindi un significato estremamente ampio e necessariamente generico, che non dà ragione dei fenomeni studiati dalla tecnica sociale dell’informazione, che si occupa invece di comunicazione di messaggi, puntando il suo interesse non dunque sulla comunanza di informazioni quanto sull’accreditare opinioni.

Una prima conseguenza che se ne trae sta nel fatto che l’impossibilità di sottrarsi a questo processo di informazione rende l’informazione sempre “formazione”, nel senso che è impossibile, contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe sostenere, distinguere, ad esempio nel campo della carta stampata, organi politici che concorrono a formare opinione da organi di pura informazione. E questo non tanto in forza di una sorta di abitudine a distorcere e a pilotare le informazioni, quanto perché entrambi i casi stanno ad indicare lo stesso processo informativo.

Infatti, secondo la tecnica sociale dell’informazione non esiste la differenza tra fatti e opinioni, ma entrambi si trasformano sempre in formule di opinione, cioè nelle trasformazioni di ciò che deve essere comunicato in una particolare forma di percezione e di interpretazione del soggetto che promuove la comunicazione. Questa base metodologica intende dunque l’azione di informare nel senso della filosofia scolastica di dare forma ad un’informazione, per ottenere un’adesione a quella forma che viene trasmessa al destinatario della comunicazione.

All’interno di questa visione del fenomeno sociologico, tipicamente legata alle nostre tradizioni culturali e concettuali, ci si può addentrare ad osservare il come si crea questa interpretazione con la quale il soggetto promotore mira ad ottenere un consenso, una adesione da parte del recettore. Rispetto alle finalità che il promotore si pone quando deve comunicare, emergono due ambiti fondamentali di informazione: la costruzione dell’oggetto di informazione può essere infatti finalizzata ad ottenere un’adesione di tipo immediato e contingente, come nel caso del giornalista che mira ad un’adesione di opinione da parte dei suoi lettori; oppure si può puntare a conseguire un’adesione di tipo più profondo, come nel caso della trasmissione di valori o di conoscenze scientifiche, che richiede un processo di assimilazione più lento da parte del recettore.

La formazione dell’opinione pubblica intesa come il prodotto di opinioni contingenti attiene il primo tipo di informazione, mirata a conseguire nel recettore un’adesione immediata all’opinione del promotore, attraverso la rappresentazione di stereotipi, interpretazioni già preconfezionate e di facile assimilazione. La tecnica sociale dell’informazione del Fattorello studia proprio questo ambito, che è poi il campo della cosiddetta attualità, nel quale l’informazione – o meglio la sua forma – viene rivolta a quel particolare gruppo di recettori che si identifica nel pubblico.

Questa informazione pubblicistica, che impiega un tipo di analisi sociologica diversa dall’approccio di studio della trasmissione dell’informazione non contingente, propria dell’ambito scientifico, filosofico, morale e dell’educazione, si è andata ad articolare, nella nostra civiltà della comunicazione, in una serie di ambiti specialistici, ciascuno con finalità precise e circoscritte come il giornalismo, la propaganda ideologica, la pubblicità, le pubbliche relazioni. In tutte queste aree risultano comunque identici i termini del processo di informazione, che si possono rappresentare con una formula ideografica:

X)

Sp —> O —> M —> Sr = Sp1 —> O —> M —> Sr1

dove il soggetto promotore della comunicazione (Sp) attiva un rapporto con il soggetto recettore (Sr) usando un particolare strumento di comunicazione (M) attraverso il quale trasmette una sua opinione (O), un suo modo di rappresentare un fatto o un messaggio. Questo fatto o messaggio, che è il “ciò di cui si parla” x), cioè la materia del processo di informazione, resta al di fuori del processo stesso. Chi, ad esempio, deve riferire al proprio superiore il dibattito che ha avuto corso in una riunione, non pone tra sé e il suo destinatario l’evento accaduto x), ma solo la propria relazione su quell’evento; una relazione (O) alla quale egli affida il compito di creare nel suo interlocutore una particolare immagine dell’evento.

Questa interpretazione della comunicazione viene dunque a superare l’idea tradizionale di un soggetto che trasmette ed uno che riceve, ponendo 1’accento sulla complessità sociale del fenomeno comunicazionale: infatti i due termini sono entrambi soggetti di comunicazione, non solo perché il promotore trasmette non un fatto ma una sua rappresentazione soggettiva, ma anche perché il recettore non si limita a ricevere quella interpretazione, ma la elabora a sua volta per ritrasmetterla ad altri, così rielaborata e reinterpretata, cioè per farsi a sua volta promotore di comunicazione.

Ma l’aspetto più rilevante della natura del fenomeno e che i processi di rielaborazione dei due soggetti risultano dello stesso tipo, in quanto la formazione delle opinioni è la risultante delle stesse dinamiche sociali, in continua evoluzione, che scaturiscono dalla condivisione dello stesso “mondo”, delle stesse sollecitazioni indotte dal comune ambiente esterno.

Studiare la comunicazione diventa allora analizzare le caratteristiche dell’habitat culturale e delle strutture conoscitive con le quali i soggetti interagiscono nel ruolo di protagonisti della creazione continua di rappresentazioni della realtà. Siamo dunque ben lontani da quegli individui a cui si riferiva Umberto Eco negli anni sessanta nel suo celebre “Apocalittici e integrati”: in totale balia del bombardamento dei mass media che determinano in loro una sorta di regressione psichica, un conformismo spinto, una ottenebrata passività. No. Qui ci troviamo in una visione ben diversa nella quale gli individui, interagendo tra di loro, si scambiano frammenti dei loro mondi conoscitivi che sono il frutto delle loro continue elaborazioni personali e delle pulsioni della loro convivenza sociale.

Gli stessi mezzi di comunicazione, nella teoria di Fattorello, non sono scindibili da questa visione in quanto strumenti dotati di uno specifico linguaggio (basti pensare, per fare l’esempio più evidente, alla differenza tra il linguaggio della carta stampata e quello degli strumenti informatici multimediali e interattivi); linguaggio che non è una caratteristica a se stante ma è legato al tipo di recettore al quale prevalentemente si rivolgono. Allo stesso modo i recettori della comunicazione non sono considerati solo nelle loro dimensioni quantitative che ne limitano ovviamente la loro recettività, ma anche secondo il loro diverso grado di disponibilità all’informazione che ricevono.

Le dinamiche in cui è immerso chi riceve una informazione pubblicistica non riguardano solo la sfera della razionalità cosciente e le pulsioni inconsce, ma sono costituite in misura rilevante dalle forze esterne di polarizzazione delle opinioni.

I termini del processo di informazione

Ed è proprio sul recettore che la tecnica sociale dell’informazione accentra il suo interesse. L’informazione pubblicistica è rivolta infatti ad un tipo di recettore che non è né un gruppo fortemente connotato e qualificato, né una folla indistinta, ma un tipo di persone riconoscibili all’interno di un segmento di pubblico soggetto allo stesso mix di dinamiche emotive e razionali, differentemente da quanto avviene per l’informazione di tipo non contingente, che si rivolge ad un pubblico più qualificato e omogeneo, la cui recettività, lenta e graduale, segue prevalentemente percorsi di tipo logico-razionale. Quindi l’analisi del soggetto recettore dell’informazione pubblicistica dedica una particolare attenzione alla recettività di tipo qualitativo dei recettori, connessa con una eterogeneità culturale che richiede perciò da un lato l’uso delle metodologie statistiche e sociologiche, dall’altro le ricerche motivazionali per andare ad individuare le motivazioni culturali e il grado di conformismo sociale.

Quindi le dinamiche in cui è immerso il recettore dell’informazione pubblicistica non attengono solo la sfera della razionalità cosciente e quella delle pulsioni inconsce, ma sono costituite in misura rilevante anche da queste forze esterne di polarizzazione delle opinioni. Se dunque il successo teorico di una informazione di tipo pubblicistico si ha nel caso limite in cui l’adesione di opinione del recettore all’opinione che il promotore gli propone sia totale e completa, in pratica si dovrà puntare all’obiettivo di posizionare questo “fattore di conformità” sulle adesioni di opinione della maggioranza del nostro pubblico.

Infatti l’efficacia dell’informazione non può essere misurata solo con i criteri mediati dalla psicologia (indagini qualitative in profondità) in quanto le reazioni emotive e inconsce dell’individuo non sono scindibili dai condizionamenti che egli subisce per il fatto di appartenere al gruppo al quale il messaggio è rivolto. E questo aumenta le difficoltà della misurazione, inducendo il rilevatore a ricorrere anche alle tecniche proprie della psicologia sociale. Ma nella tecnica sociale di Fattorello l’attenzione dedicata al recettore non opera nella direzione di isolarlo dal contesto del processo informativo, anzi l’interazione tra i vari fattori del processo è molto intensa perché ciascuno dei termini del rapporto di informazione condiziona tutti gli altri.

Dal promotore, che sceglie lo strumento più efficace, configura il suo messaggio per ottenere 1’adesione all’opinione a cui mira e si deve adeguare al suo recettore; allo strumento, che impone al promotore il rispetto di certe regole tecniche legate alle proprie caratteristiche, e che si deve adattare alla configurazione del contenuto dell’informazione e obbliga il recettore ad usare quel tipo di recettività necessaria per comprenderne il linguaggio tecnico proprio delle sue caratteristiche; al contenuto, che porta nel processo di informazione la forma che gli ha dato il promotore e condiziona la scelta dello strumento da usare; fino al nostro recettore che obbliga il promotore ad accertarne i processi conoscitivi, le attese e i condizionamenti del suo essere parte di un pubblico destinatario dell’informazione.

Questa rete di reciproche influenze tra i vari elementi del processo rende perciò la nostra tecnica sociale ben diversa dalla teoria generale delle comunicazioni e dalla famosa formula di Lasswell (chi parla? cosa dice? a chi? con quale mezzo? con quale efficacia?).

Evidenziando solo gli aspetti più macroscopici, si nota che da un lato il modello del sociologo americano prescinde dal simbolo x), cioè dalla dinamica fattorelliana che attribuisce un’ampiezza e una complessità ben diverse all’oggetto della comunicazione, che non è una informazione asettica ma un messaggio caricato dal meccanismo dell’opinione che trasforma il recettore in soggetto attivo non solo nella fase di decodifica del messaggio ma anche in quanto, inserito nella dinamica sociale, egli dà vita successivamente a quella reazione a catena diventando egli stesso soggetto promotore dell’informazione ricevuta, interpretata e modificata dalla propria opinione.

In secondo luogo si nota l’assenza, nel modello di Fattorello, dell’elemento “efficacia” della comunicazione attivata. Non si tratta certo di una dimenticanza, ma piuttosto della volontà di confinare, in senso rigorosamente scientifico, l’effetto del messaggio al di fuori del rapporto di informazione, come elemento quindi che non entra in quella dinamica vitale di reciproche interrelazioni che abbiamo osservato prima.

È questo il motivo per il quale le accentuate dinamiche della tecnica sociale dell’informazione pubblicistica, cioè immediata e contingente, consentono di dare spiegazioni sul fenomeno della formazione dell’opinione pubblica (quella cioè che si forma all’interno di un certo raggruppamento sociale intorno ad un particolare tema), che non è riguardata come un qualcosa di statico che si può fissare in uno schema di analisi sempre uguale, ma viene interpretata appunto come processo di polarizzazione di opinioni, in continua trasformazione secondo certe dinamiche note e misurabili.

E la capacità di misurare il fenomeno sociale dell’informazione scaturisce proprio dalla sua bidirezionalità, cioè dal fatto che esso viene considerato come la risultante sia delle interpretazioni soggettive che il promotore dà sull’oggetto dell’informazìone, sia delle interpretazioni altrettanto soggettive che il recettore dà a sua volta all’interpretazione del promotore. E queste soggettività che si ripetono all’infinito non sono casuali e legate “psicanaliticamente” alle dinamiche interne della coscienza dell’individuo (il mondo delle sue pulsioni e della sua emotività personale), ma sono ordinate da quelle circostanze della vita sociale, del condividere la stessa visione del mondo e appartenere allo stesso habitat culturale, che formano le attitudini che ci portano a reagire alle opinioni che riceviamo con altre opinioni.

Il pubblico che riceve la comunicazione è un soggetto che interagisce con la stessa informazione ricevuta sotto una certa “forma” e che provoca in lui la tendenza a riconfigurarla in modo consono al proprio habitat culturale e alla propria visione del mondo.

Una metodologia per comprendere il nostro mondo

In un simile contesto non viene dato più spazio alla pretesa “obiettività” dell’infomiazione, visto che il valore dell’informazìone, nella tecnica di Fattorello, sta proprio nella sua soggettività, nel fatto cioè che non si può distinguere, come accennavamo all’inizio, tra fatti ed opinioni per il semplice motivo che anche ammettendo per assurdo l’esistenza di informazioni “neutrali” da parte di chi le trasmette, non si può prescindere dal fatto che esse vengano trasformate dalla opinione di chi le riceve, secondo una particolare dinamica di natura sociale.

Allora il noto motto del giornalismo americano, secondo il quale “i fatti sono sacri e la notizia è libera” sembrerebbe dimenticare – da questa prospettiva – che non sono i fatti che vengono riferiti, ma la loro “notizia”, cioè la loro relazione caricata inevitabilmente da una interpretazione soggettiva. Non si tratta certo, nel nostro caso, di un ritorno al criticismo kantiano che negava la possibilità di conoscere le “cose in sé” ma solo i loro fenomeni, le loro rappresentazioni mentali.

No. Qui il problema è semplicemente quello di analizzare il fenomeno dei meccanismi che presiedono l’efficacia delle informazioni trasmesse nella loro effettiva concretezza che si manifesta nella convergenza dinamica di due interpretazioni sull’informazione trasmessa (quella del promotore e quella del recettore).

In altre parole la tecnica sociale considera il pubblico dei recettori non come mero oggetto del processo di comunicazione, ma come soggetto opinante che va dunque studiato, per prevederne le reazioni, non tanto nei suoi caratteri psicologici determinati staticamente, quanto nella dinamica della sua condizione sociologica di soggetto che interagisce con gli altri e soprattutto con l’informazione che riceve sotto una certa forma e che provoca in lui la tendenza a riconfigurarla in modo consono al proprio habitat culturale e alla propria visione del mondo.

Oltre a questo carattere dinamico, in cui il feedback è strettamente connesso al circuito della comunicazione, la tecnica sociale pubblicistica che comprende l’intera gamma di strumenti che oggi si usano per comunicare (dai più tradizionali come la carta stampata, la televisione, il cinema e l’editoria a quelli più innovativi come i mezzi multimediali e interattivi) mette dunque in guardia dall’equivoco diffuso che sia possibile informare senza porsi alcuno scopo.

Anche nei casi di informazione tecnico-scientifica, ad esempio, non esiste una informazione asettica e astratta che viene trasmessa come una sorta di onda acustica nello spazio in attesa che qualcuno la raccolga, ma al contrario, ci troviamo anche qui in un processo di trasformazione che conferisce ad un fatto o ad una nozione una particolare configurazione in funzione di un particolare pubblico interessato a riceverla.

Il soggetto recettore che appare da questa visione e dunque il concreto individuo del nostro tempo, sospinto dal forte bisogno di essere inserito a pieno titolo nella stretta rete dei rapporti sociali, e in particolare all’intemo del proprio gruppo di appartenenza, che lo induce non solo a sapere ma anche a mostrare di sapere. E questo suo impellente bisogno lo spinge a reagire ad ogni informazione che gli perviene dalla quale, più che “il fatto in sé”, vuole trarre un’interpretazione di quella relazione sul fatto che gli viene proposta; sul “fatto” che cioè qualcun altro ha, ancor prima di lui, a suo modo modificato.

È il bisogno del nuovo, dunque, che anima l’uomo di oggi, quello stesso bisogno che porta gli operatori dell’informazione a non parlare della miriade di episodi “normali” che quotidianamente accadono, ma prediligere quelli che hanno il carattere di strano, eccezionale, di fuori dall’ordinario, anche (e non certo per morbosità) se si presentano con una connotazione negativa o funesta.

È il nuovo infatti che appaga il bisogno di essere inseriti nel dinamismo della vita sociale. Un nuovo che presenta anche aspetti inquietanti, come nei casi in cui presuppone e quasi favorisce l’ignoranza del recettore che è più esposto e fragile quando non ha punti di riferimento per rielaborare quanto gli viene riferito. Da qui, come sappiamo bene, nasce la tendenza al sensazionale, allo scoop ricercato talvolta con punte di ostinazione.

Il fatto poi che spesso sia proprio il gusto del sensazionale a stimolare la suggestione dell’audience fa scorgere le interessanti interazioni tra il mondo della comunicazione di massa e l’etica sociale, come tra l’informazione di tipo pubblicistico e la cultura di massa, spesso ridotta ad una sorta di prodotto industriale di largo consumo.

Ma tutte le direzioni possibili di approfondimento e di sviluppo dell’analisi sociologica nel processo di informazione possono comunque trovare nella tecnica del Fattorello un’impostazione metodologica rigorosa ma aperta, che offre cioè in modo estremamente efficace la possibilità di osservare e comprendere l’uomo di oggi nella sua fenomenologia di soggetto attivo che agisce e reagisce continuamente agli stimoli del caotico mondo di relazioni sociali nel quale è inserito.

Francesco Fattorello – il fenomeno dell’informazione: analisi scientifica e metodologia professionale

Roma, 18 aprile 1989
Convegno Nazionale di Studio promosso da IPR e FERPI:
“La comunicazione in Italia 1945-1960”

Francesco Fattorello
il fenomeno dell’informazione:
analisi scientifica e metodologia professionale

relazione a cura di Carlo d’Aloisio
(atti pubblicati in vol. 4 collana “Politica della Comunicazione” – Bulzoni Editore)

Se, come credo di poter interpretare, questo convegno nazionale di studio è stato promosso con lo scopo essenziale di conoscere e di analizzare ciò che di importante si è determinato nel campo della “comunicazione” nel contesto italiano tra gli anni che vanno dal 1945 al 1960, con questo intervento intendo produrre un contributo che ritengo, quanto meno, particolare.

Dalla lettura delle varie testimonianze, che si possono evincere anche dall’incontro preliminare tenutosi lo scorso novembre, certamente emerge un quadro ricco di esperienze personali e professionali molto significative e di analisi storicistiche altrettanto interessanti ed articolate.

Sono tutti elementi informativi che aiutano a comprendere come, in quegli anni nel settore e in concomitanza con una notevole serie di innovativi fenomeni sociali, si siano evolute e sviluppate professioni anche nuove, così come l’avvento di nuovi massmedia abbia contribuito a determinare modificazioni radicali nelle abitudini e nei costumi di vita.

La testimonianza che intendo, però, proporvi si riferisce ad uno studioso del fenomeno dell’informazione, oggi in Italia non da tutti conosciuto, così come ieri, sempre in Italia e soprattutto da una certa “elite” ufficiale, non adeguatamente “riconosciuto”.

La sua opera, tuttavia, a testimonianza dell’importanza scientifica e culturale, è conosciuta e diffusa nelle università e nelle sedi scientifiche estere dove si studiano i fenomeni della “comunicazione” o meglio, se mi si consente una puntualizzazione terminologica, dell'”informazione”.

Curiosamente, ma non nel senso di un’inopportuna sottolineatura campanilistica, è un italiano e dà il nome – lo avrete certamente compreso – all’Istituto di Pubblicismo che qui mi onoro di rappresentare.

Francesco Fattorello, scomparso da alcuni anni, rappresenta uno straordinario patrimonio teorico, scientifico e didattico maturato in 60 anni di attività e sviluppatosi, in particolare, proprio nel periodo considerato dal convegno.

Già oggi, un testo di riferimento come l’Enciclopedia Treccani, citando l’Istituto Italiano di Pubblicismo fondato da Fattorello, segnala le peculiari caratteristiche delle attività interdisciplinari, finalizzate alla pratica formazione professionale dei tecnici operanti nel settore pubblicistico, sottolineandone l’ampiezza dei programmi rispetto alle “semplici scuole di giornalismo e di pubblicità”.

Il Prof. Fattorello, dal 1936 ordinario di Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma ed autore di una vasta serie di saggi su studi letterari e sulla storiografia del giornalismo italiano, fu, tra il 1939 e il 1942, promotore e direttore de “Il Giornalismo”, la prima (e forse unica per finalità e omogeneità culturale) rivista specializzata in problemi giornalistici.

Fattorello, da ricercatore del fenomeno, proprio in quegli anni maturava la consapevolezza che lo studio del “giornalismo” non potesse essere ristretto in una mera registrazione e analisi dei fatti storici.

La “storia del giornalismo” non poteva identificarsi con la storia degli eventi della società politica puntualmente ripresi dai giornali, né poteva apparentarsi alla storia letteraria; impostazione romantica, quest’ultima, ereditata dal giornalismo di fine secolo, ma che era ancora molto diffusa e per la quale “il giornalismo” era considerato come una sottospecie della “letteratura” ed i “giornalisti”, per tale motivo, una sottospecie dei “letterati”.

Mentre era opinione diffusa ritenere che il giornalismo potesse essere oggetto di storia, il Prof. Fattorello, che pur proveniva da questa tesi, veniva maturando l’idea che non si potesse scrivere la storia del giornalismo finché non fosse chiaro quale in realtà fosse il suo oggetto.

In quegli anni, infatti, il “fenomeno giornalistico” era confusamente vissuto da studiosi e addetti, ora come un’arte, ora come una scienza, ora come una missione (e purtroppo questi luoghi comuni sono tuttora molto diffusi, come ad esempio la mitica tradizione del “giornalista si nasce, non si diventa”), mentre nelle analisi di Fattorello appariva sempre più come un fenomeno legato ad un altro più importante, di cui non si faceva menzione, e che pure era tutto nella vita della società; quello dell’informazione.

Negli anni in cui cominciava a farsi strada anche in Italia la sociologia, già affermatasi nel resto del mondo, l’idea di Fattorello poté trovare terreno fecondo grazie soprattutto all’incontro con Corrado Gini, l’eminente sociologo e statistico, che fornì a Fattorello la risposta ai suoi interrogativi sull’oggetto della storia del giornalismo.

Alla luce di questa disciplina il “giornale” appariva come uno strumento dell’informazione contingente e perciò doveva essere studiato nel quadro di questa prospettiva. Il “fenomeno giornalistico” non era altro che l’esercizio dell’informazione tramite lo strumento del “giornale”; esso non poteva essere più oggetto soltanto della storia politica e della storia letteraria.

Da qui, ora, ricominciava lo studio del Prof. Fattorello: la sociologia consentiva non solo lo studio scientifico del fenomeno sociale, ma soprattutto di far risaltare la funzione del “giornale”, nella dinamica della vita sociale, sui fenomeni d’opinione.

Lo studio della sociologia e gli accostamenti alla statistica portarono Fattorello a confrontarsi anche con studiosi stranieri, soprattutto con Stoetzel, per la sua teoria dell’opinione, e con Dupréel.

Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’ informazione, in generale, al di là degli schemi rigidi e sacrali della letteratura e dello storicismo.

Per questo, Fattorello fondò nel 1947, anche grazie al particolare appoggio di Gini, allora Preside della Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma, l’Istituto Italiano di Pubblicismo, con il proposito di promuovere in Italia un movimento di studi che avesse come oggetto non tanto il giornalismo, ma il fenomeno sociale dell’informazione nelle sue diverse applicazioni.

Nello stesso anno, non senza grandi difficoltà, Fattorello riuscì ad istituire il “Corso Propedeutico alle Professioni Pubblicistiche”, il cui ordine degli studi comprendeva l’analisi del fenomeno dell’informazione articolato in una tecnica che ne individua i due principali soggetti il promotore ed il recettore , la forma data al contenuto, il mezzo; studio completato dal contributo che alla comprensione del fenomeno arrecano la statistica applicata ai sondaggi d’opinione, la legislazione pubblicistica, la storia degli strumenti di comunicazione. L’interpretazione e lo studio del fenomeno non dovevano, tuttavia, essere fini a se stessi: con il “Corso di Applicazione” nacque, così, la “Scuola di Tecniche Sociali dell’Informazione” che prima in Italia conferiva un titolo di qualificazione per l’esercizio delle professioni pubblicistiche.

L’istituto , dunque, si proponeva due finalità: una scientifica, che presupponeva l’interpretazione sociologica del fenomeno dell’informazione; l’altra pratica, finalizzata alla definizione di una Tecnica dell’Informazione come strumento metodologico fondamentale, uguale per le diverse discipline pubblicistiche, quali il giornalismo, la propaganda ideologica, la pubblicità, le c.d. relazioni pubbliche, ecc., sostenendo e dimostrando, cioè, che come esiste una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così esiste una tecnica per agire sulle opinioni degli uomini, che consente, una volta individuata, di essere applicata in ogni attività sociale.

Secondo l’analisi di questa tecnica, la dinamica della vita collettiva si concreta in rapporti sociali che costituiscono la trama del tessuto sociale; questi rapporti sono messi in moto dall’iniziativa dei soggetti promotori e si articolano attraverso i mezzi utilizzabili, siano essi naturali o artificiali; tali rapporti di informazione si sviluppano nel rispetto di determinate leggi e di una tecnica che l’uomo pratica se ne è consapevole, ma nei termini della quale è costretto ad operare anche se per avventura la ignora.

L’uomo, perciò, non comunica, cioè non trasmette come una macchina l’oggetto dell’informazione, ma trasmette tramite il mezzo la forma nella quale ha configurato per sé e per gli altri l’oggetto che ha percepito.
‘uomo come essere intelligente è dotato della facoltà di percepire e poi di configurare ciò che ha percepito e quindi di predisporre la trasmissione ad altri di questa rappresentazione.

La trasmissione avviene con uno scopo ben preciso: quello di ottenere da parte del soggetto recettore da considerare sempre come un soggetto opinante un’adesione di opinione alla formula proposta.

Questa formula, proprio per le intenzioni del promotore, ma anche al di là di tali intenzioni, può essere più o meno rappresentativa dell’oggetto del rapporto di informazione, può anche divergere in tutto o in parte; comunque non ci potrà mai essere identificazione totale tra l’oggetto dell’informazione, la rappresentazione del medesimo proposta dal promotore e l’interpretazione da parte del recettore.

E’ questa una delle caratteristiche fondamentali del rapporto di informazione; molte altre, come, ad esempio, l’inesistenza dell’obiettività o la distinzione tra l’informazione contingente e quella non contingente, non possono, per rispetto agli evidenti problemi di tempo, essere rappresentate in questa sede.

D’altra parte, la straordinaria modernità di questa concezione è recentemente testimoniata dalla riflessione e dalla conseguente evoluzione che sta coinvolgendo, in particolare, la stampa periodica americana (ma non solo quella): non più la stereotipata formula dei fatti obiettivi separati dalle opinioni, ma sempre più diffusa la consapevolezza che è il “tasso di opinione” (più o meno accentuato) a caratterizzare (più o meno marcatamente) i processi informativi.

L’opera di Fattorello, nel decennio 1947/57, fu rivolta allo sviluppo ed alla diffusione di questi studi e delle loro applicazioni; tra le altre, attivò iniziative come:
– la pubblicazione semestrale della collana “Saggi e Studi di Pubblicistica” (iniziata nel 1953 e annoverata tra i periodici di alto valore culturale), i cui contenuti documentavano in concreto l’applicazione di questa tecnica ed offrivano materia di consultazione sulle professioni pubblicistiche;
– la pubblicazione mensile, dal 1957, del bollettino “Notizie e Commenti” sull’informazione dell’attualità;
– l’istituzione del “Centro Nazionale di Studi sull’Informazione”, creato d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel quadro delle attività internazionali promosse dall’UNESCO.

Fattorello, comunque, nel dicembre del 1959, a coronamento di queste sue nuove ricerche, pubblica la teoria sociale dell’informazione (che aveva già esposta per la prima volta l’anno precedente all’Università di Strasburgo) nel libro “Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione”: questo testo avrà numerose riedizioni e sarà tradotto in più lingue anche per essere adottato in diverse università straniere.

Se gli anni ’50 furono anni di riflessione e segnarono per Fattorello il coronamento dei suoi sforzi con l’elaborazione della teoria dell’informazione, gli anni ’60 furono, invece, ricchi di scambi e di affermazioni scientifiche in campo internazionale.

Testimonianza dei proficui scambi intrapresi non sono soltanto le lezioni ed i corsi tenuti da Fattorello in numerose università estere, ma anche la partecipazione che eminenti studiosi di tutto il mondo vollero dare ai corsi da lui organizzati presso la Facoltà di Scienze Statistiche di Roma.

La “Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione” rappresenta, dunque, il contributo per un’interpretazione non solo storicistica del fenomeno “comunicazione”, ma soprattutto una proposta chiara, non ideologica né stereotipata, uno strumento di conoscenza attinente alle scienze sociali, culturalmente aperto al confronto.

La Dott.ssa Rosario de Summers, rappresentante permanente alle Nazioni Unite della Commissione Economica per l’America Latina (con l’incarico di coordinare i rapporti con i massmedia di tutto il mondo), intervenendo quest’anno all’inaugurazione dei Corsi della Scuola di Metodologia dell’Informazione che per il 42° anno consecutivo danno continuità all’impostazione intrapresa da Fattorello ha inteso sottolineare proprio come, nel contesto internazionale, la conoscenza e l’uso delle tecniche sociali stia acquisendo sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che, come noi, si occupano quotidianamente di questi problemi.

Per concludere, credo di poter sottolineare come questa occasione possa rappresentare, non solo una sede opportuna per fare onore all’attività scientifica di Fattorello, ma anche un significativo arricchimento agli interessanti contenuti di conoscenza maturati grazie a questo convegno.

Carlo d’Aloisio Mayo