Seminario intensivo di Studi ad Ariccia per il fine Corso 2014

Anche quest’anno, nelle giornate del 7 e 8 giugno, si è tenuto il consueto week-end out-door, ad ARICCIA presso l’ospitale “Casa del Divin Maestro”, immersa nel verde di un parco secolare, con vista sul magnifico Lago di Albano.

E’ ormai una tradizione per gli iscritti all’Istituto “Francesco Fattorello” approfondire gli argomenti affrontati durante l’anno, in insolite lezioni nel verde, sotto l’esperta guida del prof. Giuseppe Ragnetti.

Nella sessione intensiva di Ariccia si sono privilegiati gli aspetti pratici della comunicazione che hanno coinvolto tutti i partecipanti.

Particolarmente apprezzato e sentito il dopocena con “La storia infinita” e il “Vorrei ma non posso e potrei ma non voglio”.

Ancora una volta il tempo è volato e il momento dei saluti ha lasciato l’amaro in bocca ma con un sincero desidero di “arrivederci a presto!”.

Alcune foto del Seminario di Ariccia scattate dal grande fotografo, Fattorelliano DOC, Roberto Gaeta Carinucci

Nella foto single il prof. Ragnetti ovvero “Il vecchio e il lago” parafrasando un classico della letteratura mondiale: “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingwai

Seminario di fine Corso

ISTITUTO FRANCESCO FATTORELLO
DAL 1947
“LA VIA ITALIANA ALLA COMUNICAZIONE”
SEMINARIO INTENSIVO DI “TECNICHE RELAZIONALI E COMUNICATIVE”

Il tradizionale Seminario di fine Corso si terrà il 7 e 8 giugno 2014 ad ARICCIA, splendida località dei Castelli Romani ricca di storia e di ….porchetta!!!

L’appuntamento è per le ore 9,30 di sabato 7 giugno alla “Casa del Divin Maestro” immersa in un parco secolare, con vista sul magnifico Lago di Albano.

Il Seminario proposto è parte integrante delle attività culturali e didattiche riservate agli iscritti all’Istituto Fattorello. La partecipazione è, pertanto, a titolo completamente gratuito.

Mentre il costo totale di vitto e alloggio in camera singola con bagno, comprensivo di pranzo e cena di sabato, colazione e pranzo di domenica è di 80 euro, da pagare direttamente alla struttura ospitante.

Chi vuole partecipare deve chiamare quanto prima Vincenzo Bernardi che ha curato l’organizzazione del Seminario, al 349-2255905 o inviargli una mail al seguente indirizzo: vinniber@libero.it

Missione Compiuta

MISSIONE COMPIUTA

di GIUSEPPE RAGNETTI
Direttore Istituto Francesco Fattorello – Roma
A trent’anni dalla scomparsa di Francesco Fattorello e dopo diversi decenni dall’ultima edizione, ho sentito il dovere di pubblicare di nuovo la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ideata e insegnata per la prima volta da Francesco Fattorello sin dall’anno accademico 1947/ ‘48 (Francesco Fattorello, Tecnica Sociale dell’informazione. La rivoluzione nella comunicazione: da target a persona. Safarà Editore Pordenone2015)

Come direttore dell’Istituto che porta il nome dell’insigne studioso ho avuto la responsabilità di diffondere i suoi insegnamenti attraverso i corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali regolarmente attivati ormai da settanta anni, ed ora attraverso questa nuova edizione della Tecnica Sociale.

L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di mettere a disposizione degli studenti e degli operatori interessati l’approccio teorico fattorelliano che rappresenta una visione di una incredibile modernità e ci sembra poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

La Tecnica Sociale dell’Informazione è l’unica teoria italiana del settore, formulata su rigorose basi scientifiche.

E’ una costruzione metodologica profondamente radicata nella tradizione culturale europea proprio perché si basa sul presupposto che non possa esistere una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove e chi riceve la comunicazione, debba necessariamente essere tarata sul recettore.

Ecco allora il recettore non più oggetto passivo della comunicazione che diviene, a sua volta, un soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre e comunque con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Da qui l’apporto fondamentale di una Tecnica Sociale che ricerca l’adesione e quindi il consenso dei destinatari sulla base delle loro attitudini sociali.

Attitudini sociali intese come disponibilità ad accettare le opinioni proposte, a seconda della propria acculturazione, intendendo per acculturazione tutto ciò che l’ambiente sociale ha, inevitabilmente, trasferito nell’arco di tutta una vita a qualsiasi essere umano. La Teoria della Tecnica Sociale si pone in netta antitesi con l’impostazione teorica anglosassone che per decenni ha inteso far leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione in senso lato capacità di “persuasione occulta”.

Francesco Fattorello, la sua vita, il suo pensiero, la sua Teoria: la nostra eredità. Francesco Fattorello fu il primo studioso dell’informazione e della comunicazione ad andare controcorrente.

Anticipando di oltre mezzo secolo quella che sarebbe stata poi l’impostazione teorica adottata in tutto il mondo, ebbe il coraggio e la determinazione di attaccare scientificamente le più accreditate teorie di oltreoceano. E lo ha fatto in un periodo, il primo dopoguerra, in cui tutta l’élite culturale e tutta l’Accademia del nostro Paese accettava acriticamente impostazioni “esotiche”, suggestive quanto si vuole, ma prive di qualsiasi humus scientifico.

I risultati pragmatici permettevano agli Americani di insistere nelle loro assurde impostazioni teoriche e ai nostri “accademici” di inchinarsi ossequiosi di fronte a cotanto ingegno.

Francesco Fattorello non si unì al coro dei replicanti ma volle analizzare a fondo e capire il fenomeno arrivando a conclusioni diametralmente opposte. A distanza di oltre 70 anni dalla sua prima elaborazione, l’impostazione teorica fattorelliana è ormai adottata in tutti i paesi del mondo, anche e soprattutto nel mondo anglosassone ormai totalmente allineato con le nostre posizioni.

E infine, a riprova di quanto sopra, con orgoglio e passione possiamo scrivere “Missione compiuta”!!! Francesco Fattorello che ci guarda da lassù, sarà sicuramente contento…Nel trentesimo anniversario della sua morte, finalmente la sua Teoria è stata pubblicata in lingua inglese dalla PRESTIGIOSA CASA EDITRICE (PALGRAVE-MAC MILLAN-LONDON) con diffusione nei principali Paesi del mondo.

Negli annuali convegni internazionali di IAMCR/AIERI, la Tecnica sociale farà bella mostra di sé e potrà essere acquistata da tutti gli studiosi interessati, che finalmente potranno conoscere Francesco Fattorello e la sua impostazione teorica.

Corso istituzionale di “Comunicazione” – 2014

Istituto_Fattorello FBl’appuntamento più atteso della settimana:

I LUNEDI’ DELLA COMUNICAZIONE AL “SERAFICO”
il piacere di ascoltare, conoscere, capire per comunicare

L’Istituto Francesco Fattorello in Roma, la prima Scuola di comunicazione in Italia, propone ogni settimana una full immersion relazionale e comunicativa

Dal 3 febbraio 2014 a fine giugno, tutti i lunedì dalle 17.30 alle 21.00, ti aspetta il Corso di “SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E TECNICHE DELLA COMUNICAZIONE” con le seguenti aree tematiche:

  • Teoria della Tecnica sociale dell’Informazione
  • Scienze dell’Opinione
  • Tecniche della comunicazione scritta e orale
  • Rapporti interpersonali e comunicazione non verbale
  • Modalità relazionali: controllo delle barriere e sviluppo delle competenze comunicative
  • L’arte dell’ascolto e la sua funzione comunicativa
  • I linguaggi della comunicazione
  • Marketing e comunicazione politica
  • Promozione dell’Immagine e Tecniche operative
  • Funzioni aziendali e comunicazione organizzativa

La valutazione finale degli iscritti all’Istituto Fattorello individua anche la loro attitudine e disponibilità a:
– sviluppare rapporti interpersonali positivi
– comunicare in maniera chiara ed efficace in ogni possibile occasione
– gestire senza conflittualità i gruppi di lavoro
– contribuire in maniera creativa agli aspetti interattivi della didattica
– farsi carico di studi e ricerche di apprendimento, per argomenti di particolare interesse, su stimoli forniti dal docente
– presentare in aula relazioni su ricerche effettuate
– socializzare in senso lato
– affrontare situazioni e problemi in ottica propositiva, anche con l’individuazione di piccole innovazioni

Il nostro 68° Corso annuale dà continuità all’insegnamento della Tecnica Sociale dell’Informazione, già impartito dal prof. Francesco Fattorello presso la Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, sin dal 1947.

La validità scientifica della nostra proposta formativa è garantita dalle originali metodologie dell’Istituto, unica Scuola regolarmente autorizzata e legittimata ad approfondire e diffondere l’impostazione teorica fattorelliana, anche attraverso l’attivazione di regolari Corsi didattici.

I nostri Corsi, nel pieno rispetto della volontà espressa dal prof. Fattorello prima e dai suoi eredi poi, non hanno subito discontinuità di nessun genere, consentendo in tal modo lunga vita alla prima Scuola italiana del settore.

L’Istituto è diretto dal prof. Giuseppe Ragnetti che ha contribuito alla diffusione della “Teoria della Tecnica sociale dell’informazione” in ambito universitario, attraverso il suo insegnamento presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione e presso la Laurea Specialistica in Editoria Media e Giornalismo dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino e presso altre Università italiane, nonché in prestigiosi contesti quali SSAI – Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Questure, Prefetture, Scuola di Polizia Giudiziaria, Scuole di Formazione politica, Corsi di Comunicazione per le Forze dell’Ordine, Enti pubblici e Organizzazioni private.

Il prof. Ragnetti, garante della coerenza e correttezza delle diverse discipline nei confronti dell’impostazione teorica originale dell’Istituto, è coadiuvato da un équipe di Docenti, tutti ex allievi dell’Istituto stesso.

Con 68 anni di tradizione scientifica alle spalle e con tutta la responsabilità che ne deriva, adeguando tuttavia costantemente gli strumenti didattici e gli obiettivi della ricerca alle esigenze dei tempi e, talvolta, anticipandone l’evoluzione, l’Istituto si propone di fornire ancora oggi il bagaglio culturale indispensabile ai “maestri della comunicazione” ed a tutte le attività che si avvalgono delle migliori abilità relazionali e comunicative.

Una corretta comunicazione , comprendere e farci comprendere, ci dà forza, coraggio, voglia di fare, ci rende attori-protagonisti della nostra vita, ci permette di aiutare gli altri e noi stessi.

Se vuoi intraprendere uno dei tanti “mestieri della comunicazione” o più semplicemente superare i ”blocchi della comunicazione” e la paura del parlare, se vuoi acquisire maggiore autorevolezza, assertività e capacità di ascolto,
se vuoi guadagnarti la stima e la considerazione dei tuoi interlocutori e ottenerne condivisione e consenso o, ancor di più, se vuoi aumentare la stima di te stesso e la fiducia nelle tue potenzialità allora è questo il Corso che stavi cercando.

La Sede didattica del Corso è presso la:
Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura
Istituto Seraphicum
Via del Serafico,1 – 00142 Roma-Eur
(raggiungibile con la METRO B capolinea Eur- Laurentina)

Per informazioni: segreteria telefonica allo 06-95.24.188 (lasciare nome e telefono e sarete richiamati) o per telefono al 335-833.42.51 (prof. Giuseppe Ragnetti) o al 329-63.22.430 (prof.ssa Alessandra Romano) o via posta elettronica a: info@istitutofattorello.org oppure a gragnetti@tiscali.it

La Comunicazione Non Verbale

Istituto “Francesco Fattorello” Roma – Direttore: G. Ragnetti

Tesina di fine corso 2014 di Alessandro Raimondi

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

Cenni alla comunicazione non verbale e all’importanza del contesto culturale per evitare fraintendimenti e missunderstanding tra gli interlocutori.

Indice

  • INTRODUZIONE
  • COS’È LA COMUNICAZIONE NON VERBALE
  • GLI ESEMPI
  • GLI ALTRI PAESI
  • CONCLUSIONI

INTRODUZIONE

Prima di iniziare la trattazione del tema che ho scelto per questo lavoro, vorrei fare alcune considerazioni in merito a questo corso e spiegare quale siano le motivazioni che mi hanno spinto a scegliere questo argomento.

Volendo essere onesto dico subito che ho sempre sottovalutato l’aspetto della comunicazione, o meglio, avendo già avute esperienze e seguito altri corsi sulla comunicazione, non ritenevo utile iniziarne un altro. Anche perché la mia filosofia era “visto uno visti tutti”.

Nonostante il mio scetticismo ho deciso di partecipare alla prima lezione conoscendo il Prof. Ragnetti.  

Premetto che non sono una persona facile da impressionare, ma appena il professore ha iniziato a parlare sono rimasto esterrefatto. Il suo modo di muoversi, la sua mimica, il suo tono di voce, insomma la sua tecnica di comunicazione mi aveva ammaliato. Ho quindi deciso di lasciare da parte i miei pregiudizi ed iscrivermi al corso.

Il motivo che, invece, mi ha portato a scegliere il tema della comunicazione non verbale è riconducibile alla mia esperienza Erasmus in Finlandia, dove l’incontro con culture completamente diverse dalla mia mi ha mostrato come gesti e comportamenti utilizzati durante la comunicazione, portino in realtà ad interpretazioni diverse a seconda del nostro background culturale.

Per concludere le mie considerazioni ci tengo a sottolineare come il corso sia stato utile nel farmi rivedere la mia posizione in merito all’importanza della comunicazione e nell’affermare che non ci sono tecniche standard per affrontare le varie situazioni ma ognuna debba essere gestita in maniera esclusiva.

COS’È LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

La comunicazione non verbale è quella parte della comunicazione che comprende tutti gli aspetti di uno scambio comunicativo che non riguardano il livello puramente semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso, ma che riguardano il linguaggio del corpo, ovvero la comunicazione non parlata tra persone.

Oltre alla nostra bocca anche la postura del corpo , lo sguardo degli occhi e il contatto fisico ci aiutano a comunicare e sottolineare quello che vogliamo dire. 

La visione comune tende a considerare questo tipo di comunicazione come universalmente comprensibile, al punto da poter trascendere le barriere linguistiche.

Secondo il professore e sociolinguista inglese Michael Argyle in una comunicazione faccia a faccia utilizziamo una molteplicità di strumenti quali: 

  1. espressione facciale
  2. contatto visivo o sguardo fisso
  3. gesticolazione
  4. postura
  5. tatto e comportamento spaziale o prossemica
  6. Il linguaggio del corpo è in parte innato, e in parte dipende dai processi di socializzazione

Il linguaggio del corpo è in parte innato, e in parte dipende dai processi di socializzazione.

In effetti i meccanismi dai quali scaturisce la comunicazione non verbale sono assai simili in tutte le culture, ma ogni cultura tende a rielaborare in maniera differente i messaggi non verbali. Ciò vuol dire che forme di comunicazione non verbale perfettamente comprensibili per le persone appartenenti ad una determinata cultura possono invece essere, per chi ha un altro retaggio culturale, assolutamente incomprensibili o addirittura avere un significato opposto a quello che si intendeva trasmettere.

Vi è mai capitato di conoscere una persona del nord Europa, in Italia da qualche giorno, e sentirvi dire che gli Italiani sono persone  aperte e molto disposte ai rapporti interpersonali?

Oppure vi è capitato, al contrario, di sentire un vostro conoscente che è stato nel nord Europa per un certo periodo di tempo, affermare che le persone del luogo in cui si trovava sono fredde e poco aperte alle conoscenze?

Le due domande sono, sostanzialmente, il luogo comune in cui incappano tutti coloro che pongono poca attenzione alle differenze culturali. Un esempio concreto forse ci può meglio aiutare a comprendere la questione.

“se ci troviamo in un paese scandinavo e stiamo aspettando l’autobus seduti su di una panchina, è pressoché certo che nessun altro si siederà sulla stessa panchina, al massimo qualche “ impavido” potrà sedersi al lato opposto mettendo più distanza possibile tra noi e lui. Questo atteggiamento è interpretato da persone di altre culture come quella ispanica o mediterranea, come un comportamento molto chiuso e freddo, ma in realtà per un nordico si tratta di una cosa normalissima.”

Difatti porre distanza tra due persone significa non voler ledere la privacy e l’intimità della persona con cui ci stiamo rapportando, ed è per questo che un atteggiamento comune può essere frainteso se viene analizzato senza essere contestualizzato.

Continuando nell’analisi della comunicazione, è importante annotare come la maggior parte degli studiosi del linguaggio ritiene che il  90% della nostra comunicazione giornaliera è non-verbale e che ,dal momento che la comunicazione è strettamente ambivalente, possiamo facilmente comprendere quanto sia più grande il rischio di non capire quando si è al telefono piuttosto che quando si parla faccia a faccia.

Uno studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian (Non-verbal communication) ha mostrato che ciò che viene percepito in un messaggio vocale può essere così suddiviso:

  • Movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) 55%
  • Aspetto vocale (volume, tono, ritmo) 38%
  • Aspetto verbale (parole) 7%

L’efficacia di un messaggio dipende quindi solamente in minima parte dal significato letterale di ciò che viene detto, e il modo in cui questo messaggio viene percepito è influenzato pesantemente dai fattori di comunicazione non verbale.

GLI ESEMPI

Prima di analizzare qualche classico esempio, di come dovrebbero essere interpretati alcuni comportamenti è opportuno ricordarci che : un determinato comportamento non verbale non ha sempre lo stesso significato in tutti i contesti. Detto diversamente, il significato è generalmente dipendente dal contesto. Questa dipendenza può essere di vari tipi: culturale, sociale, personale, situazionale, etc.

Ecco un esempio pratico di quanto appena detto. Normalmente si dice che toccarsi/pettinarsi sovente con la mano i capelli è un comportamento che denota insicurezza. La cosa è vera nella maggior parte dei casi. Nel senso che nella maggior parte dei contesti in cui un comportamento tale si verifica, si può ragionevolmente inferire che il soggetto che lo attua esprime un certo grado di insicurezza o timidezza.

Ma lo stesso comportamento può ugualmente denotare narcisismo o desiderio di farsi notare, in particolare se i capelli sono di una certa lunghezza. Come quindi sapere quale è il giusto significato da attribuire a questo comportamento? Chiaramente riferendosi al contesto e ad altre informazioni che si hanno disponibili.

Una persona che ad esempio si passa la mano tra i capelli e lo fa piegando leggermente la testa di lato, con scioltezza di movimenti e senza abbassare lo sguardo, probabilmente denota narcisismo o desiderio di piacere. Al contrario, una persona che si passa la mano tra i capelli, reclinando leggermente la testa in avanti e abbassando lo sguardo, ha buona probabilità di denotare insicurezza e timidezza.

Altre informazioni per attribuire il giusto significato nell’esempio in questione, sono desumibili dal tono di voce, dalla postura del corpo e da altri comportamenti non verbali messi in atto da chi abbiamo di fronte. Tutto questo per dire che l’attribuzione di un determinato significato ad un certo comportamento è una operazione di “interpretazione” che come qualsiasi altra interpretazione che da un significato ad un certo segno (il comportamento), deve fare riferimento all’insieme dei segni disponibili nella situazione in cui ci troviamo.

L’interpretazione di un comportamento è quindi un’operazione “globale” che coinvolge tutte le informazioni in nostro possesso.

La tabella che segue deve quindi essere letta avendo presente questo spirito interpretativo “globale”. I significati riportati nella tabella, non sono quindi assoluti e validi necessariamente in ogni contesto. Sono invece quelli più probabili nella maggior parte delle situazioni che possono presentarsi.

COMPORTAMENTO SIGNIFICATO
Camminata eretta e decisa Confidenza, sicurezza
Stare in piedi con le mani sui fianchi Prontezza nel reagire, agressività
Stare seduti a gambe accavallate con i piedi che scalciano leggermente Noia, disinteresse
Stare seduti con le gambe non accavallate e rilassate Apertura, disponibilità
Tenere le braccia incrociate sul petto Difesa, chiusura
Poggiare la mano al mento/guancia Riflessione, pensiero
Toccarsi/sfregarsi leggermente il naso Dubbio, bugia
Sfregarsi l’occhio Dubbio, incredulità
Mani giunte dietro la schiena Frustrazione, sottomissione, rabbia
Testa appoggiata alle mani, sguardo basso Noia, compunzione
Sfregarsi le mani Aspettativa, pregustazione
Mani incrociate dietro la testa, busto eretto o gambe incrociate Autostima, superiorità
Mani aperte, palmi in mostra Sincerità, innocenza
Sfregarsi/pizzicarsi la parte superiore del naso Dubbio, valutazione negativa
Tamburellare con le dita Impazienza
Unire i polpastrelli delle mani Autorità, sicurezza, valutazione
Toccarsi continuamente i capelli Insicurezza oppure narcisismo
Piegare/sporgere la testa in avanti Interesse
Accarezzarsi il mento Riflessione, processo decisionale
Sguardo verso il basso e testa leggermente voltata Incredulità
Mangiarsi le unghie Insicurezza, nervoso
Tirarsi leggermente o toccarsi le orecchie Indecisione

GLI ALTRI PAESI

Come ripetuto innumerevoli volte nei paragrafi precedenti, quello che è importante, nei processi di comunicazione, è capire come i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti vengono interpretati dai soggetti che ci stanno ascoltando o con cui interagiamo.

La simpatica immagine che abbiamo riportato, era utilizzata da una pizzeria finlandese come tovaglietta. Sebbene volesse suscitare ilarità e intrattenere i clienti mentre aspettavano di essere serviti, è anche uno spunto di riflessione per capire come alcuni gesti che ci accompagnano nella quotidianità, siano in realtà comprensibili solo da chi condivide la nostra cultura. L’immagine 2, per esempio, che significa “finito” può, oltre che non essere capita, anche essere fraintesa a seconda di chi ci troviamo davanti. Difatti se noi ci trovassimo a parlare con un americano e decidessimo di utilizzare quel gesto, con molte probabilità il nostro interlocutore non ci capirebbe perché nella sua cultura significherebbe “bell’idea” oppure “hai ragione”.

È importante quindi conoscere gli usi e i costumi delle altre culture per evitare di utilizzare gesti che non hanno nulla a che fare con il contesto in cui ci troviamo, e che invece possono creare problemi di missunderstanding.

CONCLUSIONI

Concludendo, abbiamo visto che ogni volta che comunichiamo con qualcuno, sia questo il fruttivendolo al mercato del paese o il dirigente della multinazionale con la quale stiamo per concludere un contratto, è sempre importante far coincidere ciò che vogliamo dire con le parole, con quello che dice il nostro corpo, attraverso la nostra postura e i nostri gesti. Inoltre è doveroso, nei nostri confronti, effettuare un’analisi del contesto in cui ci andiamo a relazionare, facendo distinzione in base alla situazione in cui ci troviamo e alla cultura delle persone che ci stanno ascoltando.

Tutto questo, ovviamente, è importante per evitare che ci siano fraintendimenti e missunderstanding tra noi e i nostri interlocutori.


SITOGRAFIA  

1. Wikipedia the free encyclopedia
2. Enciclopedia Treccani
3. www.comunicazionenonverbale.org
4. www.galileonet.it

[1]La prossemica è la scienza che studia i messaggi inviati con l’occupazione dello spazio.

“La Voce” di Montanelli: l’insuccesso della stampa ideologica

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “CARLO BO” URBINO

Facoltà di SOCIOLOGIA – Corso di Laurea: Editoria Media Giornalismo

Esame di Tecniche di relazione

Prof. Giuseppe RAGNETTI

TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE

Luca Valente – Matricola 219901

Anno Accademico 2006/2007

“LA VOCE” DI MONTANELLI: L’INSUCCESSO DELLA STAMPA IDEOLOGICA

Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale che si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori”: era l’aprile del 1995 e così scriveva Indro Montanelli nell’ultimo editoriale del quotidiano “La Voce”.

In queste poche righe emergono tutte le contraddizioni di uno dei fallimenti editoriali più eclatanti del secondo dopoguerra. L’insuccesso de La Voce, la creatura che Montanelli aveva così ardentemente desiderato, incorpora tutti gli elementi di quella che si è soliti chiamare “stampa ideologica”, ne racchiude in se la portata limitata, il carattere autoreferenziale e l’inevitabile caduta. Sulla base di queste prerogative ci si potrebbe spingere, in maniera forse un po’ troppo presuntuosa a rivalutare la figura di colui che è stato considerato il più grande giornalista del secondo dopoguerra.

Ovviamente appare inverosimile adeguarsi a tale considerazione. Se, come sembrerebbe, il giornalista mira ad ottenere una adesione d’opinione tempestiva e contingente da parte del suo lettore a quanto egli riferisce, affidandosi a “opinioni stereotipate” appare sorprendente come Montanelli non sia stato in grado di conservare una creazione del tutto personale e già prima di veder la luce brillava del prestigio dello “stregone”.

Indro Montanelli parla de La Voce già nel suo ultimo fondo scritto per il Giornale della famiglia Berlusconi, intitolato “Vent’anni dopo” ed apparso il 12 gennaio 1994. Lasciando il quotidiano da lui fondato non dice addio ai suoi lettori, il suo è un arrivederci a quanti vorranno seguirlo nella sua nuova avventura: : “A presto, cari lettori. Anche a costo di ridurlo per i primi numeri a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà La Voce…”, in omaggio al  maestro Prezzolini, e la sua caratteristica principale sarà “…un assetto azionario che ne garantisca l’assoluta indipendenza”.

Già in queste poche parole si evince la spregiudicatezza e il coraggio che caratterizzeranno il suo giornale. Tenendo fede alla sua innata libertà fonda una public company nell’idea che un giornale non potrà essere veramente libero se legato più o meno direttamente ad un padrone.

Gli slogan che caratterizzeranno la promozione del quotidiano ruoteranno attorno al tema “La Voce: unico padrone il lettore”. Ma proprio tale professione di fede sarà una delle cause della fine del giornale. La libertà di stampa e la necessità di creare nell’editoria italiana una vera public company lontana da condizionamenti esterni non garantisce un netto posizionamento politico nel quadro generale dell’editoria italiana né per gli investitori né per i lettori. In questa situazione ovviamente risulta difficile ottenere la fiducia necessaria per nuovi finanziamenti. L’incapacità del quotidiano di trovare una propria posizione politica, l’”opposizione organica” al limite della fronda è una delle cause principali del suo fallimento.

Dopo una prima settimana di vendite record il nuovo quotidiano uscito il 22 marzo 1994 inizierà un fase discendente fino alla chiusura il 12 aprile dell’anno dopo. L’incapacità maggiore è stata dunque la presunzione di rivolgersi ad un pubblico non delineato. “La Voce” appare un organo d’informazione svincolato da qualsiasi interpretazione, una sorta d’ibrido incapace di rivolgersi a destra o a sinistra. La destra ideale alla quale Indro aspira è una destra che in realtà non esiste. Nel processo d’informazione che intende creare non esiste soggetto recettore.

Il suo limite è tutto qui. Il quotidiano nonostante ogni sorta d’astrazione è un prodotto editoriale, e in quanto tale ha bisogno di un pubblico assiduo e fedele che lo acquisti. La convergenza delle interpretazioni, quella tra soggetto promotore e forma dell’oggetto e quella tra recettore e  forma trasmessa attraverso il giornale, non si realizza perché il quotidiano montanelliano appare slegato dalla quotidianità, completamente autoreferenziale. E’ questa gestione poco accorta, la difficoltà o forse la non volontà, di scavarsi una nicchia di lettori in un mercato sempre più competitivo che ne determineranno l’insuccesso.

Ripercorriamo le tappe fondamentali della vita del giornale.  La Voce esce nelle edicole il 22 marzo del 1994. E’ un giornale innovativo, alternativo. Attraverso una grafica accattivante vengono trattate poche notizie importanti da approfondire intensamente lasciando a quelle meno importanti uno spazio ridotto.

Forse proprio la caratteristica principale del giornale sta nel suo modo di trasmettere la notizia, che sfruttando le capacità comunicative della grafica non ha nulla da invidiare alla televisione. Si distingueva per le poche pagine pressoché prive di pubblicità, numerose rubriche, molti articoli d’opinione e dei fotomontaggi pubblicati in prima pagina.  Il 29 marzo “La Voce” vende ancora 331.892 copie: da questo momento in poi comincia però l’emorragia mai arrestata. Nonostante i primi tre mesi positivi si assiste nell’arco dell’anno ad un calo inarrestabile delle vendite che arrivano ad un minimo di 50mila copie. Forse non ci si aspettava un Montanelli così moderno.

Stranamente il giornalista italiano che più di tutti ha semplificato il suo linguaggio per rendere agevole la comunicazione con i lettori, suoi interlocutori privilegiati, ha ora complicato al massimo la sua posizione, alternativamente scagliando fulmini contro la destra e richiamando brani delle sue battaglie contro la sinistra. Continua a provare, ma non riesce a spiegare perché, pur continuando a definirsi uomo di destra, vota a sinistra anziché scendere in campo per cambiare dall’interno questa destra che non gli piace. Anche per questo a fine maggio “La Voce” ha già perso moltissimi lettori; la tiratura è ormai stata dimezzata: nonostante il trasferimento in via Dante dei più prestigiosi collaboratori de Il Giornale, molti affezionati montanelliani sono ritornati al quotidiano di Feltri.

La redazione conta ormai nelle sue fila firme di tutto rispetto e di gran nome in ogni campo: da Enzo Bearzot, mentore dell’Italia ai Mondiali dell’Ottantadue, a Leopoldo Elia, ex presidente della Corte Costituzionale; da Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio, all’economista Mario Baldassarri. E questi sono soltanto i nuovi acquisti.

La squadra nasce già ricca, con l’arrivo da Il Giornale di Ricossa, Pampaloni, Marongiu, Gina Lagorio e Armaroli, per citarne alcuni. Niente di tutto questo si rivela utile per bloccare l’emorragia di copie vendute dopo la vittoria di Forza Italia alle elezioni, e seppure i redattori e gli amministratori, sulle ali dell’entusiasmo, non diano troppo peso a questi primi campanelli d’allarme, la situazione si fa problematica.

A dimostrazione di quanto la forza del quotidiano montanelliano derivi dal suo direttore, accade un fatto che rappresenterà una ferita insanabile. Montanelli partecipa il 13 settembre ad un dibattito sull’informazione organizzato a Modena alla Festa de l’Unità, e per lui è un trionfo: una moltitudine di simpatizzanti del Pds lo applaude entusiasta.

Le Reti Fininvest e Il Giornale non perdono l’occasione di attaccare Montanelli, novello comunista, e La Voce; ma il peggio è che i lettori sembrano credere alle accuse, e nel giro di pochi giorni quasi in diecimila abbandonano il quotidiano. Montanelli, a suo dire, è stato vittima della sua ingenuità: invitato a partecipare ad un dibattito con Walter Veltroni, Paolo Mieli, direttore del Corriere, e Ezio Mauro, direttore della Stampa, si trova invece di fronte Massimo D’Alema e una folla di uomini di sinistra che lo acclama come se fosse uno dei loro. Il direttore nega, polemizza, attacca la sinistra italiana, esprime le idee di sempre insieme con le recenti critiche alla destra al potere nella quale non si riconosce, ma i suoi commenti restano inascoltati, sommersi dagli applausi e dall’entusiasmo.

L’opinione pubblica italiana vede la superficie, gli applausi, le acclamazioni: non si preoccupa di quello che Indro Montanelli ha dichiarato, lo crede ormai schierato con la sinistra. Ed è così che viene avvalorato l’equivoco che l’accompagnerà fino alla fine, grazie soprattutto alle strumentalizzazioni che di questo episodio sono state fatte. Montanelli ribadisce più volte di essere un uomo di destra che non si riconosce nella destra al potere, ma ragionando a suo modo finisce per sconcertare i suoi lettori, che lo trovano contraddittorio.

Montanelli racconta che “La Voce” si è spenta per diversi e innumerevoli errori la cui responsabilità è distribuita fra molti; ma non si sottrae alle sue.

Sostiene che l’errore più importante sia stato di fare un passo troppo lungo rispetto alle possibilità che la Piemmei, la casa editrice del quotidiano, offriva, sottolineando anche, però, che i sostenitori della stessa hanno mantenuto ben poche delle promesse sbandierate alla vigilia.

Il 12 aprile 1995 esce l’ultimo numero de La Voce, un numero ricco e speciale oltre ogni aspettativa: in prima pagina spicca il fondo del direttore dall’esplicativo titolo “Uno straniero in Italia”, affiancato da un fotomontaggio nel quale egli appare imbavagliato in un deserto popolato di avvoltoi e sciacalli e sottotitolato appunto “Il giorno degli sciacalli”.

Nell’editoriale Montanelli racconta di cause “congiunturali” per la chiusura de La Voce, come l’aumento del prezzo della carta, il calo della pubblicità per la concorrenza della televisione, la corsa ai gadget e supplementi dei quotidiani nazionali forti. “Ma tutto secondario rispetto al difetto d’origine. Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio (quello vero, taciuto e praticato), il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni da Giolitti a Einaudi a De Gasperi…Questa destra fedele a se stessa in Italia c’è. Ma è un’élite troppo esigua per nutrire un quotidiano”.

Volendo la nostra analisi potrebbe terminare qui. Nelle parole dello stesso Montanelli appare evidente la sua ingenuità, forse dettata dall’ideologia, forse dalla volontà di cambiare gli italiani, forse dalla volontà di fare informazione non contingente. In interviste successive alla Stampa e al Corriere egli sfoga la sua tristezza nei confronti di una borghesia italiana che ha aiutato anziché contrastarla la fine di un quotidiano che ne sarebbe dovuto esser il miglior rappresentante.

La parte di questa borghesia non indirizzata sulla strada indicata dal padrone è a suo parere troppo esigua per la sopravvivenza di un quotidiano realmente indipendente. Ovviamente l’intento non è quello di sminuire la figura di uno degli uomini più importanti della cultura italiana, ma dimostrare come proprio uno dei giornalisti più affermati in Italia non abbia saputo tener presente alcune regole fondamentali dell’informazione.

E’ la sua cecità a destar sorpresa, una cecità non certo dettata dall’incapacità quanto dall’abbacinamento dell’ideologia, dell’intento educatore. Un giornale d’informazione che deve essere aperto ad un recettore generico non tratterà argomenti troppo speciali, né userà una terminologia troppo convenzionale. Le forme atte all’informazione pubblicistica devono essere fattori di conformità per tutti i componenti del gruppo cui si rivolgono.

Nello stabilire l’ampiezza delle notizie afferenti alla vita nazionale o internazionale il giudizio che ha il giornalista non discende dai valori universali ma da quelli pubblicistici che cioè egli ritiene più rispondenti ad una scala di valori dell’effetto. Sulla base di ciò volendo esemplificare la nostra analisi potremmo affermare che nell’ottica del quotidiano montanelliano emergono due errori fondamentali: la mancanza di un pubblico determinato al quale rivolgersi, la presunzione di poter educare facendo riaffiorare una destra ideale, ponendo le basi su valori fondamentali del liberalismo,”…lo spirito di servizio,il senso dello Stato,il rigoroso codice di comportamento…”.

In questo seconda finalità emerge il perché di un insuccesso che mai si sarebbe potuto prevedere. La missione educatrice, come la volontà di risvegliare valori fondamentali, non può essere della stampa la cui funzione precipua è quella dell’informazione contingente. La “funzione educatrice” è propria di un processo d’informazione non contingente così come “il cerchio di fatti transitori e di polemiche” è proprio della funzione giornalistica. E’ difficile associare l’uno con l’altro quanto più impensabile è affidare al secondo il compito del primo. La presunzione forse ingenua e accorata de La Voce è tutta qui, nella volontà di affidare al giornale, all’informazione pubblicistica una prerogativa che è tipica del libro o del maestro, confondere esigenze di tempestività ed opportunità contingente con un fenomeno basato sul processo razionale della logica.

Mentre l’informazione del contingente è fine a se stessa, mira alla formazione d’opinioni stereotipate in relazioni ad interessi contingenti, l’informazione non contingente costituisce la dinamica del processo di integrazione sociale,mira alla adozione di valori che sono in onore del gruppo sociale ed universalmente accettati.

Inoltre non bastando tali inadempienze d’ordine pratico, s’aggiunse la discrepanza tra obiettivi dichiarati, creare cioè una sorta di tribuna alla quale fossero ammesse tutte le opinioni sottoposte al controllo del lettore, e il marcato antiberlusconismo effettivo del quotidiano. Ovviamente il quotidiano nasce dal traumatico allontanamento di Montanelli da “il Giornale”, in seguito all’entrata in politica dell’editore Berlusconi.

Lo strappo che si viene a creare dunque non poteva non ripresentarsi nella struttura e nella posizione politica del nuovo giornale di Montanelli. La struttura organizzativa infatti puntava su un azionariato pubblico in grado di garantire al quotidiano una totale libertà. La public company, sebbene fosse un terreno inesplorato, era comunque un’idea attraente in quanto all’interno di un contesto dominato da editori “impuri” era l’unica possibilità per realizzare libera informazione, un’informazione senza bavaglio.

Nella nuova redazione Montanelli si sentirà libero, sia da condizionamenti esterni che da quelli interni. Questa innata indipendenza, supportata da una libertà tecnica lo porterà ad attaccare o elogiare alternativamente chiunque senza alcuna distinzione. Inutile negare che il suo bersaglio preferito resterà il suo ex-editore. L’astio nei confronti di Berlusconi si trasferì nel suo nuovo quotidiano, al punto che i suoi attacchi miravano a demolire l’intero schieramento di centro-destra finendo per allontanare dalla Voce tutti i lettori più tradizionalisti e reazionari.

Nonostante il direttore continuasse a prendere le distanze dalla nuova destra e a dichiarare l’impossibilità di una sua svolta a sinistra molti ormai lo consideravano un sostenitore di Occhetto. Secondo Marcello Staglieno, nel libro “Montanelli: 90 anni controcorrente” due sono i motivi del fallimento: il primo è l’assoluta mancanza di mezzi; quando Montanelli fondò Il Giornale, nel 1974, alle spalle aveva un colossale sponsor quale la Montedison di Eugenio Cefis. All’atto della fondazione de La Voce non ha alle spalle finanziatori dello stesso peso specifico.

Il secondo è scrivere da “oppositore organico” (ovvero senza appoggiare nessuno per partito preso, facendo la così detta “fronda”), ma guidare un giornale da opposizione frontale, totalmente antiberlusconiano; richiamandosi, peraltro, ad una destra ideale per sparare contro una destra reale e deludendo sia i vecchi lettori (“frondisti” incalliti) sia i nuovi (oppositori veri). Della stessa idea sono anche Mario Cervi, Gianni Locatelli, e Davide Blei.

L’antiberlusconismo acido e scontroso che ha dal principio caratterizzato La Voce è per loro a tratti anche comprensibile, data la fine travagliata del rapporto che legava il Cavaliere e il direttore, ma del tutto negativo in un’ottica di mercato. In questa ottica il giornale che nei fatti viene scritto per un pubblico che lo apprezzi,per esser venduto a sufficienza per coprire i costi non aveva un pubblico da soddisfare.

Per la sua impostazione, per l’aggressività congenita che lo caratterizzava si poneva in concorrenza con quotidiani di opposizione come la Repubblica mentre allo stesso tempo perdeva inevitabilmente i lettori più tradizionalisti e affezionati. Al tempo della Voce Montanelli non appariva più quello de il Giornale, in grado di incarnare i valori liberali.

Il conservatorismo illuminato che mai riconobbe nella nuova destra si leggeva nelle pagine de La Voce,un quotidiano che nella sua visione si rivolgeva proprio a quella borghesia che non ha mai amato,ben conscio che in Italia,salvo sporadici casi,non esiste borghesia,ma solo classe media, spesso mediocre.

Ora per quanto concerne la teoria della tecnica sociale appare evidente come nel corso della trattazione siano stati toccati, purtroppo in negativo, alcuni elementi peculiari della teoria di Francesco Fatterello.

La curiosità sta nel fatto che le mancanze di Montanelli ricadano su alcuni dei punti peculiari della teoria della tecnica sociale: l’impossibilità di confondere l’informazione contingente con quella non contingente, ed in particolar modo basare la prima su uno dei presupposti della seconda: i “valori condivisi” e non le “opinioni stereotipate”, la presunzione montanelliana di intendere il giornale come elemento d’educazione alla stregua de “Il popolo d’Italia” mazziniano.

Ciò che sorprende maggiormente è però la mancanza di sensibilità, come ho già detto, nel capire che il quotidiano è pur sempre un prodotto editoriale che ha bisogno di un pubblico al quale rivolgersi. Pavoneggiando magari la capacità di realizzare un giornale “aristocratico”, che ostentasse doti estetiche ed etiche alla stregua de Il Borghese di Longanesi, o le rivendicazioni culturali de “Il Mondo” di Pannunzio La Voce sembra evitare, addirittura bistrattare nel suo atteggiamento autoreferenziale, la figura del soggetto recettore della teoria fattorelliana.

Quel soggetto sociale che ha le stesse facoltà opinanti del giornalista-promotore, e che dovrebbe in questo avere lo stesso grado di socializzazione del secondo. Nello screditare tale mancata corrispondenza culturale (“volevamo fare il quotidiano di una destra veramente liberale”)  il rapporto d’informazione non avrebbe l’effetto voluto: il contenuto non potrebbe essere ricevuto o capito, oppure sarebbe capito male, con difficoltà e distonie rilevanti.

E’ quindi norma fondamentale per mettere in atto, con qualche risultato, un rapporto d’informazione, quella di essere edotti dei fattori di acculturazione del recettore. Solo  così il soggetto promotore potrà adeguarsi a lui. Adeguarsi, ma non rinunciare al suo scopo e a quella iniziativa sulla quale si era proposto di ottenere una conforme adesione di opinione.

Per Montanelli non sarà così. Appare sorprendente ma è la storia. «La Voce» chiude il 12 aprile 1995. Dopo i clamori dei primi mesi termina in sordina portando con se le amarezze del suo direttore.

S’intitola “Uno straniero in patria” l’ultimo editoriale del direttore.  Il titolone della prima pagina, quella dell’addio, suona così: “Il giorno degli sciacalli”. «Il mio viaggio finisce qui» dirà ai suoi redattori. Sempre controcorrente e fedele alle proprie convinzioni, fedele all’insegnamento per cui l’idea di uno vale più delle convinzioni della massa.

Di queste due esperienze, “Il Giornale” e “La Voce” dirà: «Sono state due battaglie e due sconfitte di cui vado fiero, ma che mi hanno lasciato addosso anche nel morale e nel fisico, troppe cicatrici».

Possiamo dire che, nell’annunciata sconfitta de “La Voce”, come uomo ebbe la sua vittoria, non come giornalista.

 

 

Il Bullismo: di chi è la colpa?

Tecniche di Relazione

Prof. Giuseppe Ragnetti

di Giulia Pasini – Matricola 231485

 

IL BULLISMO: DI CHI E’ LA COLPA?

OPINIONI A CONFRONTO

LA TECNICA DELLA TEORIA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE DI FATTORELLO COME METODO DI INTERAZIONE CON I RAGAZZI

 

  Introduzione

 

Il bullismo è un malessere sociale fortemente diffuso, sinonimo di un disagio relazionale che si manifesta soprattutto tra adolescenti e giovani, ma sicuramente non circoscritto a nessuna categoria, né sociale, né anagrafica.

Questo fenomeno si evolve con gli anni, cambia forma, ed in età adulta lo ritroveremo in tante prevaricazioni sociali, lavorative e famigliari.

Provando a dare una sintetica definizione, in genere uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni[1].

Una recente indagine in Italia sul bullismo nelle scuole superiori ha evidenziato che un ragazzo su due subisce episodi di violenza verbale, psicologica e fisica ed il 33% è una vittima ricorrente di abusi.

Quindi il bullismo è una piaga sociale in continuo aumento. I media ci offrono spesso descrizioni di episodi di violenza tra ragazzi. Ma di chi è la colpa? Genitori, insegnanti, psicologi hanno diverse opinioni: c’è chi incolpa la scuola, chi la famiglia, chi i ragazzi stessi, accusati di non avere più valori.

Attraverso questa ricerca ho tentato di raggruppare le opinioni degli adulti e dei ragazzi in merito a questo tema. Per la psicologia i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di tutto una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità, in parte per tornaconto personale. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione, oltre al tipo di educazione ricevuta in famiglia.

Secondo i giovani, per risolvere questo disagio, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre.

Gli insegnanti, la maggior parte con molti anni di esperienza professionale, rispondono che il bullismo è un fenomeno che si verifica in ragazzi soli interiormente, che hanno il desiderio di farsi notare dagli amici, per cercare l’approvazione che a livello scolastico e familiare non hanno. Per risolvere il problema la maggior parte dei docenti pensa che si debba riflettere con i ragazzi, attraverso il dialogo, mantenendo però la fermezza. Solo una piccola parte di loro suggerisce non il confronto, ma metodi più severi.

I genitori invece, spesso indicati come unici colpevoli, si difendono e chiedono il loro coinvolgimento nelle attività scolastiche e adeguati corsi per educare alla genitorialità.

Se analizziamo il problema a fondo vediamo che non esistono colpe specifiche, ma si potrebbe dire che è colpa della vita. Gli adulti tendono ad incolpare i ragazzi, accusandoli di non identificarsi con alcun valore. Ma ciò rappresenta un’analisi molto superficiale del problema. Non è vero che i giovani non hanno valori, ma hanno valori altri che gli adulti non riescono a cogliere. Bisogna cercare di capire i valori dei giovani per far si che le formule di opinione di genitori, insegnanti e psicologi riescano a trovare accoglimento nei ragazzi.

Bisogna conoscere i valori delle persone con cui interagiamo. Solo così riusciremo ad ottenere la loro adesione e a far capire la piaga sociale che il bullismo comporta.

Questi assunti sono alla base della Teoria della Tecnica Sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, l’unica teoria italiana sull’informazione e sulla comunicazione formulata su rigorose basi scientifiche. Questa teoria si basa sul presupposto che non esiste una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore, ma una metodologia che si occupi di processi di relazione comunicativa deve essere necessariamente modellata sul recettore. Il recettore, non più soggetto passivo, diventa a sua volta un soggetto opinante di pari dignità che interagisce con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale.

Vedremo che i recettori-ragazzi hanno un proprio sistema di valori che non coincide con quello degli adulti. Per poter veramente comunicare con loro occorre prima di tutto conoscerli, capirli. Solo in questo modo gli adulti potranno formulare le più adatte formule di opinione per averne l’adesione.

 

Capitolo 1

Il bullismo

 

Il bullismo è un concetto ancora privo di una sua puntuale definizione tecnica, sia giuridica che sociologica, ma è usato pressoché unanimemente per indicare tutta quella serie di comportamenti tenuti da soggetti giovani (bambini, adolescenti) nei confronti di loro coetanei, ma non solo, caratterizzati da intenti violenti, vessatori, e persecutori. Il fenomeno ha anche legami con la criminalità giovanile, il teppismo ed il vandalismo. Il bullismo per essere definito tale deve presentare tre caratteristiche precise:

  1. intenzionalità;
  2. persistenza nel tempo;
  3. asimmetria nella relazione.

Deve essere un’azione fatta intenzionalmente per provocare un danno alla vittima; ripetuta nei confronti di un particolare compagno; caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto.

Esistono due tipi di bullismo: diretto ed indiretto.

  • Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:
  • bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci o spintoni, o la molesta sessualmente;
  • bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi o minacciandola;
  • bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;
  • cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms e chat, la fotografa e la filma in momenti in cui non desidera essere ripresa e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarla.
  • Il bullismo indiretto è meno visibile, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con altre persone, escludendola ed isolandola per mezzo di violenze verbali.

Le cause primarie di questo fenomeno sono da ricercarsi, secondo gli esperti,  non solo nella personalità del giovane bullo, ma anche nei modelli familiari sottostanti, negli stereotipi imposti dai media, nella società di oggi a volte disattenta alle relazioni sociali. L’enorme eco che gli episodi di bullismo hanno ottenuto in quest’ultimo anno sui media segnala la diffusione di una crescente consapevolezza del problema. È di fondamentale importanza, infatti, che tutti riconoscano la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per la crescita sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei piccoli prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Da non sottovalutare la causa più importante: una libera scelta incondizionata e consapevole da parte del prevaricatore di danneggiare il compagno.

 

  1. 1 Alcuni dati

 

L’attenzione che i media hanno riservato nel corso dell’ultimo anno ad alcuni episodi particolarmente gravi di bullismo verificatosi all’interno delle scuole del nostro paese, e l’emergere del fenomeno del cyberbullismo, ovvero di atti di bullismo e di molestia effettuati o diffusi tramite mezzi elettronici, hanno contribuito a porre sotto i riflettori dell’opinione pubblica un tema non certo inedito, ma oggi particolarmente sentito.

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha deciso di operare per comprendere meglio la dimensione e le caratteristiche del problema, costituendo un’apposita Commissione Legalità ed emanando, il 5 febbraio 2008, la Direttiva “ Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo”. Con la Direttiva, oltre a dare conto di quanto stava accadendo all’interno delle scuole e ad invitare i singoli istituti ad intervenire inserendo adeguati strumenti sanzionatori all’interno  dei propri regolamenti interni, si è dato il via ad alcune iniziative quali gli Osservatori regionali sul bullismo presso gli Uffici Scolastici regionali, un numero verde di ascolto, consulenza, prevenzione ed un sito web[2].

Negli ultimi anni, infatti, il bullismo è stato oggetto di diverse ricerche che si sono occupate prevalentemente della sua dimensione qualitativa e psicologica, o comunque, della diffusione in porzioni ristrette di territorio.

Per colmare questa lacuna, l’ex Ministro della Pubblica Istruzione, Giusepppe Fioroni, ha deciso di realizzare la prima indagine nazionale sul bullismo che ha l’obbiettivo di ricostruire caratteristiche  ed entità del fenomeno a partire dalle opinioni dei diretti protagonisti.

Il Censis ha realizzato un’indagine significativa presentata a Roma nell’aprile 2008 dal titolo “Prima Indagine Nazionale sul Bullismo. Il Bullismo visto dai genitori”[3]: il primo dato che emerge riguarda   la massiccia consistenza e diffusione del fenomeno.

Altissima, pari al 49,9% del totale, risulta la quota di famiglie che segnala il verificarsi di prepotenze di diverso tipo (verbale, fisico, psicologico) all’interno delle classi frequentate dai propri figli, con una diffusione che risulta elevata in tutti gli ordini di scuola, e particolarmente nella scuola secondaria inferiore dove raggiunge il 59% delle classi.

Un altro elemento che emerge dall’indagine è quello per cui, spesso, in uno stesso gruppo di classe, i bulli tendono a combinare prepotenze di diverso tipo: entrando nello specifico delle singole azioni, i genitori nel 28,7% dei casi registrano offese ripetute ai danni di uno stesso alunno, nel 25,9% segnalano alunni che subiscono scherzi pesanti e umiliazioni, nel 24,6% riferiscono casi di isolamento, nel 21,7% di botte, calci e pugni. I furti di oggetti personali si verificano nel 21,4% delle classi. Meno diffuse, ma comunque presenti, le nuove forme di bullismo note come il nome di cyberbullismo, che presuppongono l’utilizzo della rete web e delle nuove tecnologie informatiche per far conoscere ad una platea quanto più vasta possibile l’accaduto. Il 5,8% degli intervistati dichiara che nella classe del figlio vengono fatte riprese e sono diffuse umiliazioni tramite cellulare; il 5,2% sa di insulti inviati attraverso sms o via e-mail.

Il bullismo è un fenomeno di gruppo in cui, oltre al bullo e alla vittima, è necessario che siano presenti altri componenti, ciascuno con il proprio ruolo.

 

1.2  Di chi è la colpa? Opinioni a confronto

 

Vediamo ora alcune opinioni degli specialisti e dei protagonisti del fenomeno, cioè gli adulti più vicini ai ragazzi: psicologi, genitori, professori.

 

1.2.1 La psicologia

 

In psicologia[4] il bullismo è considerato una categoria del comportamento aggressivo, con alcune caratteristiche distintive:

  • intenzionalità: il comportamento in oggetto è volto a creare un danno alla vittima;
  • le diverse forme in cui si manifesta: si può avere prepotenza fisica, verbale, indiretta;
  • sistematicità: il fenomeno ha caratteristiche di ripetitività e perseveranza nel tempo;
  • asimmetria di potere: nella relazione il bullo è più forte e la vittima più debole e spesso incapace di difendersi[5].

Il bullismo ha una modalità proattiva, ossia, è messo in atto senza provocazione da parte della vittima ed è agito al fine di giungere allo scopo dell’aggressore. Il bullismo trova la sua motivazione nell’affermazione di dominanza interpersonale, anche se in alcune forme può essere strumentale, ossia finalizzato al possesso di un oggetto o di uno spazio. Sono stati identificati i ruoli principali che i soggetti possono ricoprire in un contesto di prepotenza:

 

  1. IL BULLO: secondo Olweus[6] è caratterizzato da un comportamento aggressivo verso i coetanei e verso gli adulti, mostra scarsa empatia per la vittima e spesso è connotato da un forte bisogno di dominare gli altri. Molte ricerche indicano che i maschi hanno più probabilità delle femmine di essere coinvolti (Olwes, 1993; Whitney e Smith, 1993; Genta, 1996)[7].
  2. LA VITTIMA: Solitamente è più ansiosa ed insicura degli altri studenti, se attaccata reagisce piangendo e chiudendosi in se stessa. Soffre spesso di scarsa autostima e ha un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze; vive in condizione di isolamento ed esclusione nella classe.
  3. IL BULLO-VITTIMA PROVOCATRICE: è caratterizzato da una combinazione di due modelli reattivi, quello ansioso proprio della vittima passiva, e quello aggressivo proprio del bullo. Ha comportamenti iper-reattivi, presenta difficoltà di regolazione a livello emotivo a differenza dei bulli non vittimizzati che mostrano invece un comportamento aggressivo più organizzato ed orientato verso uno scopo (Sutton, Smith e Swettenham, 1999[8]).
  4. SOGGETTI DI CONTROLLO o ESTERNI: si tratta di coloro che a nessun titolo sono coinvolti nel fenomeno. Per la rilevazione dei ruoli entro il gruppo si possono usare strumenti di autovalutazione, come il questionario anonimo sulle prepotenze di Olweus[9], dove si trovano domande a risposta multipla che chiedono ai soggetti di riferire circa prepotenze subite o agite in rapporto ad un arco di tempo definito, o la nomina dei pari che prevede la presentazione della definizione di prepotenza, e la successiva nomina dei compagni che spesso fanno prepotenze e di coloro che più spesso le subiscono.

Nella letteratura socio-psicologica i ruoli sono definiti come modelli di comportamento attesi da parte dei membri del gruppo. I ruoli perciò sorgono sempre nell’interazione sociale e sono determinati sia dalle caratteristiche individuali sia dalle aspettative degli altri. Parlare di bullo entro una classe non significa solo che quel soggetto compie certi comportamenti, ma che egli è percepito come tale dalla maggior parte dei membri del gruppo. E’ infatti da notare un’altra caratteristica distintiva del fenomeno bullismo, ossia che esso ha luogo in contesti di gruppi; si verifica a scuola, nei luoghi di lavoro o in altri gruppi sociali. Il potere del bullo risulta rafforzato dal supporto degli aiutanti, dall’allineamento dei sostenitori e dall’indifferenza di coloro che si tengono  fuori dal problema.

Con il termine bullismo la psicologia si riferisce perciò ad un processo dinamico in cui persecutori e vittime sono coinvolti in egual misura. Esistono due forme di bullismo:

  1. Diretto: si articola in prepotenze fisiche e verbali, parte dal prevaricatore e si rivolge direttamente alla vittima, che subisce attacchi fisici e verbali
  2. Indiretto: ha una vittima intrappolata in una serie di dicerie sul suo conto e in atteggiamenti di esclusione nei suoi confronti che la condannano all’isolamento.

 

Quanto all’atteggiamento delle figure di riferimento, i dati delle ricerche sono sconfortanti; secondo quanto riferito da Olweus[10], gli insegnanti non sembrano mettere in atto interventi diretti per contrastare il fenomeno e i genitori non sembrano esserne a conoscenza.

Rispetto alla stabilità nel tempo dei comportamenti rilevati, sembra che una volta che persecutori e vittime si sono insediati nel loro ruolo, non riescano più ad uscirne e continuino a recitare la stessa parte, pena la perdita della propria identità.

Circa le cause del bullismo, gli studi fino ad oggi condotti rimandano a una visione pessimistica della società nel suo complesso. Come afferma Olweus, i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di tutto una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità, in parte per tornaconto personale. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione. Ciò che sembra correlarsi stabilmente con il manifestarsi di comportamenti prepotenti, sono il clima familiare ed in particolare gli stili educativi messi in atto dai genitori. Bambini che vivono in famiglie in cui regnano violenza e sopraffazione hanno maggiori probabilità di interiorizzare schemi di comportamento disadattivi; una madre con scarso coinvolgimento emotivo, uno stile di educazione improntato al permissivismo, sono altri fattori che predispongono ad un rapporto alterato con il mondo esterno.

Rispetto alle caratteristiche personologiche dei protagonisti dell’evento, Olweus dice che i bulli sono caratterizzati da aggressività generalizzata sia verso gli adulti sia verso i coetanei, da impulsività e scarsa empatia verso gli altri, hanno una buona opinione di sé e un atteggiamento positivo verso la violenza. Le vittime sono caratterizzate invece da atteggiamenti ansiosi e insicuri e da scarsa autostima.

Si è constatato che la condizione sia di vittima che di bullo appare legata a difficoltà nel riconoscimento delle emozioni.

Il bullo non agisce da solo, alcuni compagni infatti, svolgono un ruolo di rinforzo, altri formano un pubblico che incita e sostiene l’attività del persecutore, altri ancora si disinteressano; non manca poi chi tenta di opporsi fattivamente alle prepotenze per proteggere la vittima. In questo ruolo di difesa si trovano essenzialmente le femmine.

Godere del favore dei compagni significa disporre di preziose opportunità sociali, il rifiuto al contrario, porta l’ostilità dei compagni che si traduce, di solito, nell’esclusione dalle attività collettive.

Alcuni autori hanno sottolineato la funzione protettiva della relazione amicale: i soggetti con caratteristiche a rischio di vittimizzazione, nella misura in cui hanno amici, sono in grado di reagire e difendersi. Recentemente però l’ipotesi della funzione protettiva si è ridimensionata perchè l’amicizia tra soggetti antisociali può costituire un contesto in cui si pratica la coercizione. I ragazzi che hanno amici aggressivi possono essere spinti ad agire con prepotenza verso i coetanei.

Una ricerca apparsa sulla rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry, svolta da Peter Fonagy dell’University College di Londra[11], ha dimostrato che il miglior modo per combattere il bullismo nelle scuole non sia quello di soffermarsi su coloro che compiono atti di violenza, ne sugli studenti che ne sono vittima, ma piuttosto su coloro che stanno ad osservare, cioè professori, genitori e studenti. Il team di Fonagy ha sottoposto 4000 studenti delle scuole elementari ad un programma della durata di tre anni in cui si invitano gli stessi ragazzi a prendere consapevolezza del proprio ruolo nei confronti degli episodi di violenza, descrivendo le proprie paure e il grado di empatia nei confronti degli studenti molestati. Nessuna punizione veniva inflitta a coloro che compivano atti di bullismo, e nessun tipo di supporto veniva offerto a coloro che subivano angherie. A tre anni dell’inizio del programma, i risultati hanno mostrato una significativa diminuzione degli episodi di violenza nelle scuole che avevano adottato questo programma rispetto alle scuole che avevano messo in atto un programma di controllo, in cui gli studenti vittime ricevevano un supporto psicologico continuo.

Secondo Fonagy la ricerca dimostra che la migliore arma contro il bullismo sia rappresentata dalla consapevolezza del proprio ruolo e di quello degli altri nei confronti degli atti di violenza. Nessun bisogno di intervenire come paladini della giustizia in aiuto dei compagni molestati, ma solo cercare di non chiudere i propri occhi facendo finta di niente. La causa quindi sarebbe dell’indifferenza secondo questo team di psicologi.

 

 1.2.2 I genitori

 

L’Associazione Italiana Genitori A. Ge. negli ultimi tempi si è opposta alla strumentalizzazione mediatica che mette la famiglia sul banco degli accusati a proposito dei problemi connessi al bullismo.

La sera del 13 marzo 2007 si è tenuto un processo mediatico in alcune trasmissioni televisive (Rai 1 e La 7) nei confronti dei genitori che, essendosi avvalsi della facoltà di non rispondere, in quanto assenti, si sono ritrovati pressoché gli unici e colpevoli responsabili delle inefficienze del sistema educativo nazionale e delle politiche scolastiche[12].

Secondo l’Associazione Italiana Genitori molto spesso nascono campagne, anche sulla carta stampata, volte a dimostrare, senza possibilità di replica, che i genitori sono colpevoli del bullismo e del degrado dell’istituzione scolastica, a causa dell’impossibile dialogo con le famiglie.

La famiglia però è sola ad affrontare tutte queste problematiche. Secondo i genitori, manca una adeguata politica di sostegno alle famiglie che consenta loro di affrontare le varie forme di disagio. E manca un vero protagonismo delle famiglie, che a volte sono consultate, spesso sono oggetto di interventi, ma difficilmente sono coinvolte nelle scelte.

Anche sul versante scolastico, si parla sempre più spesso del genitore-utente, e mai del genitore come componente attiva della scuola, come prevede invece la legge. Vi sono temi da sempre elusi dagli operatori della scuola: la partecipazione dei genitori a scuola, faticosamente operata e conquistata, l’alleanza educativa scuola-famiglia, i genitori come possibile risorsa per l’educazione, la corresponsabilità di tutti gli attori dell’educazione scolastica nell’affrontare i problemi vecchi e nuovi, l’associazionismo educativo dei genitori, riconosciuto dalla legge ma ignorato nella pratica.

Un ruolo attivo negli organi collegiali della scuola, il funzionamento dei Forum delle Associazioni dei Genitori nella Scuola, il coinvolgimento dei genitori negli osservatori sul Bullismo: questi sono gli impegni concreti che i genitori chiedono alle istituzioni e al Ministero della Pubblica Istruzione. Spazio e risorse alle associazioni dei genitori per fare formazione ed educazione alla genitorialità.

 

1.2.3 Professori ed Alunni

 

E’ difficile avere una visione completa su ciò che i ragazzi stessi e i professori pensano circa questo fenomeno.

Secondo un’ intervista condotta da un giornalista di “La Stampa” a professori e studenti del liceo scientifico “Galilei” di Cirié, in provincia di Torino[13], alla domanda “Che cosa è per te il bullismo?” gli studenti rispondono che è una forma di espressione adottata da ragazzi soli, immaturi e senza alcuna fiducia in se stessi che cercano di mascherare la loro fragilità attaccando ragazzi più deboli, e a volte più giovani di loro. Questo comportamento, dovuto principalmente a problemi familiari, permette agli adolescenti di costruirsi un mondo parallelo nel quale si sentono ingenuamente migliori.

Alla domanda “Hai mai assistito o sei mai stato vittima di episodi di bullismo?” la maggioranza dei ragazzi risponde di non avere mai subito violenza né verbale né fisica, ma alcuni dicono di essere stati più volte oggetto di scherno, nell’ambito scolastico, da parte di coetanei. Inoltre un gran numero di studenti afferma di aver assistito a fatti di bullismo, ma al di fuori della scuola. Secondo i giovani, per risolvere questo problema, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre, e non solo attraverso uno sportello di ascolto, già presente in questa scuola.

Gli insegnanti, la maggior parte con molti anni di esperienza professionale, rispondono che il bullismo è un fenomeno che si verifica in ragazzi soli interiormente, che hanno il desiderio di farsi notare dagli amici, per cercare l’approvazione che a livello scolastico e familiare non hanno. La maggior parte dei docenti rivela di non aver mai assistito a veri episodi di bullismo.

Secondo gli insegnanti l’atteggiamento costante di sfida, a volte  riscontrabile in classe nei confronti dell’insegnante stesso, e dei compagni, è il segno distintivo del bullo. Per risolvere il problema la maggior parte dei docenti pensa che si debba riflettere con i ragazzi, attraverso il dialogo, mantenendo però la fermezza. Solo una piccola parte di loro suggerisce non il confronto, ma metodi più severi.

 

Capitolo 2

La Teoria della Tecnica Sociale di Fattorello come metodo di interazione con i ragazzi

 

 

2.1 La Teoria della Tecnica Sociale

 

La Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello[14] spiega, con una breve ma esaustiva formula, quali siano le correlazioni tra i vari fattori che operano in ogni processo di informazione.

La formula ideografica della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ha una duplice caratteristica: la prima analitica, in quanto affronta lo studio delle condizioni necessarie e sufficienti ad una corretta informazione; la seconda operativa, perché spiega come attivare un rapporto di informazione.

La sua rappresentazione grafica è la seguente:

X)

M                                                                   M’

 

 

SP                                                            SR-SP’                                                      SR’-SP’’…

 

O                                                                   O’

 

 

Dove:

  1. X) = motivo per cui si mette in atto un rapporto di informazione

SP = Soggetto Promotore

M = Mezzo

O = Formula di Opinione, modo in cui il Soggetto Promotore interpreta i fatti

SR = Soggetto Recettore

 

L’informazione è un fenomeno sociale che diventa concreto nel rapporto tra chi informa, il Soggetto Promotore ( SP), ed il suo destinatario, il Soggetto Recettore (SR).

Il Soggetto Promotore interpreta secondo la propria visione soggettiva un fatto, la materia oggetto del processo di informazione (X), che può essere tutto ciò di cui si vuole informare l’altro (un avvenimento, un evento, un personaggio…). Il Soggetto Promotore trasmette l’informazione grazie ad un Mezzo (M), strumento attraverso cui si comunica il messaggio al Soggetto Recettore.

Il Soggetto Recettore elabora l’informazione usando un modo di raccontare l’accaduto: questo elemento è chiamato “ Formula d’Opinione” e varia a seconda del destinatario del messaggio.

A seconda del Soggetto Recettore varieranno sia la Formula d’Opinione, sia il Mezzo.

Il Soggetto Promotore è colui che si fa carico di iniziare il rapporto di informazione. La lettera S rappresenta un punto chiave nell’identificazione di questo termine, in primo luogo perché tale lettera lo accomuna al Soggetto Recettore e li rende pari, dotati delle medesime capacità cognitive e opinanti, ed in secondo luogo perché mette in evidenza che ciò che il Soggetto Promotore emana è soggettivo. Ogni azione e informazione promossa dal Soggetto Promotore porterà sempre con se la paternità di chi l’ha generata, quindi l’informazione non potrà mai essere obiettiva, sradicata dal contesto di chi la propone, ma al contrario sarà segnata da quei fattori di cui si è nutrito il Soggetto Promotore.

Il Soggetto Promotore, nella formula ideografica, è saldamente legato, da tratti che non hanno un verso preferenziale di percorrenza per sottolineare come tutto sia mutuamente collegato e interdipendente, sia ad M, che rappresenta il mezzo, sia ad O, che rappresenta la formula di opinione adottata per il singolo rapporto di informazione. Il Soggetto Promotore quindi ha la facoltà di scegliere di quale mezzo avvalersi per trasmettere l’informazione scelta.

Il Soggetto Recettore è colui al quale è indirizzato il rapporto di informazione, è il destinatario e il fruitore dell’azione. Non lo si può considerare passivo perché è condizionatore delle opinioni proposte ed è libero di decidere se e a quale formula aderire. I Soggetti Recettori non ricevono un solo rapporto di informazione, quindi bisogna tenere conto che altri Soggetti Promotori potrebbero cercare di interessarlo e di arrivare fino a lui.

Inoltre egli è limitato dal mezzo utilizzato: alcuni strumenti hanno un’estensione limitata, ad esempio i quotidiani locali o regionali, altri strumenti, quali i mass media o i new media, diventano accessibili solo per chi li possiede e per chi può utilizzarli.

Considerando l’enorme diversificazione tra Soggetti Recettori, è necessario avvalersi di studi e di metodi statistico-sociologici per l’analisi del recettore, per sapere dove vive, cosa fa, quali valori sono comuni al suo gruppo. Questi metodi danno vita ai sondaggi d’opinione.

Il Soggetto Recettore, nella formula ideografica, è legato al mezzo M e alla formula d’opinione O, collegamento indispensabile perché è il Soggetto Recettore che influenza O e che suggerisce come dovrebbe essere affinché egli stesso non la rifiuti. Esiste infatti anche la possibilità di rifiutare l’informazione e di non condividere l’opinione proposta.

O rappresenta la formula di opinione, l’interpretazione del fatto, è il tramite tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Recettore. Il Soggetto Promotore deve tener conto delle attitudini sociali del Soggetto Recettore: infatti è solo quando i due soggetti sono sullo stesso piano che ci può essere comunicazione, perché entrambi devono avere qualcosa da mettere in comune e qualcosa su cui convergere, cioè l’opinione. Le formule d’opinione possono essere innumerevoli perché dipendono dalle personalità del Soggetto Promotore e del Soggetto Recettore; O quindi dipende soltanto da SP e da SR e non da X). Infatti su uno stesso avvenimento ( a parità di X) ),  promotori diversi possono costruire formule di opinione diverse per diversi recettori.

Nella rappresentazione ideografica della formula Fattorelliana O non è legato ad M ma ne influenza ugualmente la scelta e l’utilizzo.

Il punto M nella formula ideografica coincide con il mezzo con cui il Soggetto Promotore intende contattare il Soggetto Recettore e rappresenta quella serie di strumenti (voce, editoria, cinema, radio, televisione) che mettono in comunicazione i due soggetti. Il Soggetto Promotore deve scegliere il mezzo più opportuno per selezionare il Soggetto Recettore, cioè per contattare esclusivamente il target prescelto.

Come spiega Giuseppe Ragnetti[15] la teoria di Fattorello è stata definita “sociale” perché il Soggetto Promotore deve tener conto di tutto ciò che ha socializzato l’individuo, i meccanismi sociali che mette in atto nei gruppi, che sono all’origine del processo dell’opinione pubblica.

L’informazione utilizza i mezzi di comunicazione  di massa destinati ad un pubblico indeterminato, tra cui stampa, radio, cinema, televisione ed internet. L’attività del promotore è limitata nella quantità di mezzi di cui dispone e nelle caratteristiche tecniche di questi mezzi.

La realtà non può essere comunicata, ma può essere trasmessa la formula d’opinione che il Soggetto Promotore propone in modo da adattarsi al Soggetto Recettore ed ottenerne l’adesione.

La Tecnica Sociale dell’Informazione del professor Fattorello  ha restituito dignità al Soggetto Recettore, rendendolo protagonista del processo comunicativo. “Il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale perché è figlio del tempo in cui si realizza e non ha nulla a che vedere con il comportamento del recettore.”[16]

 

 2.2 La Tecnica Sociale come metodo di interazione con i ragazzi

 

Una metodologia che si occupi dei processi della relazione comunicativa deve, in base a questa impostazione, necessariamente essere modellata sul recettore.

Come vi è una tecnica industriale per lavorare sui materiali, così esiste una tecnica sociale per agire sulle opinioni degli uomini[17].

Nel caso del bullismo i recettori dell’adulto, professore o genitore che sia, sono i ragazzi. Questi recettori necessitano di un determinato linguaggio e di un determinato mezzo congeniale al loro mondo, al sistema di socializzazione in cui sono cresciuti e ai loro valori.

E’ impensabile voler trovare soluzioni al fenomeno del bullismo senza tener conto dei ragazzi e delle loro esigenze, senza entrare in contatto con loro. Non si possono costruire politiche scolastiche, modelli educativi e sanzionatori dall’alto, senza prima aver capito l’ambito culturale dei giovani e i loro valori. Si, perché non è vero che i giovani di oggi non hanno più valori come molti dicono, ma hanno “valori altri”, che gli adulti, troppo impegnati su sé stessi, non riescono a cogliere.

E’ facile dare la colpa ai rapporti famigliari, alla scuola, al sistema sociale, ai modelli offerti dai media. Ognuno ha la sua opinione ma nessuno si è mai chiesto: “come si può comunicare con i ragazzi entrando in contatto con loro per fargli capire che i loro problemi e le angosce quotidiane non vanno sfogate con la violenza?”. Il punto di partenza sono loro, i ragazzi-recettori.

Solo analizzando i recettori, i ragazzi, si può trovare la forma più opportuna per trasmettere loro una determinata formula di opinione, cioè la negatività dei comportamenti violenti contro i loro compagni.

L’analisi preventiva del recettore deve tener conto della conoscenza dei motivi culturali che possono ispirare il suo comportamento, quindi di credenze e tradizioni che appartengono al suo mondo. Il singolo comportamento spesso è condizionato anche dal conformismo sociale e dai fattori di conformità[18].

Affinché la trasmissione dal primo al secondo termine, cioè dal soggetto promotore al soggetto recettore, diventi operante “è necessario che la forma immessa nel processo abbia una tale carica sociale da determinare quella adesione di opinione che ci proponiamo di ottenere dal recettore. La carica di forza sociale dipende anche dal fattore di conformità, il quale deve essere tale da raggiungere il recettore nel punto di maggiore sensibilità: ciò si ottiene con un adeguamento ai suoi desideri oppure alla sua curiosità”[19]. Solo così può verificarsi il fenomeno che Fattorello chiama “polarizzazione delle opinioni”. Adeguarsi ai desideri dei ragazzi, alla loro curiosità. Parlare con loro mettendosi alla pari, capire le loro esigenze. Questo potrebbe essere un metodo di prevenzione agli episodi di bullismo.

Il promotore sceglie lo strumento più adatto al suo scopo e configura il messaggio nel modo più conveniente al fine di ottenere l’adesione di opinione cui mira. Il recettore infatti obbliga il promotore alla conoscenza delle sue possibilità e facoltà recettive e condiziona l’elaborazione dei messaggi che gli devono essere adeguati, altrimenti non saranno percepiti.

I messaggi destinati ai ragazzi devono essere formulati in base ai valori dei giovani: solo così le formule di opinione di genitori e insegnanti riusciranno a trovare accoglimento nei ragazzi e la loro adesione. La comunicazione avverrà quando, tra promotore-adulto e recettore-ragazzo, ci sarà convergenza di interpretazione su quanto proposto. I ragazzi interpretano il messaggio accettando o respingendo le formule di opinione proposte a seconda che queste rispecchino o meno la loro scala di valori, le loro attitudine sociale e la loro acculturazione.

Spesso si parla di divario generazionale e di contestazione da parte delle nuove generazioni. Questo è dovuto semplicemente al fatto che, nell’interazione, gli adulti applicano la loro scala di valori, ma questa differisce completamente da quella dei ragazzi.

In conclusione, le armi migliori sono quelle più semplici: ascoltare i ragazzi e farli parlare.

 

Bibliografia e Sitografia

 

Fagnani G., Il bullismo e i suoi aspetti. Il fattore amicizia, www.psicolab.net.

Fattorello F., La teoria della Tecnica sociale dell’informazione, a cura di G.Ragnetti, Quattro Venti, Urbino, 2005

Olweus D., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti Editore, Firenze 1996

Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

 

www.age.it

www.censis.it

www.lastampa.it

www.opsonline.it

www.psicolab.net

Quale menù per quale recettore ?

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Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” Laurea Specialistica in Editoria Media e Giornalismo Alice Muri Corso di Laurea: Tecniche di Relazione – Prof. Giuseppe Ragnetti Anno 2008/2009 QUALE MENU’ PER QUALE RECETTORE?

Chi ha paura del lupo cattivo? Pubblicità e condizionamento

Serena Calabrò

Corso di Tecniche di Relazione  (Prof. Ragnetti) – A.A.2008-2009

CHI HA PAURA DEL LUPO CATTIVO? PUBBLICITÀ E CONDIZIONAMENTO

Coloro che hanno in mano questo meccanismo (la pubblicità) […] costituiscono […] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. […] Sono loro che manovrano i fili… “.

È con questo tono, direi alquanto apocalittico, che Edward Bernays, pubblicitario vissuto tra il 1891 e il 1955, parla della pubblicità in un libro dall’eloquente titolo: “Propagande”.

Si parla addirittura di “mente plasmata”, di “gusti formati”, di “idee suggerite”. Insomma: al nostro povero “individuo”, secondo questa tragica visione, rimarrebbe ben poco di individuale! Bernays aveva organizzato la campagna pubblicitaria per la American Tobacco Company negli anni Venti. L’obiettivo era quello di incitare le donne a fumare e per questo il pubblicitario aveva scelto di associare visivamente, in maniera costante, la sigaretta e i diritti o la libertà della donna. Si registrò, successivamente, un notevole aumento delle vendite.

Dobbiamo ammettere che la considerazione per le facoltà dell’uomo fosse, già allora, piuttosto bassa!

Fiumi e fiumi di inchiostro versati per mettere in guardia il povero consumatore dal mostro cattivo che è la pubblicità! Ricerche e indagini, d’altro canto, per studiare la psiche del consumatore ideale, per entrare “nelle sue viscere”, per aprire il suo cervello e guidarlo come un burattino nei meandri del mercato! Niente di più sbagliato.

Si pretende di poter “manipolare” (nel senso più logorato e negativo del termine) l’individuo: basterebbe una buona pubblicità, la cui formula sarebbe segreta o sconosciuta (fate voi!), per ottenere il proprio scopo. Solo una bacchetta magica e, di fronte alla stragrande potenza di uno spot televisivo di 30 secondi, il popolo dei consumatori sarebbe sconfitto!

A giudicare da quanto detto dovremmo avere le case piene di Coca Cola, Sofficini e biscotti Plasmon! Per fortuna non è così! Ma…andiamo con ordine!! A proposito di coca cola…e di pop corn…

Tra i più grandi strafalcioni della storia non possiamo non citare la grande e terribile potenza attribuita alla cosiddetta pubblicità subliminale! Solo il nome incute paura al povero e ignaro cittadino del mondo!

In realtà non c’è niente di più divertente (od offensivo: dipende dai punti di vista!) per chi sia dotato di almeno un pizzico di ironia e, soprattutto, di quella (naturale) consapevolezza delle proprie prerogative e qualità, peraltro prettamente umane!

L’evento che portò alla ribalta l’argomento della pubblicità subliminale è ormai molto noto.

Nel 1957 James Vicary, uno studioso di marketing, durante la proiezione di un film, mandò sullo schermo tramite un apposito strumento, le scritte «bevete Coca-Cola» e «mangiate pop corn». Il tempo di proiezione, 1/3000 di secondo, risultava così breve da rendere impossibile la visione agli spettatori. Alla fine del film si scoprì che vi era stato un consumo medio di Coca-Cola e pop corn statisticamente superiore alla media, dal che se ne dedusse che il comportamento d’acquisto era stato condizionato da quel messaggio non visto (subliminale). L’ulteriore deduzione che seguiva era incredibile: si prospettava l’ipotesi di poter influenzare i consumi di una persona semplicemente proponendole dei messaggi di cui essa stessa rimaneva ignara. Ne derivò un dibattito a livello etico sulle implicazioni di questa tecnica e, contemporaneamente, aumentarono le pressioni e gli studi sulla “formula magica” utilizzata da Vicary. A nulla valse la sua più radicale affermazione:

«L’esperimento era stato tutta una montatura […] allo scopo di allargare la clientela della mia ditta di marketing che attraversava un momento di difficoltà»(1962).

Dal 1962 ad oggi non è cambiato molto! Forti dell’esperienza americana, ancora nel XX secolo, nonostante i risultati raggiunti dalle discipline inerenti la comunicazione, si pretende di parlare in maniera asimmetrica di “emittente” e “destinatario”, con la consequenziale dequalificazione quasi totale dell’individuo.

Ancora oggi parliamo di “target”, il nostro “bersaglio”, obiettivo dell’alluvione mediatica cui siamo sottoposti ogni giorno (ma…ce ne rendiamo davvero conto???). Il target è il soggetto diventato oggetto, è incapace di opporre resistenza alla “pioggia” incessante di messaggi.

E ancora oggi le librerie proliferano di studi sulla persuasione (occulta o manifesta che sia), sulla sottomissione totale del cliente. Sappiamo qual è il più grande potere della pubblicità? Semplice: saper creare necessità e bisogni.

Da questa visione quasi fantascientifica sembrerebbe che, studiando i meccanismi della psiche alla base dell’atto dell’acquisto, si riuscirebbe ad indurre noi consumatori a comprare un determinato prodotto indipendentemente dalla sua necessità pratica. Tuttavia ne usciremmo soddisfatti, almeno psicologicamente.

Ed è questo il nodo centrale e la base da cui si perpetua l’errore primitivo della sopravvalutazione della pubblicità. Essa, infatti, è pur sempre informazione così come viene intesa dalla tecnica sociale. Pertanto, come fenomeno sociale, deve fare i conti con un recettore che, non soltanto si vede riconosciuto lo status di “soggetto opinante”, ma, ugualmente, è inserito in un contesto sociale e storico ben preciso, fa parte di un gruppo, al quale tende a uniformarsi, ed è figlio di un processo di acculturazione che ne ha definito le attitudini e gli interessi.

La pubblicità, pertanto, per quanto possa essere ben costruita, non può assolutamente agire sulle attitudini, non può creare nuovi bisogni o necessità, non inventa nulla, si limita a dar voce a quello che già esiste. Essa può agire soltanto, in una dimensione concorrenziale con l’intero mondo pubblicitario, su quella creatura mutevole e imperfetta che è l’opinione proponendo la sua “forma” della realtà e non la realtà stessa.

Suo obiettivo dovrebbe essere non tanto la ricerca degli strani meccanismi psicologici per “forzare la testa” dell’individuo (cosa peraltro impossibile: è l’individuo che si “apre” al messaggio), ma, piuttosto, la confezione di un messaggio calibrato sull’individuo stesso, un messaggio costruito per ottenere una sua adesione d’opinione. Adesione d’opinione che non significa necessariamente e di conseguenza atto dell’acquisto: l’atto in sé è un momento esterno al fenomeno sociale e dipende da fattori e variabili contingenti all’individuo (possibilità economica, accessibilità del prodotto ecc).

Qualcuno potrebbe allora chiedersi: come spieghiamo allora l’assalto ai negozi per l’acquisto dell’ultimo gioiello della tecnologia?

In due parole: conformismo sociale. È impossibile resistervi. L’uomo ha bisogno di essere accettato dal gruppo e si conforma ai suoi valori. Opinare è l’atto supremo dell’umanità dell’individuo: significa porsi in rapporto col mondo e con gli altri.

La solitudine uccide l’uomo.