La campagna elettorale di Donald Trump

Tesina di Tecnica Sociale dell’Informazione. Fine Corso anno 2016. a cura di Fabio Pavani

INTRODUZIONE

In tutta onestà, devo dire che le prima volta che mi approcciai al corso di “Metodologia dell’Informazione e Tecniche della Comunicazione” del Professor Giuseppe Ragnetti, lo feci in maniera abbastanza scettica. Ricevetti l’invito da parte del presidente di AIESEC, nel quale veniva semplicemente menzionata la possibilità di frequentare un corso di comunicazione. Lo accettai con piacere, avendo un’indole curiosa ed una passione per le pubbliche relazioni in tutte le sue forme, ma continuando a pensare in cuor mio che si trattasse di un corso come tanti, come tanti se ne possono frequentare nelle più disparate sedi.

Già dal primo approccio con il Professor Ragnetti però, capii che questa volta si trattava di qualcosa di diverso, di un corso totalmente differente dagli altri, che non si basava semplicemente sulla regole della comunicazione per esprimersi al meglio, bensì affrontava la comunicazione nella sua interezza, fornendo un punto di vista del tutto alternativo.

Per la prima volta, sentii dire che la comunicazione non è fatta da chi emette il messaggio, bensì avviene nella mente di chi riceve ed elabora quello stesso messaggio. È questa una chiave di lettura nuova, che senza dubbio stravolse il mio paradigma di comunicazione.

Anche la metodologia di insegnamento era totalmente rivoluzionaria. Non si trattava di un insegnamento di tipo verticale, dall’alto in basso, bensì di tipo orizzontale, mettendo sulla stessa linea professore e studenti, facilitando quest’ultimi nel ricevere i concetti e rendendoli senza dubbio più partecipi. Nel corso delle lezioni poi, ho avuto modo di apprendere come avviene il processo della comunicazione, capirne le dinamiche e le tecniche.

A conclusione del mio percorso didattico ho voluto analizzare, alla luce della teoria fattorelliana appresa, un caso d’attualità quale la candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Questo mio lavoro è suddiviso in sei parti: nella prima parte, descrivo quella che è la teoria americana riguardante la comunicazione, teoria considerata per decenni come la verità assoluta. Nella seconda invece, porto a modello il personaggio di Donald Trump, noto magnate statunitense che, al contrario, non utilizza quelle che sono le tecniche predicate dagli studiosi suoi connazionali e, nel terzo, illustro quella che invece lui ha deciso di mettere in pratica ovvero la teoria fattorelliana. Nella quarta parte ho voluto fare un parallelismo con Silvio Berlusconi, politico e personaggio pubblico italiano che ha molti punti in comune con il magnate statunitense. La quinta parte elenca quelli che sono i risultati politici ottenuti da Trump, mentre la sesta e ultima parte svela il segreto che si cela dietro questi risultati.

Il lavoro si conclude con ulteriori osservazioni personali.


LA CAMPAGNA ELETTORALE DI DONALD TRUMP

ELEZIONI PRESIDENZIALI STATUNITENSI DEL 2016

1.1 – Una Teoria americana per la comunicazione di massa

Il primo tentativo di comprendere il funzionamento della comunicazione interpersonale in maniera sistematica, viene sviluppata negli Stati Uniti, a partire dagli anni venti del Novecento. Il risultato di questi studi è la Teoria ipodermica1. La teoria ipodermica sostiene che i messaggi penetrino senza mediazioni ed in modo identico su tutto il pubblico, proprio come fa un ago nell’epidermide, similitudine dalla quale deriva il nome.

Questa teoria considera la comunicazione tra due individui come un processo diretto tra promotore e recettore, in cui il messaggio viene ricevuto senza alcuna intermediazione. Gli individui sono considerati passivi ed inerti e gli effetti ottenuti sono identici per tutti, poiché né i fattori psicologici né le relazioni sociali sono ritenute elementi significativi di mediazione tra il messaggio e la coscienza del recettore, che si troverebbe pertanto a rispondere in modo meccanico ed isolato agli stimoli provenienti dai messaggi.

La teoria ipodermica si nutre delle suggestioni provenienti dalle teorie della società di massa, che descrivono la condizione di isolamento ed atomizzazione degli individui nelle società moderne. Non esiste un vero e proprio manifesto della teoria ipodermica, ma il suo sviluppo è dovuto all’adesione pressoché universale data dai pionieri della comunicazione di massa.

1.2 – Un americano che segue la Teoria italiana per la comunicazione: Donald Trump

C’è da premettere che gli americani, così come tutto il mondo anglosassone, hanno un approccio molto pragmatico all’esistenza. Per questo, anche la comunicazione viene percepita come un processo meccanico, paragonabile a quello tra due apparecchi elettrici, tanto da poter essere rappresentato con un modello matematico.2 Proprio nel paese che è stata la culla di queste teorizzazioni però, emerge una figura che, al contrario, utilizza una tecnica di comunicazione derivante dalla scuola italiana, opera di Francesco Fattorello. Fattorello infatti, in controtendenza rispetto ai colleghi americani, affermava che gli individui destinatari del messaggio non sono da considerare dei target3 privi di scampo, bensì dei soggetti dotati di capacità opinanti ai quali dover comunicare in maniera strategica per poter ottenere la loro adesione d’opinione. Ed è questo un concetto che stravolge completamente lo schema della comunicazione.

Tale figura, che ha peraltro deciso di concorrere per la presidenza degli Stati Uniti d’America, prende il nome di Donald Trump.

1.2.1 – Donald Trump: Biografia

Donald John Trump naque a New York il 14 giugno 1946 ed è un noto imprenditore, personaggio televisivo e politico statunitense.

È figlio di Fred Trump, un facoltoso investitore immobiliare di New York, da cui è stato fortemente influenzato nel proposito di intraprendere una carriera nel medesimo settore. Ha frequentato la “Wharton School of the University of Pennsylvania”, lavorando allo stesso tempo nell’azienda paterna, la «Elizabeth Trump & Son», di cui divenne socio dopo essersi laureato nel 1968. Tre anni più tardi rilevò in prima persona la gestione della compagnia, ribattezzandola «Trump Organization».4

Le sue strategie aggressive di brand management5, il suo stile di vita e i suoi modi diretti hanno contribuito a renderlo un personaggio celebre, status accresciuto dalla popolarità del programma televisivo “The Apprentice”6, da lui stesso prodotto e condotto dal 2004 al 2015.

Dopo aver concorso senza successo alle primarie del Partito della Riforma per le elezioni presidenziali del 2000, aderì dapprima al Partito Democratico e poi al Partito Repubblicano. Nel 2015 ha annunciato la sua candidatura alle primarie repubblicane in previsione delle elezioni presidenziali del 2016, impostando la sua campagna elettorale su posizioni populiste e conservatrici: in particolare, le sue dichiarazioni in favore del libero utilizzo delle armi da fuoco hanno suscitato aspre polemiche, così come la sua proposta di istituire una moratoria sull’ immigrazione delle persone di religione islamica.

1.3 – La tecnica sociale fattorelliana utilizzata da Trump

Trump ha adottato, in maniera consapevole o no, tutta quella che è la tecnica di comunicazione elaborata da Francesco Fattorello. La tecnica, teorizzata già a partire dal secondo dopoguerra, prevede cinque elementi:

  1. L’oggetto dell’informazione (X)

  2. Soggetto promotore (Sp)

  3. Soggetto recettore (Sr)

  4. Il mezzo con il quale viene trasmesso (M)

  5. La forma dell’oggetto dell’informazione (O)

Di seguito, la rappresentazione grafica:

x)                                     

                              SP

M                                                             O

                              SR

Fattorello fu il primo a comprendere che l’oggetto dell’informazione (x) è al di fuori dal rapporto stesso. Pur essendone il presupposto, (ma potrebbe anche non esistere o essere un falso), non coincide con il contenuto (O) del rapporto d’ informazione, poiché la forma, il contenuto è frutto della mediazione culturale del promotore, cioè scaturisce, anche in maniera inconsapevole, dalla sua acculturazione, intendendo con tale termine, tutto ciò che ha contribuito alla sua socializzazione. Nuova è anche la messa in risalto del ruolo svolto dal soggetto recettore (Sr), non più considerato mero soggetto passivo nei fenomeni dell’informazione, ma soggetto che interagisce con tutti gli elementi del rapporto7.

Fattorello quindi riscrisse le regole della comunicazione, concentrando l’attenzione sul soggetto recettore, considerato “un’entità pensante”, anziché un bersaglio inanimato privo di facoltà opinanti, come sostenuto dai suoi colleghi anglosassoni. E proprio su questo concetto, a distanza di circa settant’anni, Trump ha basato la sua campagna elettorale.

Trump inoltre ha capito che è indispensabile adeguarsi allo stesso ambito culturale del soggetto recettore. Infatti, qualora mancasse una corrispondenza culturale, il rapporto d’informazione non avrebbe l’effetto voluto: il contenuto non potrebbe essere ricevuto o capito, oppure sarebbe capito male o, comunque, con difficoltà e con distonie rilevanti. Come sostenuto da Fattorello infatti: “È norma fondamentale quella di essere edotti dei fattori di acculturazione del recettore. Solo così, il soggetto promotore potrà adeguarsi a lui. Adeguarsi, ma non rinunciare al suo scopo e a quell’iniziativa sulla quale si era proposto di ottenere una conforme adesione di opinione.8 Concetto ribadito anche da Carmelo D’Agata in un articolo pubblicato nel 1953 sulla rivista fondata da Fattorello: “conoscere esattamente ciò che il pubblico pensa e vuole dovrebbe essere la preoccupazione maggiore di ogni governante.”9

La prima azione intrapresa da Trump, pertanto, è stata quella di studiare il suo popolo, capire i suoi bisogni e le sue paure, il tutto supportato ovviamente da uno staff di professionisti specializzati. Staff che ha saputo effettuare le giuste ricerche di mercato, individuando quali fossero le richieste principali dell’elettorato americano.

Esistono inoltre altri fattori che giocano a favore di Trump e di seguito ne analizzerò alcuni: durante la sua campagna elettorale, Trump ha subito innumerevoli attacchi, anche provenienti dalla sua stessa fazione politica. Ha ricevuto critiche pesanti da esponenti politici, esperti economisti ed affermati sociologi. Trump ha potuto far leva però su un fattore conosciuto come l’opinione della maggioranza.10 L’opinione della maggioranza, più volte sperimentata, ha dimostrato che, facendo conoscere ai soggetti interessati a un dato problema l’opinione degli specialisti e l’opinione della maggioranza, quest’ultima ha un’influenza più grande nel determinare la distribuzione delle opinioni. Ciascuno infatti, si pronuncia con l’occhio rivolto al suo vicino, uniformandosi a quella che ritiene essere l’opinione dei più. L’individuo è conformista: si veste come si vestono gli altri e ci tiene a far sapere che anche egli ha aderito alla colletta che il suo quartiere ha promosso per l’infortunato del pian terreno. Così, se un esperto lo avverte che un dato tipo di calzatura non è consigliabile per ragioni igieniche ma egli sa che quel modello è di moda, difficilmente vi rinuncia. E ciò semplicemente perché così fanno gli altri.11

Un altro fattore consiste nella facilità con la quale è possibile far breccia nell’opinione dell’elettorato medio, perché quest’ultimo, per natura, è politicamente apatico. Questo avviene perché, come ci spiega Dewey nella sua opera12, l’indifferenza del cittadino per la politica viene attribuita realisticamente non solo a mancanza di volontà derivanti a due fattori principali: la complessità delle società contemporanee e la presenza di una molteplicità di interessi concorrenti con l’interesse politico. Il cittadino delle società contemporanee ha poco tempo da dedicare alle faccende politiche ed il più delle volte si trova in imbarazzo quando deve decidere su questioni pubbliche che richiederebbero una competenza tecnica. Quello che interessa all’uomo è il mondo della vita quotidiana, i suoi interessi privati, il lavoro, lo svago. Al di fuori di questa “regione di senso” l’attenzione alla vita è in generale insufficiente perché ci si possa esprimere con competenza sulle questioni di carattere pubblico.13

In questo scenario è comprensibile come sia facile elaborare promesse populiste per ottenere il consenso dell’elettorato. Quanto poi queste promesse elettorali siano realmente applicabili nella vita reale, nessun cittadino medio ha la capacità di calcolarlo… tanto meno la voglia di farlo.

1.4 – Il precedente italiano: Silvio Berlusconi

Per la prima volta nella storia contemporanea, possiamo affermare (con vanto o meno…) che noi italiani siamo stati “avanti” agli Stati Uniti, anticipando quella che è la loro tendenza odierna, e lo abbiamo fatto anche di ben venti anni! Nell’ormai lontano 1994, si presentava all’elettorato italiano un imprenditore privo di esperienza politica, al secolo, Silvio Berlusconi. Ovviamente i percorsi dei due personaggio sono differenti, condividono però molti tratti simili. Nello specifico andrò ad elencare quelli che reputo più rilevanti:

  1. Background imprenditoriale

  2. Nessuna esperienza politica precedente

  3. Riconosciuta immagine di uomini di successo, ricchi e vincenti.

  4. Ottime capacità di comunicazione e sagace utilizzo del mezzo di comunicazione di massa più “popolare”, la televisione.

  5. Coinvolgimento diretto in sport popolari. Il calcio per Berlusconi, il Wrestling per Trump.

  6. Posizioni molto conservatrici su argomenti che preoccupano e/o destabilizzano. (Es: immigrazione, unioni tra omosessuali)

  7. Bersagli di aspre critiche da parte di tutti gli oppositori, non di rado anche di critiche derivanti da personalità facenti parte della loro stessa corrente politica.

Berlusconi è stato per un ventennio una presenza rilevante nelle due camere della politica italiana14 alternando fasi di governo e di opposizione. Può vantarsi di essere il Presidente del Consiglio rimasto in carica, complessivamente, per più tempo, con ben 3.340 giorni.15

In seguito alla condanna del 2013 per frode fiscale, gli è stata irrogata la pena accessoria dell’interdizione ai pubblici uffici, non può quindi più prendere parte nella scena politica. Resta tuttavia una figura di riferimento ed un opinion leader16 per una parte dell’elettorato e per la nuova generazione politica.

1.5 – I risultati ottenuti da Trump

I risultati politici ottenuti da Trump durante le primarie del Partito Repubblicano sono stati indubbiamente straordinari. Alla vigilia nessuno, forse neanche lui stesso, avrebbe immaginato un successo di queste dimensioni. Senza dilungarci troppo con i numeri, è sufficiente evidenziare che Trump ha ottenuto la maggioranza in 40 dei 52 stati in cui si è votato, ottenendo 13,9 milioni di voti (il 44,82% del totale) mentre il primo inseguitore, Rafael Edward “Ted” Cruz, si è fermato a 7.7 milioni (25,13% del totale)17. Gli altri candidati sono stati letteralmente annientati dalla sua presenza. Ha portato persino al clamoroso ritiro di due candidati illustri: John Ellis Bush, candidato della potente famiglia Bush, dinastia che può vantare all’attivo già due presidenti ed il candidato Marco Rubio, giovane promessa del Partito Repubblicano, dato tra i favoriti in partenza e costretto al ritiro dopo il flop di risultati in Florida, suo stato di provenienza e sua presunta roccaforte di voti. In Florida, neanche a dirlo, ha stravinto Trump.

Nonostante i risultati delle primarie però, il tycoon18 newyorkese era dato stra-perdente nello scontro finale con Hillary Clinton, esponente del Partito Democratico e moglie del già due volte presidente Bill Clinton. I pronostici erano tutti in suo sfavore, basta citare un sondaggio datato 27 Ottobre, a soli dodici giorni alla conclusione delle votazioni, dove la Clinton era data in vantaggio con il 51% dei consensi, contro il 37% di Trump.19 Mai come questa volta però, i sondaggi sono stati sbagliati.

Il 9 Novembre 2016 infatti è arrivato il verdetto inoppugnabile dell’elettorato statunitense: Donald John Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

I risultati parlano chiaro, con la vittoria in trenta stati, equivalenti a 306 voti al collegio elettorale (numero minimo per assumere la carica: 270), contro i ventuno stati aggiudicati dalla Clinton, equivalenti a soli 232 voti20. E questa è stata una lezione anche per tutti i mass media, che per mesi hanno riportato dati non raffiguranti la realtà del pensiero popolare (forse in buona fede o forse no) senza riuscire ad influenzarne la decisione finale.

1.6 – Il segreto della vittoria

Il segreto del raggiungimento di questo risultato è stato il lavoro della società inglese “Cambridge Analytica”, società che si occupa di elaborazione dati. L’ arma vincente è stata quella di raccogliere e registrare informazioni dai motori di ricerca di internet, dai social media e dai questionari on–line. Tali strumenti permettono di raccogliere una quantità enorme di dati che, se ben analizzati, sono stati in grado di profilare, in modo pressoché perfetto, i gusti, le tendenze, il modo di essere, le appartenenze, i desideri e, soprattutto, le aspettative delle diverse persone. Una volta che si ha ben definita l’identità dell’individuo sarà possibile formulare dei messaggi, nella forma più adatta e coerente, tali da essere accettati e condivisi dal destinatario poiché rientranti nel suo linguaggio e in sintonia con le aspettative ben presenti nel cittadino-elettore. Grazie a questo meticoloso lavoro, Trump ha potuto quindi elaborare i temi della sua campagna elettorale ed ha potuto adattare i messaggi ai nuovi mezzi di comunicazione che stanno diventando sempre più diffusi, in particolare i social media. Il risultato è stato una comunicazione semplice, diretta, immediata, incisiva, con un contenuto quasi Ad Personam21 . La Clinton, al contrario, ha utilizzato per la sua campagna uno stile obsoleto, basato principalmente su spot televisivi standardizzati, ed ha utilizzato un linguaggio complesso per l’americano medio, che risuonava in maniera quasi predicatoria.

Forse, grazie a questa campagna elettorale, abbiamo assistito finalmente al cambio di paradigma rispetto alle convinzioni del passato riguardo i meccanismi che regolano la comunicazione sociale. Francesco Fattorello lo aveva capito già settant’anni fa che le azioni di comunicazione messe in campo devono essere conseguenti allo studio approfondito del “soggetto recettore” ma solo adesso, grazie ai nuovi strumenti di interpolazione dei dati e di profilazione degli utenti di rete Web, possiamo “toccare con mano” i risultati che lo studio del recettore può dare.

La vittoria di Trump, ma più in generale l’esistenza stessa di società di raccolta dati come la “Cambridge Analytica” ed affini, è da considerarsi la consacrazione definitiva ed inequivocabile della “Tecnica Sociale dell’Informazione“ come riferimento obbligato per tutti coloro che debbono pensare ed attivare strategie di comunicazione a qualsiasi livello e per i più diversi contenuti.


1Pegaso Università Telematica – Lezione 1: Le comunicazioni di massa: teorie e modelli. (Dispense – www.unipegaso.it)

2Vedi: Modello matematico della comunicazione di Shannon-Weaver – Stati Uniti 1949

3Dall’inglese: Bersagli

4Fonte: http://www.wikipedia.com

5Tecnica di mercato che ha come scopo quello far aumentare il valore percepito da un consumatore rispetto a un prodotto.

6The Apprentice (L’Apprendista): reality game show nel quale i concorrenti vengono giudicati, affrontando varie prove pratiche, per le loro capacità manageriali e l’abilità nel guadagnare soldi. Tormentone del programma è la frase pronuncitada da Trump: “You’re Fired” (sei licenziato) con la quale sanciva l’eliminazione del concorrente dal programma. Il premio in palio per il vincitore è un contratto lavorativo del valore di $250.000,00 in una delle aziende di Donald Trump. Il format televisivo è stato ripreso in oltre venti paesi al Mondo, ne esiste anche una versione italiana, con protagosta il noto uomo d’affari italiano, Flavio Briatore.

7Fonte: http://www.istitutodipubblicismo.it

8Fattorello F. Tecnica sociale dell’informazione

9D’Agata C. – Saggi e studi di pubblicistica – anno 1953, numero 1

10Ragnetti G. – Opinioni sull’opinione

11Ibidem

12Dewey J. – The Public and its Problems

13Ibidem

14Camere depositarie del potere legislativo in Italia: Camera dei deputati e Senato della Repubblia

15Fonte: www.wikipedia.com

16 Dall’inglese: Personaggio che domina e/o guida l’opinione pubblica

17Fonte: http://www.thegreenpapers.com

18 Dall’inglese: Magnate dell’economia e dell’industria, grande proprietario o dirigente industriale. Derivazione della parola giapponese “taikun, che a sua volta è composta delle voci Ta «grande» e Chun «dominatore»

19Fonte: www.telegraph.com

20Fonte: www.cnn.com

21Locuzione latina che tradotta letteralmente significa “solo per la persona”

 

Parole al Lavoro

ISTITUTO DI COMUNICAZIONE – “FRANCESCO FATTORELLO” – ROMA

“Parole al Lavoro”

Tesina di fine di Valeria Emma del Corso di Metodologia dell’Informazione e Tecniche della Comunicazione – Prof. Giuseppe Ragnetti

A mio nonno Antonio, che da bambina ha “innestato” in me la voglia di conoscere, di ragionare e di vivere onestamente.

PREMESSA

Nella vita quotidiana utilizziamo di continuo strumenti volti a semplificare i nostri compiti di ogni giorno.

Pensiamo all’uso dell’ascensore, dei cellulari, dei computers, dei mezzi di trasporto ecc.
Lo facciamo perché semplicemente pensiamo che l’utilizzo di tali strumenti è in grado di rendere più veloci ed agevoli le nostre azioni.
L’utilizzo di un ascensore può evitarci di sollevare oggetti pesanti od ingombranti, prendere un aereo può regalarci più tempo a disposizione ecc.

Scegliamo cioè strumenti che, in sintesi, rendano le nostre azioni più facili, comode e vantaggiose per noi.
Questo è un concetto banale nella sua semplicità, eppure, a volte, dalle cose semplici nascono grandi cambiamenti.

Sul filo di questo ragionamento, quando ho conosciuto al corso la teoria fattorelliana, ho subito pensato: tutti viviamo “immersi” nella necessità di comunicare con gli altri. Allora, perché non utilizzare questo strumento dalle potenzialità immense? E perché non farlo anche al lavoro, dove trascorriamo gran parte della nostra giornata?

L’attività lavorativa può essere svolta in diversi modi: da soli o in gruppo, a volte capita di partecipare a delle riunioni, a volte può esserci tra i soggetti un rapporto gerarchico, altre paritario, altre ancora di collaborazione ecc.

Situazioni diverse che meritano di essere diversamente analizzate ed affrontate.
Iniziamo dal “cuore” del discorso, la tecnica fattorelliana, e senza la pretesa dell’esaustività proviamo a fare qualche riflessione sulla comunicazione nei luoghi di lavoro, sui rapporti tra i soggetti che si trovano ad interagire e su varie situazioni che possiamo trovarci ad affrontare.

LA TECNICA FATTORELLIANA

Partiamo dalla formula che visivamente sintetizza la tecnica di Fattorello:

X)

                    M

Sp                                     Sr

                    O

Sp = soggetto promotore
Sr = soggetto recettore
X = oggetto del rapporto d’informazione
M = mezzo
O = interpretazione del soggetto promotore del processo d’informazione

Ognuno di noi percepisce la realtà a suo modo in base ai suoi stimoli sensoriali, alle sue conoscenze ed alle esperienze pregresse.
Informare significa dare una certa forma alla realtà.
Io parlo di come vedo le cose.
Con l’informazione non trasmetto un dato meramente oggettivo ma cerco di metterlo in comune, e quindi condividerlo, così come io l’ho percepito.

Il soggetto promotore è colui che si fa motore dell’informazione, la persona che vuole comunicare.

X è l’oggetto del rapporto d’informazione, l’argomento, ciò che voglio trasmettere agli altri.

Per farlo userò M, cioè un mezzo di informazione, che può essere la parola, uno scritto, il mezzo televisivo ed ogni altro strumento, tra i mille possibili, che mi consenta di far giungere all’altro il mio messaggio.

L’altro è appunto il soggetto recettore (Sr).
E’ colui che riceve il messaggio che ho deciso di trasmettere.

Ciò che non va mai dimenticato è che proprio perché, come detto prima, ognuno di noi ha una propria percezione della realtà, il soggetto cui giunge il messaggio non è un soggetto passivo, ma appunto “recettore”, cioè che riceve e filtra il messaggio attraverso i suoi sensi e tutti gli elementi che fanno parte del suo back-ground.

Insomma il soggetto recettore rielabora quanto trasmesso dal soggetto promotore attraverso i suoi filtri percettivi, cioè attraverso il suo vissuto ed alla luce delle conoscenze, credenze e valori che egli ha.

Per questo se mi pongo come soggetto promotore e voglio costruire un buon rapporto d’informazione non posso non tenere conto di ciò. Anzi, devo tenerne conto e conseguentemente devo strutturare il rapporto d’informazione scegliendo bene ogni elemento del mezzo M che possa meglio far giungere il mio messaggio O, cioè il mio modo di vedere X, al soggetto recettore.

Solo dall’osservazione e dalla conoscenza del soggetto recettore posso individuare il mezzo che meglio e che più facilmente possa consentire al soggetto recettore di recepire la mia O cioè il mio modo di vedere le cose. Solo in tal modo potrò cercare di ottenere l’adesione di opinione dell’altro all’opinione da me espressa.

L’AMBIENTE DI LAVORO

L’ambiente di lavoro presenta caratteristiche peculiari che, se analizzate, ne rivelano pro e contro rispetto al processo comunicativo.

Innanzitutto, il luogo di lavoro, come la famiglia è caratterizzato da quella quotidianità o ripetitività nel tempo dei rapporti che, se ben sfruttata, può consentire di utilizzare al meglio la tecnica fattorelliana.

Infatti, abbiamo visto come per ottenere l’adesione alla propria opinione il soggetto promotore debba strutturarla nel modo più adatto a trasmetterla al soggetto recettore.

Ma tutto ciò presuppone la conoscenza del soggetto recettore e di quanti più elementi possibili della sua “acculturazione”, cioè di tutti quei fattori che costituendo il back-ground di conoscenze ed esperienze di un soggetto lo rendono in quel momento quella specifica persona ed incidono sul suo modo di percepire la realtà.

Pertanto, il soggetto promotore avrà maggiore possibilità di successo quanto maggiore sarà la sua conoscenza di tutti quegli elementi ed esperienze che hanno contribuito a rendere il soggetto recettore ciò che è.

Allora è facile intuire come proprio la frequenza, l’intensità e i tempi dell’attività lavorativa possano offrire al soggetto promotore molteplici opportunità di conoscenza del soggetto recettore.

Dunque, fondamentale risulta avere un atteggiamento aperto, curioso e disponibile verso l’altro (collega, collaboratore o capo che esso sia).

Tale apertura verso l’altro e la propensione all’ascolto consentono di cogliere quelle informazioni che successivamente saranno utili alla costruzione della comunicazione secondo la formula fattorelliana.

Per costruire la formula servono gli “ingredienti” e gli ingredienti possiamo acquisirli solo attraverso l’ascolto e l’osservazione del soggetto recettore.

COMUNICAZIONE TRA SOGGETTI IN RAPPORTO GERARCHICO ( CAPO – DIPENDENTE)

Se il cuore della teoria fattorelliana è la conoscenza dell’altro al fine di veicolare al meglio il messaggio che gli indirizziamo, è facile intuire quanto questo elemento diventi importante ed allo stesso tempo complesso nel rapporto con chi riveste un ruolo gerarchicamente superiore.

Una buona conoscenza di talune caratteristiche del “capo” potranno agevolare e rendere più proficua ogni occasione di lavoro che ci porta ad interloquire con lui.

L’elemento tempo quale fattore di conoscenza fondamentale è, ovviamente, di grande aiuto, ma anche in assenza di una conoscenza lavorativa approfondita taluni accorgimenti possono aiutarci.

Innanzitutto, ascoltare con attenzione le prime richieste che ci vengono rivolte può fornirci numerosi elementi per impostare al meglio il messaggio comunicativo ed ottenere un’adesione di opinione. Che per noi sarà, nei fatti, l’adesione ad una proposta di risoluzione di una problematica affidataci o di un qualsiasi altro compito che ci viene chiesto di svolgere.

Sin dai primi dialoghi si può prestare attenzione al linguaggio verbale e para-verbale del capo, che può rivelarci la formazione culturale e professionale, la provenienza, le preferenze e molto altro.

L’utilizzo di un linguaggio specifico, ad esempio, che vada dritto al punto potrebbe in taluni casi rivelarsi vincente, consentendo di andare immediatamente al cuore del problema da trattare.

Dobbiamo, inoltre, tenere presente che solitamente in strutture burocratiche e gerarchizzate il “capo” diventa di solito il “collettore” delle problematiche o delle questioni più rilevanti.

Ciò determina spesso che esso si trovi a gestire durante la giornata il colloquio con molte persone, ognuna chiamata a prospettare questioni più o meno complesse.

Dunque, è facilmente intuibile che giungere ad un incontro con le idee ben chiare sulla questione e/o tesi da esporre e con la documentazione in ordine può già essere un buon inizio.

Talvolta ci si potrà aiutare con slides o diagrammi o più semplicemente con testi sottolineati, da mostrare al nostro interlocutore, per dargli un’immediata percezione visiva di ciò che stiamo sottoponendo alla sua attenzione.

L’esperienza ed una maggiore conoscenza potranno poi fornirci ulteriori indizi sulle modalità più confacenti al nostro interlocutore.

Un capo che conosce nel dettaglio ciò di cui stiamo parlando, magari, vorrà comprendere nei minimi particolari ciò che gli stiamo dicendo, al contrario uno con una conoscenza meno approfondita del settore vorrà comprendere perché è richiesto un suo intervento e quali conseguenze potranno derivare dalle sue decisioni, senza essere interessato a cogliere i dettagli della questione.

Un grande svantaggio è sicuramente costituito dalla circostanza di avere spesso a disposizione solo poco tempo per esporre questioni complesse.

Spiegare, magari in cinque minuti, una problematica che si è studiata a lungo, potrebbe rivelarsi assai difficoltoso.
Pertanto, ancora una volta la teoria fattorelliana ci sarà d’aiuto nello scegliere termini e modalità di esposizione che più riescano a catturare l’attenzione e che siano di facile comprensione per il nostro interlocutore.

L’utilizzo di esempi legati al settore che il capo meglio conosce o che più lo interessa potrebbe risultare vincente.
Che sia una metafora calcistica o letteraria al buon fattorelliano scoprirlo!

COMUNICAZIONE TRA SOGGETTI DI PARI GRADO (TRA COLLEGHI)

All’interno delle aziende o della Pubblica Amministrazione talune attività lavorative presuppongono ogni giorno la realizzazione di parte del lavoro con altre persone.

Quando bisogna rapportarsi con altri per il raggiungimento di un comune obiettivo o per il semplice intersecarsi delle diverse attività lavorative affidate ad ognuno all’interno della struttura di lavoro, l’utilizzo della tecnica fattorelliana è uno strumento di grande utilità per il raggiungimento del nostro scopo, un asso nella manica cui fare ricorso anche per la creazione di un ambiente di lavoro sereno e stimolante.

Capita spesso, infatti, di constatare come il corretto approccio tenuto da alcuni colleghi nel rapporto con gli altri contribuisca ad “oliare” i meccanismi degli ingranaggi lavorativi, permettendo una maggiore celerità ed efficacia nello svolgimento del lavoro.

Ma come capita tutto questo?
Grazie al giusto modo di relazionarsi con gli altri.
E quando il modo è giusto?
Quando cerca di comprendere come meglio si può interagire con quella persona, in quel momento per dire quel qualcosa.

Può sembrare un paradosso ma il giusto metodo in assoluto non esiste, se non nella misura in cui si consideri giusto in assoluto quel modo che muta a seconda del contesto e della persona.

Cioè non c’è una modalità comunicativa assoluta, una formula magica, ma solo una modalità che essendo il frutto della ricerca della modalità di comunicazione più congeniale ad una specifica persona, in uno specifico momento può dare buoni risultati.

Avere prestato attenzione agli altri colleghi in passato ed esserci fatti un’idea sul loro modo di essere e di mostrarsi agli altri o aver visto le loro reazioni in passato deve esserci utile per relazionarci al meglio con essi.

Porsi nella disponibilità d’animo di comprendere gli altri, come sono o come si sentono in quel momento diventa determinante per scegliere la giusta modalità comunicativa.

Inutile pretendere di rappresentare una problematica nel dettaglio ad un collega che passa in fretta in un corridoio o che al momento ha altre priorità lavorative.

Probabilmente si otterrà un miglior risultato chiedendo un appuntamento per un momento successivo o accennando solo agli elementi fondamentali della questione, evidenziando sin dall’inizio il motivo per cui essa è importante anche nel momento in cui il collega è impegnato in altre attività.

Un altro elemento ritengo, inoltre, sia fondamentale nel rapporto tra colleghi ed è il rapportarsi con gli altri riconoscendogli pari dignità.

Regola che vale nel lavoro, come in ogni settore della vita, l’approcciarsi in modo paritario riconoscendo all’altro pari dignità di parola e pensiero e con la disponibilità all’ascolto di quanto l’altro pensa non solo ci arricchisce mentalmente, professionalmente e culturalmente ma ci pone anche nella giusta prospettiva per raccogliere informazioni sull’altro e, di conseguenza, per impostare il rapporto comunicativo.

Allo stesso tempo ci pone anche nella corretta disposizione mentale per gestirlo senza che si inneschino pericolose dinamiche psicologiche di competizione, rivalsa e quant’altro di negativo.
Pensate mai che qualcuno di noi possa rispondere positivamente ad un soggetto che si pone con toni di sprezzante superiorità e nel quale non riconosciamo alcuna qualità professionale?

Allora, seguendo una vecchia buona regola evangelica, non facciamo agli altri ciò che non piacerebbe fosse fatto a noi.
Poniamoci bene, ed eccezioni a parte, avremo feed-back positivi.

Mi viene da dire anche: sorridi alla vita e la vita ti sorriderà!
Ecco, un’altra “regola” che può aiutarci è il sorriso.

Sforzarsi di elargirlo anche quando non si è al top è sintomo di apertura e disponibilità e ciò già predispone l’altro al dialogo.
D’altronde non risultano dati scientifici a favore di processi comunicativi fatti di bronci, mugugni e recriminazioni.
Un motivo ci sarà.

LA RIUNIONE
UN’OPPORTUNITA’ TALVOLTA MANCATA

Nelle dinamiche comunicative del lavoro ritengo meriti un’attenzione a sé la riunione.
Essa è potenzialmente una grande opportunità comunicativa ma talvolta si rivela un’occasione mancata.

Qualche riflessione sul tema…

L’incontro di più persone che lavorano insieme può essere determinato da motivi semplici e piacevoli quali ad esempio lo scambio degli auguri od il festeggiamento del raggiungimento di un obiettivo, ma lo è per lo più, dalla necessità di ricevere direttive e/o indicazioni sull’attività lavorativa.
In tal caso di solito è il capo dell’ufficio o il responsabile del settore o progetto che ha il compito di aprire la comunicazione e/o la discussione e di coordinarne lo svolgimento.

E’ come se fosse il buon arbitro della partita, soprattutto quando è necessario dare la parola a più persone, ascoltarne le idee, calibrare i tempi di intervento e “guidare” la discussione verso il suo obiettivo.

Particolare importanza allora assume la capacità del capo ufficio di “contenere” gli spazi temporali di intervento dei partecipanti.
A tal fine potrebbe risultare conveniente chiarire sin dall’inizio la necessità del rispetto della sintesi da parte di tutti e di mantenere la propria attenzione sugli argomenti da discutere, senza divagazioni su argomenti che, sebbene interessanti non siano oggetto specifico della riunione.

Il chiarire anticipatamente le modalità di intervento può essere estremamente utile per evitare, invece, di intervenire in seguito.

Ad esempio una frase che faccia riferimento alla consapevolezza che tutti i partecipanti abbiano altri impegni da rispettare , potrà trovare facilmente adesione da parte di tutti, catturando l’attenzione dei presenti che percepiranno la volontà di evitare lungaggini e che sapranno che poi potranno dedicarsi ad altro, purchè per un tempo limitato si concentrino sulla problematica da trattare.

D’altronde, è noto che la concentrazione e l’attenzione di chi ascolta ha breve durata e che tratteniamo soltanto una piccola percentuale delle informazioni ricevute.
Pertanto, è più utile un’esposizione sintetica dei punti salienti dell’argomento per cui ci si è riuniti che un’esposizione eccessivamente dettagliata.
Si potrà, magari, lasciare alle domande dei soggetti recettori la fase di approfondimento oppure si potrà mettere a disposizione del materiale di approfondimento.

Ancora, ci si potrà dire disponibili ad ulteriori incontri su temi specifici ed eventualmente con una platea più ristretta di interessati, qualora non tutti i partecipanti alla riunione/soggetti recettori abbiano lo stesso grado di interesse lavorativo in merito ad approfondimenti specifici dell’oggetto della riunione.

Il rinviare ad ulteriori e più ristrette riunioni ha il duplice vantaggio di consentire al soggetto promotore di gestire un numero più ristretto di soggetti recettori, con migliori possibilità di modulazione di un messaggio comunicativo più mirato ed efficace, ma allo stesso tempo elimina dispersioni di attenzione da parte dei soggetti recettori meno interessati dallo specifico approfondimento, contribuendo allo stesso tempo a dare valore all’essere stati scelti, perché esperti, a coloro che dovranno partecipare.

Ritornando allo svolgimento della riunione, deve sottolinearsi che la limitazione di un intervento potrebbe essere colta dall’interessato come un “attacco” personale.
Non così avverrà, invece,se la regola sarà stata prima esposta.

Ma starà, comunque, all’abilità del capo ufficio, soggetto promotore, formulare l’eventuale limitazione dell’intervento con le parole e le modalità comunicative che più si addicono al soggetto recettore.

In tal modo si potrà limitare il fastidioso fenomeno della degenerazione delle discussioni oltre l’oggetto della riunione, che comporta l’insorgere di distrazioni e nervosismi.

In questo caso il soggetto promotore dovrà tenere conto delle specificità del suo dipendente, mentre nell’esposizione dell’argomento della riunione dovrà diversamente approcciarsi secondo le modalità che possano essere più adatte all’insieme di tutti i partecipanti alla riunione.
Usando il più possibile formule di opinione che gli consentano di ricevere la massima adesione possibile.

Ulteriore elemento di cui il soggetto promotore dovrà tenere conto è che la presenza di più persone in una riunione di lavoro, ambiente nel quale non di rado sono presenti relazioni di simpatia o antipatia e/o di antagonismo, condiziona la modalità di reazione dei soggetti recettori.

La presenza di altri rende un soggetto recettore propenso a non recedere da una sua opinione espressa precedentemente o nel corso della stessa riunione, per un innato senso di coerenza con sé stessi e di orgoglio.

In tal caso il soggetto promotore deve proporre la sua tesi esprimendo al massimo la sua abilità nel costruire il suo discorso al fine di ottenere l’adesione di opinione.

Da evitare, invece, l’esposizione di problematiche con riferimenti a casi o ad esempi che abbiano di recente suscitato polemiche o battibecchi tra i partecipanti alla riunione.

Il rischio è che la discussione degeneri e si assista a veri e propri “scontri” tra colleghi che nel migliore dei casi si concludono nel rigido mantenimento delle proprie posizioni da parte degli interessati tra l’imbarazzo generale degli altri presenti. Quando, addirittura, non degenerino, magari, fomentate, anche inavvertitamente, da interventi “ad adiuvandum” dell’uno o dell’altro dei contendenti da parte di altri colleghi.

Anche qui la teoria fattorelliana con la particolare attenzione al soggetto recettore può guidare il soggetto promotore a scegliere parole, argomenti, modi e tempi da proporre sulla base della buona conoscenza che esso deve avere dei soggetti recettori in virtù del contatto giornaliero e prolungato con essi.

CAPACITA’ DI COMUNICAZIONE E RUOLI DI SICUREZZA

Una piccola parentesi, penso meriti una particolare circostanza.
Negli ultimi anni sempre più attenzione è stata prestata dal legislatore alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

La sicurezza, un aspetto importante rispetto ad un luogo che viviamo tutti quotidianamente.

La legge attribuisce a vari soggetti precisi compiti per lo svolgimento, a vari livelli, di funzioni di protezione dei lavoratori.

Alcuni di questi per le mansioni loro specificamente attribuiti dalla legge possono raggiungere elevati gradi di efficacia se svolti da persone che sanno cosa dire e come dirlo al momento giusto.

Pensate, per esempio, a chi deve intervenire in prima battuta in casi di emergenza.
Senza perdere la calma dovrà, magari, allontanare persone, impartire ordini, spiegare ad altri a distanza cosa sta accadendo e ciò di cui si ha necessità, ricevere ed impartire istruzioni.

Anche in questo piccolo ma importante ambito, dunque, le capacità comunicative sono una marcia in più, che può giungere anche a salvare la vita.

CONCLUSIONI

Ricordo un esempio fattomi da bambina al catechismo.
Mi dissero a proposito della fede: se non ce l’hai, come puoi trasmetterla? Similmente, come si può pensare di comunicare bene, se non ce ne è la volontà effettiva?

La volontà di trasmettere veramente un messaggio è un elemento imprescindibile, la pietra di volta di tutto il processo comunicativo.

Nessun team o ufficio comunica e di conseguenza lavora bene se coloro che lo compongono non hanno la volontà, la voglia di scambiarsi idee, conoscenze, opinioni.
Solo questa volontà consentirà al gruppo di comprendersi a vicenda e raggiungere presto ed al meglio l’obiettivo.

Sembra assolutamente banale e scontato.
Eppure non lo è.

Pensate a quante volte, soprattutto nella pubblica amministrazione o in strutture complesse e gerarchizzate, ci si trova dinanzi a documenti incomprensibili, che sembrano non dire nulla o alludere a più soluzioni.

Pensiate che siano scritti così perché chi li ha redatti non ha saputo trasmettere bene il messaggio?
Ahimè!
Mi viene da dire di no!
Non sempre dietro ad un testo “pluri-significato” o “nulla-dicente”, c’è una mente confusa od un’incapacità comunicativa.
A volte dietro ad un testo di questo tipo si nascondono sottili equilibri di competenze e responsabilità.

Ad esempio, scrivo perché sono tenuto a dare una risposta, ma non è compito mio, quindi, non mi assumo la responsabilità di dire qualcosa… oppure non ho ancora abbastanza elementi per esprimermi e forse dal lato di chi ha posto il quesito non mi verrà mai fornito un quadro chiaro della situazione…

Mille ragioni, mille situazioni complesse, difficili da decifrare e tanto più da giudicare.
Però, forse, una riflessione si può fare: quando ognuno svolge il proprio compito con professionalità e serietà ed in egual modo si rapporta con i suoi interlocutori e dall’altro lato trova altrettanto è più facile che si creino rapporti sinceri e collaborativi, all’interno dei quali ognuno “si muove” con maggiore naturalezza e voglia di fare, senza temere rimpalli di responsabilità, trabocchetti e quant’altro.

Ed ancora una volta in queste situazioni ci si guadagna tutti: capi, dipendenti, collaboratori ed utenti.
Ma non è facile che si creino le condizioni per tutto questo.

La differenza la fanno le persone.
Che vogliono, che fanno, che spendono energie, che si impegnano ed ottengono!
Allora, un invito a me stessa ed a tutti:

Siate le persone che fanno la differenza!
Ora!Sempre!

Con l’aiuto del Fattorello!

L’Inconscio e la Comunicazione: “La mente umana come un Iceberg”

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO” – ROMA – dal 1947 “la via italiana alla comunicazione” – Direttore: prof: Giuseppe Ragnetti

Tesina di fine Corso a cura di Paola Santucci

L’Inconscio e la Comunicazione: “La mente umana come un Iceberg”

 
Introduzione
  1. La comunicazione non verbale
  2. Il modo di comunicare – informare
  3. Interpretare la gestualità 
  4. L’ascolto 
  5. Visione Freudiana
  6. Conclusioni

Paragoniamo l’inconscio ad un elefante e la parte logica ad una mosca posata sulla sua testa. Si trovano in una giungla e ad un certo punto la mosca vede una montagna di zucchero: “Hei – grida la mosca – gira a destra che c’è una montagna di zucchero!”. Ma l’elefante la ignora perché vede davanti a se un ruscello che può dissetarlo. L’insetto insiste inutilmente in quanto il pachiderma invece di girare a destra preferisce dissetarsi.

Quando prendete una decisione, consultate il vostro elefante?

Spesso facciamo ciò che ci suggerisce la mosca. L’inconscio è rappresentato dall’elefante. Le nostre azioni sembrano razionali e giustificate ma in realtà troviamo delle giustificazioni per assecondare ciò che vogliamo fare a livello di inconscio.

Questa breve metafora lascia percepire un chiaro messaggio: c’è una parte nascosta in noi a cui spesso non si presta attenzione.

Una serie di ricerche sull’inconscio hanno letteralmente ribaltato la concezione della vita, la realtà e la nostra stessa natura di esseri umani. Si è intrapreso un viaggio senza fine e senza una meta precisa, durante il quale viene scoperto che siamo formati da due menti, una parte logica ed una inconscia. La prima è razionale, sequenziale, matematica, organizza la parola, è quella messa su un piedistallo dalla società occidentale. La seconda, la parte emotiva, è irrazionale, intuitiva, creativa, vive nel mondo dei sogni ed è quella chiusa in gabbia perché in una società come la nostra vi è poco spazio per lei. 

Addentriamoci dunque in questo mondo e proseguiamo il viaggio incontrando e conoscendo l’arte del comunicare insita nel nostro inconscio, il nostro iceberg e l’iceberg di chi ci ascolta.

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

“Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me. Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest’uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po’ con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento. Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io? …così, seguitando, sprofondai in quest’altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d’un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio e rifatto. Io non potevo vedermi vivere. E mi fissai d’allora in poi in questo proposito disperato: d’andare inseguendo quell’estraneo ch’era in me e che mi fuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io conoscevo; quell’uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io così come gli altri lo vedevano e conoscevano. Credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo di essere io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me.”

Questo passo di Pirandello in “Uno, nessuno e centomila” lascia intravedere la parte inconscia che è insita in un soggetto. In questo caso è il protagonista che si interroga sull’estraneo quale appare ai suoi stessi occhi. In effetti questi aspetti nascosti nel nostro essere vengono fuori e si manifestano ad esempio quando comunichiamo.

“Comunicare è un’arte”, comunicare non vuol dire usare solo parole di senso compiuto per formare discorsi, ma vuol dire trasmettere, vuol dire entrare in contatto con un interlocutore, attraverso simboli e segni del linguaggio comune, ma anche attraverso un linguaggio un po’ particolare, una forma di linguaggio comandata dall’inconscio e denominata comunicazione non verbale.

Quella parte della comunicazione che comprende tutti gli aspetti di uno scambio comunicativo non concernenti il livello puramente semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso.

Uno studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian (“Non-verbal communication”) ha mostrato che ciò che viene percepito in un messaggio vocale può essere così suddiviso:

  • Movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) 55% 
  • Aspetto vocale (Volume, tono, ritmo) 38% 
  • Aspetto verbale (parole) 7%

L’efficacia di un messaggio dipende quindi solamente in minima parte dal significato letterale di ciò che viene detto, e il modo in cui questo messaggio viene percepito è influenzato pesantemente dai fattori di comunicazione non verbale.

Prendiamo ad esempio il mondo del teatro, dove per parlare gli attori usano in minima parte la parola, ma fanno largo uso dell’interpretazione mimica, della mimica facciale, anche se non tutto ciò che viene comunicato tramite le espressioni del volto è sotto il nostro controllo (ad esempio l’arrossire o l’impallidire). Poi ci sono i gesti, in primo luogo quelli compiuti con le mani. La gestualità manuale può essere una utile sottolineatura delle parole, e quindi rafforzarne il significato, ma anche fornire una chiave di lettura difforme dal significato del messaggio espresso verbalmente. 

La diversa interpretazione delle espressioni facciali e dei gesti nelle varie culture è uno dei campi di studio più considerati nella storia delle scienze della comunicazione. 

Un campo nel quale le differenze culturali rivestono un ruolo cruciale è l’aptica, che studia i messaggi comunicativi espressi tramite il contatto fisico. In questo caso si passa da forme comunicative codificate (la stretta di mano, il bacio sulle guance come saluto ad amici e parenti), ad altre di natura più spontanea (un abbraccio, una pacca sulla spalla). Ad esempio la quantità di contatto fisico presente nei rapporti interpersonali fra le persone di cultura sud-europea verrebbe considerata come una violenta forma di invadenza dai popoli nord-europei.

IL MODO DI COMUNICARE – INFORMARE

La forma di ciò che è oggetto di comunicazione, informazione

Come dar vita ad una comunicazione, come rendere un discorso degno di essere ascoltato, come dar forma a qualcosa che si vuole portare a conoscenza del soggetto recettore? 

Abbiamo visto come Moscarda nel suo monologo riesce a trasmettere pathos al lettore, da corpo a delle parole che messe insieme senza un contesto non avrebbero significato. Questo contesto è appunto la forma di ciò che è oggetto di comunicazione. 

Tutti i modi di comunicare-informare sono caratterizzati da una diffusa gestualità, da un linguaggio non verbale che fa da contorno a quello che si ha intenzione di trasmettere. Anche qui entra in gioco con la comunicazione non verbale la parte inconscia del soggetto che comunica, sia esso soggetto promotore, o soggetto recettore. Naturalmente non vi è comunicazione se non si riesce a mettere insieme tutto ciò, perché le parole si svuoterebbero del loro contenuto e non riuscirebbero ad ottenere l’adesione di opinione del recettore.

La forma è data dallo scopo dell’informatore e dalla cultura che socializza lui e il recettore. Questa forma è una rappresentazione, la rappresentazione di ciò che viene comunicato, delle immagini percepite e rielaborate personalmente e soggettivamente sugli stimoli forniti dalla realtà esterna. Così come l’informatore, anche il soggetto recettore si farà una sua idea personale e soggettiva di ciò che gli viene comunicato e rielaborerà il tutto secondo i suoi scopi e il suo contesto culturale in modo da poterlo a sua volta trasformare in oggetto di un altro rapporto di comunicazione.

Erving Goffman, sociologo tra i più raffinati della cultura odierna, il cui studio fondamentale è “vita quotidiana come rappresentazione”, ritiene che i gruppi sociali si dividano in due categorie: i gruppi di “performance” e i gruppi di “audience”. La vita sociale è, appunto, una rappresentazione (si parla infatti di “metafora drammaturgica”), che i gruppi sociali mettono in scena di fronte ad altri gruppi. Goffman cita l’esempio dei camerieri in un hotel delle isole Shetland. Verificando che il gruppo di performance dei camerieri, di fronte al proprio pubblico (ovvero i clienti del ristorante), inscena una rappresentazione, mostrandosi deferente, rispettoso, discreto, e così via. Questo accade in uno spazio di “palcoscenico” (cioè dove il pubblico è presente), mentre nello spazio di “retroscena”, nascosto al pubblico, i camerieri hanno un comportamento del tutto diverso, molto più informale e irrispettoso.

La vita sociale, quindi, si divide in spazi di palcoscenico e di retroscena, cioè in spazi privati, in cui gli individui non “recitano”, e spazi pubblici in cui inscenano invece una precisa rappresentazione. Naturalmente, il comportamento nel retroscena contraddice il comportamento pubblico: una persona insicura, ad esempio, può assumere in pubblico un atteggiamento spavaldo, e mostrarsi invece vulnerabile soltanto nel suo retroscena.

Così come gli attori teatrali, i soggetti danno vita alla comunicazione sulla scena, e non dietro il palcoscenico, dove non servirebbero né costumi, né voci , neanche pettinature e scenografia.

INTERPRETARE LA GESTUALITA’

“Non volevo già come un commediante studiare le mie mosse, compormi la faccia all’espressione dei varii sentimenti e moti dell’animo; al contrario: volevo sorprendermi nella naturalezza dei miei atti, nelle subitanee alterazioni del volto, per ogni moto dell’animo; per un’improvvisa meraviglia, ad esempio (e sbalzavo per ogni nonnulla le sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli e spalancavo gli occhi e la bocca, allungando il volto come se un filo interno me lo tirasse); per un profondo cordoglio (e aggrottavo la fronte, immaginando la morte di mia moglie, e socchiudevo cupamente le palpebre quasi a covar quel cordoglio); per una rabbia feroce (e digrignavo i denti, pensando che qualcuno m’avesse schiaffeggiato, e arricciavo il naso, stirando la mandibola e fulminando con lo sguardo). Ma prima di tutto, quella meraviglia, quel cordoglio, quella rabbia erano finte, e non potevano esser vere, perché, se vere, non avrei potuto vederle, chè subito sarebbero cessate per il solo fatto ch’io le vedevo; in secondo luogo, le meraviglie da cui potevo esser preso erano tante e diversissime, e imprevedibili anche le espressioni, senza fine variabili anche secondo i momenti e le condizioni del mio animo.”

Così Moscarda vorrebbe vedersi vivere, vedersi mentre compie quei gesti legati a determinati sentimenti e momenti ma che vedono solamente i nostri interlocutori.

Il linguaggio gestuale ha un’origine espressiva da quello spontaneo che chiamiamo linguaggio del corpo, poi però progressivamente si culturalizza divenendo intenzionale.

Per linguaggio intendiamo un sistema di segni condivisi, ma è necessario chiarire bene di quali segni ci si serve e quale valore si attribuisce loro, in quanto ogni cultura attribuisce a ciascun segno un significato del tutto arbitrario che può variare incredibilmente e anche contraddirsi. 

Bisogna inoltre tener presente che si è prima visti e poi sentiti. Nella comunicazione molto spesso l’abito fa il monaco, intendendo con abito il complesso delle manifestazioni esteriori che caratterizzano la nostra maniera di esprimerci.

Risulta infatti che circa il 70-80% dell’informazione che raggiunge la corteccia cerebrale giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. Le ricerche neurolinguistiche, inoltre, indicano chiaramente la priorità dell’elaborazione visiva, globale, simultanea, contestuale, analogica delle informazioni nell’emisfero destro del cervello, anche se le informazioni sono linguistiche e quindi andranno poi rielaborate dall’emisfero sinistro (verbale, analitico, sequenziale, logico).

Nella comunicazione la gestualità ha un ruolo fondamentale, perché può rappresentare: un rinforzo, un’involontaria smentita o una fonte di feedback (insieme all’espressione del volto).

In una situazione interculturale possono nascere problemi di omomorfia (gesto uguale, significato diverso), responsabile di fraintendimenti. 

Ad esempio la moderna scienza della comunicazione non verbale ha permesso di identificare con precisione l’espressione che lo sguardo assume quando siamo in collera o abbiamo paura; quando ci sentiamo tristi o felici. Si sa anche che un certo modo di guardare sfuggente, guizzante, incerto é spesso un indizio che l’interlocutore sta mentendo. La sessuologia ha poi constatato come la dilatazione della pupilla e la luminosità dell’occhio siano evidenti segni di attrazione.

La forte gestualità, accompagnata ad un tono di voce abbastanza alto rispetto ad altre culture fa sì che si sia diffuso all’estero uno stereotipo che raffigura quindi gli italiani.

L’ASCOLTO

Oltre la gestualità, nella comunicazione assume particolare rilevanza l’ascolto. Si parla del secondo “iceberg”, quello del soggetto recettore che prova a comprendere una prospettiva diversa dalla propria, a considerare le caratteristiche dell’altro e i suoi attributi e a tenerne presente la prospettiva durante l’interazione.  Per ottenere questo è importante tacere, rispettare quel silenzio temporaneo che consente all’altro di parlare e facilita in chi ascolta l’attenzione e la concentrazione su quanto gli viene comunicato.

L’ascolto può essere considerato come un momento del processo della comunicazione: il messaggio in arrivo viene ascoltato ed elaborato per formulare un’azione o un messaggio di ritorno (feedback).

Il termine “ascolto”, nell’uso corrente, viene associato ai concetti di passività e naturalezza, in quanto per ascoltare non bisogna “fare” niente, basta che chi ci parla pronunci le parole in modo sufficientemente forte e chiaro, inoltre l’ascolto non richiede alcun accorgimento particolare perché è un fenomeno spontaneo e coincide semplicemente con lo “stare a sentire” qualcuno che parla.

Il senso nel quale viene usato qui, invece, è diverso: l’ascolto ha una doppia natura perché da un lato è vero che è un fenomeno spontaneo tanto che, a volte, avviene anche contro la nostra volontà (non possiamo fare a meno di sentire rumori molesti o discorsi noiosi), e ad esempio è condizionato dall’istintiva tendenza di chi ascolta a pensare subito a cosa rispondere, invece di accogliere fino in fondo ciò che l’altro dice. Ma il cattivo ascolto è anche fonte di molti problemi connessi alla comunicazione e alle relazioni interpersonali (l’interlocutore non capito si sente frustrato e poco considerato).

D’altra parte la capacità di ascolto, che tutti in qualche misura possediamo, può essere sviluppata ed esistono indicazioni, tecniche specifiche e riferimenti per passare da un atteggiamento spontaneo a quello che è definito ascolto attivo: chi ascolta non è più un ricevente passivo ma qualcuno che agisce in modo finalizzato per facilitare la comunicazione e si attiva per capire che cosa vuol comunicare l’interlocutore, capire a quale scopo lo sta comunicando, evitare di interpretare soggettivamente i messaggi dell’interlocutore, cercare di individuare e rimuovere eventuali ostacoli al libero fluire della comunicazione e far capire che ha capito. 

L’ascolto attivo è una delle tecniche dell’assertività e si fonda sia sulla capacità di leggere i segnali che ci invia l’interlocutore, sia su quella di controllare i segnali che noi emettiamo e di finalizzarli a favorire un’espressione più aperta e una maggiore comprensione. Innanzitutto è necessario tener presente che, nell’ambito di un approccio pragmatico ai problemi della comunicazione, non si ascoltano solo i contenuti (espressi attraverso le parole), ma si può “ascoltare” anche la relazione (espressa attraverso la comunicazione non verbale).

Un ascolto attivo implica una continua verifica, volta sia ad accertarsi di aver ben compreso che a confermare all’interlocutore che lo stiamo ascoltando; è dunque opportuno, per esempio, che le espressioni di intesa non si concludano, come affermazioni, ma con una richiesta di convalida: “Se ho ben capito lei ha detto che… E’ così?”. Oppure: “Mi pare che questi eventi la coinvolgano molto… E’ vero?” Bisogna, inoltre, mostrare di credere alle affermazioni di conferma oppure, assertivamente, esplorare con nuove domande; l’importante è non dire “Sì”, dando l’impressione di non fidarsi perché questo può uccidere la comunicazione.

Un ascolto attivo, per essere quindi veramente efficace deve possedere tre qualità fondamentali, e cioè deve essere: empatico, reattivo e selettivo.

VISIONE FREUDIANA

Abbiamo visto che siamo formati da due menti, una parte logica ed una inconscia.

La parte logica si trova nell’emisfero sinistro del nostro cervello, mentre l’inconscio occupa quello destro. Le due parti sono separate idealmente e non realmente. Questa distinzione significa che la maggior parte delle funzioni razionali sono collocate nella parte sinistra, mentre quelle emotive sono situate nella parte destra del nostro encefalo.

Possiamo ricorrere ad un’altra raffigurazione: quella di Freud. Quest’ultimo paragonava la nostra mente ad un iceberg  dove è visibile solo la parte emergente. Quando ne vediamo uno tendiamo a pensare che quello che osserviamo sia tutto il blocco di ghiaccio, mentre esiste una parte sommersa dieci volte più grande. Quale delle due parti ha un ruolo fondamentale per lo spostamento nel mare della massa di ghiaccio? La parte emergente sulla quale soffiano i venti? O la parte sommersa su cui operano le correnti marine?

Mi sembra ovvio che quest’ultima sia la riposta giusta. Freud diceva che la mente umana è simile ad un iceberg  proprio per questo motivo: vediamo solo la parte razionale ed ignoriamo l’esistenza dell’inconscio; per questo motivo tendiamo a pensare che la logica sia influente nella direzione della nostra vita. Ma se fosse così, perché a volte si prendono delle decisioni che non riusciamo a portare a termine? Come nell’iceberg, le correnti pulsionali e tensionali fanno presa sull’inconscio e ne influenzano la direzione.

I problemi sorgono quando entriamo in conflitto con l’inconscio e ci ostiniamo a seguire piani di vita in netto contrasto con le sue esigenze. La parte emotiva, in questi casi, ci manda dei “colpi di avvertimento”: un’emicrania, stanchezza, tensioni, dolorini senza una spiegazione logica. Se insistiamo nel nostro comportamento, l’emisfero destro ricorre a messaggi più incisivi e convincenti. 

Il conflitto non è mai una valida soluzione mentre l’alleanza è un opzione ricca di potenzialità.

La parte emotiva decodifica migliaia di informazioni mentre la parte logica è limitata solo ad alcuni “pezzi” di informazione. L’inconscio è in grado di percepire la

variazione dell’umidità e della temperatura nella camera in cui vi trovate mentre voi state leggendo questo testo, ed è in grado di percepire quello che accade in un’altra camera. Quindi possiede una visione d’insieme delle situazioni più ampia rispetto alla parte razionale.

Quando comunichiamo con le persone, mentre parliamo, il nostro inconscio decodifica in tempo reale tutta la gestualità del nostro interlocutore scoprendo eventuali incongruenze. Lui cerca di avvisarci con una sensazione di diffidenza. La parte razionale può mentire, l’inconscio no! Se stiamo parlando di noi come delle persone aperte, empatiche e lo facciamo con le braccia conserte, oppure se muoviamo gli occhi in modo strano mentre diciamo delle cose a cui vorremo dare peso, il nostro interlocutore avvertirà queste incongruenze, ossia il suo inconscio lo avvertirà della poca attendibilità delle nostre chiacchiere. 

La soluzione migliore quindi consiste nell’alleanza tra le due parti: sarebbe un errore sbilanciarsi troppo nell’una o nell’altra direzione.

CONCLUSIONI

Portando a termine questo lavoro è stato interessante osservare che oltre a seguire la teoria  fattorelliana può essere di grande aiuto nel raggiungere una “adesione di opinione” da parte del soggetto recettore, fare molta attenzione alla comunicazione non verbale sia del soggetto promotore che del soggetto recettore.

Una attualizzazione interessante riguardo il tema trattato è il telefilm “Lie to Me”, una serie televisiva statunitense ispirata a Paul Ekman, professore di psicologia al Dipartimento di Psichiatria dell’Università della California (UCSF), pioniere negli studi delle emozioni e delle espressioni facciali. Al contrario di molti antropologi del suo periodo, Ekman scoprì che alcune espressioni facciali e le corrispondenti emozioni non erano culturalmente determinate ma erano universali alla cultura umana, quindi di origine biologiche, come precedentemente aveva teorizzato Charles Darwin. Tale scoperta ora è ampiamente accettata da tutti gli scienziati.

Nel progetto “Diogene” Ekman fa riferimento alle “microespressioni”, e ritiene che queste siano affidabili nello scoprire le bugie. Egli sviluppò anche il Sistema di Codifica delle Espressioni Facciali (FACS) per la loro classificazione.

Nella serie televisiva il protagonista Cal Lightman, interpretato da Tim Roth, impiega le ricerche sulle microespressioni al fine di comprendere se chi si trova di fronte sta mentendo oppure no.

E’ un dottore che ha studiato per oltre vent’anni, viaggiando per il mondo, la comunicazione non verbale e le emozioni umane alla base degli indizi della menzogna dimostrando l’universalità delle espressioni emozionali di base (paura, felicità, rabbia, disgusto, sorpresa, disprezzo). Ha fondato il “Lightman Group”, un’agenzia privata che fornisce consulenza ad enti privati o pubblici (Dipartimento della Difesa, FBI, Dipartimento di Polizia) per stabilire la sincerità delle persone.

I Mezzi di Comunicazione creatori di un esercito manipolato o semplici interpreti di eventi ?

ISTITUTO FRANCESCO FATTORELLO – ROMA – dal 1947 “la via italiana alla comunicazione” – Direttore: prof. Giuseppe Ragnetti

Tesina di fine Corso a cura di Elena Fini

I Mezzi di Comunicazione creatori di un esercito manipolato o semplici interpreti di eventi ?

Proviamo paura quando ciò che abbiamo davanti è ignoto. Ammiriamo colui che riesce a percepirlo o meglio a crearlo, ma perché lasciare questo piacere agli altri quando da spettatori possiamo diventare protagonisti della nostra vita?

I comportamenti umani sono a volte sorprendenti, a volte bizzarri ed è questo che ci rende vivi e speciali.

A volte incontriamo muri che appaiono troppo solidi per essere abbattuti ma siamo noi che li rendiamo sempre più alti e dolorosi attraverso le nostre insicurezze che, spesso, ingiustamente ci rendono inermi davanti alla bellezza del dialogo e della conoscenza reciproca.

Josef Rattner ha detto che l’uomo ha superato la distanza che lo separava dalla luna, ma continua a non raggiungere il suo prossimo. “Quello che potrebbe salvare l’uomo dalla sua angustia sarebbe il dialogo autentico, la comunicazione con il tu. Il dialogo autentico potrà essere ritrovato solo dagli individui che hanno un interesse per i loro simili. Solo colui che ha rinunciato allo spirito del potere e della violazione è in grado di udire e di rispondere. Ragionevoli sono solo gli individui che hanno imparato ad accogliere in sé i pensieri degli altri senza cadere subito nell’angoscia o in una posizione di difesa”.

La parola! Questa grande arma che molti di noi non riescono ad usare bene o, ancor peggio, ignorano: essa è capace di fondere culture, idee e persone completamente diverse ed in quanto tali meritevoli di un nostro sforzo.

Scriveva Gorgia da Lentini in Elogio ad Elena: “La parola è una potente signora, che con piccolissimo corpo invisibile, sa compiere cose molte divine; riesce, infatti, sia a calmare la paura sia ad eliminare il dolore sia a suscitare la gioia sia ad aumentare la pietà”: con questo scritto, egli tendeva a dimostrare il potere persuasorio della parola dimostrando che più che dalla bellezza, Elena aveva seguito Paride per la sua capacità comunicativa.

Infatti, la strategia vincente per dissolvere le proprie difficoltà comunicative è nascosta dentro di noi ed aspetta solo di essere incentivata ed amata dalla forza interiore. Non sempre è facile esternare ciò che possediamo nella nostra mente e nel nostro cuore.

Ciò può concretizzarsi attivando un sistema comunicativo che si basa sia sul linguaggio verbale sia non verbale: è proprio così che si sconfigge il mostro dell’incomprensione.
Solo chi sa comunicare ha più successo di chi non lo sa o non vuole farlo!

Roland Barthes ha scritto che la comunicazione è un atto d’amore, perché essa è basata sempre su un rapporto tra più persone ed invita allo scambio di idee.

La comunicazione non è, però, solo verbale, ma anche non verbale e paraverbale. Le parole non possono viaggiare da sole, perché la voce o il timbro nonché la gestualità incidono moltissimo sulla loro efficacia.

Noi guardiamo giornalmente la televisione, ascoltiamo la radio, leggiamo i giornali, divenendo spesso schiavi delle parole e delle opinioni altrui.

Non siamo più capaci di ragionare e di capire cosa ci aggrada di più, perché guardiamo determinati programmi invece di altri. Non sempre sappiamo scegliere e ci facciamo intrappolare in un vortice di conformismo sociale. Si ha l’impressione, forse non errata, che i Potenti della terra decidano per noi , ma in fondo questo è il loro mestiere : lasciamoglielo fare. Ma noi abbiamo effettivamente una certa autonomia? Cos’è l’opinione per noi e cosa ci indirizza di più verso di essa sia a livello sociale sia economico?

Domanda: è davvero possibile, ad esempio, che guardando una pubblicità ci viene voglia di comprare qualcosa di cui non abbiamo bisogno? E’ davvero in corso la cosiddetta Alluvione Mediatica ?

In un anno i Paesi Europei trasmettono oltre tre milioni di spot pubblicitari: un giovane di 18 anni, dunque, è già stato esposto a 140mila spot. Inoltre, la quantità di informazioni pubblicate si raddoppiano di quattro o cinque volte ogni tre anni. Negli USA si è passati da 50 a 100 canali. Addirittura nello stesso istante i satelliti inviano in ogni angolo del pianeta una serie infinita di messaggi, ma la maggior parte di questi sforzi è inutile dato che entro 24 ore le persone dimenticano fino all’80% di quello che credono di aver imparato da questa alluvione mediatica. Quest’ultima ci porta alla falsa idea di aver imparato qualcosa.

Tutto ciò avviene perché la mente odia la confusione, è insicura, non cambia e può avere problemi di messa a fuoco.

Alcuni professionisti(in ogni campo e di qualsiasi nazione) ritenevano giusta “ l’impostazione teorica anglosassone”, secondo la quale il pubblico era un target(bersaglio) che non aveva scampo laddove le campagne pubblicitarie riuscivano a farci fare ciò che loro volevano, dimenticando che nessun essere umano è in grado di entrare nella nostra mente. Ogni individuo ha un filtro percettivo per cui siamo noi che decidiamo cosa fare entrare).

Indubbiamente gli stimoli esistono ma non possono costringerci a fare nulla se non eravamo, già precedentemente, interessati a farlo. La realtà non esiste, ma esiste la nostra percezione, che è una visione della realtà. La percezione è, quindi, il filtro tra noi e il mondo che elabora gli stimoli attraverso meccanismi filtranti.

Ne consegue che non c’è niente di più facile che persuadere una persona che ha bisogno di essere persuasa. Facciamo un esempio: una nuova pubblicità propone un mascara rivoluzionario che promette di ingrandire gli occhi e rendere più intenso lo sguardo attraverso l’infoltimento delle ciglia ed io, dunque, lo voglio provare. In questo caso potrei ipotizzare tantissimi motivi come cause scatenanti del mio ipotetico acquisto. Potrei essere o una giovane ragazza che ama molto curarsi ed ha una passione sfrenata per il make-up, o un professionista che lavora per privati e quindi per questioni lavorative io decido di provarlo, oppure una signora che con il passare degli anni ha delle ciglia poco folte e corte, oppure un uomo che ha una moglie particolarmente esigente e tanti altri ancora.

Questo prodotto ha un particolare mercato, vasto o meno, ma questo non ci interessa: è la sua fruizione che è a cuore sia a chi lo deve produrre, sia a chi lo deve mettere sul mercato sia al fruitore!

Prima della sponsorizzazione c’è una lunga catena per la produzione, un iter lunghissimo per il quale, in alcuni casi, ci vogliono anche anni, soprattutto se il prodotto in questione è tecnologicamente avanzato (in questo caso per tecnologia non intendiamo l’information tecnology ma semplicemente un livello superiore del prodotto). L’azienda deve effettuare un’analisi di mercato(sistemica raccolta, conservazione e analisi dei dati relativi a problemi di marketing dei beni e\o dei servizi) che aiuti gli imprenditori a trasformare le idee commerciali in utilità di prodotti. Le domande attraverso le quali il manager riesce a studiare la sostenibilità del suo prodotto sono le seguenti: chi sono i potenziali acquirenti e quali le loro esigenze?

Com’è strutturato il mercato riguardante il mio ambito? Quanti sono i competitori e quanto investono nella ricerca? Cosa stanno offrendo attualmente e cosa potrebbero introdurre sul mercato?

Attraverso dati statistici le imprese riescono ad ottenere un’ampia visione sui settori, sui comportamenti dei consumatori. Le stime sono approssimative dunque è consigliabile integrarle attraverso ulteriori studi e conviene valutare anche l’eventualità dello scenario peggiore. Lo studio di mercato è talmente importante che alcune aziende decidono di affidare le ricerche ad apposite società di consulenza esterna, altre invece hanno al loro interno un team di professionisti che praticano esclusivamente questa tecnica. I compiti attinenti a queste società o work team sono connessi alla raccolta di dati statistici e sono relativi:

  • alle tipologie di promozione più efficaci
  • ai gruppi di consumatori di riferimento
  • ai nuovi segmenti del mercato
  • alle caratteristiche della comunicazione pubblicitaria nell’area d’interesse
  • all’andamento delle aree in cui l’impresa compete nonché l’analisi della domanda e i cambiamenti dei consumi

Queste analisi supportano, perciò, le strategie decisionali dell’azienda stessa, riuscendo a prevedere le richieste e le preferenze degli acquirenti; allora si potrà effettuare la valutazione dei profitti e anticipare i volumi di produzione.

Dunque, le imprese studiano i nostri bisogni e le nostre abitudini per cui non sono loro a decidere per noi ma siamo noi ad influenzare le loro decisioni di marketing. Facciamo parte del sistema ed in realtà siamo noi a gestirlo anche se indirettamente. Non esiste un unico modo che vada bene per tutti. Ogni pubblico, alla fine, è diverso dall’altro.

Nonostante l’alluvione mediatica ognuno di noi può ancora scegliere di non dare nessun significato alle informazioni che ci vengono date e di dare importanza, al contrario, solo alle nostre necessità.

Proviamo ad analizzare la situazione da un altro punto di vista. Se fosse vero che la televisione riesce a farmi comprare ciò che non mi serve, allora io, casalinga in una casa senza giardino (e con nessun conoscente che si interessi o ami la coltivazione) grazie ad una pubblicità all’ultimo grido nella quale un contadino seminudo dal fisico impeccabile guida un trattore, dovrei comprare quest’ultimo. Non credo che lo acquistereste.
Compriamo solo ciò che ci incuriosisce, ma ci attira perché già l’ambito di produzione è corrispondente ai nostri interessi.

L’informazione è spudoratamente un’attività commerciale: vende notizie approfittando della curiosità dei potenziali clienti.

Veniamo al punto da cui siamo partiti: secondo alcuni la comunicazione influisce sullo stato psicologico dell’uomo e sulla sua volontà perché l’informazione sarebbe un particolare processo mediante il quale chi lo promuove punta ad ottenere l’adesione di opinione che egli propone riguardo ad essa.

Piace ricordare una frase del filosofo di età neroniana, Seneca, il quale, nella Lettere a Lucilio, asserisce che “a formare l’opinione comune come pure la giusta opinione, è necessaria una sicura nozione delle cose, senza le quali i nostri giudizi sono confusi e mutevoli; perciò sono necessari i principi, che permettono giudizi chiari e immutabili”.

Si deve ricordare che gli studi accademici, nel nostro paese non si sono occupati spesso dell’opinione nella maniera più consona, sebbene essa sia un argomento che può ancora affascinare, proprio perché essa fa parte dell’uomo. Pascal dichiarava che l’opinione è la regina del mondo: essa è sempre il frutto dell’interazione sociale.
Camus, perspicacemente, diceva che se mai sarebbe esistito un partito di coloro che non sono sicuri delle proprie opinioni, egli ne avrebbe fatto parte. Cosa vuol dire?

L’opinione o dòxa, come dicevano i Greci, non è la stessa cosa della conoscenza. Scriveva Platone in Repubblica: “E poiché chi opina non opinerà né l’essere né il non essere, l’opinione non può essere né ignoranza né conoscenza, bensì sta in mezzo tra le due”. Il filosofo ateniese, dunque, aveva già compreso che l’opinione è una conoscenza imperfetta e mutevole, non propriamente episteme.

Ora l’opinione pubblica è un fenomeno molto moderno nonostante tutti i riferimenti che troviamo nelle età precedenti e, per noi uomini di età contemporanea, la storia del concetto d’opinione non può che coincidere con la formazione dello stato moderno, il quale, con il monopoli della forza, ha relegato l’individuo nella sfera priva della morale, mentre la sfera pubblica è stata assorbita dallo Stato.

Se il potere diviene, però, pubblico, dall’altra parte l’economia si privatizza, concetto affermato da Habermas, il quale vede le radici dell’opinione pubblica proprio nell’origine del capitalismo e della stampa.

E’ nella cultura illuminista, per l’intrinseco carattere di razionalismo, che nasce il concetto moderno di opinione pubblica, aprendo un enorme interesse su di essa. Per Kant l’opinione non può essere motivo di scienza proprio per il suo carattere soggettivo, dal che si deduce ciò che pensava Platone, ossia che “all’opinione piace opinare”.

Ma veniamo al 1900: è merito di Pasquale Rossi di aver compreso con largo anticipo che esiste una psicologia sociale dei gruppi organizzati e una psicologia collettiva della folla. Da quel momento psicologisti francesi e americani si sono dedicati ampiamente al tema in esame. Interessante è la posizione dello studioso Sprott, il quale sostiene che le persone che si lasciano psicologicamente condizionare da essa rientrano in un’attitudine, mentre quelle che vi dedicano un interesse solo intellettuale hanno un’opinione.

KrecK e Crutchfield si sono occupati di conoscenza, opinione e credenza, Bauer di opinione statica e dinamica, la quale ha dimostrato tutta la propria forza nell’età di Pericle, Lippman della teoria degli stereotipi, per cui l’opinione pubblica è una finzione e Dewey condivide lo stesso pessimismo di Lippman, al punto di dichiarare che l’uomo non è solo un animale politico (come affermava Aristotele), ma anche un consumatore e uno che ama svagarsi, mentre per Dupréel la natura tra folla e opinione dipende dal grado d’intensità e della durata dei gruppi. E’ la Teoria di Stoetzel che ha avuto molta riscossa in Europa, soprattutto in Francia e in Italia, dove la Scuola di Roma del Prof. Fattorello ha raggiunto risultati validi nello studio dei processi informativi e delle loro relazioni con l’opinione pubblica.

Stoetzel ha individuato due tipi di distribuzione delle opinioni, quella normale e quella conformata, che possiedono anche una diversa natura: una è organizzata, l’altra non è organizzata.

Si giunge al concetto di conformismo, oggi più che mai dilagante soprattutto con le mode grazie anche ad una globalizzazione che s’impone sempre di più, per cui è sempre più valevole, a mio avviso, quanto asserisce Lippman, ossia del fatto che noi crediamo di avere delle opinioni mentre è solamente sulla rappresentazione di esse che le opinioni si sono formate nella nostra mente e che noi giudichiamo.

Vero è che già Cicerone aveva definito l’opinione imbecillam assensionem, dato che, per la sua stessa natura, l’opinione contempla al suo interno l’errore. Incisiva è a questo punto la definizione di Locke: non dobbiamo giudicare le cose secondo le opinioni, ma le opinioni secondo le cose.

Dunque, le opinioni sono manifestazioni valide solo nel contesto e nel preciso momento in cui vengono prese (G. Ragnetti), ma non è detto che le persone che esprimono l’opinione in quel momento rimangano fedeli alla stessa per sempre: Tot hominse, tot sententiae (Terenzio).

Ma l’azione sull’opinione pubblica come avviene? Le campagne fanno leva sui valori dell’individuo, ossia: educazione, propaganda, pubblicità, la quale si è sviluppata maggiormente negli U.S.A. e informazione. Fermiamoci sull’informazione che, secondo Fattorello, è la maggior parte di messaggi e ciò significa che non c’è momento comunicativo senza il momento informativo, per cui c’è comunicazione quando tra promotore e recettore si stabilisce una convergenza d’interpretazione. Quindi, la realtà può essere trasmessa solo attraverso la sua formula d’opinione che il soggetto promotore propone in maniera tale da adattarsi al soggetto recettore ed ottenerne l’adesione.

Allora l’industria dei mezzi di comunicazione non fa altro che “ mettere in forma” un prodotto che è pari ai gusti del pubblico al quale è indirizzato. Proprio come il marketing, l’industria dei mezzi di comunicazione deve studiare il suo mercato-recettore e fornire un prodotto adeguato per ottemperare alle regole di mercato, che si basano in fin dei conti sul gradimento.

Da ciò si deduce che la Tecnica Sociale del prof. Fattorello ha restituito dignità al soggetto recettore perché lo rende il vero protagonista di un processo comunicativo che è di natura sociale. L’opinione, dunque, ha i suoi attori: i soggetti attivi (pochi), che possiedono una propria opinione e un minimo di originalità e i soggetti passivi, i quali sono comunque recettori uniti in gruppi vincolati o plurivincolati. L’adesione all’opinione avviene mediante il contatto, l’interesse e l’attenzione, la valutazione, l’adesione o il rifiuto e l’adozione.

L’opinione pubblica rappresenta il percorso preferenziale nella società attuale, in cui la standardizzazione sociale ne è terreno di coltura, per cui l’omologazione è evidente nell’insegnamento con un’eguaglianza di opportunità e la specializzazione e la democratizzazione con un’educazione pianificata, che isolano l’uomo, sebbene sia circondato da moltitudine. In questa maniera, egli non è più in grado di esprimere un’opinione individuale e neppure una pubblica. La personalità dell’individuo e la sua acculturazione divengono i fattori preminenti di ogni scelta d’opinione. Francesco Fattorello, dunque, ribadisce la circolarità del processo e la pari dignità del promotore e del recettore., per cui egli respinge la tesi secondo cui nella formazione dell’opinione l’azione va dal promotore al recettore. Egli dubita anche sul presunto potere dei mezzi d’informazione di condizionare il pubblico, che agiscono indubbiamente sulle opinioni ma non sono in grado di condizionare i comportamenti delle persone.

Ergo: solo in relazione ai propri rapporti con la sfera sociale l’uomo ricerca e trova la sua posizione, perché è membro della società e del suo gruppo; l’opinione cosiddetta individuale non può che essere collettiva.

La pubblicità ci condiziona. (?)

ISTITUTO DI COMUNICAZIONE “FRANCESCO FATTORELLO” – ROMA

Tesina per lo “scambio culturale” di fine corso a cura di Lidia Avella

La pubblicità ci condiziona. (?)

Ogni giorno siamo bombardati da una infinità di messaggi pubblicitari. Per strada, sui mezzi di trasporto, su cartelloni giganti, sui giornali e sulle riviste, in televisione e alla radio.
Insomma oggi, alla pubblicità non possiamo proprio sfuggire. Ci segue in ogni momento e diventa parte della nostra vita. Una parte ogni giorno più invadente.

Canticchiamo i jingle dei vari spot, o addirittura battute e gag pubblicitarie entrano a far parte del nostro linguaggio quotidiano.
E la pubblicità, a volte, arriva fino a diventare una ossessione.

Insinua nella testa di chi la guarda una attrazione ossessiva verso il prodotto che presenta. Un prodotto descritto nei minimi dettagli, esaltato, reso emozionante, e soprattutto un prodotto che permetterà a chi lo acquista di essere esattamente ciò che vuole essere. Infatti la pubblicità vuole attirarti verso gli articoli che propone e convincerti a comprarli rappresentando tutte le persone che ne sono in possesso felicissime, piene di amici e di avventure, decise e realizzate, glamour e moderne…

E con questo pensiero ti assilla, ti tormenta, e non riesci più a staccarti dalla voglia di avere quell’oggetto!

La pubblicità, dunque, ti condiziona, ti fa credere vero ciò che non lo è, ti fa pensare e desiderare cose che normalmente né penseresti né desidereresti, ti fa voler essere una persona che in realtà non vuoi essere, ti porta a comprare cose di cui non hai bisogno e che probabilmente non vuoi nemmeno.

E oggi lo fa in maniera sempre più subdola. Infatti hanno trasformato molti dei semplici spot pubblicitari in veri e propri film, a volte addirittura a puntate. Li realizzano alla perfezione in modo che nemmeno sembri più pubblicità e possano farcire meglio e più facilmente il nostro cervello di concetti assurdi. La pubblicità fa nascere in noi delle insicurezze che riusciamo a colmare solo acquistando i prodotti che ci vengono propinati.

La cosa più grave è che non possiamo farci nulla.
Siamo costretti a subire degli attacchi sempre più sfacciati. E anche i più scettici alla fine cedono, e si abbandonano all’acquisto di prodotti venduti come se valessero oro e che daranno loro la sicurezza di raggiungere un certo status, che sia di famiglia felice o di giovane single attraente.

La Verità. FINALMENTE!

Cancellate tutto quello che finora è stato detto. Cancellate tutto quello che finora hanno voluto farvi credere. E lasciate spazio alla verità.
Anche io prima ero come voi. Mi ero lasciata convincere che qualcuno fosse capace di influenzarmi, condizionarmi, convincermi, fosse capace di farmi scegliere.
Poi ho incontrato una teoria che mi ha aperto gli occhi. E mi ha fatto vedere e capire qualcosa di così evidente che ancora mi chiedo “Ma come ho fatto a non capirlo prima?”

La Tecnica sociale dell’informazione

La teoria della Tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello è molto semplice e allo stesso tempo estremamente innovativa.

Ci spiega che un rapporto di informazione, ovvero la comunicazione, si basa su uno speciale rapporto tra due principali termini: il soggetto promotore e il soggetto recettore. Il primo trasmette una notizia all’altro che la riceve.

Sono poi presenti altri due termini: il mezzo o strumento, attraverso cui la notizia viene data, e il contenuto, meglio definito come forma dell’oggetto dell’informazione. Infatti bisogna tener conto di un ultimo elemento che però è esterno al rapporto di informazione, ma che costituisce il motivo per cui il rapporto prende vita: l’oggetto del rapporto di informazione, ovvero ciò di cui si parla.

x)
                    M
SP                                     SR
                    O

x)= oggetto del rapporto di informazione
SP= soggetto promotore SR= soggetto recettore
M= mezzo O= forma data all’oggetto del rapporto di informazione

Per spiegare:
Il soggetto promotore decide di comunicare un fatto, un evento, ecc. al soggetto recettore. Sceglie il mezzo che meglio si adatta allo scopo e soprattutto sceglie la forma migliore da dare all’oggetto comunicato, sceglie cioè il modo in cui comunicare il fatto, affinché il soggetto recettore possa condividere la sua posizione.

Affinché, cioè, ci sia adesione di opinione. Quindi il soggetto promotore mette in forma (in un certo senso ne da un’interpretazione filtrata dalla propria soggettività) l’oggetto dell’informazione, che resta, è bene sottolinearlo, sempre esterno alla comunicazione e che non potrà mai essere comunicato nella sua più onesta obbiettività, in quanto sempre osservato con gli occhi specifici di un soggetto.

Questa è in breve la descrizione della teoria che mi ha aperto gli occhi.
Ed ora passiamo alla descrizione di alcuni punti di tale Teoria che mi permettono di spiegare perché tutto quello detto finora è semplicemente una “bufala”.

La Soggettività

Ciò per cui la teoria di Fattorello è rivoluzionaria e anticipatrice è che considera i due termini principali di un rapporto di comunicazione due SOGGETTI OPINANTI.

Non si parla più di emittente e ricevente che passivamente prendono parte alla comunicazione. Si parla di due soggetti che decidono di comunicare. Il soggetto promotore prende un fatto della realtà e lo inserisce nella comunicazione, dandone una precisa forma dettata dalla propria soggettività, fatta di interiorità, di un contesto esterno e culturale che può influenzarlo, di pregiudizi negativi e positivi e così via. E allo stesso modo il soggetto recettore non recepisce passivamente ciò che l’altro gli comunica.

Anch’egli è attivo nel processo comunicativo, anch’egli basa la recezione sulla propria soggettività e da a sua volta una interpretazione dell’oggetto comunicato, che è la realtà, esterna alla comunicazione. Quindi ciò che “entra” nella comunicazione è sempre e solo l’interpretazione, cioè la forma, che i soggetti opinanti danno dei fatti della realtà.

Ma perché questo è così importante per dimostrare che la pubblicità non ha alcun potere su di noi?

Bisogna pensare al pubblicitario come SP e a noi come SR. Lo spot, il manifesto ecc. saranno il mezzo e il contenuto sarà ovviamente la forma data all’oggetto del rapporto di informazione, che è semplicemente il prodotto.

Il pubblicitario farà di tutto per dare la giusta forma al prodotto, per renderlo interessante, appetibile, affascinante, per farci correre a comprarlo.

Dall’altra parte però ci siamo noi. Soggetti opinanti. Che ascoltiamo. Che valutiamo. Che riflettiamo basandoci sulle nostre conoscenze. Che abbiamo delle aspettative. E che decidiamo. Solo noi possiamo decidere. Solo noi soggetti e non automi che passivamente credono a tutto ciò che gli si dice.

Quello che non dobbiamo mai dimenticare è che ognuno di noi è un soggetto pensante, che ha capacità di valutazione, di decisione. Nessuno può entrare in noi e decidere per noi. Nessuno potrà mai farci acquistare un prodotto che in realtà non vogliamo comprare. Se riescono a convincerci è perché, sotto sotto, volevamo essere convinti.

E dunque io con la mia intelligenza, con il mio spirito critico, con la mia dignità non permetterò mai più a qualcuno di dire che la pubblicità ha scelto per me, che sono stata condizionata. È fin troppo comodo dare la colpa ad altri per scelte che consapevolmente decido di compiere.

L’adesione di opinione (l’unica cosa che puoi ottenere – se sei bravo!)

Vi spiego ora un secondo importante punto della teoria Fattorelliana.
Partiamo dall’inizio.
In un rapporto d’informazione bisogna tenere ben distinto lo scopo dall’effetto. Lo scopo è l’adesione di opinione, l’effetto è l’azione prodotta dal rapporto di informazione.

Chi informa è in torto se crede di non avere uno scopo. Infatti dalla semplice chiacchierata con l’amica, alla lezione del professore, allo spot pubblicitario lo scopo c’è sempre, ed è quantomeno quello di veder condiviso e appoggiato il proprio punto di vista.
Per l’effetto invece la questione è più complicata.

Abbiamo già rappresentato il rapporto di informazione come una sorta di anello, un anello che fa parte di una lunga catena fatta di tanti altri rapporti di informazione tra loro collegati. Quindi l’effetto che si desidera ottenere con un determinato rapporto di informazione non può che essere ricercato in un fase successiva, e spesso lontana, della catena di rapporti che si va a formare.

Quindi valutare gli effetti che derivano da un rapporto di informazione è una cosa estremamente complicata.

La valutazione, inoltre, è resa ancora più difficile da una parte che non si può dimenticare: l’imprevedibile, che consiste nelle autonome, diverse ed originali facoltà opinanti di chi prende parte alla comunicazione.

Inoltre è bene chiarire una cosa molto importante: non è detto che l’effetto ci sia.

Cioè non possiamo dire con certezza che il rapporto di informazione riesca a dar vita all’effetto desiderato. L’azione quindi non è qualcosa che possiamo controllare, dirigere, orientare, determinare con la comunicazione.

Nell’informazione dunque bisogna tenere sempre ben distinta l’adesione di opinione (che è l’unica cosa che possiamo ottenere) dalla conseguente azione (la cui determinazione non è in nostro potere).

E questo è ancor più vero nella pubblicità, l’argomento di cui ci occupiamo.
Cercano di farci credere, soprattutto i pubblicitari, che la pubblicità fa vendere.

Creare una bella campagna pubblicitaria dunque dovrebbe garantire l’aumento delle vendite del prodotto. O per meglio dire l’acquisto da parte dei consumatori.
Cioè dovremmo credere che se il pubblicitario (SP) realizzasse uno spot eccezionale, convincente, attraente, i telespettatori/consumatori (SR) comprerebbero sicuramente il prodotto pubblicizzato?

Bè, allora dovremmo comprare ogni giorno migliaia e migliaia di prodotti!
Siamo realisti. La teoria che vi ho illustrato spiega perfettamente questo punto. La pubblicità, che è comunicazione, non potrà mai dare la certezza che un prodotto venga acquistato (che è l’azione, ovvero l’effetto della comunicazione).

Quello che una buona pubblicità può arrivare a fare è solo ottenere l’adesione di opinione, che è poi lo scopo di ogni rapporto di informazione.

Infatti il soggetto recettore, ovvero chi guarda, ad esempio, uno spot pubblicitario, può apprezzarlo, può riderne, può ricordarlo, può emozionarsi guardandolo, può condividerne i contenuti.

Ma tutto questo non è comprare il prodotto.
“Il fatto che il recettore, dopo aver aderito all’opinione propostagli su un certo prodotto o servizio, possa passare all’acquisto, rappresenta un secondo momento del tutto diverso e distinto dal primo. Tanto è vero che egli può aderire all’opinione del promotore e limitarsi a questa prima fase.”

Cioè possiamo apprezzare uno spot che ci presenta un prodotto, ma non per forza correre a comprarlo.

Quindi ancora una volta la Teoria della tecnica sociale dell’informazione ci dimostra che siamo liberi. Liberi dalla pubblicità. Che non ha potere sulle nostre azioni, a meno che non siamo noi stessi a volerlo.

Breve conclusione

Spero che quanto detto finora abbia aperto gli occhi anche a voi.Infatti per me è ormai chiaro ed evidente che la pubblicità non può condizionarmi.
A meno che non sia io a decidere di farmi condizionare.

[1] – G. Ragnetti (a cura di), Teoria della tecnica sociale dell’informazione, Quattroventi, pag. 102

La Comunicazione in una azienda medio-grande analizzata con i metodi della Teoria sociale dell’informazione

Tesina di TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE a cura di Michele Gianfranco Aita

“La Comunicazione in una azienda medio-grande analizzata con i metodi della Teoria sociale dell’informazione”

  • INTRODUZIONE
  • L’AZIENDA
  • ORGANIZZAZIONE
  • PROCESSI DI COMUNICAZIONE AZIENDALE
  • BENEFICI ATTESI DALL’UTILIZZO DELLA TEORIA SOCIALE

INTRODUZIONE

In prima battuta, immaginando una società che sviluppa e realizza tecnologie di telecomunicazione, ci si aspetterebbe che tecnici, impiegati e dirigenti utilizzino il proprio tempo principalmente nella
predisposizione delle strategie di marketing, redazione di offerte, contratti e specifiche, nella progettazione, realizzazione ed esercizio di sistemi ed impianti tecnologici, in generale in attività gestionali, tecniche e commerciali.

In realtà l’attività principale che viene effettuata è la comunicazione: tra colleghi, funzioni aziendali diverse, tra responsabili e coordinati, tra appartenenti ad un gruppo di lavoro, tra rappresentanti sindacali ed impiegati. All’interno dell’azienda è sviluppata una rete di comunicazioni estremamente articolata che a sua volta si estende verso l’esterno, tramite svariati punti di contatto,
raggiungendo clienti, fornitori, società concorrenti, banche, organi d’informazione, parenti ed amici dei dipendenti.

In questo lavoro non vi è la pretesa di schematizzare e catalogare i processi di comunicazione della società in quanto impresa troppo complessa, ma di descriverne alcuni utilizzando la teoria sociale di Francesco Fattorello.

L’AZIENDA: CT S.p.A. – società di tecnologie di comunicazione

La CT S.p.A. (il nome è ovviamente di fantasia) nasce nella seconda metà del XX secolo per sviluppare nuove tecnologie di telecomunicazione. All’inizio l’azienda è costituita da pionieri, ingegneri e sperimentatori che con tecnologie anche non consolidate avviano collegamenti di
telecomunicazioni.

L’azienda si sviluppa rapidamente, anche per la grande richiesta di sistemi e servizi di
telecomunicazione, e di conseguenza anche la parte economica legata alle attività diventa
importante. L’importanza dei servizi resi e la dimensione economica sono tali da portare ad un certo punto ad una svolta: la società di pionieri e tecnici diventa una società da gestire politicamente, chi non è d’accordo deve fuoriuscire e così avviene. I fuoriusciti creano una nuova società caratterizzata da una gestione tecnica.

La CT S.p.A. continua a crescere, aumenta il numero dei suoi impiegati, crescono le infrastrutture, aumenta la dimensione economica. Verso la fine del millennio si ha l’esplosione della borsa e la fine dei monopoli nelle telecomunicazioni, energia. Rapidamente l’esplosione termina lasciando i brandelli delle aziende: la bravura dei manager diventa cercare di raccogliere i beni che le aziende
hanno accumulato nel dopoguerra operando in un mercato protetto.

La CT S.p.A., passa di mano nel nuovo millennio e, quando il salvadanaio è svuotato, rischia di sparire nel nulla.

Ma la gestione politica la salva nuovamente, con un nuovo passaggio di mano dopo cinque anni, tramite l’acquisizione effettuata da un gruppo di gestione finanziaria di società tecnologiche.

La mission della CT S.p.A. diventa quindi creare ritorni agli azionisti, ossia contribuire a mantenere alto il valore azionario ed il ritorno sugli investimenti della società di gestione finanziaria.

ORGANIZZAZIONE DELL’AZIENDA

L’organizzazione dell’azienda è di tipo gerarchico, caratterizzata da un vertice aziendale e figure apicali che rispondono al vertice. Lo strumento grafico per rappresentare la gerarchia è
l’organigramma aziendale che viene comunicato insieme alle Comunicazioni Organizzative ed agli Ordini di Servizio che indicano le persone e relative funzioni, obiettivi, responsabilità ed allocazione nell’organigramma aziendale. Tipicamente, ma non obbligatoriamente, esiste una corrispondenza tra la posizione nell’organigramma e l’inquadramento aziendale. Ragionamento analogo vale per la retribuzione: salvo eccezioni, livelli più alti di inquadramento e posizioni più vicine al vertice nell’organigramma aziendale corrispondono a retribuzioni maggiori.

PROCESSI DI COMUNICAZIONE AZIENDALE

In un’azienda medio-grande i processi di comunicazione sono molteplici, è cosa ardua cercare di elencarli e descriverli senza lasciarne sfuggire alcuni.

Comunicazioni Organizzative ed Ordini di Servizio.

Fanno parte delle comunicazioni di gestione del personale, tipicamente siglate dal capo azienda e vistate dal responsabile del personale oppure emesse dal responsabile del personale.

In questo tipo di comunicazioni si delinea una comunicazione di tipo contingente, ossia la notizia dell’assegnazione di funzione o responsabilità ad una certa persona, ed una comunicazione assimilabile alla comunicazione non contingente: chi dovrà rivolgersi ad una certa funzione aziendale potrà in seguito consultare in ogni momento l’organigramma e gli ordini di servizio così come si consulta un manuale per sapere a chi rivolgersi.

Sino a qualche anno fa tali comunicazioni venivano appese in bacheca, costituendo motivo immediato di aggregazione e commento. Poiché ognuno dispone di una postazione informatica e di un indirizzo di posta, il Mezzo utilizzato è diventato un messaggio di posta elettronica inviato a tutti contenente la scansione elettronica della comunicazione e del grafico firmate e siglate.

Il Soggetto proponente è il vertice aziendale e tutti gli appartenenti all’azienda costituiscono i Soggetti recettori.

Ancora una volta troviamo una conferma della teoria del Fattorello: il Soggetto recettore è opinante e riconoscerà la posizione e funzione solo se aderirà alla formula proposta.

Comunicazione Esterna.

E’ un processo di comunicazione così importante da meritare una struttura aziendale dedicata. Si occupa di rapporti con organi di informazione ed agenzie, di gestione del logo aziendale, della preparazione di eventi, stand, della partecipazione a esibizioni ed esposizioni, della redazione di note informative e del periodico aziendale. Note e periodico costituiscono un mezzo di comunicazione interno oltre che esterno cui si aggiungono le pagine web dell’intranet rivolte esclusivamente all’interno.

La comunicazione effettuata dalla struttura comunicazione adopera una formula di opinione per cui tutte le notizie vengono date in chiave positiva, incluse notizie di assegnazione contratti ad altre aziende anche concorrenti.

E’ interessante soffermarsi su un dettaglio del logo aziendale: caratterizzato da un simbolo grafico seguito dal nome della società e, inizialmente, da una descrizione del tipo di telecomunicazioni sviluppate. Nella prima vendita la descrizione scompare per riapparire dopo la seconda vendita,
diventando “una società di proprietà della società finanziaria” . Non è semplice dire chi sia il soggetto proponente di questo tipo di comunicazione, potrebbe essere il gruppo finanziario acquirente che intende informare gli azionisti dell’avvenuta acquisizione oppure i vertici aziendali che dicono in questo modo “facciamo pare di un grande gruppo”. Il messaggio però arriva anche ai dipendenti e per taluni l’opinione sarà diversa e potendo essere ad esempio “la proprietà dell’azienda è il gruppo finanziario” e quindi un spinta alla deresponsabilizzazione, dovendo lavorare per la proprietà.

Comunicazione tra vertice aziendale e corpo dirigente

Frequentemente il vertice aziendale riunisce dirigenti di più linee o funzioni per analizzare dati economici, situazione vendite, avanzamento attività o progetti. In questi casi il vertice parla ed il corpo dirigente ascolta senza possibilità di replica. Durante l’incontro non esiste contradditorio o la possibilità di discutere modalità alternative di impostazione attività, di allocare diversamente le
risorse o concordare azioni correttive.

In tali contesti non è corretto dire che la comunicazione sia monodirezionale ma occorre osservare che cambia il mezzo è la forma data all’oggetto dell’informazione a seconda della direzione. Nella direzione vertice verso corpo dirigente sarà prevalente l’utilizzo di dati e verbale con tutte le
tonalità della voce mentre nella direzione opposta ci sarà prevalenza nell’utilizzo della postura, dello sguardo ed espressione, dei movimenti.

Comunicazione tra vertice aziendale e corpo aziendale riunito

Questo tipo di comunicazione viene attivato sporadicamente, ad esempio in occasione delle festività natalizie per lo scambio di auguri. La modalità organizzativa prevede la preparazione nella sala mensa di un banco e un pulpito dal quale parla il vertice aziendale, la presentazione di slides. Il personale dipendente della sede è ospitato nella sala e le sedi periferiche sono collegate in
videoconferenza.

Analogamente alla comunicazione tra vertice aziendale e corpo dirigente non esiste contraddittorio: vengono presentati una raccolta di dati economici, descritte alcune iniziative, ascoltate le domande preconfezionate e concordate dalle sedi periferiche e data risposta.

In alcuni casi non sono previste domande da parte della platea, allo scopo viene preparato un banco con un rinfresco. Pertanto terminata la comunicazione viene improvvisamente invitata la platea ad approffittare del rinfresco, impedendo di fatto qualsiasi tipo di intervento o replica.

Le modalità adottate rendono tale comunicazione prevalentemente di tipo contingente ed unilaterale. Quanto rimane nei recettori a distanza di tempo, è la sensazione provata ed il ricordo di alcune promesse che la maggior parte delle volte risultano non venire attese.

Comunicazione tra appartenenti a diversi enti aziendali

E’ la tipologia di comunicazione più frequente in azienda e spesso la più difficoltosa. Consiste
tipicamente nella richiesta che un appartenente ad un ente aziendale fa ad uno o più appartenenti di altri enti aziendali di fare qualcosa. La difficoltà principale è nella diversità di obiettivi e priorità tra gli appartenenti ai diversi enti aziendali. Si pensi ad un addetto alla produzione che chiede l’approvvigionamento di un bene ad un addetto agli acquisti. L’addetto alla produzione avrà necessità del bene quanto prima, mentre l’addetto agli acquisti avrà l’interesse di fare una ricerca di mercato ed una trattativa con i fornitori per avere il massimo sconto o il prezzo più basso (le due cose possono non coincidere).

Le modalità di comunicazione sono numerose e varie. Di seguito un elenco che non vuole essere esaustivo:

  • verbale telefonica
  • verbale andando a trovare il recettore nella sua postazione di lavoro
  • verbale in occasione di un incontro occasionale (nei corridoi, davanti alla macchina del caffè/distributore/mensa/garage, ecc.)
  • verbale durante una riunione (spesso seguita da verbalizzazione scritta)
  • scritta tramite una nota o comunicazione
  • scritta tramite e-mail

Tra queste modalità, la comunicazione tramite e-mail è diventata di gran lunga la più frequente.

Semplice e rapida da attivare, permette multiple destinazioni, comprende tre modalità di indirizzamento dei destinatari (A, CC e CCN), permette di allegare immagini, documenti, programmi.

L’informazione trasmessa tramite messaggi di posta elettronica è di tipo contingente. Nonostante grossi sforzi nel cercare di utilizzare i messaggi e gli allegati organizzandoli in cartelle, archivi,
argomenti, clienti e progetti, si ottengono risultati insoddisfacenti nel descrivere o sintetizzare un argomento tramite i messaggi inviati per posta elettronica così come nel ricercare le informazioni che interessano a distanza di tempo.

La semplicità e facilità nel preparare e inviare un messaggio di posta elettronica ha come
contropartita degli aspetti negativi: mentre una comunicazione verbale può essere adeguata (mitigata oppure accentuata) dal comportamento del soggetto recettore, l’e-mail è come una cannonata: una volta emessa è difficile e non sempre rapido vederne gli effetti.

La quantità di e-mail che arrivano quotidianamente è in continua crescita. Si è passati nel tempo dal riceverne qualcuna in una settimana a diverse decine al giorno, per taluni anche un centinaio. La prima reazione difensiva è il rafforzamento della barriera, con diverse modalità: utilizzando sistemi automatici per instradare i messaggi pubblicitari o indesiderati (SPAM) in apposite cartelle, non considerando le mail in cui si è in copia CCN / CC, le mail ricevute da colleghi in posizioni gerarchiche inferiori o pari, ecc.

Taluni hanno la seguente convinzione: è importante scrivere ed inviare il messaggio di posta elettronica, mentre che il destinatario non legga o non dia seguito a quanto scritto, è di importanza secondaria. E’ la comunicazione di chi ha interesse nell’apparire e non nel fare o ottenere risultati, ovvero è la negazione della comunicazione.

La comunicazione diviene efficace solo se il destinatario, soggetto recettore, condivide gli intenti dell’informazione ed aderisce alla formula proposta. Allo scopo è indispensabile che il soggetto promotore consideri, del destinatario, le modalità di funzionamento della funzione aziendale, gli obiettivi preposti, i mezzi a disposizione, la possibilità di dar seguito a quanto richiesto, il livello culturale.

BENEFICI ATTESI DALL’UTILIZZO DELLA TEORIA SOCIALE

Per poter ipotizzare i benefici che potrebbero derivare dall’applicazione della teoria sociale dell’informazione occorre dapprima valutare la modalità di comunicazione attuale.

Interconnessioni nella formula

La verifica dell’interconnessione della formula nella comunicazione utilizzata dal vertice aziendale può essere fatta analizzando gli obiettivi posti al corpo dirigente ed ai responsabili di funzione e la modalità organizzativa adottata.

Le caratteristiche principali risultano essere le seguenti:

  1. Obiettivi di risultato: vengono dati obiettivi non basati su valutazioni oggettive che
    normalmente risultano essere irraggiungibili e quindi non raggiunti
  2. Obiettivi delle funzioni: gli obiettivi dati alle diverse funzioni sono normalmente in
    contrasto tra di loro
  3. Modalità organizzativa: volta alla puntualizzazione dei rapporti gerarchici tra le posizioni apicali e non finalizzata a favorire l’attività produttiva
  4. Ripartizione del lavoro: caratterizzato da duplicazione delle attività e lacune funzionali: determinate attività necessarie sono senza assegnazione

La valutazione che ne consegue è l’assenza di chiusura, almeno a livello di comunicazione del vertice, della formula di comunicazione. I motivi ipotizzabili sono almeno due:

  1. la conoscenza insufficiente dei meccanismi del processo di comunicazione
  2. la volontà di nascondere le scarse competenze manageriali evitando il confronto con pari grado e coordinati.

Obiettivi e modalità organizzative sopra descritti hanno come conseguenza condizioni di sovraccarico di lavoro per taluni e l’impossibilità di adempiere a quanto richiesto o desiderato (la cosiddetta coperta troppo corta) e vuoto lavoro per altri.

Entrambe le situazioni sono causa di stress e mortificano la maggior parte delle persone con
conseguenze che si estendono anche al di fuori dell’ambito lavorativo.

L’applicazione della teoria avrebbe come conseguenza il miglioramento dell’organizzazione ed una migliore efficienza dei processi produttivi a spese di un minor potere di chi occupa posizioni apicali per motivi diversi dalla capacità o merito.

Ipotesi per l’introduzione del processo di comunicazione fattorelliano

Nella CT S.p.A., analogamente alle altre aziende di pari dimensione e tipologia, viene data rilevanza alla formazione.

In particolare nel settore che si occupa di Risorse Umane è definita l’area Formazione con relativo budget ed il sistema informatico aziendale prevede la registrazione delle esigenze di formazione e la formazione effettuata da ciascun dipendente.

Il punto di partenza è riuscire a far comprendere a chi ha la responsabilità di gestire la formazione ed alle figure apicali aziendali i benefici attesi dall’utilizzo della teoria fattorelliana.

L’area Formazione è caratterizzata da un elevato livello culturale ed è ben disposta ad introdurre nuovi processi formativi. La difficoltà maggiore è con le figure apicali, spesso focalizzate nel contenimento dei budget ritenuto ottenibile tramite effettuazione della sola formazione obbligatoria (ad esempio per la sicurezza). La dimostrazione dei benefici attesi va pertanto effettuata in termini di saving ottenibili oppure in termini di maggiori introiti/redditività delle attività aziendali.

Raggiunta la convinzione dell’opportunità di una formazione sul processo di comunicazione
fattorelliano, l’area Formazione dispone delle competenze e dell’esperienza necessaria per
organizzare una serie di corsi articolati per dirigenti, quadri ed impiegati.

Così è se vi pare !

Tesina di Alessio Colantoni

“Così è se vi pare !”

Premessa

Prima di iniziare la trattazione del tema che ho scelto per questo lavoro vorrei fare alcune considerazioni riguardo il corso e spiegare cosa mi ha portato a scegliere questo tema.

Quando mi fu proposto di partecipare al corso ero molto scettico poiché lontano dai miei studi e pertanto non ritenevo potesse interessarmi credendo si trattasse di
un mero corso di comunicazione, ma decisi comunque di accettare attratto dalla
possibilità di avere un certificato riconosciuto a livello internazionale.

Questa mia idea del corso però venne smentita dalla prima lezione, in cui parlammo di tutto tranne che di comunicazione toccando tematiche che mai avrei immaginato e che addirittura sminuivano il potere della comunicazione, perciò mi chiesi “se la comunicazione non ha tutto questo potere che le si attribuisce, a cosa serve questo corso di comunicazione?”.

La risposta del Prof. Ragnetti, che era appena tornato da uno degli incontri sul Tibet riservati ai pochi eletti come lui fu, “la comunicazione e il modo di comunicare può influenzare e modificare le nostre opinioni, ma solo l’educazione è in grado di influenzare i nostri comportamenti”.

Questa risposta, nonostante risalga ad una delle prime lezioni, mi fece comprendere il significato del corso e l’importanza di un elemento che mai avevo ritenuto importante, l’opinione!

Perciò ho deciso di approfondire questo tema, l’opinione, prendendo alcuni spunti dalla visione di Pirandello sulla soggettività della realtà e dell’io.

Per concludere le mie considerazioni sottolineo come questo corso in realtà non
mi ha insegnato niente che già non sapessi ma ha messo in evidenza concetti che non sapevo di sapere.

L’opinione questa sconosciuta!

Quando parliamo di opinione ci riferiamo a qualcosa di opposto alla certezza la quale deriva da uno stato d’animo “di riposo” pur sempre soggettivo, cioè la certezza è la coscienza di una verità soggettiva che può essere differente dalla verità di qualcun altro; la certezza spesso si confonde con la convinzione ma questa non si fonda su un evidenza dell’oggetto bensì deriva dall’adesione totale ed irrazionale ad una opinione.

L’opinione è la propria conoscenza di fatti contingenti. Cosa significa?

L’opinione nasce dal dubbio, da uno stato di incertezza, dalla mancanza di una verità riconosciuta, questo stato d’animo porta le persone alla ricerca di verità e quindi alla formulazione di giudizi di opinione.

Quindi l’opinione è un punto di vista, un modo personale di spiegare un fatto, una idea di verità; questi elementi la caratterizzano come provvisoria ed estremamente soggettiva, dipendente dallo specifico stato d’animo di quel momento, perciò come dice Platone è una falsa verità destinata a mutare.

Le opinioni sono valide nello specifico momento in cui vengono espresse condizionate dallo specifico stato d’animo e contesto ma non è detto che queste
rimangano tali in altri contesti o che addirittura esse rappresentino veramente il
proprio pensiero.

Essa non si costituisce di valori, credenze, conoscenze forti ma soltanto di stereotipi determinati soprattutto dal gruppo o gruppi a cui si appartiene e dai processi informativi che mirano a generare determinate opinioni, è qui che la comunicazione e l’informazione agisce e manipola fino a generare convinzioni.

Questa debolezza dell’opinione spiega appunto come questa sia suscettibile a frequenti cambiamenti dovuti a fattori come gli avvenimenti della vita quotidiana, il diffondersi di nuove idee, nuovi movimenti e, ciò che più ci interessa ma che non approfondiremo, i mezzi d’informazione come la radio, la televisione, il giornale.

Questi mezzi agiscono sull’opinione delle persone, ovvero sull’opinione pubblica,
attraverso la manipolazione delle informazioni a seconda dell’interesse e del valore che vogliono attribuirgli; le informazioni date da un giornale, per esempio, solitamente sono diffuse secondo l’orientamento politico dei lettori per cui queste saranno esattamente come il lettore, da noi chiamato soggetto recettore, le vuole e in queste esso si rivede e trova conferma delle proprie opinioni generando così in esso la convinzione. Quindi perché ci sia comunicazione è necessario che ci sia
convergenza di interpretazione del fatto tra promotore e recettore.

Questo è il grande potere ma anche il grande limite della comunicazione.

I mezzi di comunicazione agiscono sulle opinioni ma non sono in grado di influenzare i comportamenti, come appunto dicevamo all’inizio; l’esempio portato frequentemente dal Prof. Ragnetti è il voto politico.

Quindi concludendo possiamo affermare che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, cioè molto spesso a dichiarazioni verbali non corrispondono le azioni.

L’opinione pubblica.

A proposito dei mezzi di informazione abbiamo accennato all’opinione pubblica, cosa intendiamo.

In una accezione sociologica il termine “pubblico” indica un gruppo non organizzato con determinate caratteristiche, una collettività. Il soggetto dell’opinione pubblica è quindi l’insieme delle persone che hanno un’opinione tra loro condivisa, non è necessario che queste si conoscano o siano in contatto e perciò lo definiamo come gruppo non organizzato.

La condizione affinché un’opinione sia condivisa da una collettività è che questa
riguardi un oggetto noto, conosciuto, non privato e di interesse a molte persone
altrimenti, spesso, queste non sono portate a formulare opinioni a riguardo ed infine necessità di posizioni contrastanti a questa altrimenti si trasforma in una credenza profonda.

I soggetti dell’opinione pubblica sono definiti: “soggetti attivi”, cioè quelli che definiamo soggetti promotori dell’informazione, coloro che hanno una propria opinione riguardo gli avvenimenti e cercano di interpretarli nel modo più originale e non sulla base di luoghi comuni; solitamente questi soggetti corrispondono a gruppi che condividono interessi o ideali politici, religiosi, economici e che necessitano della condivisone e adesione di massa ricercata proprio attraverso
l’utilizzo dei mass-media con i quali non può comunicare la realtà ma soltanto trasmettere la sua forma, l’opinione, in modo che il soggetto recettore la comprenda e quindi aderisca.

“Soggetti passivi”, coloro che si limitano ad accettare o rifiutare l’interpretazione proposta, anche i soggetti recettori opinano nel momento in cui aderiscono o meno alle opinioni proposte sulla base dei propri valori e della propria cultura. 

Tanto i promotori che i recettori sono protagonisti del rapporto d’informazione
poiché essi rappresentano il pubblico, sostengono l’opinione dei promotori ma non
solo, questa distinzione dei soggetti non è così netta come appare ma si tratta di un
rapporto circolare in cui anche un soggetto recettore può diventare promotore.

Possiamo notare come, qualsiasi sia il tipo di soggetto considerato, si parla sempre di gruppo e non di individuo, quasi ad intendere che non esiste una propria opinione ma soltanto un’opinione comune a più persone e allora cosa succede se una persona appartiene a più gruppi con opinioni contrastanti. Questa sosterrà le opinioni che più salvaguardano i suoi interessi e ciò sottolinea ancora una volta
come sia volatile l’opinione in quanto non si mantiene costante ma varia al variare dei propri interessi, anche qualora sia generata da valori radicati in gruppi organizzati; la condivisone delle opinioni deriva dalla personalità e acculturazione dell’individuo.

Nasce così un problema, l’individuo è tale in quanto individuo, oppure, in quanto relazione con altri individui?

Chi siamo?

Dall’alto della mia presunzione ho sempre ritenuto che Alessio fosse Alessio, uno ed unico per tutti, e non nego che in fondo ancora ci credo o forse ci spero; ma in questo corso ho dovuto rivedere, mio malgrado, molte delle mie posizioni.

Più precisamente ho sempre sostenuto che ognuno di noi adatti i propri comportamenti alle circostanze in base al proprio interesse, esattamente come il soggetto promotore manipola la realtà in base al soggetto recettore,

“l’individuo impara prestissimo ad essere cose diverse con persone diverse”. (Cooley)

ma che tutto ciò non andasse oltre la finzione, che anche modificando i propri atteggiamenti a seconda dell’ambiente contingente le proprie opinioni rimanessero immutate; ciò che penso sia giusto lo è sempre in ogni momento, non è così.

Spesso le relazioni con altri individui influenzano le tue opinioni fino a farle cambiare, soprattutto se sono in molti a contraddire la tua opinione, l’influenza della massa è innegabile; con ciò non si vuole negare l’esistenza di opinioni c.d. cristallizzate che rifiutato l’influenza dell’ambiente contingente.

Uno, nessuno, centomila.

Ho sempre ritenuto affascinante la visione relativista della realtà di Pirandello e per questo ho deciso di riprendere il suo pensiero in questa trattazione perché “secondo me” è colui che meglio ha colto ed espresso il significato di realtà.

Quando abbiamo definito l’opinione abbiamo parlato di una “propria realtà” dettata soprattutto dal particolare stato d’animo di quello specifico momento e anche quando parliamo di certezza non possiamo trascendere da un concetto soggettivo.

Queste considerazioni portano Pirandello a rivedere anche l’oggettività dell’io, dell’individuo interpretando questo concetto nel protagonista dell’opera Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda, che dapprima si considera unico (Uno) e poi attraverso le relazioni con gli altri percepisce come questi lo considerino in modi differenti dal suo e tra di loro, individuando in lui Centomila se stesso, giungendo così a concepirsi un nulla (Nessuno); Vitangelo cercherà disperatamente di distruggere queste centomila immagini che la gente ha di lui, ma finirà per essere considerato pazzo perché non è possibile distruggere le immagini che gli altri hanno di lui.

Secondo Pirandello la “persona” è una maschera con cui l’individuo si presenta a se stesso, non esiste però la sola forma che l’io dà a se stesso; nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila», quindi «nessuno».

Si evince come il rapporto Io/Altro è centrale, in ogni Io sono presenti anche diversi Io percepiti in centomila prospettive differenti e allora “l’Io si configura anzitutto come relazione” (Heidegger):

“Non solo l’io può comprendere se stesso solo attraverso gli altri, ma di più, in qualche misura, esiste esclusivamente attraverso gli altri. Già la riflessione sul nostro linguaggio esprime perfettamente questo paradosso: io non vedo me stesso che allo specchio, cioè riflesso in un’immagine. l’unico modo per indicare cosa sono io è parlarne, ma la parola “io” può essere determinata soprattutto in riferimento alla parola “tu” a cui si rivolge e non in se stessa. L’io si determina e si costituisce in relazione a se stesso”. (Andreoli)

Il mezzo con cui si instaura una relazione è quindi il linguaggio ed è questo che fa dell’individuo un soggetto, un “io”; il linguaggio ha senso in quanto relazione (verbale o non verbale), il linguaggio esiste in quanto esiste la relazione.

“Comunico ergo sum”.

“Dove vi è un uomo ve ne sono altri che sono in relazione reciproca mediante concetti veicolati da segni. Ebbene, questa relazione reciproca è il linguaggio, senza il quale l’uomo non può esistere”. (Fichte)

Il linguaggio rende oggettiva la realtà, rende possibile rappresentare l’esperienza in oggetti identificabili.

“E’ nel e attraverso il linguaggio che l’uomo si costituisce come soggetto; perché solo il linguaggio fonda in realtà, nella sua realtà il concetto di ego”. (Benveniste)

Possiamo allora affermare che il nostro modo di comunicare, il nostro linguaggio identifica i nostri centomila “io” e soprattutto il modo in cui il nostro linguaggio viene percepito e compreso fa si che esistano non “Uno” Alessio ma realmente esista “Nessuno” Alessio, l’io è l’espressione di uno specchio la cui luce è il nostro linguaggio.

“Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di se; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per se, del mondo com’egli l’ha dentro?” (Pirandello)

In questo passaggio di sei personaggi in cerca d’autore Pirandello si chiede come
possiamo intenderci se le parole assumono un senso che dipende dal mondo che è
dentro di noi. 

Dunque le parole, il linguaggio sono il mezzo con cui si configura l’Io che tutta via
avrà sempre bisogno di un soggetto “tu” per legittimare il suo essere “Io”.

“E allora, l’opinione individuale per sua natura non può che essere collettiva, senza pubblicità l’opinione non sarà mai nata e, pertanto, non potrà mai esistere. Sono gli altri che nel loro essere altro da me mi autorizzano e legittimano il mio “secondo me…a mio giudizio…a mio modo di vedere..” , me….mio…mio modo…, che non potrei neppure pronunciare se non fosse certo dell’esistenze de tuo…loro…” (Prof. Ragnetti).

La Comunicazione Non Verbale

Istituto “Francesco Fattorello” Roma – Direttore: G. Ragnetti

Tesina di fine corso 2014 di Alessandro Raimondi

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

Cenni alla comunicazione non verbale e all’importanza del contesto culturale per evitare fraintendimenti e missunderstanding tra gli interlocutori.

Indice

  • INTRODUZIONE
  • COS’È LA COMUNICAZIONE NON VERBALE
  • GLI ESEMPI
  • GLI ALTRI PAESI
  • CONCLUSIONI

INTRODUZIONE

Prima di iniziare la trattazione del tema che ho scelto per questo lavoro, vorrei fare alcune considerazioni in merito a questo corso e spiegare quale siano le motivazioni che mi hanno spinto a scegliere questo argomento.

Volendo essere onesto dico subito che ho sempre sottovalutato l’aspetto della comunicazione, o meglio, avendo già avute esperienze e seguito altri corsi sulla comunicazione, non ritenevo utile iniziarne un altro. Anche perché la mia filosofia era “visto uno visti tutti”.

Nonostante il mio scetticismo ho deciso di partecipare alla prima lezione conoscendo il Prof. Ragnetti.  

Premetto che non sono una persona facile da impressionare, ma appena il professore ha iniziato a parlare sono rimasto esterrefatto. Il suo modo di muoversi, la sua mimica, il suo tono di voce, insomma la sua tecnica di comunicazione mi aveva ammaliato. Ho quindi deciso di lasciare da parte i miei pregiudizi ed iscrivermi al corso.

Il motivo che, invece, mi ha portato a scegliere il tema della comunicazione non verbale è riconducibile alla mia esperienza Erasmus in Finlandia, dove l’incontro con culture completamente diverse dalla mia mi ha mostrato come gesti e comportamenti utilizzati durante la comunicazione, portino in realtà ad interpretazioni diverse a seconda del nostro background culturale.

Per concludere le mie considerazioni ci tengo a sottolineare come il corso sia stato utile nel farmi rivedere la mia posizione in merito all’importanza della comunicazione e nell’affermare che non ci sono tecniche standard per affrontare le varie situazioni ma ognuna debba essere gestita in maniera esclusiva.

COS’È LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

La comunicazione non verbale è quella parte della comunicazione che comprende tutti gli aspetti di uno scambio comunicativo che non riguardano il livello puramente semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso, ma che riguardano il linguaggio del corpo, ovvero la comunicazione non parlata tra persone.

Oltre alla nostra bocca anche la postura del corpo , lo sguardo degli occhi e il contatto fisico ci aiutano a comunicare e sottolineare quello che vogliamo dire. 

La visione comune tende a considerare questo tipo di comunicazione come universalmente comprensibile, al punto da poter trascendere le barriere linguistiche.

Secondo il professore e sociolinguista inglese Michael Argyle in una comunicazione faccia a faccia utilizziamo una molteplicità di strumenti quali: 

  1. espressione facciale
  2. contatto visivo o sguardo fisso
  3. gesticolazione
  4. postura
  5. tatto e comportamento spaziale o prossemica
  6. Il linguaggio del corpo è in parte innato, e in parte dipende dai processi di socializzazione

Il linguaggio del corpo è in parte innato, e in parte dipende dai processi di socializzazione.

In effetti i meccanismi dai quali scaturisce la comunicazione non verbale sono assai simili in tutte le culture, ma ogni cultura tende a rielaborare in maniera differente i messaggi non verbali. Ciò vuol dire che forme di comunicazione non verbale perfettamente comprensibili per le persone appartenenti ad una determinata cultura possono invece essere, per chi ha un altro retaggio culturale, assolutamente incomprensibili o addirittura avere un significato opposto a quello che si intendeva trasmettere.

Vi è mai capitato di conoscere una persona del nord Europa, in Italia da qualche giorno, e sentirvi dire che gli Italiani sono persone  aperte e molto disposte ai rapporti interpersonali?

Oppure vi è capitato, al contrario, di sentire un vostro conoscente che è stato nel nord Europa per un certo periodo di tempo, affermare che le persone del luogo in cui si trovava sono fredde e poco aperte alle conoscenze?

Le due domande sono, sostanzialmente, il luogo comune in cui incappano tutti coloro che pongono poca attenzione alle differenze culturali. Un esempio concreto forse ci può meglio aiutare a comprendere la questione.

“se ci troviamo in un paese scandinavo e stiamo aspettando l’autobus seduti su di una panchina, è pressoché certo che nessun altro si siederà sulla stessa panchina, al massimo qualche “ impavido” potrà sedersi al lato opposto mettendo più distanza possibile tra noi e lui. Questo atteggiamento è interpretato da persone di altre culture come quella ispanica o mediterranea, come un comportamento molto chiuso e freddo, ma in realtà per un nordico si tratta di una cosa normalissima.”

Difatti porre distanza tra due persone significa non voler ledere la privacy e l’intimità della persona con cui ci stiamo rapportando, ed è per questo che un atteggiamento comune può essere frainteso se viene analizzato senza essere contestualizzato.

Continuando nell’analisi della comunicazione, è importante annotare come la maggior parte degli studiosi del linguaggio ritiene che il  90% della nostra comunicazione giornaliera è non-verbale e che ,dal momento che la comunicazione è strettamente ambivalente, possiamo facilmente comprendere quanto sia più grande il rischio di non capire quando si è al telefono piuttosto che quando si parla faccia a faccia.

Uno studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian (Non-verbal communication) ha mostrato che ciò che viene percepito in un messaggio vocale può essere così suddiviso:

  • Movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) 55%
  • Aspetto vocale (volume, tono, ritmo) 38%
  • Aspetto verbale (parole) 7%

L’efficacia di un messaggio dipende quindi solamente in minima parte dal significato letterale di ciò che viene detto, e il modo in cui questo messaggio viene percepito è influenzato pesantemente dai fattori di comunicazione non verbale.

GLI ESEMPI

Prima di analizzare qualche classico esempio, di come dovrebbero essere interpretati alcuni comportamenti è opportuno ricordarci che : un determinato comportamento non verbale non ha sempre lo stesso significato in tutti i contesti. Detto diversamente, il significato è generalmente dipendente dal contesto. Questa dipendenza può essere di vari tipi: culturale, sociale, personale, situazionale, etc.

Ecco un esempio pratico di quanto appena detto. Normalmente si dice che toccarsi/pettinarsi sovente con la mano i capelli è un comportamento che denota insicurezza. La cosa è vera nella maggior parte dei casi. Nel senso che nella maggior parte dei contesti in cui un comportamento tale si verifica, si può ragionevolmente inferire che il soggetto che lo attua esprime un certo grado di insicurezza o timidezza.

Ma lo stesso comportamento può ugualmente denotare narcisismo o desiderio di farsi notare, in particolare se i capelli sono di una certa lunghezza. Come quindi sapere quale è il giusto significato da attribuire a questo comportamento? Chiaramente riferendosi al contesto e ad altre informazioni che si hanno disponibili.

Una persona che ad esempio si passa la mano tra i capelli e lo fa piegando leggermente la testa di lato, con scioltezza di movimenti e senza abbassare lo sguardo, probabilmente denota narcisismo o desiderio di piacere. Al contrario, una persona che si passa la mano tra i capelli, reclinando leggermente la testa in avanti e abbassando lo sguardo, ha buona probabilità di denotare insicurezza e timidezza.

Altre informazioni per attribuire il giusto significato nell’esempio in questione, sono desumibili dal tono di voce, dalla postura del corpo e da altri comportamenti non verbali messi in atto da chi abbiamo di fronte. Tutto questo per dire che l’attribuzione di un determinato significato ad un certo comportamento è una operazione di “interpretazione” che come qualsiasi altra interpretazione che da un significato ad un certo segno (il comportamento), deve fare riferimento all’insieme dei segni disponibili nella situazione in cui ci troviamo.

L’interpretazione di un comportamento è quindi un’operazione “globale” che coinvolge tutte le informazioni in nostro possesso.

La tabella che segue deve quindi essere letta avendo presente questo spirito interpretativo “globale”. I significati riportati nella tabella, non sono quindi assoluti e validi necessariamente in ogni contesto. Sono invece quelli più probabili nella maggior parte delle situazioni che possono presentarsi.

COMPORTAMENTO SIGNIFICATO
Camminata eretta e decisa Confidenza, sicurezza
Stare in piedi con le mani sui fianchi Prontezza nel reagire, agressività
Stare seduti a gambe accavallate con i piedi che scalciano leggermente Noia, disinteresse
Stare seduti con le gambe non accavallate e rilassate Apertura, disponibilità
Tenere le braccia incrociate sul petto Difesa, chiusura
Poggiare la mano al mento/guancia Riflessione, pensiero
Toccarsi/sfregarsi leggermente il naso Dubbio, bugia
Sfregarsi l’occhio Dubbio, incredulità
Mani giunte dietro la schiena Frustrazione, sottomissione, rabbia
Testa appoggiata alle mani, sguardo basso Noia, compunzione
Sfregarsi le mani Aspettativa, pregustazione
Mani incrociate dietro la testa, busto eretto o gambe incrociate Autostima, superiorità
Mani aperte, palmi in mostra Sincerità, innocenza
Sfregarsi/pizzicarsi la parte superiore del naso Dubbio, valutazione negativa
Tamburellare con le dita Impazienza
Unire i polpastrelli delle mani Autorità, sicurezza, valutazione
Toccarsi continuamente i capelli Insicurezza oppure narcisismo
Piegare/sporgere la testa in avanti Interesse
Accarezzarsi il mento Riflessione, processo decisionale
Sguardo verso il basso e testa leggermente voltata Incredulità
Mangiarsi le unghie Insicurezza, nervoso
Tirarsi leggermente o toccarsi le orecchie Indecisione

GLI ALTRI PAESI

Come ripetuto innumerevoli volte nei paragrafi precedenti, quello che è importante, nei processi di comunicazione, è capire come i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti vengono interpretati dai soggetti che ci stanno ascoltando o con cui interagiamo.

La simpatica immagine che abbiamo riportato, era utilizzata da una pizzeria finlandese come tovaglietta. Sebbene volesse suscitare ilarità e intrattenere i clienti mentre aspettavano di essere serviti, è anche uno spunto di riflessione per capire come alcuni gesti che ci accompagnano nella quotidianità, siano in realtà comprensibili solo da chi condivide la nostra cultura. L’immagine 2, per esempio, che significa “finito” può, oltre che non essere capita, anche essere fraintesa a seconda di chi ci troviamo davanti. Difatti se noi ci trovassimo a parlare con un americano e decidessimo di utilizzare quel gesto, con molte probabilità il nostro interlocutore non ci capirebbe perché nella sua cultura significherebbe “bell’idea” oppure “hai ragione”.

È importante quindi conoscere gli usi e i costumi delle altre culture per evitare di utilizzare gesti che non hanno nulla a che fare con il contesto in cui ci troviamo, e che invece possono creare problemi di missunderstanding.

CONCLUSIONI

Concludendo, abbiamo visto che ogni volta che comunichiamo con qualcuno, sia questo il fruttivendolo al mercato del paese o il dirigente della multinazionale con la quale stiamo per concludere un contratto, è sempre importante far coincidere ciò che vogliamo dire con le parole, con quello che dice il nostro corpo, attraverso la nostra postura e i nostri gesti. Inoltre è doveroso, nei nostri confronti, effettuare un’analisi del contesto in cui ci andiamo a relazionare, facendo distinzione in base alla situazione in cui ci troviamo e alla cultura delle persone che ci stanno ascoltando.

Tutto questo, ovviamente, è importante per evitare che ci siano fraintendimenti e missunderstanding tra noi e i nostri interlocutori.


SITOGRAFIA  

1. Wikipedia the free encyclopedia
2. Enciclopedia Treccani
3. www.comunicazionenonverbale.org
4. www.galileonet.it

[1]La prossemica è la scienza che studia i messaggi inviati con l’occupazione dello spazio.

Il Cibo e la Comunicazione

Istituto“Francesco Fattorello” – dal 1947 “La via italiana alla comunicazione” – Direttore: prof. Giuseppe Ragnetti

CORSO ISTITUZIONALE DI COMUNICAZIONE – ANNO 2013 – “SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E TECNICHE DELLA COMUNICAZIONE

Tesina a cura di Carmen Andreea Silter 

“Il Cibo e la Comunicazione”

“Una corretta comunicazione ,  comprendere e farci comprendere, ci dà forza, coraggio, voglia di fare, ci rende attori-protagonisti della nostra vita, ci permette di aiutare gli altri e noi stessi”

INDICE

  1. La teoria fattoreliana
  2. L’alimentazione è…comunicazione
  3. Il cibo come linguaggio
  4. Bibliografia

LA TEORIA FATTORELIANA

Se dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale cominciarono a fiorire negli Stati Uniti gli studi sulle “mass comunication” e in Europa ci si interrogava sul ruolo di giornalisti e scrittori, in Italia, Francesco Fattorello promuoveva la costituzione dell’Istituto Italiano di Pubblicismo  e, nell’anno accademico 1947-48, iniziava Il Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche, presso la Facoltà di Scienze statistiche dell’Università La Sapienza di Roma.

Fattorello riassunse i suoi insegnamenti nella “Tecnica sociale dell’informazione” , che fu base scientifica e metodologica di detta Scuola e assunse nel tempo il valore di “Teoria fattorelliana”, in quanto assoluto metodo di analisi di qualsivoglia forma di informazione e di comunicazione, che a tutt’oggi sia utilizzata.

Partendo dalla considerazione che gli uomini sono inclini ad associarsi per migliorare la loro esistenza, Fattorello considerò l’informazione come uno dei fenomeni sociali più rilevanti, in quanto espressione di un processo, al quale concorrono due o più soggetti appartenenti ad un gruppo sociale. 

I termini principali di tale fenomeno sociale sono l’informatore e il suo recettore: il maestro e il suo alunno; il giornalista e il suo lettore. Occorre inoltre la conoscenza del mezzo usato per concretare il rapporto stesso e, infine, è necessaria la conoscenza della forma che sia stata data all’oggetto dell’informazione.

Fattorello sintetizzò questi termini nella seguente formula ideografica.

X )                                

                               M

Sp                                                             Sr

                               O

Dove:

  • Sp è il soggetto promotore, che ha l’iniziativa della informazione;
  • Sr è il soggetto recettore;
  • M sono i mezzi o strumenti tramite i quali si può saldare il rapporto;
  • O indica la forma dell’oggetto dell’informazione.
  • La lettera X) è ciò di cui si parla, il motivo dell’informazione.

Molte sono le novità essenziali della “Teoria fattorelliana”. In primo luogo, Fattorello fu il primo studioso a comprendere che l’oggetto dell’informazione  X) è “fuori” dal rapporto stesso. Pur essendone il presupposto, (ma potrebbe anche non esistere o essere un falso), non coincide con il contenuto O del rapporto d’ informazione, poiché la forma, il contenuto è frutto della mediazione culturale del promotore, cioè scaturisce, anche in maniera inconsapevole, dalla sua esperienza.

Nuova è anche la messa in risalto del ruolo svolto dal soggetto recettore Sr, non più considerato mero soggettopassivo nei fenomeni  dell’informazione, ma soggetto che interagisce con tutti gli elementi del rapporto.

I moderni strumenti di comunicazione, radio, televisione, web, hanno sviluppato in larga misura l’interattività con il proprio pubblico, al fine di migliorare sempre più le possibilità di dialogo tra promotore e recettore.

Ulteriore grande innovazione contenuta nella Teoria fattorelliana è la duplice classificazione in informazione contingente (o dell’attualità) e informazione non contingente. La prima è quella legata alla novità, alla tempestività, alla periodicità e si avvale di stereotipi e fattori di conformità, per cogliere l’attenzione del maggior pubblico possibile, in un breve lasso di tempo, come avviene per i contenuti della stampa quotidiana e periodica, del cinema, della radio,della televisione e dell’informazione online. La seconda ha contenuti di approfondimento, che si rifanno a principi consolidati, normalmente espressi  nel testo e nelle immagini dei libri, che costituiscono la base di programmi didattici, che si articolano in lezioni e seminari  e si avvalgono di tempi più lunghi. 

Tornando però a noi, nel caso del cibo e dell’umanità abbiamo il seguente schemino:

  • Sp è il soggetto promotore, ossia io che assumo il cibo
  • Sr l’altro o gli altri che mi spingono a mangiare in un determinato modo
  • M il cibo
  • O direi anche il cibo come forma di informazione

Siamo noi quelli che assumiamo il cibo, ma veniamo spinti da emozioni, dal bisogno, dalla voglia.

Attraverso il cibo in modo indiretto riusciamo a trasmettere i nostri pensieri, le nostre gioie, le nostre preoccupazioni.

È questo uno dei motivi per cui mangiamo; esternalizzare i sentimenti più profondi, farci capire dagli altri non con le parole ma attraverso l’arte, attraverso la passione messa nel cucinare un piatto o mangiando in un determinato modo.

Andiamo a vedere più in concreto un esempio che sostiene la teoria su presentata, ed in particolare come influisce il cibo sulla vita di una persona ; come comunichiamo attraverso il cibo.

L’ALIMENTAZIONE è…COMUNICAZIONE

I cibi ed i comportamenti alimentari che si registrano nel tempo, traggono origine dal “significato” che nelle varie fasi della vita viene dato all’azione del mangiare. Il cibo, è ormai riconosciuto, non ha solo un valore nutritivo, ma anche un valore psicologico e sociale.

Quel che si mangia vuol dire non soltanto in modo concreto condizioni materiali ma anche elementi di affettività, di relazione umana. Il modo con cui affrontiamo il problema dell’alimentazione, ed in particolare le paure, sono insite e hanno origine nell’infanzia: il cibo fin dalla nascita assume un notevole significato che va oltre l’azione del mangiare; il neonato e poi il bambino “sente” che le persone che si prendono cura di lui non sono indifferenti al cibo che assume e molto presto scopre che il suo modo di alimentarsi può diventare strumento di potere  nei confronti degli adulti.

La preoccupazione occulta o manifesta degli adulti (mamma, nonna, zia…) perché il bambino mangia poco o troppo, la gioia perché ha mangiato seguendo le regole che loro hanno fissato, sono le premesse per caricare l’alimentazione di un altro “significato”, quello affettivo- relazionale che si aggiunge al valore dietetico- nutrizionale. Il bambino che percepisce che il suo alimentarsi ha effetto sugli adulti utilizza il suo potere quando decide di dichiarare “guerra” a chi gli sta accanto o vuole ottenere qualcosa.

Questa può essere la genesi delle problematiche che investono l’alimentazione in cui essa non ha più il solo significato di nutrire il corpo ma anche quella di stabilire un rapporto, una comunicazione. Questo fenomeno che ha inizio in una età molto precoce continua nell’età evolutiva e se i problemi relazionali, le comunicazioni conflittuali non si risolvono, rimangono sotterranei, occulti, non dichiarati; è possibile che si giunga a comportamenti alimentari scorretti.

Nelle mode alimentari la presenza degli altri e le relative risposte sono molto importanti, basti pensare al significato simbolico del “mangiare insieme” o del “mangiare con qualcuno” nei clubs, nelle associazioni, al contrario dell’espressione linguistica descrive una situazione totalmente opposta ”non ho mai mangiato con te” in cui il messaggio occulto anche se dominante è “non abbiamo nulla da condividere”. Nel rapporto con il cibo oltre  la risposta degli altri vi è qualcosa di più profondo: il rapporto con il proprio sé.

Se una persona ha difficoltà nell’accettarsi, se ha un cattivo rapporto con se stessa è molto difficile che possa sentirsi accettata dagli altri.

La persona che non si accetta mette in atto un dinamismo affettivo singolare: chiede conferme agli altri in modo continuo, ripetitivo e persino eccessivo. Basti pensare all’adolescente, che non si accetta e che mette in discussione il proprio corpo per le trasformazioni rapide ed evidenti, sente il bisogno di essere nutrita affettivamente, di essere accarezzata e per ottenere ciò farà in modo che il proprio fisico abbia quelle dimensioni che sono di moda nella società in cui vive e farà qualsiasi sforzo per omologarsi a quei “modelli”. Il valore estetico è più importante della salute del corpo, poiché il primo che colma l’inadeguatezza, l’insicurezza, la non accettazione di sé e degli altri.

Le mode placano ma non risolvono le inquietudini. Spesso nel non accettare il proprio corpo c’è anche la non accettazione della propria persona, questa difficoltà nei confronti del proprio Io e del mondo può portare a forme patologiche a livello di autopunizione e autodistruzione.

L’arcaica minaccia che il bambino lanciava ai genitori riguardo il cibo per dimostrare il diritto di esistere, di essere riconosciuto, di avere un potere può essere rivolto a se  stesso. L’adolescente si sdoppia in modo doloroso sfidando se stesso. E’ un gioco sottile, pericoloso, è il “tiro alla fune” in cui il protagonista dichiara di “volere” e di non “potere”. Le diete vengono cominciate ma mai finite, ad un prolungato digiuno segue un’assunzione smodata di cibo. L’ansia, la rabbia, l’inquietudine vengono sedate mangiando voracemente.

L’alimentazione segue i conflitti interni della persona che, non riconciliata con se stessa, sente minacciosa le presenze esterne.

L’alimentazione è sempre presente come tutte le altre volte o nelle altre circostanze in cui i problemi personali non sono stati risolti.

Sul piano educativo si possono fare delle considerazioni per trarre alcune conclusioni.

La prima constatazione, la più ovvia, è che l’alimentazione non è solo nutrizione ma riguarda anche la salute relazionale, affettiva, poiché oltre al corpo si alimenta un rapporto che tende a riprodursi nel tempo.

La seconda constatazione riguarda la separazione delle emozioni, dei sentimenti dagli alimenti fisici. In altre parole, il bambino che ha bisogno di essere seguito, accarezzato, riconosciuto non è necessario che faccia ricorso al cibo rifiutandolo ostinatamente.

Dall’altra parte l’adulto per gratificare il bambino non è necessario che ricorra solo al cibo o al momento in cui mangia. Se ciò avviene significa che egli è stato svalutato nella sua identità di persona.

La moda alimentare può, dunque, rappresentare il vertice estremo di una piramide di comportamenti che può rimanere innocua curiosità nella persona che ha una sua forte identità ma può trasformarsi in ossessione, attrazione per chi affida l’accettazione di sé agli altri, all’imitazione di modelli che riscuotono successo. Per concludere, si può affermare che “l’alimentazione sana garantisce salute alla persona” è questa una convinzione comune.

Si può aggiungere un valore educativo a questa frase e affermare che “la salute effettiva, relazionale con l’accettazione di sé e degli altri garantisce una sana alimentazione che restituirà alla persona un ulteriore benessere”.

IL CIBO COME LINGUAGGIO

“Convivio” rimanda etimologicamente a “cum vivere”, vivere insieme. Mangiare insieme (un altro carattere tipico, se non esclusivo, della specie umana) è un altro modo ancora per trasformare il gesto nutrizionale dell’alimentazione in un fatto eminentemente culturale. Ciò che si fa assieme agli altri, infatti, assume per ciò stesso un significato sociale, un valore di comunicazione, che, nel caso del cibo, appare particolarmente forte e complesso, data l’essenzialità dell’oggetto rispetto alla sopravvivenza dell’individuo e della specie.

I messaggi possono essere di varia natura ma, in ogni caso, trasmettono valori di identità.

Identità economica: offrire cibi preziosi significa denotare la propria ricchezza.

Identità sociale: soprattutto in passato, la quantità e la qualità del cibo erano in stretto rapporto con l’appartenenza a un certo gradino della scala gerarchica (il cibo, anzi, era il primo modo per ostentare le differenze di classe).

Identità religiosa: il pane e il vino dei cristiani vanno ben oltre la loro materialità, la dieta dei monaci ha sue regole, la quaresima si segnala con l’astinenza da certi cibi; in altri contesti religiosi, certe esclusioni o tabù alimentari (il maiale e il vino dell’Islam, la complessa casistica di cibi leciti e illeciti dell’ebraismo) hanno il ruolo prevalente di segnalare un’appartenenza.

Identità filosofica: le diete vegetariane legate al rispetto della natura vivente o, in passato, a sistemi più strutturati come la metempsicosi o trasmigrazione delle anime.

Identità etnica: il cibo come segno di solidarietà nazionale (la pasta per gli italiani, soprattutto all’estero, non è solo un alimento ma anche un modo per recuperare e riaffermare la propria identità culturale; lo stesso vale per il cuscus degli arabi e per tutti i cibi che, in ciascuna tradizione, costituiscono un segno particolarmente forte della propria storia e della propria cultura).

Anche le modalità di assunzione del pasto possono, di per sé, risultare significative: il banchetto di festa (battesimi, matrimoni, funerali) non è una “colazione di lavoro”, non solo dal punto di vista tecnico ma anche sul piano simbolico.

Tutte queste situazioni esprimono contenuti diversi, perfettamente comprensibili perché comunicati con un linguaggio codificato all’interno di ciascuna società. E appunto trattandosi di un linguaggio, interculturalità significa non solo disponibilità allo scambio tra culture diverse (come, ad esempio, sta avvenendo nei paesi europei in seguito alla forte immigrazione dai paesi islamici) ma, anche, conoscenza degli altri linguaggi, giacché è evidente che ciascun elemento può assumere, in contesti diversi, diverso significato.

Altrettanto evidente è che il tema centrale dell’interculturalità non consisterà nel proporre un rimescolamento e un’omologazione al minimo denominatore comune di comportamenti strutturalmente differenti, bensì, anche e soprattutto, aprirsi alla comprensione dell’altro e al rispetto delle diversità, nella consapevolezza che le stesse identità non sono date una volta per tutte, ma si modificano, si aggiustano, si rimodellano nel tempo (si pensi solo alla cosiddetta dieta “mediterranea”, costituita da apporti alimentari originariamente tipici non solo dell’area mediterranea, ma dell’Est asiatico, dell’Africa interna, dell’America: il pomodoro, certi cereali, tante verdure ecc.).

Motivi, questi, che trovano applicazione in ogni aspetto della vita quotidiana, ma che proprio nel campo dell’alimentazione trovano un cruciale terreno di prova. Lo stesso vale, del resto, nel modo di affrontare le differenze all’interno di una medesima cultura: accanto alle identità nazionali vi sono quelle regionali, urbane, familiari…

La “cucina della mamma” risulta sempre più gradita e, soprattutto, assicura conforto e preserva un’identità di cui non siamo sempre sicuri.

Rispetto delle diversità sarà, in questo caso, abituarsi a pensare in termini di relatività ed evitare ogni sorta di intolleranza al diverso. Il comportamento alimentare diviene in questo senso un importante “rivelatore”: l’uomo è ciò che mangia, certo, ma è anche vero che mangia ciò che è, ossia alimenti totalmente ripieni della sua cultura.

BIBLIOGRAFIA

  • Paola Cadonici (Cibo, costume e dintorni. Riflessioni su gusti alimentari e disgusti comportamentali dei nostri giorni) Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, pp. 64-68
  • B. Severgnini (L’uomo del sabato sera. La salute del congiuntivo. Io Donna) p. 30 cit.
  • S. Moravia (Educazione e Pensiero) vol. I p. 93 cit. 
  • S. Moravia (Educazione e Pensiero) vol. II p. 167 cit. 
  • Spagnol (Enciclopedia delle Citazioni) p. 123 cit. 
  • Omero (Odissea canto IX) vv. 565-567
  • Siti internet come google e diversi blog

Cambia modo di pensare

Luciana Tariciotti

Cambia modo di pensare

MARCO AURELIO: LA VITA DI UN UOMO E’ CIO’ CHE I SUOI PENSIERI FANNO DI ESSA

1

Il mondo di relazione in cui viviamo e a cui facciamo riferimento, è determinato sia dalle circostanze a noi esterne, dai nostri interlocutori, sia dai pensieri che abitualmente occupano la nostra mente.

Si potrebbe dire ”Dimmi quali sono i tuoi pensieri e ti dirò chi sei e che cosa fai”.

Il problema è che è tutt’altro che facile far capire all’altro i nostri pensieri, i nostri concetti, gli umori e i desideri.

E’ la difficoltà insita nei processi di comunicazione interpersonale.

I nostri pensieri sono frutto del nostro
irrinunciabile patrimonio genetico, della nostra esperienza di vita e della nostra acculturazione.

Già dalla fine del secolo scorso, l’uomo sembra vivere relazioni in cui tutti parlano ma nessuno ascolta l’altro: nasce così il senso di solitudine e di incomprensione che ci pervade; così il vuoto interiore è determinato dall’assenza di conferme significative provenienti dall’altro. Disturbi narcisistici, depressione sono i sintomi prevalenti da questa condizione.

2

Il primo, comporta una crescente necessità di affermare se stessi nella ricerca di se stessi, il secondo sintomo rende l’individuo estraneo al mondo circostante. Essere ascoltati è affine con l’essere amati. Esprimere dei concetti che sono per noi importanti
e vedere che l’altro dimostra che sono altrettanto importanti per lui è un modo per comunicare affetto.

Bisognerebbe imparare dai bambini che in fatto di felicità, divertimento, serenità e spontaneità la sanno lunga ed invece noi adulti siamo sempre arrabbiati per qualcosa o per qualcuno, pessimisti, sfiduciati, insicuri e indecisi, mai soddisfatti.

Stanchezza, noia, stress diventano spesso i nemici primari della serenità fino al punto di polarizzare i nostri pensieri influenzando negativamente la nostra mente e la nostra vita.

Cosa concorre a renderci felici o infelici? a chi spetta a decisione?
Ebbene, spetta a noi! Siamo noi a deciderlo.

Se prendiamo coscienza di essere in grado di effettuare una scelta, allora dobbiamo lavorare per raggiungere la felicità.

Certo, a dirlo è più facile che a farlo ma non dobbiamo dimenticare che noi siamo unici nella nostra soggettività e pertanto non possono esserci soggetti esterni abilitati a mettere in discussione ciò che siamo senza una nostra condivisione di opinione

3

Nella vita diamo troppa importanza al giudizio degli altri. Molti di noi si preoccupano talmente di quello che la gente potrebbe dire di noi che finiscono per agire non secondo i loro desideri, ma secondo le aspettative degli altri.

Un filosofo greco affermava con saggezza che non sono le cose a preoccuparci ma le nostre idee sulle cose.

Dobbiamo imparare l’arte del “ridefinire” cioè guardare in modo diverso la realtà, riuscendo a coglierne sempre gli aspetti positivi piuttosto che concentrarsi su quelli negativi, ad esempio, dopo un evento spiacevole è utile riflettere sulle risorse
personali che tale evento può aver messo in moto.

Queste considerazioni sono in grado di modificare la percezione e il vissuto delle persone, spostando l’attenzione su ciò che di positivo esiste.

Un’altra cosa che dobbiamo imparare è l’autostima.

Avere autostima significa essere coerenti delle proprie capacità, dei propri limiti e dei propri punti di forza.

E’ importante, quindi, avere una chiara e precisa consapevolezza, ci aiuta ad agire
coerentemente.

Per poter incrementare la stima di sé occorre agire su tre ambiti:

1) il rapporto con se stessi;
2) il rapporto con l’azione;
3) il rapporto con gli altri.

4

Per cambiare il proprio rapporto con se stessi è necessario cambiare opinione su di sé e quindi è essenziale imparare a conoscersi, diventando consapevoli dei propri limiti, dei propri bisogni ed esigenze e anche delle proprie capacità – e in secondo luogo – pur continuando a sforzarsi nel modificare ciò che di noi può essere reso migliore –
bisogna riuscire ad accettarsi, evitando di pretendere una impossibile perfezione.

Per cambiare è indispensabile agire e quindi, modificare il proprio rapporto con l’azione.
In effetti è più funzionale al rinforzare la stima di sé, provare a raggiungere uno scopo, anche piccolo, piuttosto che continuare a procrastinare. E’ utile tener presente che tutti nella vita hanno sbagliato, sbagliano e sbaglieranno (nessuno è perfetto!) e che l’errore potrebbe essere considerato non tanto una catastrofe, quanto un ulteriore
occasione di apprendimento.

Infine, deve venirci in aiuto il linguaggio: per poter incrementare la stima di sé, infatti, è
particolarmente importante apportare modifiche migliorative anche al nostro rapporto con gli altri: occorre imparare ad esprimere bene con il linguaggio ciò che si pensa, quali sono i nostri desideri, quali sono i nostri sentimenti, cercando con ciò di non incappare in incomprensioni.

Farsi comprendere dagli altri non è né facile né scontato e occorre mettere in ballo tutta la nostra capacità di farsi accettare nel processo comunicativo dal nostro interlocutore (soggetto recettore) per sperare arrivare alla sua mente in una relazione di pensieri.

5

Questo presuppone la capacità di essere empatici e di capire il punto di vista dell’altro, senza per questo trascurare il proprio. Un esempio emblematico lo possiamo trovare nella difficoltà di comunicazione che spesso si instaura tra genitore e figlio. Sin quando il figlio è piccolo il dialogo e l’ascolto sono gli elementi essenziali per la sua crescita, il suo sviluppo e la sua maturità.

Per instaurare una comunicazione efficace è importante ascoltarlo attentamente e non giudicarlo per fargli acquisire sicurezza e un buon livello di autostima.

Una fase dello sviluppo che mette a dura prova la comunicazione fra genitore e figlio è la fase adolescenziale. In questo periodo il rapporto tra genitore e bambino si deve trasformare tra adulto e adulto.

Il ragazzo ha due esigenze tra loro contrastanti: da un lato sente il bisogno di essere protetto dalla famiglia e vorrebbe restare bambino, dall’altra parte vuole differenziarsi e acquisire autonomia.

“Oggigiorno, i nostri giovani amano il lusso, hanno un pessimo atteggiamento e disprezzano l’autorità: dimostrano poco rispetto per i loro superiori e preferiscono la conversazione insulsa all’impegno: I ragazzi sono ormai i despoti e non i servi della casa; non si alzano più quando qualcuno entra; non rispettano i genitori, conversano tra di loro quando sono in compagnia di adulti, divorano il cibo e tirannizzano i propri insegnanti”.

6

Queste affermazioni, che potrebbero essere attuali, risalgono a “SOCRATE” – IV secolo – A.C.. Non esiste crescita, né adolescenza, senza conflitti generazionali. L’incomprensione quindi, tra genitori e adolescenti non è quindi una novità.

E’ in questo momento che “la tecnica sociale fattorelliana” deve essere messa in pratica. Il soggetto promotore (in questo caso il genitore) deve studiare il soggetto recettore (figlio) (imparare a leggere il comportamento, la comunicazione verbale,l’atteggiamento, l’umore…….) ed infine cambiare le modalità comunicative, il soggetto promotore deve usare un metodo di comunicazione consono al figlio, (Formula di Opinione) individuare e verificare modalità alternative di comportamento così da trovare canali più
adatti e funzionali.

Si deve acquisire abilità nell’ascolto e nella riformulazione dei messaggi.
Favorire la comunicazione permette di superare i disaccordi e fa si che il ragazzo acquisisce più fiducia in se stesso, lo fa sentire capace, rispettato e considerato ed emotivamente più equilibrato e in grado di crearsi una propria identità. Avere la
consapevolezza e l’accettazione di appartenere a culture e mondi diversi favorisce la comprensione reciproca della diversa realtà dell’altro.

E’ difficile accettarlo ma la realtà è che, il genitore riesce a prevalere solo quando il ragazzo ha una scarsa personalità da non sopportare il dolore di una disarmonia con il genitore.

L’adolescenza del figlio deve essere uno stimolo per guardarci dentro, conoscerci e confrontare l’immagine che abbiamo di noi con quella che ci rimanda nostro figlio con il suo atteggiamento verso di noi.

7

In conclusione, se desideriamo aiutarli a crescere dobbiamo acquisire la capacità di sostenerli a rendersi indipendenti da noi, dai nostri schemi mentali dai nostri pregiudizi per renderli liberi di crescere e vivere la propria vita.