La struttura cristallografica del sistema della comunicazione

Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” – Facoltà di Sociologia – Corso di Laurea Specialistica in Editoria, Media e Giornalismo – Tecniche di Relazione – Prof. Giuseppe Ragnetti

La “visione” del prof. Giuseppe Ragnetti

a cura di Alessandro Puglia

“C’era una volta un bambino che amava farsi portare a letto dalla mamma. Stava con gli occhi semi-chiusi e in semiveglia la mano della madre era stretta su per le scale. Si addormentava spesso nel divano e quel “farsi portare a letto” lo rendeva il bambino più fortunato e felice del mondo. Quand’era ancora nel grembo materno amava già ascoltare la musica, per lui la vita nel feto non era, evidentemente, una pura romanticheria. Un giorno questo bambino tanto dolce e affettuoso divenne adulto, con la barba lunga e bianca, simile a quella dei filosofi antichi.  Quando approdò su grandi aule accademiche e vasti scenari pubblici, confessò provocatoriamente a numerosi “esperti” in comunicazione che nonostante l’età  amava ancora “portarsi a letto” in uno stato di semiveglia. Chiese una spiegazione a quel gesto che continuava a ripetere, sera dopo sera,  inconsciamente.  Nessuno rispose. I sociologi e gli psicologi di ultima generazione che cercano di motivare sempre tutto restarono inermi a un così semplice aneddoto”.

Giuseppe RagnettiQuel bambino, ora dalla lunga barba bianca, è il prof. Giuseppe Ragnetti, docente di Tecniche di Relazione presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino e presidente dell’Istituto “Francesco Fattorello” in Roma. Attraverso i suoi insegnamenti, egli propone un nuovo metodo, una tecnica sociale dell’informazione finalizzata a sciogliere numerosi problemi legati ai processi comunicativi che si realizzano quotidianamente in ogni contesto sociale. La comunicazione, termine oggi abusato, è sempre preceduta da un processo informativo (Informazione) che richiama una materia  necessariamente manipolabile  e  manipolata, data l’ineludibile esigenza di dare alla materia stessa una forma tale da ottenere l’adesione del soggetto recettore. 

Gran parte dei teorici della “comunicazione” insistono sul fatto che il pubblico, definito target, assorbe in maniera passiva i dettami dello strapotere mediatico. La Teoria della tecnica sociale dell’informazione (l’unica teoria italiana del settore a livello internazionale) di Francesco Fattorello, ereditata e divulgata dal prof. Giuseppe Ragnetti, stravolge le logiche di un sistema strettamente prefigurato.

L’informazione  non è affidata né a un emittente né a un destinatario classicamente inteso: i protagonisti del processo comunicativo sono “soggetti”, “io in quanto realtà pensante”. Il processo informativo sarà bilaterale e i soggetti saranno distinti in promotore (SP) e recettore (SR). Soggetti pensanti, protagonisti entrambi del processo di trasmissione delle informazioni. Non vi è un lanciatore che colpisce un bersaglio – target – ma vi sono due soggetti attivi che reagiscono ai numerosi stimoli che li circondano (le teorie anglosassoni che occupano una primaria visibilità nei corsi di comunicazione dovranno desistere all’emergere di un soggetto attivo presente in ogni processo di informazione).

Da questa breve premessa si articola la “visione” che Ragnetti definisce teoria della struttura cristallografica del sistema della comunicazione, che cercheremo qui di descrivere.

Le persone sono situate in un qualsiasi punto della struttura poliedrica. La struttura indica simbolicamente il complesso sistema comunicativo entro cui vive l’uomo e che comprende un numero infinito di stimoli percettivi. Il soggetto in qualsiasi punto del sistema sia collocato non fa altro che essere bombardato da messaggi, i quali successivamente, possono o non possono situarsi nella sfera individuale, sempre diversa in ognuno di noi. Il soggetto si farà raggiungere o meno da determinati stimoli, in base a componenti motivazionali, alla propria intelligenza emotiva e alla propria acculturazione.  Considerando addizionalmente un “momento zero” gli stimoli esterni avranno maggior influenza nell’incidere nei nostri schemi mentali. La necessità di intervenire sarà proiettata sull’edificazione di un io in grado di gestire milioni di stimoli percettivi. Occorre, adesso, indagare sulla natura degli stimoli. Essi vivono nel complesso e multidimensionale sistema sociale in cui viviamo, sia all’interno dei processi mediatici, che al di fuori nelle più dirette situazioni comunicative (informazioni  che ci vengono date dalle persone con cui condividiamo il nostro spazio sociale, amici, genitori, nonni, ecc.  Sono stimoli tutte le nozioni che apprendiamo dai libri e che possibilmente riscriviamo secondo noi stessi).   Il processo di convergenza  per cui più mezzi concorrono a fornirci un immagine stereotipata della realtà è un processo meccanico fatto di messaggi più o meno espliciti che si prestano facilmente al consumo. Notizie come quelle dell’attualità che sono contingenti, tempestive e che vivono nell’hic et nunc del contesto situazionale. All’interno della struttura cristallografica tutti gli stimoli convivono tra loro. Da quanto affermato si comprende che se il soggetto comunicativo fosse di natura passiva, tenderebbe ad asservirsi di informazioni come un prodotto già finito. I vari processi comunicativi si priverebbero del dualismo dialettico da sempre esistito. Il soggetto attivo può invece aderire o non aderire alle migliaia di informazioni che ogni giorno gli vengono proposte con “vuote pedanterie”. Essendo l’individuo un soggetto pensante può scegliere quali stimoli elaborare, accrescere, perfezionare o, semplicemente, rifiutare.

La percezione diventa tema nodale all’interno del sistema.  Essa è estremamente soggettiva, lavora a modo proprio, distintamente in ognuno di noi. È il processo attraverso cui elaboriamo gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno, in modo utile e significativo.  La percezione crea una singolare mappa del mondo in base alla quale affrontiamo e reagiamo ad esso, una mappa tendenzialmente autoconfermante: è un filtro individuale.

La struttura cristallografica della comunicazione diventa metaforicamente simile ad un’enorme ragnatela che continua a tessersi. Un marchingegno a più teste in cui siamo noi a decidere dove stare e quale informazione fare pervenire. In un momento in cui la cultura tradizionale ci imbeve di ovvio, in cui l’uomo è sempre più massificato e spersonalizzato, preme la necessità di non sentirsi più target, ma di avvalersi della facoltà di selezionare, di reagire attivamente ai numerosi e continui stimoli esterni.  I messaggi filtrano quando si è ben delineata la natura dell’informazione, quando tra promotore e recettore si avrà convergenza di interpretazione su un tema proposto. Se i modelli forniti dalla televisione difficilmente assumono rilevanza nel complesso emisfero di noi stessi, i valori che pervengono dall’educazione sono invece destinati a perdurare, non sono contingenti.

È proprio all’interno di ciò che è contingente e di ciò che non lo è che bisogna operare: l’informazione dell’attualità è un informazione contingente che punta esclusivamente alla forza deperibile della novità, il recettore è generico e non trova possibilità di sviluppare un processo comunicativo che non sia unilaterale. L’informazione contingente è utilitaristica, fine a se stessa. La natura del non contingente trova invece all’interno della struttura cristallografica della comunicazione modo di innescare meccanismi che difficilmente riescono a dissaldarsi.  L’informazione non contingente non si sottopone alle logiche del consumo mediatico. L’opinione profonda, non stereotipata può apparire talvolta nelle parole di un maestro, figura necessaria in un tempo frammentato come il nostro. Torna l’esigenza di rientrare in una forma che lasci al contenuto modalità e tempo di agire. L’informazione sarà allora cristallizzata e apparterrà a noi stessi, ai nostri schemi mentali che hanno bisogno sempre e continuamente di esporsi e di mutare. All’interno della struttura cristallografica diventa fondamentale reagire. Trovare metodi selettivi accanto a quelli percettivi e sensoriali. All’interno della struttura cristallografica della comunicazione vi può essere o meno l’adesione ai processi di informazione e ai processi di opinione (con la propria molteplice natura).

L’adesione avviene in fasi distinte : quando vi è contatto, ovvero quando le notizie fornite permettono l’osservazione diretta del recettore con il problema opinabile; l’interesse e l’attenzione (molti recettori sommersi da un alluvione mediatica non prestano la minima attenzione a tutte le notizie); la valutazione,  che avviene sempre sulla griglia della propria acculturazione ; l’adesione o il rifiuto che in genere avviene immediatamente e l’adozione, che consiste nell’adesione  all’opinione proposta.

Quando si è riusciti a suscitare interesse,  attenzione  e, infine, adesione allora il soggetto recettore che ha ricevuto una forma d’opinione, diventa a sua volta soggetto promotore. Lo stimolo percettivo si è ben radicato in noi stessi.

La natura dell’opinione che è di per sé opinabile (si nutre al fast-food) è stata profondamente analizzata e approfondita (Opinioni sull’Opinione, G.Ragnetti, Quattroventi, Urbino 2006) . Per adesso ci conteniamo di dubitare dello strapotere dei mezzi di informazione in grado di condizionare ogni indistinta fetta di pubblico. La struttura cristallografica della comunicazione rende luce a un soggetto che può agire e reagire in relazione agli stimoli che lo circondano: “I mezzi di informazione certamente agiscono sulle opinioni (siamo tutti contro la guerra!) ma non sono in grado di condizionare i comportamenti degli uomini. Sono altri i motivi, alcuni noti e altri meno, che stanno alla base delle nostre azioni ”.

E a noi piace ancora ascoltare storie…

“La Voce” di Montanelli: l’insuccesso della stampa ideologica

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “CARLO BO” URBINO

Facoltà di SOCIOLOGIA – Corso di Laurea: Editoria Media Giornalismo

Esame di Tecniche di relazione

Prof. Giuseppe RAGNETTI

TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE

Luca Valente – Matricola 219901

Anno Accademico 2006/2007

“LA VOCE” DI MONTANELLI: L’INSUCCESSO DELLA STAMPA IDEOLOGICA

Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale che si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori”: era l’aprile del 1995 e così scriveva Indro Montanelli nell’ultimo editoriale del quotidiano “La Voce”.

In queste poche righe emergono tutte le contraddizioni di uno dei fallimenti editoriali più eclatanti del secondo dopoguerra. L’insuccesso de La Voce, la creatura che Montanelli aveva così ardentemente desiderato, incorpora tutti gli elementi di quella che si è soliti chiamare “stampa ideologica”, ne racchiude in se la portata limitata, il carattere autoreferenziale e l’inevitabile caduta. Sulla base di queste prerogative ci si potrebbe spingere, in maniera forse un po’ troppo presuntuosa a rivalutare la figura di colui che è stato considerato il più grande giornalista del secondo dopoguerra.

Ovviamente appare inverosimile adeguarsi a tale considerazione. Se, come sembrerebbe, il giornalista mira ad ottenere una adesione d’opinione tempestiva e contingente da parte del suo lettore a quanto egli riferisce, affidandosi a “opinioni stereotipate” appare sorprendente come Montanelli non sia stato in grado di conservare una creazione del tutto personale e già prima di veder la luce brillava del prestigio dello “stregone”.

Indro Montanelli parla de La Voce già nel suo ultimo fondo scritto per il Giornale della famiglia Berlusconi, intitolato “Vent’anni dopo” ed apparso il 12 gennaio 1994. Lasciando il quotidiano da lui fondato non dice addio ai suoi lettori, il suo è un arrivederci a quanti vorranno seguirlo nella sua nuova avventura: : “A presto, cari lettori. Anche a costo di ridurlo per i primi numeri a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà La Voce…”, in omaggio al  maestro Prezzolini, e la sua caratteristica principale sarà “…un assetto azionario che ne garantisca l’assoluta indipendenza”.

Già in queste poche parole si evince la spregiudicatezza e il coraggio che caratterizzeranno il suo giornale. Tenendo fede alla sua innata libertà fonda una public company nell’idea che un giornale non potrà essere veramente libero se legato più o meno direttamente ad un padrone.

Gli slogan che caratterizzeranno la promozione del quotidiano ruoteranno attorno al tema “La Voce: unico padrone il lettore”. Ma proprio tale professione di fede sarà una delle cause della fine del giornale. La libertà di stampa e la necessità di creare nell’editoria italiana una vera public company lontana da condizionamenti esterni non garantisce un netto posizionamento politico nel quadro generale dell’editoria italiana né per gli investitori né per i lettori. In questa situazione ovviamente risulta difficile ottenere la fiducia necessaria per nuovi finanziamenti. L’incapacità del quotidiano di trovare una propria posizione politica, l’”opposizione organica” al limite della fronda è una delle cause principali del suo fallimento.

Dopo una prima settimana di vendite record il nuovo quotidiano uscito il 22 marzo 1994 inizierà un fase discendente fino alla chiusura il 12 aprile dell’anno dopo. L’incapacità maggiore è stata dunque la presunzione di rivolgersi ad un pubblico non delineato. “La Voce” appare un organo d’informazione svincolato da qualsiasi interpretazione, una sorta d’ibrido incapace di rivolgersi a destra o a sinistra. La destra ideale alla quale Indro aspira è una destra che in realtà non esiste. Nel processo d’informazione che intende creare non esiste soggetto recettore.

Il suo limite è tutto qui. Il quotidiano nonostante ogni sorta d’astrazione è un prodotto editoriale, e in quanto tale ha bisogno di un pubblico assiduo e fedele che lo acquisti. La convergenza delle interpretazioni, quella tra soggetto promotore e forma dell’oggetto e quella tra recettore e  forma trasmessa attraverso il giornale, non si realizza perché il quotidiano montanelliano appare slegato dalla quotidianità, completamente autoreferenziale. E’ questa gestione poco accorta, la difficoltà o forse la non volontà, di scavarsi una nicchia di lettori in un mercato sempre più competitivo che ne determineranno l’insuccesso.

Ripercorriamo le tappe fondamentali della vita del giornale.  La Voce esce nelle edicole il 22 marzo del 1994. E’ un giornale innovativo, alternativo. Attraverso una grafica accattivante vengono trattate poche notizie importanti da approfondire intensamente lasciando a quelle meno importanti uno spazio ridotto.

Forse proprio la caratteristica principale del giornale sta nel suo modo di trasmettere la notizia, che sfruttando le capacità comunicative della grafica non ha nulla da invidiare alla televisione. Si distingueva per le poche pagine pressoché prive di pubblicità, numerose rubriche, molti articoli d’opinione e dei fotomontaggi pubblicati in prima pagina.  Il 29 marzo “La Voce” vende ancora 331.892 copie: da questo momento in poi comincia però l’emorragia mai arrestata. Nonostante i primi tre mesi positivi si assiste nell’arco dell’anno ad un calo inarrestabile delle vendite che arrivano ad un minimo di 50mila copie. Forse non ci si aspettava un Montanelli così moderno.

Stranamente il giornalista italiano che più di tutti ha semplificato il suo linguaggio per rendere agevole la comunicazione con i lettori, suoi interlocutori privilegiati, ha ora complicato al massimo la sua posizione, alternativamente scagliando fulmini contro la destra e richiamando brani delle sue battaglie contro la sinistra. Continua a provare, ma non riesce a spiegare perché, pur continuando a definirsi uomo di destra, vota a sinistra anziché scendere in campo per cambiare dall’interno questa destra che non gli piace. Anche per questo a fine maggio “La Voce” ha già perso moltissimi lettori; la tiratura è ormai stata dimezzata: nonostante il trasferimento in via Dante dei più prestigiosi collaboratori de Il Giornale, molti affezionati montanelliani sono ritornati al quotidiano di Feltri.

La redazione conta ormai nelle sue fila firme di tutto rispetto e di gran nome in ogni campo: da Enzo Bearzot, mentore dell’Italia ai Mondiali dell’Ottantadue, a Leopoldo Elia, ex presidente della Corte Costituzionale; da Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio, all’economista Mario Baldassarri. E questi sono soltanto i nuovi acquisti.

La squadra nasce già ricca, con l’arrivo da Il Giornale di Ricossa, Pampaloni, Marongiu, Gina Lagorio e Armaroli, per citarne alcuni. Niente di tutto questo si rivela utile per bloccare l’emorragia di copie vendute dopo la vittoria di Forza Italia alle elezioni, e seppure i redattori e gli amministratori, sulle ali dell’entusiasmo, non diano troppo peso a questi primi campanelli d’allarme, la situazione si fa problematica.

A dimostrazione di quanto la forza del quotidiano montanelliano derivi dal suo direttore, accade un fatto che rappresenterà una ferita insanabile. Montanelli partecipa il 13 settembre ad un dibattito sull’informazione organizzato a Modena alla Festa de l’Unità, e per lui è un trionfo: una moltitudine di simpatizzanti del Pds lo applaude entusiasta.

Le Reti Fininvest e Il Giornale non perdono l’occasione di attaccare Montanelli, novello comunista, e La Voce; ma il peggio è che i lettori sembrano credere alle accuse, e nel giro di pochi giorni quasi in diecimila abbandonano il quotidiano. Montanelli, a suo dire, è stato vittima della sua ingenuità: invitato a partecipare ad un dibattito con Walter Veltroni, Paolo Mieli, direttore del Corriere, e Ezio Mauro, direttore della Stampa, si trova invece di fronte Massimo D’Alema e una folla di uomini di sinistra che lo acclama come se fosse uno dei loro. Il direttore nega, polemizza, attacca la sinistra italiana, esprime le idee di sempre insieme con le recenti critiche alla destra al potere nella quale non si riconosce, ma i suoi commenti restano inascoltati, sommersi dagli applausi e dall’entusiasmo.

L’opinione pubblica italiana vede la superficie, gli applausi, le acclamazioni: non si preoccupa di quello che Indro Montanelli ha dichiarato, lo crede ormai schierato con la sinistra. Ed è così che viene avvalorato l’equivoco che l’accompagnerà fino alla fine, grazie soprattutto alle strumentalizzazioni che di questo episodio sono state fatte. Montanelli ribadisce più volte di essere un uomo di destra che non si riconosce nella destra al potere, ma ragionando a suo modo finisce per sconcertare i suoi lettori, che lo trovano contraddittorio.

Montanelli racconta che “La Voce” si è spenta per diversi e innumerevoli errori la cui responsabilità è distribuita fra molti; ma non si sottrae alle sue.

Sostiene che l’errore più importante sia stato di fare un passo troppo lungo rispetto alle possibilità che la Piemmei, la casa editrice del quotidiano, offriva, sottolineando anche, però, che i sostenitori della stessa hanno mantenuto ben poche delle promesse sbandierate alla vigilia.

Il 12 aprile 1995 esce l’ultimo numero de La Voce, un numero ricco e speciale oltre ogni aspettativa: in prima pagina spicca il fondo del direttore dall’esplicativo titolo “Uno straniero in Italia”, affiancato da un fotomontaggio nel quale egli appare imbavagliato in un deserto popolato di avvoltoi e sciacalli e sottotitolato appunto “Il giorno degli sciacalli”.

Nell’editoriale Montanelli racconta di cause “congiunturali” per la chiusura de La Voce, come l’aumento del prezzo della carta, il calo della pubblicità per la concorrenza della televisione, la corsa ai gadget e supplementi dei quotidiani nazionali forti. “Ma tutto secondario rispetto al difetto d’origine. Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio (quello vero, taciuto e praticato), il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni da Giolitti a Einaudi a De Gasperi…Questa destra fedele a se stessa in Italia c’è. Ma è un’élite troppo esigua per nutrire un quotidiano”.

Volendo la nostra analisi potrebbe terminare qui. Nelle parole dello stesso Montanelli appare evidente la sua ingenuità, forse dettata dall’ideologia, forse dalla volontà di cambiare gli italiani, forse dalla volontà di fare informazione non contingente. In interviste successive alla Stampa e al Corriere egli sfoga la sua tristezza nei confronti di una borghesia italiana che ha aiutato anziché contrastarla la fine di un quotidiano che ne sarebbe dovuto esser il miglior rappresentante.

La parte di questa borghesia non indirizzata sulla strada indicata dal padrone è a suo parere troppo esigua per la sopravvivenza di un quotidiano realmente indipendente. Ovviamente l’intento non è quello di sminuire la figura di uno degli uomini più importanti della cultura italiana, ma dimostrare come proprio uno dei giornalisti più affermati in Italia non abbia saputo tener presente alcune regole fondamentali dell’informazione.

E’ la sua cecità a destar sorpresa, una cecità non certo dettata dall’incapacità quanto dall’abbacinamento dell’ideologia, dell’intento educatore. Un giornale d’informazione che deve essere aperto ad un recettore generico non tratterà argomenti troppo speciali, né userà una terminologia troppo convenzionale. Le forme atte all’informazione pubblicistica devono essere fattori di conformità per tutti i componenti del gruppo cui si rivolgono.

Nello stabilire l’ampiezza delle notizie afferenti alla vita nazionale o internazionale il giudizio che ha il giornalista non discende dai valori universali ma da quelli pubblicistici che cioè egli ritiene più rispondenti ad una scala di valori dell’effetto. Sulla base di ciò volendo esemplificare la nostra analisi potremmo affermare che nell’ottica del quotidiano montanelliano emergono due errori fondamentali: la mancanza di un pubblico determinato al quale rivolgersi, la presunzione di poter educare facendo riaffiorare una destra ideale, ponendo le basi su valori fondamentali del liberalismo,”…lo spirito di servizio,il senso dello Stato,il rigoroso codice di comportamento…”.

In questo seconda finalità emerge il perché di un insuccesso che mai si sarebbe potuto prevedere. La missione educatrice, come la volontà di risvegliare valori fondamentali, non può essere della stampa la cui funzione precipua è quella dell’informazione contingente. La “funzione educatrice” è propria di un processo d’informazione non contingente così come “il cerchio di fatti transitori e di polemiche” è proprio della funzione giornalistica. E’ difficile associare l’uno con l’altro quanto più impensabile è affidare al secondo il compito del primo. La presunzione forse ingenua e accorata de La Voce è tutta qui, nella volontà di affidare al giornale, all’informazione pubblicistica una prerogativa che è tipica del libro o del maestro, confondere esigenze di tempestività ed opportunità contingente con un fenomeno basato sul processo razionale della logica.

Mentre l’informazione del contingente è fine a se stessa, mira alla formazione d’opinioni stereotipate in relazioni ad interessi contingenti, l’informazione non contingente costituisce la dinamica del processo di integrazione sociale,mira alla adozione di valori che sono in onore del gruppo sociale ed universalmente accettati.

Inoltre non bastando tali inadempienze d’ordine pratico, s’aggiunse la discrepanza tra obiettivi dichiarati, creare cioè una sorta di tribuna alla quale fossero ammesse tutte le opinioni sottoposte al controllo del lettore, e il marcato antiberlusconismo effettivo del quotidiano. Ovviamente il quotidiano nasce dal traumatico allontanamento di Montanelli da “il Giornale”, in seguito all’entrata in politica dell’editore Berlusconi.

Lo strappo che si viene a creare dunque non poteva non ripresentarsi nella struttura e nella posizione politica del nuovo giornale di Montanelli. La struttura organizzativa infatti puntava su un azionariato pubblico in grado di garantire al quotidiano una totale libertà. La public company, sebbene fosse un terreno inesplorato, era comunque un’idea attraente in quanto all’interno di un contesto dominato da editori “impuri” era l’unica possibilità per realizzare libera informazione, un’informazione senza bavaglio.

Nella nuova redazione Montanelli si sentirà libero, sia da condizionamenti esterni che da quelli interni. Questa innata indipendenza, supportata da una libertà tecnica lo porterà ad attaccare o elogiare alternativamente chiunque senza alcuna distinzione. Inutile negare che il suo bersaglio preferito resterà il suo ex-editore. L’astio nei confronti di Berlusconi si trasferì nel suo nuovo quotidiano, al punto che i suoi attacchi miravano a demolire l’intero schieramento di centro-destra finendo per allontanare dalla Voce tutti i lettori più tradizionalisti e reazionari.

Nonostante il direttore continuasse a prendere le distanze dalla nuova destra e a dichiarare l’impossibilità di una sua svolta a sinistra molti ormai lo consideravano un sostenitore di Occhetto. Secondo Marcello Staglieno, nel libro “Montanelli: 90 anni controcorrente” due sono i motivi del fallimento: il primo è l’assoluta mancanza di mezzi; quando Montanelli fondò Il Giornale, nel 1974, alle spalle aveva un colossale sponsor quale la Montedison di Eugenio Cefis. All’atto della fondazione de La Voce non ha alle spalle finanziatori dello stesso peso specifico.

Il secondo è scrivere da “oppositore organico” (ovvero senza appoggiare nessuno per partito preso, facendo la così detta “fronda”), ma guidare un giornale da opposizione frontale, totalmente antiberlusconiano; richiamandosi, peraltro, ad una destra ideale per sparare contro una destra reale e deludendo sia i vecchi lettori (“frondisti” incalliti) sia i nuovi (oppositori veri). Della stessa idea sono anche Mario Cervi, Gianni Locatelli, e Davide Blei.

L’antiberlusconismo acido e scontroso che ha dal principio caratterizzato La Voce è per loro a tratti anche comprensibile, data la fine travagliata del rapporto che legava il Cavaliere e il direttore, ma del tutto negativo in un’ottica di mercato. In questa ottica il giornale che nei fatti viene scritto per un pubblico che lo apprezzi,per esser venduto a sufficienza per coprire i costi non aveva un pubblico da soddisfare.

Per la sua impostazione, per l’aggressività congenita che lo caratterizzava si poneva in concorrenza con quotidiani di opposizione come la Repubblica mentre allo stesso tempo perdeva inevitabilmente i lettori più tradizionalisti e affezionati. Al tempo della Voce Montanelli non appariva più quello de il Giornale, in grado di incarnare i valori liberali.

Il conservatorismo illuminato che mai riconobbe nella nuova destra si leggeva nelle pagine de La Voce,un quotidiano che nella sua visione si rivolgeva proprio a quella borghesia che non ha mai amato,ben conscio che in Italia,salvo sporadici casi,non esiste borghesia,ma solo classe media, spesso mediocre.

Ora per quanto concerne la teoria della tecnica sociale appare evidente come nel corso della trattazione siano stati toccati, purtroppo in negativo, alcuni elementi peculiari della teoria di Francesco Fatterello.

La curiosità sta nel fatto che le mancanze di Montanelli ricadano su alcuni dei punti peculiari della teoria della tecnica sociale: l’impossibilità di confondere l’informazione contingente con quella non contingente, ed in particolar modo basare la prima su uno dei presupposti della seconda: i “valori condivisi” e non le “opinioni stereotipate”, la presunzione montanelliana di intendere il giornale come elemento d’educazione alla stregua de “Il popolo d’Italia” mazziniano.

Ciò che sorprende maggiormente è però la mancanza di sensibilità, come ho già detto, nel capire che il quotidiano è pur sempre un prodotto editoriale che ha bisogno di un pubblico al quale rivolgersi. Pavoneggiando magari la capacità di realizzare un giornale “aristocratico”, che ostentasse doti estetiche ed etiche alla stregua de Il Borghese di Longanesi, o le rivendicazioni culturali de “Il Mondo” di Pannunzio La Voce sembra evitare, addirittura bistrattare nel suo atteggiamento autoreferenziale, la figura del soggetto recettore della teoria fattorelliana.

Quel soggetto sociale che ha le stesse facoltà opinanti del giornalista-promotore, e che dovrebbe in questo avere lo stesso grado di socializzazione del secondo. Nello screditare tale mancata corrispondenza culturale (“volevamo fare il quotidiano di una destra veramente liberale”)  il rapporto d’informazione non avrebbe l’effetto voluto: il contenuto non potrebbe essere ricevuto o capito, oppure sarebbe capito male, con difficoltà e distonie rilevanti.

E’ quindi norma fondamentale per mettere in atto, con qualche risultato, un rapporto d’informazione, quella di essere edotti dei fattori di acculturazione del recettore. Solo  così il soggetto promotore potrà adeguarsi a lui. Adeguarsi, ma non rinunciare al suo scopo e a quella iniziativa sulla quale si era proposto di ottenere una conforme adesione di opinione.

Per Montanelli non sarà così. Appare sorprendente ma è la storia. «La Voce» chiude il 12 aprile 1995. Dopo i clamori dei primi mesi termina in sordina portando con se le amarezze del suo direttore.

S’intitola “Uno straniero in patria” l’ultimo editoriale del direttore.  Il titolone della prima pagina, quella dell’addio, suona così: “Il giorno degli sciacalli”. «Il mio viaggio finisce qui» dirà ai suoi redattori. Sempre controcorrente e fedele alle proprie convinzioni, fedele all’insegnamento per cui l’idea di uno vale più delle convinzioni della massa.

Di queste due esperienze, “Il Giornale” e “La Voce” dirà: «Sono state due battaglie e due sconfitte di cui vado fiero, ma che mi hanno lasciato addosso anche nel morale e nel fisico, troppe cicatrici».

Possiamo dire che, nell’annunciata sconfitta de “La Voce”, come uomo ebbe la sua vittoria, non come giornalista.

 

 

Il Bullismo: di chi è la colpa?

Tecniche di Relazione

Prof. Giuseppe Ragnetti

di Giulia Pasini – Matricola 231485

 

IL BULLISMO: DI CHI E’ LA COLPA?

OPINIONI A CONFRONTO

LA TECNICA DELLA TEORIA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE DI FATTORELLO COME METODO DI INTERAZIONE CON I RAGAZZI

 

  Introduzione

 

Il bullismo è un malessere sociale fortemente diffuso, sinonimo di un disagio relazionale che si manifesta soprattutto tra adolescenti e giovani, ma sicuramente non circoscritto a nessuna categoria, né sociale, né anagrafica.

Questo fenomeno si evolve con gli anni, cambia forma, ed in età adulta lo ritroveremo in tante prevaricazioni sociali, lavorative e famigliari.

Provando a dare una sintetica definizione, in genere uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni[1].

Una recente indagine in Italia sul bullismo nelle scuole superiori ha evidenziato che un ragazzo su due subisce episodi di violenza verbale, psicologica e fisica ed il 33% è una vittima ricorrente di abusi.

Quindi il bullismo è una piaga sociale in continuo aumento. I media ci offrono spesso descrizioni di episodi di violenza tra ragazzi. Ma di chi è la colpa? Genitori, insegnanti, psicologi hanno diverse opinioni: c’è chi incolpa la scuola, chi la famiglia, chi i ragazzi stessi, accusati di non avere più valori.

Attraverso questa ricerca ho tentato di raggruppare le opinioni degli adulti e dei ragazzi in merito a questo tema. Per la psicologia i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di tutto una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità, in parte per tornaconto personale. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione, oltre al tipo di educazione ricevuta in famiglia.

Secondo i giovani, per risolvere questo disagio, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre.

Gli insegnanti, la maggior parte con molti anni di esperienza professionale, rispondono che il bullismo è un fenomeno che si verifica in ragazzi soli interiormente, che hanno il desiderio di farsi notare dagli amici, per cercare l’approvazione che a livello scolastico e familiare non hanno. Per risolvere il problema la maggior parte dei docenti pensa che si debba riflettere con i ragazzi, attraverso il dialogo, mantenendo però la fermezza. Solo una piccola parte di loro suggerisce non il confronto, ma metodi più severi.

I genitori invece, spesso indicati come unici colpevoli, si difendono e chiedono il loro coinvolgimento nelle attività scolastiche e adeguati corsi per educare alla genitorialità.

Se analizziamo il problema a fondo vediamo che non esistono colpe specifiche, ma si potrebbe dire che è colpa della vita. Gli adulti tendono ad incolpare i ragazzi, accusandoli di non identificarsi con alcun valore. Ma ciò rappresenta un’analisi molto superficiale del problema. Non è vero che i giovani non hanno valori, ma hanno valori altri che gli adulti non riescono a cogliere. Bisogna cercare di capire i valori dei giovani per far si che le formule di opinione di genitori, insegnanti e psicologi riescano a trovare accoglimento nei ragazzi.

Bisogna conoscere i valori delle persone con cui interagiamo. Solo così riusciremo ad ottenere la loro adesione e a far capire la piaga sociale che il bullismo comporta.

Questi assunti sono alla base della Teoria della Tecnica Sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, l’unica teoria italiana sull’informazione e sulla comunicazione formulata su rigorose basi scientifiche. Questa teoria si basa sul presupposto che non esiste una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore, ma una metodologia che si occupi di processi di relazione comunicativa deve essere necessariamente modellata sul recettore. Il recettore, non più soggetto passivo, diventa a sua volta un soggetto opinante di pari dignità che interagisce con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale.

Vedremo che i recettori-ragazzi hanno un proprio sistema di valori che non coincide con quello degli adulti. Per poter veramente comunicare con loro occorre prima di tutto conoscerli, capirli. Solo in questo modo gli adulti potranno formulare le più adatte formule di opinione per averne l’adesione.

 

Capitolo 1

Il bullismo

 

Il bullismo è un concetto ancora privo di una sua puntuale definizione tecnica, sia giuridica che sociologica, ma è usato pressoché unanimemente per indicare tutta quella serie di comportamenti tenuti da soggetti giovani (bambini, adolescenti) nei confronti di loro coetanei, ma non solo, caratterizzati da intenti violenti, vessatori, e persecutori. Il fenomeno ha anche legami con la criminalità giovanile, il teppismo ed il vandalismo. Il bullismo per essere definito tale deve presentare tre caratteristiche precise:

  1. intenzionalità;
  2. persistenza nel tempo;
  3. asimmetria nella relazione.

Deve essere un’azione fatta intenzionalmente per provocare un danno alla vittima; ripetuta nei confronti di un particolare compagno; caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto.

Esistono due tipi di bullismo: diretto ed indiretto.

  • Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:
  • bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci o spintoni, o la molesta sessualmente;
  • bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi o minacciandola;
  • bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;
  • cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms e chat, la fotografa e la filma in momenti in cui non desidera essere ripresa e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarla.
  • Il bullismo indiretto è meno visibile, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con altre persone, escludendola ed isolandola per mezzo di violenze verbali.

Le cause primarie di questo fenomeno sono da ricercarsi, secondo gli esperti,  non solo nella personalità del giovane bullo, ma anche nei modelli familiari sottostanti, negli stereotipi imposti dai media, nella società di oggi a volte disattenta alle relazioni sociali. L’enorme eco che gli episodi di bullismo hanno ottenuto in quest’ultimo anno sui media segnala la diffusione di una crescente consapevolezza del problema. È di fondamentale importanza, infatti, che tutti riconoscano la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per la crescita sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei piccoli prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Da non sottovalutare la causa più importante: una libera scelta incondizionata e consapevole da parte del prevaricatore di danneggiare il compagno.

 

  1. 1 Alcuni dati

 

L’attenzione che i media hanno riservato nel corso dell’ultimo anno ad alcuni episodi particolarmente gravi di bullismo verificatosi all’interno delle scuole del nostro paese, e l’emergere del fenomeno del cyberbullismo, ovvero di atti di bullismo e di molestia effettuati o diffusi tramite mezzi elettronici, hanno contribuito a porre sotto i riflettori dell’opinione pubblica un tema non certo inedito, ma oggi particolarmente sentito.

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha deciso di operare per comprendere meglio la dimensione e le caratteristiche del problema, costituendo un’apposita Commissione Legalità ed emanando, il 5 febbraio 2008, la Direttiva “ Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo”. Con la Direttiva, oltre a dare conto di quanto stava accadendo all’interno delle scuole e ad invitare i singoli istituti ad intervenire inserendo adeguati strumenti sanzionatori all’interno  dei propri regolamenti interni, si è dato il via ad alcune iniziative quali gli Osservatori regionali sul bullismo presso gli Uffici Scolastici regionali, un numero verde di ascolto, consulenza, prevenzione ed un sito web[2].

Negli ultimi anni, infatti, il bullismo è stato oggetto di diverse ricerche che si sono occupate prevalentemente della sua dimensione qualitativa e psicologica, o comunque, della diffusione in porzioni ristrette di territorio.

Per colmare questa lacuna, l’ex Ministro della Pubblica Istruzione, Giusepppe Fioroni, ha deciso di realizzare la prima indagine nazionale sul bullismo che ha l’obbiettivo di ricostruire caratteristiche  ed entità del fenomeno a partire dalle opinioni dei diretti protagonisti.

Il Censis ha realizzato un’indagine significativa presentata a Roma nell’aprile 2008 dal titolo “Prima Indagine Nazionale sul Bullismo. Il Bullismo visto dai genitori”[3]: il primo dato che emerge riguarda   la massiccia consistenza e diffusione del fenomeno.

Altissima, pari al 49,9% del totale, risulta la quota di famiglie che segnala il verificarsi di prepotenze di diverso tipo (verbale, fisico, psicologico) all’interno delle classi frequentate dai propri figli, con una diffusione che risulta elevata in tutti gli ordini di scuola, e particolarmente nella scuola secondaria inferiore dove raggiunge il 59% delle classi.

Un altro elemento che emerge dall’indagine è quello per cui, spesso, in uno stesso gruppo di classe, i bulli tendono a combinare prepotenze di diverso tipo: entrando nello specifico delle singole azioni, i genitori nel 28,7% dei casi registrano offese ripetute ai danni di uno stesso alunno, nel 25,9% segnalano alunni che subiscono scherzi pesanti e umiliazioni, nel 24,6% riferiscono casi di isolamento, nel 21,7% di botte, calci e pugni. I furti di oggetti personali si verificano nel 21,4% delle classi. Meno diffuse, ma comunque presenti, le nuove forme di bullismo note come il nome di cyberbullismo, che presuppongono l’utilizzo della rete web e delle nuove tecnologie informatiche per far conoscere ad una platea quanto più vasta possibile l’accaduto. Il 5,8% degli intervistati dichiara che nella classe del figlio vengono fatte riprese e sono diffuse umiliazioni tramite cellulare; il 5,2% sa di insulti inviati attraverso sms o via e-mail.

Il bullismo è un fenomeno di gruppo in cui, oltre al bullo e alla vittima, è necessario che siano presenti altri componenti, ciascuno con il proprio ruolo.

 

1.2  Di chi è la colpa? Opinioni a confronto

 

Vediamo ora alcune opinioni degli specialisti e dei protagonisti del fenomeno, cioè gli adulti più vicini ai ragazzi: psicologi, genitori, professori.

 

1.2.1 La psicologia

 

In psicologia[4] il bullismo è considerato una categoria del comportamento aggressivo, con alcune caratteristiche distintive:

  • intenzionalità: il comportamento in oggetto è volto a creare un danno alla vittima;
  • le diverse forme in cui si manifesta: si può avere prepotenza fisica, verbale, indiretta;
  • sistematicità: il fenomeno ha caratteristiche di ripetitività e perseveranza nel tempo;
  • asimmetria di potere: nella relazione il bullo è più forte e la vittima più debole e spesso incapace di difendersi[5].

Il bullismo ha una modalità proattiva, ossia, è messo in atto senza provocazione da parte della vittima ed è agito al fine di giungere allo scopo dell’aggressore. Il bullismo trova la sua motivazione nell’affermazione di dominanza interpersonale, anche se in alcune forme può essere strumentale, ossia finalizzato al possesso di un oggetto o di uno spazio. Sono stati identificati i ruoli principali che i soggetti possono ricoprire in un contesto di prepotenza:

 

  1. IL BULLO: secondo Olweus[6] è caratterizzato da un comportamento aggressivo verso i coetanei e verso gli adulti, mostra scarsa empatia per la vittima e spesso è connotato da un forte bisogno di dominare gli altri. Molte ricerche indicano che i maschi hanno più probabilità delle femmine di essere coinvolti (Olwes, 1993; Whitney e Smith, 1993; Genta, 1996)[7].
  2. LA VITTIMA: Solitamente è più ansiosa ed insicura degli altri studenti, se attaccata reagisce piangendo e chiudendosi in se stessa. Soffre spesso di scarsa autostima e ha un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze; vive in condizione di isolamento ed esclusione nella classe.
  3. IL BULLO-VITTIMA PROVOCATRICE: è caratterizzato da una combinazione di due modelli reattivi, quello ansioso proprio della vittima passiva, e quello aggressivo proprio del bullo. Ha comportamenti iper-reattivi, presenta difficoltà di regolazione a livello emotivo a differenza dei bulli non vittimizzati che mostrano invece un comportamento aggressivo più organizzato ed orientato verso uno scopo (Sutton, Smith e Swettenham, 1999[8]).
  4. SOGGETTI DI CONTROLLO o ESTERNI: si tratta di coloro che a nessun titolo sono coinvolti nel fenomeno. Per la rilevazione dei ruoli entro il gruppo si possono usare strumenti di autovalutazione, come il questionario anonimo sulle prepotenze di Olweus[9], dove si trovano domande a risposta multipla che chiedono ai soggetti di riferire circa prepotenze subite o agite in rapporto ad un arco di tempo definito, o la nomina dei pari che prevede la presentazione della definizione di prepotenza, e la successiva nomina dei compagni che spesso fanno prepotenze e di coloro che più spesso le subiscono.

Nella letteratura socio-psicologica i ruoli sono definiti come modelli di comportamento attesi da parte dei membri del gruppo. I ruoli perciò sorgono sempre nell’interazione sociale e sono determinati sia dalle caratteristiche individuali sia dalle aspettative degli altri. Parlare di bullo entro una classe non significa solo che quel soggetto compie certi comportamenti, ma che egli è percepito come tale dalla maggior parte dei membri del gruppo. E’ infatti da notare un’altra caratteristica distintiva del fenomeno bullismo, ossia che esso ha luogo in contesti di gruppi; si verifica a scuola, nei luoghi di lavoro o in altri gruppi sociali. Il potere del bullo risulta rafforzato dal supporto degli aiutanti, dall’allineamento dei sostenitori e dall’indifferenza di coloro che si tengono  fuori dal problema.

Con il termine bullismo la psicologia si riferisce perciò ad un processo dinamico in cui persecutori e vittime sono coinvolti in egual misura. Esistono due forme di bullismo:

  1. Diretto: si articola in prepotenze fisiche e verbali, parte dal prevaricatore e si rivolge direttamente alla vittima, che subisce attacchi fisici e verbali
  2. Indiretto: ha una vittima intrappolata in una serie di dicerie sul suo conto e in atteggiamenti di esclusione nei suoi confronti che la condannano all’isolamento.

 

Quanto all’atteggiamento delle figure di riferimento, i dati delle ricerche sono sconfortanti; secondo quanto riferito da Olweus[10], gli insegnanti non sembrano mettere in atto interventi diretti per contrastare il fenomeno e i genitori non sembrano esserne a conoscenza.

Rispetto alla stabilità nel tempo dei comportamenti rilevati, sembra che una volta che persecutori e vittime si sono insediati nel loro ruolo, non riescano più ad uscirne e continuino a recitare la stessa parte, pena la perdita della propria identità.

Circa le cause del bullismo, gli studi fino ad oggi condotti rimandano a una visione pessimistica della società nel suo complesso. Come afferma Olweus, i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di tutto una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità, in parte per tornaconto personale. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione. Ciò che sembra correlarsi stabilmente con il manifestarsi di comportamenti prepotenti, sono il clima familiare ed in particolare gli stili educativi messi in atto dai genitori. Bambini che vivono in famiglie in cui regnano violenza e sopraffazione hanno maggiori probabilità di interiorizzare schemi di comportamento disadattivi; una madre con scarso coinvolgimento emotivo, uno stile di educazione improntato al permissivismo, sono altri fattori che predispongono ad un rapporto alterato con il mondo esterno.

Rispetto alle caratteristiche personologiche dei protagonisti dell’evento, Olweus dice che i bulli sono caratterizzati da aggressività generalizzata sia verso gli adulti sia verso i coetanei, da impulsività e scarsa empatia verso gli altri, hanno una buona opinione di sé e un atteggiamento positivo verso la violenza. Le vittime sono caratterizzate invece da atteggiamenti ansiosi e insicuri e da scarsa autostima.

Si è constatato che la condizione sia di vittima che di bullo appare legata a difficoltà nel riconoscimento delle emozioni.

Il bullo non agisce da solo, alcuni compagni infatti, svolgono un ruolo di rinforzo, altri formano un pubblico che incita e sostiene l’attività del persecutore, altri ancora si disinteressano; non manca poi chi tenta di opporsi fattivamente alle prepotenze per proteggere la vittima. In questo ruolo di difesa si trovano essenzialmente le femmine.

Godere del favore dei compagni significa disporre di preziose opportunità sociali, il rifiuto al contrario, porta l’ostilità dei compagni che si traduce, di solito, nell’esclusione dalle attività collettive.

Alcuni autori hanno sottolineato la funzione protettiva della relazione amicale: i soggetti con caratteristiche a rischio di vittimizzazione, nella misura in cui hanno amici, sono in grado di reagire e difendersi. Recentemente però l’ipotesi della funzione protettiva si è ridimensionata perchè l’amicizia tra soggetti antisociali può costituire un contesto in cui si pratica la coercizione. I ragazzi che hanno amici aggressivi possono essere spinti ad agire con prepotenza verso i coetanei.

Una ricerca apparsa sulla rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry, svolta da Peter Fonagy dell’University College di Londra[11], ha dimostrato che il miglior modo per combattere il bullismo nelle scuole non sia quello di soffermarsi su coloro che compiono atti di violenza, ne sugli studenti che ne sono vittima, ma piuttosto su coloro che stanno ad osservare, cioè professori, genitori e studenti. Il team di Fonagy ha sottoposto 4000 studenti delle scuole elementari ad un programma della durata di tre anni in cui si invitano gli stessi ragazzi a prendere consapevolezza del proprio ruolo nei confronti degli episodi di violenza, descrivendo le proprie paure e il grado di empatia nei confronti degli studenti molestati. Nessuna punizione veniva inflitta a coloro che compivano atti di bullismo, e nessun tipo di supporto veniva offerto a coloro che subivano angherie. A tre anni dell’inizio del programma, i risultati hanno mostrato una significativa diminuzione degli episodi di violenza nelle scuole che avevano adottato questo programma rispetto alle scuole che avevano messo in atto un programma di controllo, in cui gli studenti vittime ricevevano un supporto psicologico continuo.

Secondo Fonagy la ricerca dimostra che la migliore arma contro il bullismo sia rappresentata dalla consapevolezza del proprio ruolo e di quello degli altri nei confronti degli atti di violenza. Nessun bisogno di intervenire come paladini della giustizia in aiuto dei compagni molestati, ma solo cercare di non chiudere i propri occhi facendo finta di niente. La causa quindi sarebbe dell’indifferenza secondo questo team di psicologi.

 

 1.2.2 I genitori

 

L’Associazione Italiana Genitori A. Ge. negli ultimi tempi si è opposta alla strumentalizzazione mediatica che mette la famiglia sul banco degli accusati a proposito dei problemi connessi al bullismo.

La sera del 13 marzo 2007 si è tenuto un processo mediatico in alcune trasmissioni televisive (Rai 1 e La 7) nei confronti dei genitori che, essendosi avvalsi della facoltà di non rispondere, in quanto assenti, si sono ritrovati pressoché gli unici e colpevoli responsabili delle inefficienze del sistema educativo nazionale e delle politiche scolastiche[12].

Secondo l’Associazione Italiana Genitori molto spesso nascono campagne, anche sulla carta stampata, volte a dimostrare, senza possibilità di replica, che i genitori sono colpevoli del bullismo e del degrado dell’istituzione scolastica, a causa dell’impossibile dialogo con le famiglie.

La famiglia però è sola ad affrontare tutte queste problematiche. Secondo i genitori, manca una adeguata politica di sostegno alle famiglie che consenta loro di affrontare le varie forme di disagio. E manca un vero protagonismo delle famiglie, che a volte sono consultate, spesso sono oggetto di interventi, ma difficilmente sono coinvolte nelle scelte.

Anche sul versante scolastico, si parla sempre più spesso del genitore-utente, e mai del genitore come componente attiva della scuola, come prevede invece la legge. Vi sono temi da sempre elusi dagli operatori della scuola: la partecipazione dei genitori a scuola, faticosamente operata e conquistata, l’alleanza educativa scuola-famiglia, i genitori come possibile risorsa per l’educazione, la corresponsabilità di tutti gli attori dell’educazione scolastica nell’affrontare i problemi vecchi e nuovi, l’associazionismo educativo dei genitori, riconosciuto dalla legge ma ignorato nella pratica.

Un ruolo attivo negli organi collegiali della scuola, il funzionamento dei Forum delle Associazioni dei Genitori nella Scuola, il coinvolgimento dei genitori negli osservatori sul Bullismo: questi sono gli impegni concreti che i genitori chiedono alle istituzioni e al Ministero della Pubblica Istruzione. Spazio e risorse alle associazioni dei genitori per fare formazione ed educazione alla genitorialità.

 

1.2.3 Professori ed Alunni

 

E’ difficile avere una visione completa su ciò che i ragazzi stessi e i professori pensano circa questo fenomeno.

Secondo un’ intervista condotta da un giornalista di “La Stampa” a professori e studenti del liceo scientifico “Galilei” di Cirié, in provincia di Torino[13], alla domanda “Che cosa è per te il bullismo?” gli studenti rispondono che è una forma di espressione adottata da ragazzi soli, immaturi e senza alcuna fiducia in se stessi che cercano di mascherare la loro fragilità attaccando ragazzi più deboli, e a volte più giovani di loro. Questo comportamento, dovuto principalmente a problemi familiari, permette agli adolescenti di costruirsi un mondo parallelo nel quale si sentono ingenuamente migliori.

Alla domanda “Hai mai assistito o sei mai stato vittima di episodi di bullismo?” la maggioranza dei ragazzi risponde di non avere mai subito violenza né verbale né fisica, ma alcuni dicono di essere stati più volte oggetto di scherno, nell’ambito scolastico, da parte di coetanei. Inoltre un gran numero di studenti afferma di aver assistito a fatti di bullismo, ma al di fuori della scuola. Secondo i giovani, per risolvere questo problema, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre, e non solo attraverso uno sportello di ascolto, già presente in questa scuola.

Gli insegnanti, la maggior parte con molti anni di esperienza professionale, rispondono che il bullismo è un fenomeno che si verifica in ragazzi soli interiormente, che hanno il desiderio di farsi notare dagli amici, per cercare l’approvazione che a livello scolastico e familiare non hanno. La maggior parte dei docenti rivela di non aver mai assistito a veri episodi di bullismo.

Secondo gli insegnanti l’atteggiamento costante di sfida, a volte  riscontrabile in classe nei confronti dell’insegnante stesso, e dei compagni, è il segno distintivo del bullo. Per risolvere il problema la maggior parte dei docenti pensa che si debba riflettere con i ragazzi, attraverso il dialogo, mantenendo però la fermezza. Solo una piccola parte di loro suggerisce non il confronto, ma metodi più severi.

 

Capitolo 2

La Teoria della Tecnica Sociale di Fattorello come metodo di interazione con i ragazzi

 

 

2.1 La Teoria della Tecnica Sociale

 

La Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello[14] spiega, con una breve ma esaustiva formula, quali siano le correlazioni tra i vari fattori che operano in ogni processo di informazione.

La formula ideografica della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ha una duplice caratteristica: la prima analitica, in quanto affronta lo studio delle condizioni necessarie e sufficienti ad una corretta informazione; la seconda operativa, perché spiega come attivare un rapporto di informazione.

La sua rappresentazione grafica è la seguente:

X)

M                                                                   M’

 

 

SP                                                            SR-SP’                                                      SR’-SP’’…

 

O                                                                   O’

 

 

Dove:

  1. X) = motivo per cui si mette in atto un rapporto di informazione

SP = Soggetto Promotore

M = Mezzo

O = Formula di Opinione, modo in cui il Soggetto Promotore interpreta i fatti

SR = Soggetto Recettore

 

L’informazione è un fenomeno sociale che diventa concreto nel rapporto tra chi informa, il Soggetto Promotore ( SP), ed il suo destinatario, il Soggetto Recettore (SR).

Il Soggetto Promotore interpreta secondo la propria visione soggettiva un fatto, la materia oggetto del processo di informazione (X), che può essere tutto ciò di cui si vuole informare l’altro (un avvenimento, un evento, un personaggio…). Il Soggetto Promotore trasmette l’informazione grazie ad un Mezzo (M), strumento attraverso cui si comunica il messaggio al Soggetto Recettore.

Il Soggetto Recettore elabora l’informazione usando un modo di raccontare l’accaduto: questo elemento è chiamato “ Formula d’Opinione” e varia a seconda del destinatario del messaggio.

A seconda del Soggetto Recettore varieranno sia la Formula d’Opinione, sia il Mezzo.

Il Soggetto Promotore è colui che si fa carico di iniziare il rapporto di informazione. La lettera S rappresenta un punto chiave nell’identificazione di questo termine, in primo luogo perché tale lettera lo accomuna al Soggetto Recettore e li rende pari, dotati delle medesime capacità cognitive e opinanti, ed in secondo luogo perché mette in evidenza che ciò che il Soggetto Promotore emana è soggettivo. Ogni azione e informazione promossa dal Soggetto Promotore porterà sempre con se la paternità di chi l’ha generata, quindi l’informazione non potrà mai essere obiettiva, sradicata dal contesto di chi la propone, ma al contrario sarà segnata da quei fattori di cui si è nutrito il Soggetto Promotore.

Il Soggetto Promotore, nella formula ideografica, è saldamente legato, da tratti che non hanno un verso preferenziale di percorrenza per sottolineare come tutto sia mutuamente collegato e interdipendente, sia ad M, che rappresenta il mezzo, sia ad O, che rappresenta la formula di opinione adottata per il singolo rapporto di informazione. Il Soggetto Promotore quindi ha la facoltà di scegliere di quale mezzo avvalersi per trasmettere l’informazione scelta.

Il Soggetto Recettore è colui al quale è indirizzato il rapporto di informazione, è il destinatario e il fruitore dell’azione. Non lo si può considerare passivo perché è condizionatore delle opinioni proposte ed è libero di decidere se e a quale formula aderire. I Soggetti Recettori non ricevono un solo rapporto di informazione, quindi bisogna tenere conto che altri Soggetti Promotori potrebbero cercare di interessarlo e di arrivare fino a lui.

Inoltre egli è limitato dal mezzo utilizzato: alcuni strumenti hanno un’estensione limitata, ad esempio i quotidiani locali o regionali, altri strumenti, quali i mass media o i new media, diventano accessibili solo per chi li possiede e per chi può utilizzarli.

Considerando l’enorme diversificazione tra Soggetti Recettori, è necessario avvalersi di studi e di metodi statistico-sociologici per l’analisi del recettore, per sapere dove vive, cosa fa, quali valori sono comuni al suo gruppo. Questi metodi danno vita ai sondaggi d’opinione.

Il Soggetto Recettore, nella formula ideografica, è legato al mezzo M e alla formula d’opinione O, collegamento indispensabile perché è il Soggetto Recettore che influenza O e che suggerisce come dovrebbe essere affinché egli stesso non la rifiuti. Esiste infatti anche la possibilità di rifiutare l’informazione e di non condividere l’opinione proposta.

O rappresenta la formula di opinione, l’interpretazione del fatto, è il tramite tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Recettore. Il Soggetto Promotore deve tener conto delle attitudini sociali del Soggetto Recettore: infatti è solo quando i due soggetti sono sullo stesso piano che ci può essere comunicazione, perché entrambi devono avere qualcosa da mettere in comune e qualcosa su cui convergere, cioè l’opinione. Le formule d’opinione possono essere innumerevoli perché dipendono dalle personalità del Soggetto Promotore e del Soggetto Recettore; O quindi dipende soltanto da SP e da SR e non da X). Infatti su uno stesso avvenimento ( a parità di X) ),  promotori diversi possono costruire formule di opinione diverse per diversi recettori.

Nella rappresentazione ideografica della formula Fattorelliana O non è legato ad M ma ne influenza ugualmente la scelta e l’utilizzo.

Il punto M nella formula ideografica coincide con il mezzo con cui il Soggetto Promotore intende contattare il Soggetto Recettore e rappresenta quella serie di strumenti (voce, editoria, cinema, radio, televisione) che mettono in comunicazione i due soggetti. Il Soggetto Promotore deve scegliere il mezzo più opportuno per selezionare il Soggetto Recettore, cioè per contattare esclusivamente il target prescelto.

Come spiega Giuseppe Ragnetti[15] la teoria di Fattorello è stata definita “sociale” perché il Soggetto Promotore deve tener conto di tutto ciò che ha socializzato l’individuo, i meccanismi sociali che mette in atto nei gruppi, che sono all’origine del processo dell’opinione pubblica.

L’informazione utilizza i mezzi di comunicazione  di massa destinati ad un pubblico indeterminato, tra cui stampa, radio, cinema, televisione ed internet. L’attività del promotore è limitata nella quantità di mezzi di cui dispone e nelle caratteristiche tecniche di questi mezzi.

La realtà non può essere comunicata, ma può essere trasmessa la formula d’opinione che il Soggetto Promotore propone in modo da adattarsi al Soggetto Recettore ed ottenerne l’adesione.

La Tecnica Sociale dell’Informazione del professor Fattorello  ha restituito dignità al Soggetto Recettore, rendendolo protagonista del processo comunicativo. “Il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale perché è figlio del tempo in cui si realizza e non ha nulla a che vedere con il comportamento del recettore.”[16]

 

 2.2 La Tecnica Sociale come metodo di interazione con i ragazzi

 

Una metodologia che si occupi dei processi della relazione comunicativa deve, in base a questa impostazione, necessariamente essere modellata sul recettore.

Come vi è una tecnica industriale per lavorare sui materiali, così esiste una tecnica sociale per agire sulle opinioni degli uomini[17].

Nel caso del bullismo i recettori dell’adulto, professore o genitore che sia, sono i ragazzi. Questi recettori necessitano di un determinato linguaggio e di un determinato mezzo congeniale al loro mondo, al sistema di socializzazione in cui sono cresciuti e ai loro valori.

E’ impensabile voler trovare soluzioni al fenomeno del bullismo senza tener conto dei ragazzi e delle loro esigenze, senza entrare in contatto con loro. Non si possono costruire politiche scolastiche, modelli educativi e sanzionatori dall’alto, senza prima aver capito l’ambito culturale dei giovani e i loro valori. Si, perché non è vero che i giovani di oggi non hanno più valori come molti dicono, ma hanno “valori altri”, che gli adulti, troppo impegnati su sé stessi, non riescono a cogliere.

E’ facile dare la colpa ai rapporti famigliari, alla scuola, al sistema sociale, ai modelli offerti dai media. Ognuno ha la sua opinione ma nessuno si è mai chiesto: “come si può comunicare con i ragazzi entrando in contatto con loro per fargli capire che i loro problemi e le angosce quotidiane non vanno sfogate con la violenza?”. Il punto di partenza sono loro, i ragazzi-recettori.

Solo analizzando i recettori, i ragazzi, si può trovare la forma più opportuna per trasmettere loro una determinata formula di opinione, cioè la negatività dei comportamenti violenti contro i loro compagni.

L’analisi preventiva del recettore deve tener conto della conoscenza dei motivi culturali che possono ispirare il suo comportamento, quindi di credenze e tradizioni che appartengono al suo mondo. Il singolo comportamento spesso è condizionato anche dal conformismo sociale e dai fattori di conformità[18].

Affinché la trasmissione dal primo al secondo termine, cioè dal soggetto promotore al soggetto recettore, diventi operante “è necessario che la forma immessa nel processo abbia una tale carica sociale da determinare quella adesione di opinione che ci proponiamo di ottenere dal recettore. La carica di forza sociale dipende anche dal fattore di conformità, il quale deve essere tale da raggiungere il recettore nel punto di maggiore sensibilità: ciò si ottiene con un adeguamento ai suoi desideri oppure alla sua curiosità”[19]. Solo così può verificarsi il fenomeno che Fattorello chiama “polarizzazione delle opinioni”. Adeguarsi ai desideri dei ragazzi, alla loro curiosità. Parlare con loro mettendosi alla pari, capire le loro esigenze. Questo potrebbe essere un metodo di prevenzione agli episodi di bullismo.

Il promotore sceglie lo strumento più adatto al suo scopo e configura il messaggio nel modo più conveniente al fine di ottenere l’adesione di opinione cui mira. Il recettore infatti obbliga il promotore alla conoscenza delle sue possibilità e facoltà recettive e condiziona l’elaborazione dei messaggi che gli devono essere adeguati, altrimenti non saranno percepiti.

I messaggi destinati ai ragazzi devono essere formulati in base ai valori dei giovani: solo così le formule di opinione di genitori e insegnanti riusciranno a trovare accoglimento nei ragazzi e la loro adesione. La comunicazione avverrà quando, tra promotore-adulto e recettore-ragazzo, ci sarà convergenza di interpretazione su quanto proposto. I ragazzi interpretano il messaggio accettando o respingendo le formule di opinione proposte a seconda che queste rispecchino o meno la loro scala di valori, le loro attitudine sociale e la loro acculturazione.

Spesso si parla di divario generazionale e di contestazione da parte delle nuove generazioni. Questo è dovuto semplicemente al fatto che, nell’interazione, gli adulti applicano la loro scala di valori, ma questa differisce completamente da quella dei ragazzi.

In conclusione, le armi migliori sono quelle più semplici: ascoltare i ragazzi e farli parlare.

 

Bibliografia e Sitografia

 

Fagnani G., Il bullismo e i suoi aspetti. Il fattore amicizia, www.psicolab.net.

Fattorello F., La teoria della Tecnica sociale dell’informazione, a cura di G.Ragnetti, Quattro Venti, Urbino, 2005

Olweus D., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti Editore, Firenze 1996

Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

 

www.age.it

www.censis.it

www.lastampa.it

www.opsonline.it

www.psicolab.net

Chi ha paura del lupo cattivo? Pubblicità e condizionamento

Serena Calabrò

Corso di Tecniche di Relazione  (Prof. Ragnetti) – A.A.2008-2009

CHI HA PAURA DEL LUPO CATTIVO? PUBBLICITÀ E CONDIZIONAMENTO

Coloro che hanno in mano questo meccanismo (la pubblicità) […] costituiscono […] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. […] Sono loro che manovrano i fili… “.

È con questo tono, direi alquanto apocalittico, che Edward Bernays, pubblicitario vissuto tra il 1891 e il 1955, parla della pubblicità in un libro dall’eloquente titolo: “Propagande”.

Si parla addirittura di “mente plasmata”, di “gusti formati”, di “idee suggerite”. Insomma: al nostro povero “individuo”, secondo questa tragica visione, rimarrebbe ben poco di individuale! Bernays aveva organizzato la campagna pubblicitaria per la American Tobacco Company negli anni Venti. L’obiettivo era quello di incitare le donne a fumare e per questo il pubblicitario aveva scelto di associare visivamente, in maniera costante, la sigaretta e i diritti o la libertà della donna. Si registrò, successivamente, un notevole aumento delle vendite.

Dobbiamo ammettere che la considerazione per le facoltà dell’uomo fosse, già allora, piuttosto bassa!

Fiumi e fiumi di inchiostro versati per mettere in guardia il povero consumatore dal mostro cattivo che è la pubblicità! Ricerche e indagini, d’altro canto, per studiare la psiche del consumatore ideale, per entrare “nelle sue viscere”, per aprire il suo cervello e guidarlo come un burattino nei meandri del mercato! Niente di più sbagliato.

Si pretende di poter “manipolare” (nel senso più logorato e negativo del termine) l’individuo: basterebbe una buona pubblicità, la cui formula sarebbe segreta o sconosciuta (fate voi!), per ottenere il proprio scopo. Solo una bacchetta magica e, di fronte alla stragrande potenza di uno spot televisivo di 30 secondi, il popolo dei consumatori sarebbe sconfitto!

A giudicare da quanto detto dovremmo avere le case piene di Coca Cola, Sofficini e biscotti Plasmon! Per fortuna non è così! Ma…andiamo con ordine!! A proposito di coca cola…e di pop corn…

Tra i più grandi strafalcioni della storia non possiamo non citare la grande e terribile potenza attribuita alla cosiddetta pubblicità subliminale! Solo il nome incute paura al povero e ignaro cittadino del mondo!

In realtà non c’è niente di più divertente (od offensivo: dipende dai punti di vista!) per chi sia dotato di almeno un pizzico di ironia e, soprattutto, di quella (naturale) consapevolezza delle proprie prerogative e qualità, peraltro prettamente umane!

L’evento che portò alla ribalta l’argomento della pubblicità subliminale è ormai molto noto.

Nel 1957 James Vicary, uno studioso di marketing, durante la proiezione di un film, mandò sullo schermo tramite un apposito strumento, le scritte «bevete Coca-Cola» e «mangiate pop corn». Il tempo di proiezione, 1/3000 di secondo, risultava così breve da rendere impossibile la visione agli spettatori. Alla fine del film si scoprì che vi era stato un consumo medio di Coca-Cola e pop corn statisticamente superiore alla media, dal che se ne dedusse che il comportamento d’acquisto era stato condizionato da quel messaggio non visto (subliminale). L’ulteriore deduzione che seguiva era incredibile: si prospettava l’ipotesi di poter influenzare i consumi di una persona semplicemente proponendole dei messaggi di cui essa stessa rimaneva ignara. Ne derivò un dibattito a livello etico sulle implicazioni di questa tecnica e, contemporaneamente, aumentarono le pressioni e gli studi sulla “formula magica” utilizzata da Vicary. A nulla valse la sua più radicale affermazione:

«L’esperimento era stato tutta una montatura […] allo scopo di allargare la clientela della mia ditta di marketing che attraversava un momento di difficoltà»(1962).

Dal 1962 ad oggi non è cambiato molto! Forti dell’esperienza americana, ancora nel XX secolo, nonostante i risultati raggiunti dalle discipline inerenti la comunicazione, si pretende di parlare in maniera asimmetrica di “emittente” e “destinatario”, con la consequenziale dequalificazione quasi totale dell’individuo.

Ancora oggi parliamo di “target”, il nostro “bersaglio”, obiettivo dell’alluvione mediatica cui siamo sottoposti ogni giorno (ma…ce ne rendiamo davvero conto???). Il target è il soggetto diventato oggetto, è incapace di opporre resistenza alla “pioggia” incessante di messaggi.

E ancora oggi le librerie proliferano di studi sulla persuasione (occulta o manifesta che sia), sulla sottomissione totale del cliente. Sappiamo qual è il più grande potere della pubblicità? Semplice: saper creare necessità e bisogni.

Da questa visione quasi fantascientifica sembrerebbe che, studiando i meccanismi della psiche alla base dell’atto dell’acquisto, si riuscirebbe ad indurre noi consumatori a comprare un determinato prodotto indipendentemente dalla sua necessità pratica. Tuttavia ne usciremmo soddisfatti, almeno psicologicamente.

Ed è questo il nodo centrale e la base da cui si perpetua l’errore primitivo della sopravvalutazione della pubblicità. Essa, infatti, è pur sempre informazione così come viene intesa dalla tecnica sociale. Pertanto, come fenomeno sociale, deve fare i conti con un recettore che, non soltanto si vede riconosciuto lo status di “soggetto opinante”, ma, ugualmente, è inserito in un contesto sociale e storico ben preciso, fa parte di un gruppo, al quale tende a uniformarsi, ed è figlio di un processo di acculturazione che ne ha definito le attitudini e gli interessi.

La pubblicità, pertanto, per quanto possa essere ben costruita, non può assolutamente agire sulle attitudini, non può creare nuovi bisogni o necessità, non inventa nulla, si limita a dar voce a quello che già esiste. Essa può agire soltanto, in una dimensione concorrenziale con l’intero mondo pubblicitario, su quella creatura mutevole e imperfetta che è l’opinione proponendo la sua “forma” della realtà e non la realtà stessa.

Suo obiettivo dovrebbe essere non tanto la ricerca degli strani meccanismi psicologici per “forzare la testa” dell’individuo (cosa peraltro impossibile: è l’individuo che si “apre” al messaggio), ma, piuttosto, la confezione di un messaggio calibrato sull’individuo stesso, un messaggio costruito per ottenere una sua adesione d’opinione. Adesione d’opinione che non significa necessariamente e di conseguenza atto dell’acquisto: l’atto in sé è un momento esterno al fenomeno sociale e dipende da fattori e variabili contingenti all’individuo (possibilità economica, accessibilità del prodotto ecc).

Qualcuno potrebbe allora chiedersi: come spieghiamo allora l’assalto ai negozi per l’acquisto dell’ultimo gioiello della tecnologia?

In due parole: conformismo sociale. È impossibile resistervi. L’uomo ha bisogno di essere accettato dal gruppo e si conforma ai suoi valori. Opinare è l’atto supremo dell’umanità dell’individuo: significa porsi in rapporto col mondo e con gli altri.

La solitudine uccide l’uomo.

La Comunicazione

LA COMUNICAZIONE

Semplice e Complessa
come i sogni più nascosti
Confusa e Chiara
come il ricordo più lontano
Piacevole e Imbarazzante
come una dichiarazione d’affetto
Sincera e Diplomatica
come un accordo di pace
Impulsiva e Ragionata
come una giovane poesia
Colorata e Spenta
come il ritratto della vita

Miliardi di farfalle variopinte
che svolazzano
sembrano perse
ma stanno solo aspettando
la brezza giusta
che le aiuti a raggiungere
la loro meta
Miliardi di farfalle variopinte
che uscite
in fretta
da una bocca sfrenata
arrivano in un orecchio
poco attento
che le muta in serpenti
e le caccia via.

Beatrice Pini
Urbino 07/06/05 ( Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione. Esame di Tecniche relazionali e comunicative. Prof. Giuseppe RAGNETTI Voto: Trenta e lode)

 

Chomsky e Fattorello a confronto: tra manipolazione e libertà

 

CORSO DI METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E TECNICHE DELLA COMUNICAZIONE

Prof. Giuseppe Ragnetti – Anno 2011

Lavoro finale di Marta Minotti

 

CHOMSKY E FATTORELLO A CONFRONTO: TRA MANIPOLAZIONE E LIBERTA’

Abstract

Il presente lavoro si propone di mettere a confronto le teorie elaborate rispettivamente da Noam Chomsky e da Francesco Fattorello riguardanti l’ambito della sociologia della comunicazione.

All’affermazione pessimistica di Chomsky secondo cui “i cittadini delle società democratiche dovrebbero seguire un corso di autodifesa intellettuale per evitare la manipolazione e il controllo”, Fattorello risponde tramite la sua tecnica sociale dell’informazione, che attribuisce pari dignità ai soggetti del processo comunicativo. Il soggetto recettore giudica liberamente e autonomamente le opinioni formulate dal soggetto promotore, il quale non è in grado di influire sulle scelte del soggetto recettore. Quest’ultimo agirà in base ai proprio bisogni e in base a degli schemi che sono frutto della sua acculturazione.

Si concluderà affermando che, contrariamente a ciò che viene sostenuto da Chomsky, non esiste alcuna forma di controllo ideologico sulla popolazione; piuttosto, sarà quest’ultima a dettare le leggi che sono alla base del processo di comunicazione, indicando agli “addetti ai lavori” le proprie aspettative e, soprattutto, i propri bisogni.

Sei al bar, sei uscito con i tuoi amici, per divagarti, per prendere un caffè, per stare un po’ in allegria. Si affrontano vari argomenti, si parla del più e del meno, si menziona un programma televisivo, un servizio del telegiornale, una pubblicità che ci ha particolarmente colpito e si finisce inevitabilmente per condire i nostri discorsi con “ingredienti lessicali” dal gusto amaro: condizionamento, persuasione occulta, messaggi subliminali, strapotere dei mezzi di comunicazione. Al bar eri entrato come libero cittadino, come libero pensatore, credendo di aver arbitrariamente deciso di condividere con i tuoi amici un sabato pomeriggio, davanti ad un caffè gustoso e ad una brioche deliziosa.

Alla fine, torni a casa con la convinzione che quell’uscita non possa più essere definita come “libera”, bensì come “condizionata” da una serie di fattori a noi ignoti, da una forza suprema che si è insinuata in maniera subdola nella nostra psiche al punto da obbligarci a frequentare quegli amici, quel bar, a bere quel caffè e a mangiare quella brioche.

Ma cosa ci spinge a pensare che qualcuno o qualcosa complotti contro di noi? Che qualsiasi cosa facciamo sia il frutto di una manipolazione da parte di cospiratori che controllano le nostre menti affinché tramite le nostre azioni possano raggiungere i loro scopi economici e politici?

L’esempio citato potrebbe sembrare un’esagerazione; si pensi, tuttavia, a quante volte si finisce per attribuire la scelta di un prodotto, nel nostro caso un caffè o una brioche, a un condizionamento che l’ambiente o la pubblicità ha operato su di noi.

Ma a cosa si può imputare la causa di questo senso di oppressione e di persecuzione che genera inevitabilmente pessimismo? La risposta si trova nei manuali di sociologia della comunicazione: a cavallo tra fine Ottocento e inizi Novecento, prendono piede in Europa nuove teorie riguardanti la società, come il concetto di “uomo-massa”, che ha particolare risonanza all’interno della Scuola di Francoforte.

Quest’ultima afferma che la legittimazione dell’ideologia dominante avviene attraverso un consumo quasi esclusivamente passivo che impedisce ogni forma di ribellione. La massa indistinta accetta in modo passivo e acritico le strutture di dominio esistenti. Attraverso le merci, e in particolar modo tramite i prodotti dell’industria culturale, la logica del capitalismo si impone al punto da non consentire più sguardi critici.

Anche oltreoceano si avverte l’eco di tali teorie: si sviluppano delle scuole di pensiero che definiscono il consumatore come target, ossia come bersaglio che gli strumenti del potere possono colpire a loro piacimento in modo da costringerlo a compiere involontariamente azioni finalizzate ai loro scopi utilitaristici.

Nell’ambito di tali teorie, si impone in particolar modo, a partire dalla fine degli anni ’60, quella di Noam Chomsky, linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense, il cui intento è quello di spiegare come avvenga la disinformazione e quindi la manipolazione intellettuale dell’opinione pubblica attraverso i mass media.

Egli parte dal presupposto che chi detiene lo strumento dell’informazione/comunicazione ha il mezzo indispensabile per poter “comandare” tutto, in ogni settore della vita pubblica e privata. Chomsky è famoso per aver elaborato un decalogo che indica le diverse strategie utilizzate dai mass media per manipolare tutta l’opinione pubblica interessata.

Il primo punto riguarda la strategia della distrazione, secondo cui le élite politiche ed economiche distolgono l’attenzione del pubblico dai problemi importanti, inondandoli di informazioni insignificanti. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”.

Il secondo punto analizza il metodo del “problema – reazione – soluzione”: ad esempio, creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. Il terzo punto riguarda la strategia della gradualità: per far accettare una misura impopolare, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.

Inoltre, aggiunge Chomsky, una strategia per far accettare una decisione impopolare è presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. Il quinto punto spiega come la maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usi discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni.

Inoltre, la pubblicità sfrutta l’aspetto emozionale molto più della riflessione, in quanto il tono emotivo permette di influire sull’inconscio in modo da iniettare idee, desideri, paure, timori o da provocare determinati comportamenti. Le élite del potere devono mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità, spingendo il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.

Bisogna far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile delle proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. In ultimo, comandamento fondamentale, è conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca, in modo che il sistema possa esercitare un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Il decalogo citato è frutto di un attento studio sul sistema dei mass media, i quali, afferma Chomsky,
assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma allo stesso tempo di inculcare negli individui, tramite una propaganda sistematica, valori, credenze e codici di comportamento.

Tuttavia, i mass media sono a loro volta nelle mani di un’élite dominante che svolge nei loro confronti un controllo monopolistico affinché essi servano i loro fini. La parte dei media in grado di raggiungere un pubblico sostanzioso è legata a grandi imprese, a loro volta controllate da gruppi ancora più grandi. Le notizie devono passare attraverso dei “filtri” messi a punto dalle élite dominanti affinché esse possano arrivare alla stampa prive di tutti quegli elementi che non siano meritevoli di pubblicazione.

Tali filtri agiscono in modo talmente subdolo da ingannare anche i giornalisti: questi ultimi sono convinti di agire con assoluta onestà e in perfetta buona fede e di scegliere e interpretare le notizie in modo oggettivo e nel rispetto dei valori professionali. È anche vero che i giornalisti che entrano nel sistema non possono farsi strada se non si adeguano alla pressione ideologica ad opera degli inserzionisti pubblicitari.

L’obiettivo di Chomsky è spiegare il funzionamento dei più avanzati sistemi democratici dell’era moderna, i quali, pur dovendo in linea di principio erigere il popolo a sovrano di tutte le decisioni, vedono il potere concentrasi nelle mani della classe privilegiata, che modella il modo di pensare della popolazione in base ai suoi interessi.

“La mia personale opinione”, afferma Chomsky, “è che i cittadini delle società democratiche dovrebbero impegnarsi in un lavoro di autodifesa intellettuale per proteggersi dalla manipolazione e dal controllo e per gettare le basi d’una democrazia più significativa”.

Pertanto, egli propone una “democratizzazione” dei media, ossia il loro affrancamento dai vincoli del potere privato o statale e auspica che emergano delle forze popolari in grado di opporsi alle strutture del dominio e dell’autorità che governano le vite degli uomini attraverso un sistema di illusioni e inganni adottato per mantenere passiva e marginalizzata “la plebe”.

Con particolare riferimento agli Stati Uniti, Chomsky afferma che dal 1917 fino alla fine degli anni ’80, la “belva bolscevica” ha fornito una pronta giustificazione per accettare ogni violenza legata agli interventi statunitensi nel Terzo Mondo. Il potere e la brutalità della tirannia sovietica erano usati per impaurire la popolazione e quindi per indurla ad accettare sacrifici e disciplina.

La scomparsa dell’URSS ha imposto uno spostamento dell’orientamento propagandistico verso il terrorismo internazionale, i narcotrafficanti latinoamericani, gli arabi, ecc.
I giornalisti scoprono che conformarsi al sistema ideologico architettato dal potere statale e dalla grande industria è più semplice e permette di ottenere privilegi e prestigio. Mettere in questione l’ideologia dominante significherebbe essere tacciati di fanatismo ideologico e essere espulsi dal sistema.

In questo modo, i media principali e le altre istituzioni ideologiche non fanno che riflettere le prospettive e gli interessi del potere costituito. Chomsky afferma che, nelle società democratiche più avanzate, si riscontra il declino progressivo delle istituzioni culturali che appoggiano valori e interessi diversi da quelli dominanti, così da privare i singoli dei mezzi necessari per pensare e agire in maniera autonoma al di fuori dell’assetto imposto dal potere economico.

Chomsky emana una sentenza molto pessimistica, ritenendo necessario assicurare che coloro che governano il Paese e che controllano gli investimenti siano contenti, altrimenti tutti saranno costretti a soffrire: “per i senzatetto che stanno nelle strade, quindi, è prioritario far sì che gli abitanti delle ville siano ragionevolmente soddisfatti; […] l’unica cosa razionale da fare appare la massimizzazione dei vantaggi individuali a breve termine, insieme alla sottomissione, all’obbedienza, nonché all’abbandono dell’arena pubblica”.

Nella nostra democrazia, afferma Chomsky, “il cittadino è un consumatore, un osservatore, non un partecipante”. Sono coloro che detengono il potere economico ad assumersi l’onere di controllare la pubblica opinione, costruendo il consenso attraverso i media e sopprimendo le forze contrarie al loro potere. Per dimostrare la modalità con cui si esplica l’operazione di controllo ideologico interno, Chomsky ha analizzato in particolar modo il periodo storico della Guerra del Vietnam e dei movimenti popolari degli anni ’60 che dovevano essere controllati e neutralizzati, avendo messo in pericolo le capacità concorrenziali delle grandi imprese americane sul mercato mondiale.

Dunque, è stato necessario svolgere un’intensa operazione di fabbricazione del consenso nei confronti dell’élite culturale per costituire “l’illusione necessaria” degli Stati Uniti come parte offesa e dei vietnamiti come aggressori. Infatti, il bersaglio principale della propaganda è di regola costituito da quelli che sono ritenuti “i membri più saggi della comunità”, gli “intellettuali”, gli “opinion leader”, che servono ad arginare possibili sommosse popolari e a controllare il consenso.

Chomsky afferma che nel sistema democratico le illusioni necessarie non possono essere imposte con la forza, ma devono essere istillate nella mente delle persone con mezzi più raffinati. In democrazia c’è sempre il pericolo che il pensiero indipendente dia origine ad un atto sovversivo, quindi è indispensabile eliminare tale pericolo.

Tuttavia, il dibattito non può essere messo a tacere, né sarebbe opportuno farlo, perché in un sistema propagandistico ben organizzato esso può avere una funzione di appoggio alle istituzioni se incanalato entro limiti adeguati e ben precisi. Sempre rimanendo entro confini adeguati, il dibattito va addirittura incoraggiato, perché contribuisce all’affermazione delle dottrine dell’élite dominante e contemporaneamente consolida l’impressione che la libertà imperi. Ai media è data la possibilità di contestare la politica governativa soltanto all’interno della griglia di problemi determinata dagli interessi dello Stato e del potere economico.

I media, dice Chomsky, sono agenzie di manipolazione, indottrinamento e controllo al servizio dei potenti e dei privilegiati.
Nell’assetto sociale attuale, la gente comune deve continuare ad essere oggetto da manipolare, non un soggetto in grado di pensare, di partecipare al dibattito, alle decisioni. Tutto ciò può dare l’impressione che il sistema sia onnipotente, ma è bel lungi dall’esserlo: la gente può resistere e a volte lo fa con grande efficacia.

L’esistenza di limitazioni interne, anche in uno Stato potente, consente alle sue vittime un margine di sopravvivenza e ciò non dovrebbe mai essere dimenticato.

Chomsky si fa portavoce di una “politica democratica della comunicazione” che dovrebbe cercare di sviluppare mezzi d’espressione e d’interazione che favoriscano l’azione individuale e collettiva. Tuttavia, Chomsky afferma che le prospettive di successo d’una tale politica sono inevitabilmente limitate dal potere delle élite, che determina il funzionamento delle principali istituzioni sociali.

La risposta risiederebbe nelle prospettive di successo di quei movimenti popolari, che hanno a cuore i valori repressi o marginalizzati nell’attuale ordine sociale e politico.

Chomsky, nel suo libro “La Fabbrica del Consenso”, afferma che le critiche istituzionali che lui e il coautore del libro hanno presentato vengono comunemente liquidate dai commentatori dell’establishement come “teorie cospiratorie”, ma questo è solo un modo per sbarazzarsi del problema. Il loro studio, al contrario, è legato ad una profonda analisi di mercato, che ha smascherato la modalità con cui le élite del potere, supportate dalle élite intellettuali, riescono ad imporsi e a far valere il loro operato, attraverso un annientamento progressivo dell’opinione pubblica, che resta passiva e dunque incapace di far valere la sua opinione.

Tali considerazioni, seppur convalidate da un’attenta analisi, sono ormai completamente inaccettabili per chi, pur per un breve periodo, si è abbeverato alla sorgente “Fattorello”, fonte di teorie e pensieri positivi che liberano il soggetto dalla paura e dalla gabbia della manipolazione.

Il significato profondo degli studi fattorelliani sta nell’aver rivalutato il soggetto recettore rispetto al soggetto promotore: l’opinione proposta da una minoranza ottiene l’adesione dei recettori che non la accettano passivamente, ma soltanto dopo una valutazione di coerenza con la propria scala di valori. Solo una volta concessa l’adesione il recettore farà sua l’opinione proposta e la sosterrà presso altri recettori.

Nel caso specifico della propaganda, fenomeno preso in esame da Chomsky, Fattorello dice che
è semplice agire sulle opinioni, ma i comportamenti umani restano difficili da prevedere. Quando si parla di propaganda ci si riferisce sempre all’ambito dell’informazione, intesa come tecnica sociale, che giunge all’adesione d’opinione attraverso lo studio delle attitudini sociali che scaturiscono dall’acculturazione dell’individuo.

Per cui l’informazione non ha nulla a che vedere né con la psicologia dell’individuo né con il suo inconscio; di conseguenza non sono psicologiche le tecniche da adottare per agire sull’opinione degli uomini. La tecnica è stata definita “sociale” perché non ha nulla a che fare con i meccanismi della psiche umana che verrebbe, secondo Chomsky, manipolata da seducenti imbonitori dotati di poteri magici in grado di irretire dei “poveri” recettori (lettori, spettatori, consumatori) che quindi non avrebbero alcun scampo.

I parametri di cui il tecnico dell’informazione deve tener conto sono l’acculturazione e la socializzazione dell’individuo. La comunicazione avrà luogo solo quando le opinioni del promotore e del recettore convergeranno in un’unica interpretazione.
Non esiste dunque ciò che viene definito “strapotere” dei mezzi della comunicazione. Sono solo un’illusione gli uomini che hanno superpoteri che condizionano gli esseri umani.

Basta parlare di persuasione occulta e evitiamo di ascoltare coloro che parlano con superficialità di informazione e di comunicazione. Il recettore non è più da considerare oggetto passivo della comunicazione, ma soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Come è stato dimostrato, la Teoria della Tecnica Sociale si pone in antitesi con l’impostazione teorica di Chomsky e dei suoi seguaci, nonché con l’impostazione anglosassone che per decenni ha fatto leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione la capacità di “persuasione occulta”.

Non è facile per Fattorello affermare a gran voce la sua teoria, in quanto il periodo in cui si manifesta la sua visione è totalmente influenzato dall’impostazione teorica anglosassone che, come detto in precedenza, vede la comunicazione come un processo subito da un ricevente passivo. Superare l’idea del recettore come target e come altamente condizionabile è stata la sfida dei fattorelliani che hanno di tutta risposta proposto un soggetto recettore dotato delle stesse facoltà opinanti del soggetto promotore.

L’informazione del giornalista, come informazione contingente, potrà “manipolare” positivamente il fatto, per rivestirlo di quell’abito lucente e attraente che lo rende appetibile al consumatore, riconfermando le opinioni cristallizzate e i valori su cui si basa il pubblico. L’individuo, infatti, si conforma automaticamente con quei valori che egli identifica con la verità, col bene, mentre tutto ciò che non riconosce come parte del suo bagaglio culturale rappresenta l’errore e il male.

Le opinioni cristallizzate oppongono resistenza ad ogni trasformazione e concorrono a creare nell’individuo una barriera che contrasta l’entrata di opinioni che non riconosce.

La Tecnica di Francesco Fattorello rappresenta quindi il superamento delle teorie di Chomsky in quanto stabilisce che è possibile influenzare l’opinione di un individuo e non i suoi comportamenti. Tutto ciò che si può ottenere è un’adesione di opinione, ma non si può fare nulla per condizionare i comportamenti degli uomini, che posseggono un sistema di valori determinato dalla loro dimensione culturale e sociale.

BIBLIOGRAFIA

Chomsky N., Illusioni necessarie. Mass media e democrazia, Elèuthera editrice, 1991.
Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, Edizioni Quattro Venti, Urbino, 2006.
Fattorello, F., Teoria della tecnica sociale dell’informazione, Edizioni Quattro Venti, Urbino, 2005.
Abbruzzese A e Mancini P., Sociologie della comunicazione, Gius. Laterza & Figli, 2007.

Il perchè di una ristampa

Francesco Fattorello

TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE

a cura di Giuseppe Ragnetti

DEDICATA A …..

A Francesco Fattorello mio maestro.
Mi ha aiutato ed è riuscito a farmi
risalire dal baratro
in cui ero sprofondato.
Il baratro dello “strapotere”
dei mezzi di comunicazione.
Il baratro di superuomini
in grado di condizionare i
comportamenti degli
esseri umani.
Il baratro della persuasione
occulta.
Il baratro di suggestive teorie
anglosassoni capaci di
costruire frecce avvelenate
destinate ad una umanità
incapace di intendere e di volere e
ridotta a semplice bersaglio o meglio
target.
Il baratro della superficialità
e dell’incompetenza di
tutti coloro che si occupano di
informazione e comunicazione
sulla base dei più abusati luoghi comuni.

 

IL PERCHE’ DELLA RISTAMPA …..
A vent’anni dalla scomparsa di Francesco Fattorello e a distanza di diversi decenni dall’ultima edizione, ho sentito il dovere di pubblicare di nuovo la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ideata e insegnata per la prima volta da Francesco Fattorello sin dall’anno accademico 1947/ ‘48.

Come direttore dell’Istituto che porta il nome dell’insigne studioso ho avuto la responsabilità di diffondere i suoi insegnamenti attraverso i corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali regolarmente attivati ormai da sessanta anni ed ora, attraverso questa nuova edizione della Tecnica Sociale.

L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di mettere a disposizione degli studenti e degli operatori interessati l’approccio teorico fattorelliano che rappresenta una visione di una incredibile modernità e ci sembra poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

La Tecnica Sociale dell’Informazione è l’unica teoria italiana del settore, formulata su rigorose basi scientifiche.
E’ una costruzione metodologica profondamente radicata nella tradizione culturale europea proprio perché si basa sul presupposto che non possa esistere una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove e chi riceve la comunicazione, debba necessariamente essere tarata sul recettore.

Ecco allora il recettore non più oggetto passivo della comunicazione che diviene, a sua volta, un soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre e comunque con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Da qui l’apporto fondamentale di una Tecnica Sociale che ricerca l’adesione e quindi il consenso dei destinatari sulla base delle loro attitudini sociali.

Attitudini sociali intese come disponibilità ad accettare le opinioni proposte, a seconda della propria acculturazione, intendendo per acculturazione tutto ciò che l’ambiente sociale ha, inevitabilmente, trasferito nell’arco di tutta una vita a qualsiasi essere umano. La Teoria della Tecnica Sociale si pone in netta antitesi con l’impostazione teorica anglosassone che per decenni ha inteso far leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione in senso lato capacità di “persuasione occulta”.

L’impostazione teorica di Francesco Fattorello, fondatore della “Scuola di Roma”, in tutto il contesto internazionale ha ormai acquisito sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che si occupano di informazione e comunicazione.

In altri termini, possiamo tranquillamente affermare che oggi l’approccio mondiale alla comunicazione scaturisce dall’impostazione teorica fattorelliana.

Per concludere mi piace riproporre la prefazione alla terza edizione pubblicata nel 1963 così come Fattorello aveva scritto :
“L’interessamento da più parti dimostrato per la mia tecnica sociale dell’informazione mi ha spinto a pubblicare questo breve saggio per mezzo del quale il lettore viene introdotto alla interpretazione da me data al fenomeno sociale dell’informazione.

Le esperienze fatte nelle scuole dove questa teoria viene insegnata ed applicata già da parecchi anni e più il fatto che in luoghi diversi se ne citano i termini o si fanno illazioni senza indicare la fonte o la paternità della teoria stessa, mi inducono a superare la riservatezza cui mi ero attenuto fin qui proponendomi, caso mai, di apportare a questo testo altri perfezionamenti.
A questa pubblicazione mi hanno indotto segnatamente i miei colleghi e allievi del Centre International d’ Enseignement Superieur du Journalisme dell’Università di Strasburgo che hanno ascoltato le miei lezioni e discusso le miei proposizioni. Ed è appunto confortato segnatamente da queste discussioni fatte in una sede internazionale, con esperti che provenivano da tutte le parti del mondo, che mi sono deciso a pubblicare questa prima esposizione della mia sistematica.

Qualcuno dei capitoli qui pubblicati era già apparso nelle stampe, ma qui viene ripubblicato con modifiche o con varianti intese a rendere in modo più chiaro e completo il mio pensiero.

Per l’esattezza cronologica questa teoria fu esposta per la prima volta al Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche, istituito in seno alla Facoltà di Scienze Statistiche della Università degli Studi di Roma, nell’anno accademico 1947/ ’48. Successivamente essa divenne anche uno degli argomenti del programma didattico del Centro Internazionale di Strasburgo.
Questa terza edizione, che appare nel 1963, comprende due capitoli in più delle edizioni precedenti. Con questi ritengo di aver completato la mia esposizione.”

Cambia i pensieri e cambierai il mondo, cambia il linguaggio e cambierai i pensieri: rigore linguistico o torre di Babele ?

Università degli Studi “Carlo Bo” Urbino
Laurea Specialistica in Editoria Media e Giornalismo
Esame di “TECNICHE DI RELAZIONE”
Prof. Giuseppe Ragnetti
Elaborato scritto di: Valentina Volpini
Anno Accademico 2009-2010

CAMBIA I PENSIERI E CAMBIERAI IL MONDO, CAMBIA IL LINGUAGGIO E CAMBIERAI I PENSIERI: RIGORE LINGUISTICO O TORRE DI BABELE?

Partiamo da un concetto, quello di cultura. Esistono diverse accezioni di questo termine, a seconda che ci si riferisca al suo rapporto con la natura, con l’educazione, con la civiltà, con la società. Forse scegliere quest’ultima accezione può essere più utile ai fini di un discorso generale. Da un punto di vista sociologico la cultura viene definita come l’insieme della produzione spirituale e materiale di una certa entità sociale.

Ogni società ha una propria cultura, intesa come l’insieme dei modi di vita che contraddistinguono quella società o un gruppo sociale determinato, e che questi riconoscono come proprio e tramandano di generazione in generazione: valori, norme, usanze, credenze, istituzioni, prodotti artistici ecc. La condivisione di tali elementi è il risultato di un processo che si svolge gradualmente nel tempo, e si articola in un’ assimilazione di opinioni, che si cristallizzano e si stabilizzano.

E’ questa caratteristica a rendere difficile la modificazione della cultura di una società. Così come la cultura, anche la visione del mondo di un soggetto, è frutto di una sedimentazione, avvenuta gradualmente, cominciata nell’ambito familiare, proseguita attraverso l’educazione ricevuta e consolidatasi nel tempo. Difficilmente un soggetto rinuncia alla propria opinione, al proprio pensiero sul mondo.

E’ pur vero, che un individuo, nella realtà attuale, si trova immerso in una rete di rapporti di informazione, ed è soggetto quindi a un notevolissimo numero di formule d’opinione diverse che riceve da altrettanti soggetti promotori, valutando poi se adottare tali opinioni o rifiutarle.

Se agendo da soggetto recettore, l’individuo decide di adottare la formula d’opinione che ha ricevuto e quindi di dare la sua adesione d’opinione, dal punto di vista del soggetto promotore che ha messo in moto il rapporto d’informazione, si può parlare di comunicazione; se non c’è adesione d’opinione, la comunicazione non avviene.

Affinché avvenga la comunicazione, affinché cioè il rapporto di informazione vada a buon fine, bisogna considerare il condizionamento reciproco degli elementi di tale rapporto.

x) M
Sp Sr
O

Il fatto, la notizia, l’evento, il motivo per cui viene iniziato un rapporto di informazione (x), condiziona innanzi tutto le scelte del soggetto promotore (Sp). Egli sceglie il mezzo (M) con cui comunicare e configura il messaggio in base al soggetto recettore (Sr). Il mezzo impone al Sp di rispettare le proprie caratteristiche tecniche e al Sr di possedere certe facoltà per gestire tale mezzo. Inoltre la formula d’opinione (O) è messa in forma in un certo modo dal Sp, e condiziona la scelta del mezzo con cui essere comunicata.

Infine il Sr obbliga il Sp a conoscere le sue facoltà e ad adeguare di conseguenza la formula d’opinione e il mezzo. Un Sp quindi, nel mettere in atto un rapporto d’informazione, deve tener ben presente che il suo obiettivo è ottenere un’adesione d’opinione e che per riuscirci, non può prescindere dai condizionamenti interni.

Dunque è fondamentale il modo in cui viene portato avanti il rapporto comunicativo. Da ciò deriva che l’idea che un contenuto possa essere comunicato così come è nella mente del soggetto promotore è un’illusione; la formula d’opinione va adattata al recettore, affinché egli, prima di poter valutare se aderire o meno, possa comprenderla.

Uscendo per un attimo dalla teoria, possiamo verificare tale concetto in due ambiti importanti della vita sociale, entrambi appartenenti alla sfera del contingente, cioè alla sfera della tempestività, dell’immediatezza, dell’istantanea adesione d’opinione: l’informazione giornalistica e la propaganda politica. Nel primo caso, il problema si verifica nella difficoltà che molti lettori hanno nel comprendere il contenuto di un articolo, perché espresso con un linguaggio troppo complesso, spesso di tipo elitario che sfugge quindi all’universale comprensione dei lettori.

Un sintomo di tale disagio è ad esempio il fatto che molti dichiarano di preferire la free press al quotidiano acquistato, non solo per la gratuità ma soprattutto per il dispendio di energie che richiederebbe leggere un articolo su tale giornale. Nel caso della propaganda, il problema si riscontra nella diversa efficacia che la comunicazione politica ha nel momento del risultato elettorale. Infatti è innegabile che nella contemporaneità, la chiave per un risultato politico soddisfacente per un candidato o un partito, sta nell’efficacia della comunicazione.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una questione di diffusione della propaganda attraverso i mezzi di comunicazione sociale, specialmente la televisione, ma spesso di una questione di linguaggio. Spesso i politici cadono in un grossolano errore, che è quello di non farsi capire dal proprio elettorato, al quale stanno chiedendo un’adesione d’opinione, da esprimere con l’istituto del voto.

Il promotore, nei processi contingenti, ha un tempo limitato per realizzare il suo scopo, per questo la sua formula d’opinione deve essere dotata di una notevole carica sociale, deve possedere un fattore di conformità, cioè la forza di raggiungere il recettore nella sua sensibilità, adeguandosi alla sua curiosità e ai suoi desideri. Appare dunque chiaro come il soggetto recettore debba avere un ruolo preminente nel rapporto di informazione. Una formula d’opinione, soprattutto in un rapporto da uno a molti, deve avere una caratteristica fondamentale, l’universale comprensibilità.

In questo senso risulta importante l’attenzione posta al linguaggio utilizzato, perché come detto in precedenza, il mezzo deve essere adeguato al recettore. Trascurare l’importanza di tali elementi comporta una situazione fallimentare.

Possiamo descriverla attingendo alla tradizione biblica. Come racconta l’Antico Testamento, dopo il diluvio universale i discendenti di Noè, stabilitisi nella regione del Sennaar, in Babilonia, vollero innalzare una torre tanto alta da raggiungere il cielo. Il Signore, adirato per la loro presunzione, li punì facendo parlare a ognuno un idioma diverso; prima la lingua era una sola, dopo quell’episodio gli uomini non si capirono più.

Contestualizzando, possiamo dire che se un promotore ha la presunzione di comunicare la propria idea, il proprio pensiero, utilizzando un linguaggio adatto alla propria soggettività, senza tener conto di chi riceverà tale messa in forma, realizza una situazione di incomunicabilità, una Babele, in cui ognuno porta avanti la propria opinione, senza che gli altri membri della comunità possano comprenderla.

All’estremo opposto, tuttavia, non bisogna pensare che si possa verificare automaticamente una totale e completa adesione all’opinione del promotore.

Questo sarebbe un caso limite, difficile da ottenere. Potrebbe essere la pretesa di un’impostazione ideologica, ma neanche nel caso di una pianificazione rigorosa del rapporto d’informazione, anche dal punto di vista del linguaggio, si può avere la certezza dell’adesione d’opinione del recettore. Egli infatti resta sempre e in ogni caso un soggetto opinante e assolutamente indipendente e insensibile a qualsiasi speranza di condizionamento da parte del promotore.

Come in molte altre cose, dunque, possiamo dire che la verità è a metà strada. Possiamo cioè dire che nella normalità, un rapporto d’informazione, correttamente pianificato rispettando tutti gli elementi in gioco, diventa un rapporto comunicativo se il Sr recepisce, attraverso il filtro della propria soggettività, la formula d’opinione trasmessa, vi aderisce, se ne appropria, e la comunica a sua volta, in qualità di Sp, ad altri Sr.

Questa considerazione permette di porre l’accento sulla reale condizione in cui si trovano i soggetti nella loro esperienza quotidiana. Non sono riparati all’interno di una bolla d’aria che li protegge, tutt’altro, ciascuno di noi è costantemente immerso in una rete fittissima di rapporti di informazione, contingenti e non, che costantemente trasmettono formule d’opinione diverse a ognuno di noi.

Possiamo riformulare dicendo che riceviamo e trasmettiamo visioni del mondo soggettive e frutto della nostra personale esperienza e acculturazione.

Allo stesso tempo, in quanto soggetti appartenenti a un gruppo o a una data società, possediamo una serie di opinioni cristallizzate e di valori che abbiamo ricevuto e assimilato attraverso rapporti di informazione non contingenti.

Possediamo una data cultura, che ci appartiene e che in generale condividiamo con gli altri membri della società. Possiamo vedere i vari gruppi-società, come un grande soggetto collettivo con una propria formula d’opinione, la propria cultura.

Come il singolo, anche il soggetto collettivo, difficilmente rinuncia alla propria personale visione del mondo e alla propria cultura, perché entrambe appartengono alla sfera del non contingente, sono il risultato di un processo graduale e lento, cristallizzato e consolidato. In questo senso possiamo facilmente comprendere l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di cambiare tali visioni, tali pensieri sul mondo.

Tuttavia si potrebbe forse contrapporre a tale concetto un fatto che probabilmente molti di noi hanno spesso considerato inevitabile e cioè che ci siano dei comportamenti, diciamo pure delle idee, delle opinioni, delle mode, che attecchiscono fortemente nella società e si diffondono a largo spettro. Si tratta di formule d’opinione ben trasmesse? Oppure la responsabilità è la grande diffusione attraverso i mezzi di comunicazione?

A tal proposito bisogna mettere in gioco un altro elemento, che ha una fortissima rilevanza in tale fenomeno e cioè il conformismo sociale di ciascuno di noi, quel bisogno di essere simile a un gruppo per non correre il rischio di una esclusione dal gruppo stesso.

Tale fattore ha a che fare con le personali attitudini, con le proprie esigenze e sicuramente va considerato nella pianificazione di un rapporto di messa in forma, ma non ha a che fare con lo strumento, che resta sempre un tramite tra i due soggetti del rapporto ma non determina il risultato del rapporto.

A cosa serve tale considerazione? A sottolineare la diversa collocazione del discorso sulla cultura. In questo caso il fattore rilevante è l’aspetto non contingente, la dimensione temporale, riflessiva potremmo dire, che di sicuro non appartiene ai fenomeni definiti di informazione pubblicistica, il giornale, la propaganda, la pubblicità, nei quali invece è il conformismo ad avere possibilità d’azione.

Nel caso dei Pensieri sul mondo, della cultura come patrimonio, dei valori, andiamo a toccare non più la superficie del lago, ma la dimensione profonda, quasi nucleare, evidentemente difficile da raggiungere e solleticare.

Di conseguenza il sogno, se così vogliamo chiamarlo, o meglio il tortuoso cammino verso una modificazione dei pensieri e di conseguenza delle visioni del mondo, e quindi, per estensione del mondo stesso, non può prescindere da una lentissima e costante trasmissione di nuovi valori e credenze.

L’applicazione implicita della tecnica sociale nell’Antropologia

Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

Corso di laurea in Editoria, Media e Giornalismo

ESAME DI TECNICHE DI RELAZIONE
PROF. GIUSEPPE RAGNETTI

Stud. MARTINA CELEGATO
Anno acc. 2009/2010

L’APPLICAZIONE IMPLICITA DELLA TECNICA SOCIALE NELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE

1. La nascita dell’antropologia culturale

L’antropologia (come dice la stessa etimologia greca della parola ànthropos = “uomo” e lògos = nel senso di “studio”) è attualmente una disciplina sociale che si configura all’interno del grande insieme delle scienze umane in due grandi ramificazioni: da un lato quella culturale che più si concentra nello studio delle reti sociali, dei comportamenti, degli usi e costumi, degli schemi di parentela, delle leggi e istituzioni politiche, dell’ideologia, delle religioni e credenze, degli schemi di comportamento nella produzione e nel consumo dei beni e negli scambi e nelle altre espressioni culturali; dall’altro lato quella fisica o biologica, per così dire più “antica”, che studia l’evoluzione delle caratteristiche fisiche degli esseri umani, la genetica delle popolazioni e le basi biologiche dei comportamenti della specie umana e dei suoi parenti più stretti, le grandi scimmie (primatologia).

Con l’avvento dell’Illuminismo iniziarono gli studi sistematici della specie umana, studi che diedero vita alla cosiddetta corrente fisica o biologica dell’antropologia che quindi in questo periodo si caratterizza più come vera e propria scienza che come disciplina sociale.

Questo periodo, per così dire “fisico” dell’antropologia sarà un grosso limite per lo sviluppo della disciplina soprattutto perché verrà ripreso nel XX secolo, precisamente in Italia.

Non è comunque un caso che l’antropologia si sviluppi proprio durante questo periodo. Questo infatti è il periodo delle grandi colonizzazioni, i periodo in cui i grandi stati europei si stanziano in zone quali l’India, l’Africa e le Americhe. Ma questo è anche il periodo in cui le teorie evoluzioniste di Darwin, dopo un breve periodo di titubanza, vedono il loro massimo splendore e vengono applicate non solo al campo della biologia ma anche a quello umano e sociale.

L’antropologia culturale, come oggi la intendiamo noi, nasce ufficialmente nel ‘800, principalmente in Gran Bretagna per mano di Edward Tylor e Lewis Henry Morgan, e apporta grandi variazioni alla cosiddetta antropologia fisica anche se ne mantiene ancora alcune caratteristiche.

Questa antropologia, giustamente nei manuali definita etnologia, è ancora fortemente caratterizzata da una relazione indiretta e interposta dell’antropologo con le società considerate “altre”: infatti non era l’antropologo che si occupava di analizzare direttamente queste società, ma al contrario questo veniva fatto da un etnografo (spesso semplici mozzi di navi che si dirigevano in terre lontane) il cui compito era quello di raccogliere più informazioni possibili osservando questi popoli e dialogando con chi ne era venuto a contatto.

Questi taccuini venivano poi recapitati al cosiddetto antropologo che rielaborava le informazioni riportate. Questo dava quindi alla disciplina un taglio fortemente autoritario e semplicistico nel senso che ovviamente l’antropologo non poteva cogliere le sottili sfaccettature delle nuove realtà sociali, ma, per forza di cose doveva limitarsi a un giudizio fermo e distaccato.

Non bisogna comunque dimenticare che un importante fattore politico in influenzava queste ricerche cioè quello del colonialismo, che si doveva tutelare al fine di tutelare altresì il proprio lavoro. Quindi nonostante queste ricerche dal punto di vista della disciplina abbiano un valore abbastanza limitato o quasi nullo, all’interno del loro contesto storico-sociale rappresentano una forma di innovazione che non può passare inosservata.

Già con l’avvento del Romanticismo la visione di queste società “altre” viene valorizzato dal punto di vista della formazione sociale, anche se il forte limite di questa tradizione, sebbene totalmente opposto a quello precedente, è quello di creare il mito del selvaggio, dell’opposizione natura-cultura, che se da un lato è importante per rimuovere il senso di superiorità proprio dell’Occidentale e della sua tradizione sociale, da un lato ne limita le ricerche più strutturali e mirate.

Nel XX secolo gli antropologi per la maggior parte rifiutarono la concezione secondo la quale tutte le società umane dovrebbero passare attraverso tutti gli stadi di sviluppo nello stesso ordine, quindi la teoria Darwiniana applicata alla società, e dalle ceneri di questa tradizione nacquero le due più grandi teorie antropologiche destinate a stravolgere la storia e le modalità della stessa: lo strutturalismo francese di Claude Levi-Strauss e il funzionalismo inglese della Scuola di Manchester e di Bronislaw Malinowski.
Con queste due correnti culturali infatti nasce la concezione dell’antropologia ancorata alla realtà che no può essere descritta per così dire “a distanza” ma deve essere guardata e testata.

Tutti questi antropologi infatti scrivono i loro testi e traggono le loro conclusioni solo ed esclusivamente dopo aver passato un periodo più o meno lungo a contatto diretto con le società considerate “altre” ( Levi- Strauss nei Tropici e nell’Amazzonia, Malinowski nelle Isole Trobriand….).

Proprio grazie alla “discesa in campo” diretta degli antropologi nasce quella che oggi è considerata la caratteristica principale e peculiare della ricerca antropologica: l’osservazione partecipante. Questa tecnica di ricerca è fondata sull’osservazione appunto delle società, delle tradizioni e delle relazioni con l’antropologo che si pone a diretto contatto con esse, chiedendo informazioni, interagendo con i soggetti e a volte provando sulla sua stessa pelle alcune esperienze più difficili da descrivere.

2. il passaggio dell’antropologia da informazione non contingente riconosciuta a informazione contingente

Come già detto tracciando brevemente la storia dell’antropologia nel paragrafo precedente essa è nata come una ramificazione principalmente della sociologia e più in generale delle discipline sociali.

Come tale l’antropologia intesa, come del resto tutte le discipline sociali alla loro nascita, si può dire quindi venga definita come una disciplina non contingente, statica, da insegnare così come si propone sulle basi etnografiche e porta insita in sé stessa tutte le caratteristiche dell’informazione non contingente cioè:

• La materia, cioè le ricerche e le informazioni etnografiche sono cristallizzate;

• Non ha limiti di tempo, le ricerche necessitano di tempi lunghi sia di stesura che di rielaborazione;

• Le novità non sono frequenti e comunque non manomettono le caratteristiche principali del corpus di teorie;

• Il promotore delle teorie è comunque un antropologo o etnografo ben qualificato con una certa fama all’interno del suo ambito scientifico e politico di appartenenza;

• Il recettore di tali informazioni è solitamente un soggetto qualificato alla ricezione di tali nozioni, l’etnografia non è soggetta a divulgazione popolare;

• Il contenuto è specifico e non generalizzabile (l’analisi di determinate popolazioni no è espandibile ad altre)

• Si basa sull’esistenza di determinati processi logici razionali e valori già esistenti all’interno della comunità scientifica,

• Vi sono degli strumenti e delle tecniche che vengono utilizzate solo ed esclusivamente per queste ricerche e per la conferma di queste teorie,

• È bilaterale nel senso che le teorie possono essere ampliate o approfondite con nuove ricerche senza però variarne il senso principale.

Come si può facilmente dedurre con le nuove scoperte sociali da parte di tutte le discipline che si occupano di tale argomento un’impostazione così rigida e precostituita non è certamente accettabile, infatti dalle impostazioni di Bronislaw Malinowski in poi l’antropologia, assumendo consapevolezza dei suoi limiti e delle sue insite potenzialità, si pone in un’ottica meno storicistica e più contingente, coordinandosi ( e non subordinandosi) alle altre discipline sociali, quindi ponendosi i un’ottica più contingente.

Quindi vi è un passaggio formale da informazione non contingente riconosciuta a informazione contingente:

• La materia, cioè gli studi e le ricerche sono i continua variazione cioè possono cambiare di volta in volta, approfondendo peculiari caratteristiche;

• Vi sono dei limiti di tempo dettati dall’ambiente accademico e soprattutto dalla consapevolezza della sempre più rapida dissoluzione delle società che si studiano;

• Vi sono frequenti novità, dovute soprattutto al fatto che le realtà sociali e culturali subiscono profonde e costanti variazioni;

• I promotori delle teorie non sono solo antropologi affermati ma nella maggior parte dei casi ricercatori o seguaci di determinate teorie;

• I ricettori oltre ad essere qualificati in materia sono anche i comuni studenti di qualsiasi facoltà umanistica (non è un caso infatti che vi sia un corso di antropologia culturale in pressoché tutte le lauree che confluiscono sotto la facoltà di lettere e filosofia);

• Si tenda di far in modo che il contenuto sia sempre più generalizzabile e applicabile a più società possibili;

• Qualsiasi teoria già esistente può essere confutata e rielaborata per una maggiore comprensione del fenomeno sociale;

• Sebbene vengano mantenuti gli strumenti “storici” della ricerca non si escludono totalmente altre tipologie di ricerca;

• Può essere un processo unilaterale, anche se in linea di massima si mantiene bilaterale.

In linea di massima si può dire che questi siano stati i maggiori cambiamenti riguardo alla disciplina antropologica anche se mi sento di sottolineare che, essendo una disciplina accademica, e in quanto tale fonte di insegnamento e apprendimento, alcune caratteristiche dell’informazione non contingente si mantengono, soprattutto nello studio della storia antropologica, ed è giusto che sia così, per non perdere l’autorevolezza che le è stata attribuita con tante difficoltà.

3. il rapporto “studioso-studiato” e le sue evoluzioni

Fino ad adesso ho volutamente trascurato il rapporto diretto dell’etnografo e successivamente dell’antropologo con le popolazioni e le culture che si pone ad analizzare.

Come prima infatti vi sono delle sostanziali differenze tra il primo periodo più etnografico e quello più spiccatamente antropologico. Nel periodo etnografico infatti si può vedere come, sia per l’influenza dell’evoluzionismo sia per una sorta di superiorità sociale insita nell’europeismo in sé, l’etnografo, e poi l’antropologo che rielabora le informazioni, si pongano con un certo distacco nei confronti delle popolazioni che si vanno a valutare.

“Il selvaggio”, sostantivo che viene spesso attribuito a queste popolazioni, viene visto come una sorta di cavia, di target da colpire, di soggetto senza capacità pensanti o volontà, atteggiamento questo che limita fortemente lo sviluppo di una disciplina sociale in senso lato, che ne minimizza gli sforzi e che soprattutto semplifica l’articolazione inevitabilmente. Il non-capire il soggetto con il quale si vuole fondare una teoria, il non-capire le motivazioni di determinate usanze o riti, li semplifica con mere descrizioni.

Nella seconda fase, cioè quella antropologica e soprattutto quella più contemporanea, al contrario, la considerazione del soggetto analizzato, il suo studio e soprattutto le sue esigenze sono state messe al centro di discussioni che sono tuttora vivaci e molto sentite all’interno della comunità accademica mondiale.

Attraverso le modalità dell’osservazione partecipante infatti quello che prima era catalogato come “selvaggio” ora viene considerato come “uomo”, “essere pensante” e le sue esigenze come tali vengono percepite e approfondite. Proprio con il metodo di indagine infatti i soggetti studiati vengono direttamente a contatto con gli studiosi, i quali tentano di capirne caratteristiche e necessità, per poter portare avanti una ricerca ricca di presupposti teorici come di conoscenze pratiche.

Si può quindi dire che proprio in questa fase vi è una comunicazione fattorellianamente intesa, con soggetto promotore e soggetto recettore che collaborano e formano un corpus di opinioni fondato e ricco.

Conclusioni

Nonostante la storia dell’antropologia sia ovviamente più ampia e articolata spero che le semplificazioni e la sintesi qui riportate siano abbastanza esaurienti da far capire l’importanza delle evoluzioni che sono avvenute al suo interno. La comprensione di tali cambiamenti è di vitale importanza per un approccio creativo e non solo passivo allo studio della disciplina stessa.

Il cambiamento radicale avvenuto ovviamente non è solo per la disciplina antropologica, ma coinvolge tutte le discipline sociali e la teoria della Tecnica sociale dell’informazione mi ha aiutato a palesare le sostanziali variazioni avvenute e che ancora stanno avvenendo. Inoltre mi ha aiutato a vedere come sia di primaria importanza la comprensione del recettore, o del soggetto “studiato” per poter dare il giusto ruolo a colui senza il quale non avrebbe senso parlare di “ricerca”.

Riferimenti Bibliografici
Fattorello, F. “ Teoria della tecnica sociale dell’informazione”, QuattroVenti, Urbino, 2005
Ragnetti, G. “Opinioni sull’opinione”, QuattroVenti, Urbino, 2006
Fabietti, U. “Storia dell’antropologia”, Zanichelli, Bologna, 2005 [2001]
Clifford, J. e Marcus G. E. (a cura di), Scrivere le culture: poetiche e politiche dell’antropologia, Meltemi, Roma, 1997 [1986].
Fabietti, U., Antropologia culturale: l’esperienza e l’interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 1999