La Comunicazione

LA COMUNICAZIONE

Semplice e Complessa
come i sogni più nascosti
Confusa e Chiara
come il ricordo più lontano
Piacevole e Imbarazzante
come una dichiarazione d’affetto
Sincera e Diplomatica
come un accordo di pace
Impulsiva e Ragionata
come una giovane poesia
Colorata e Spenta
come il ritratto della vita

Miliardi di farfalle variopinte
che svolazzano
sembrano perse
ma stanno solo aspettando
la brezza giusta
che le aiuti a raggiungere
la loro meta
Miliardi di farfalle variopinte
che uscite
in fretta
da una bocca sfrenata
arrivano in un orecchio
poco attento
che le muta in serpenti
e le caccia via.

Beatrice Pini
Urbino 07/06/05 ( Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione. Esame di Tecniche relazionali e comunicative. Prof. Giuseppe RAGNETTI Voto: Trenta e lode)

 

Chomsky e Fattorello a confronto: tra manipolazione e libertà

 

CORSO DI METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E TECNICHE DELLA COMUNICAZIONE

Prof. Giuseppe Ragnetti – Anno 2011

Lavoro finale di Marta Minotti

 

CHOMSKY E FATTORELLO A CONFRONTO: TRA MANIPOLAZIONE E LIBERTA’

Abstract

Il presente lavoro si propone di mettere a confronto le teorie elaborate rispettivamente da Noam Chomsky e da Francesco Fattorello riguardanti l’ambito della sociologia della comunicazione.

All’affermazione pessimistica di Chomsky secondo cui “i cittadini delle società democratiche dovrebbero seguire un corso di autodifesa intellettuale per evitare la manipolazione e il controllo”, Fattorello risponde tramite la sua tecnica sociale dell’informazione, che attribuisce pari dignità ai soggetti del processo comunicativo. Il soggetto recettore giudica liberamente e autonomamente le opinioni formulate dal soggetto promotore, il quale non è in grado di influire sulle scelte del soggetto recettore. Quest’ultimo agirà in base ai proprio bisogni e in base a degli schemi che sono frutto della sua acculturazione.

Si concluderà affermando che, contrariamente a ciò che viene sostenuto da Chomsky, non esiste alcuna forma di controllo ideologico sulla popolazione; piuttosto, sarà quest’ultima a dettare le leggi che sono alla base del processo di comunicazione, indicando agli “addetti ai lavori” le proprie aspettative e, soprattutto, i propri bisogni.

Sei al bar, sei uscito con i tuoi amici, per divagarti, per prendere un caffè, per stare un po’ in allegria. Si affrontano vari argomenti, si parla del più e del meno, si menziona un programma televisivo, un servizio del telegiornale, una pubblicità che ci ha particolarmente colpito e si finisce inevitabilmente per condire i nostri discorsi con “ingredienti lessicali” dal gusto amaro: condizionamento, persuasione occulta, messaggi subliminali, strapotere dei mezzi di comunicazione. Al bar eri entrato come libero cittadino, come libero pensatore, credendo di aver arbitrariamente deciso di condividere con i tuoi amici un sabato pomeriggio, davanti ad un caffè gustoso e ad una brioche deliziosa.

Alla fine, torni a casa con la convinzione che quell’uscita non possa più essere definita come “libera”, bensì come “condizionata” da una serie di fattori a noi ignoti, da una forza suprema che si è insinuata in maniera subdola nella nostra psiche al punto da obbligarci a frequentare quegli amici, quel bar, a bere quel caffè e a mangiare quella brioche.

Ma cosa ci spinge a pensare che qualcuno o qualcosa complotti contro di noi? Che qualsiasi cosa facciamo sia il frutto di una manipolazione da parte di cospiratori che controllano le nostre menti affinché tramite le nostre azioni possano raggiungere i loro scopi economici e politici?

L’esempio citato potrebbe sembrare un’esagerazione; si pensi, tuttavia, a quante volte si finisce per attribuire la scelta di un prodotto, nel nostro caso un caffè o una brioche, a un condizionamento che l’ambiente o la pubblicità ha operato su di noi.

Ma a cosa si può imputare la causa di questo senso di oppressione e di persecuzione che genera inevitabilmente pessimismo? La risposta si trova nei manuali di sociologia della comunicazione: a cavallo tra fine Ottocento e inizi Novecento, prendono piede in Europa nuove teorie riguardanti la società, come il concetto di “uomo-massa”, che ha particolare risonanza all’interno della Scuola di Francoforte.

Quest’ultima afferma che la legittimazione dell’ideologia dominante avviene attraverso un consumo quasi esclusivamente passivo che impedisce ogni forma di ribellione. La massa indistinta accetta in modo passivo e acritico le strutture di dominio esistenti. Attraverso le merci, e in particolar modo tramite i prodotti dell’industria culturale, la logica del capitalismo si impone al punto da non consentire più sguardi critici.

Anche oltreoceano si avverte l’eco di tali teorie: si sviluppano delle scuole di pensiero che definiscono il consumatore come target, ossia come bersaglio che gli strumenti del potere possono colpire a loro piacimento in modo da costringerlo a compiere involontariamente azioni finalizzate ai loro scopi utilitaristici.

Nell’ambito di tali teorie, si impone in particolar modo, a partire dalla fine degli anni ’60, quella di Noam Chomsky, linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense, il cui intento è quello di spiegare come avvenga la disinformazione e quindi la manipolazione intellettuale dell’opinione pubblica attraverso i mass media.

Egli parte dal presupposto che chi detiene lo strumento dell’informazione/comunicazione ha il mezzo indispensabile per poter “comandare” tutto, in ogni settore della vita pubblica e privata. Chomsky è famoso per aver elaborato un decalogo che indica le diverse strategie utilizzate dai mass media per manipolare tutta l’opinione pubblica interessata.

Il primo punto riguarda la strategia della distrazione, secondo cui le élite politiche ed economiche distolgono l’attenzione del pubblico dai problemi importanti, inondandoli di informazioni insignificanti. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”.

Il secondo punto analizza il metodo del “problema – reazione – soluzione”: ad esempio, creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. Il terzo punto riguarda la strategia della gradualità: per far accettare una misura impopolare, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.

Inoltre, aggiunge Chomsky, una strategia per far accettare una decisione impopolare è presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. Il quinto punto spiega come la maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usi discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni.

Inoltre, la pubblicità sfrutta l’aspetto emozionale molto più della riflessione, in quanto il tono emotivo permette di influire sull’inconscio in modo da iniettare idee, desideri, paure, timori o da provocare determinati comportamenti. Le élite del potere devono mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità, spingendo il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.

Bisogna far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile delle proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. In ultimo, comandamento fondamentale, è conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca, in modo che il sistema possa esercitare un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Il decalogo citato è frutto di un attento studio sul sistema dei mass media, i quali, afferma Chomsky,
assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma allo stesso tempo di inculcare negli individui, tramite una propaganda sistematica, valori, credenze e codici di comportamento.

Tuttavia, i mass media sono a loro volta nelle mani di un’élite dominante che svolge nei loro confronti un controllo monopolistico affinché essi servano i loro fini. La parte dei media in grado di raggiungere un pubblico sostanzioso è legata a grandi imprese, a loro volta controllate da gruppi ancora più grandi. Le notizie devono passare attraverso dei “filtri” messi a punto dalle élite dominanti affinché esse possano arrivare alla stampa prive di tutti quegli elementi che non siano meritevoli di pubblicazione.

Tali filtri agiscono in modo talmente subdolo da ingannare anche i giornalisti: questi ultimi sono convinti di agire con assoluta onestà e in perfetta buona fede e di scegliere e interpretare le notizie in modo oggettivo e nel rispetto dei valori professionali. È anche vero che i giornalisti che entrano nel sistema non possono farsi strada se non si adeguano alla pressione ideologica ad opera degli inserzionisti pubblicitari.

L’obiettivo di Chomsky è spiegare il funzionamento dei più avanzati sistemi democratici dell’era moderna, i quali, pur dovendo in linea di principio erigere il popolo a sovrano di tutte le decisioni, vedono il potere concentrasi nelle mani della classe privilegiata, che modella il modo di pensare della popolazione in base ai suoi interessi.

“La mia personale opinione”, afferma Chomsky, “è che i cittadini delle società democratiche dovrebbero impegnarsi in un lavoro di autodifesa intellettuale per proteggersi dalla manipolazione e dal controllo e per gettare le basi d’una democrazia più significativa”.

Pertanto, egli propone una “democratizzazione” dei media, ossia il loro affrancamento dai vincoli del potere privato o statale e auspica che emergano delle forze popolari in grado di opporsi alle strutture del dominio e dell’autorità che governano le vite degli uomini attraverso un sistema di illusioni e inganni adottato per mantenere passiva e marginalizzata “la plebe”.

Con particolare riferimento agli Stati Uniti, Chomsky afferma che dal 1917 fino alla fine degli anni ’80, la “belva bolscevica” ha fornito una pronta giustificazione per accettare ogni violenza legata agli interventi statunitensi nel Terzo Mondo. Il potere e la brutalità della tirannia sovietica erano usati per impaurire la popolazione e quindi per indurla ad accettare sacrifici e disciplina.

La scomparsa dell’URSS ha imposto uno spostamento dell’orientamento propagandistico verso il terrorismo internazionale, i narcotrafficanti latinoamericani, gli arabi, ecc.
I giornalisti scoprono che conformarsi al sistema ideologico architettato dal potere statale e dalla grande industria è più semplice e permette di ottenere privilegi e prestigio. Mettere in questione l’ideologia dominante significherebbe essere tacciati di fanatismo ideologico e essere espulsi dal sistema.

In questo modo, i media principali e le altre istituzioni ideologiche non fanno che riflettere le prospettive e gli interessi del potere costituito. Chomsky afferma che, nelle società democratiche più avanzate, si riscontra il declino progressivo delle istituzioni culturali che appoggiano valori e interessi diversi da quelli dominanti, così da privare i singoli dei mezzi necessari per pensare e agire in maniera autonoma al di fuori dell’assetto imposto dal potere economico.

Chomsky emana una sentenza molto pessimistica, ritenendo necessario assicurare che coloro che governano il Paese e che controllano gli investimenti siano contenti, altrimenti tutti saranno costretti a soffrire: “per i senzatetto che stanno nelle strade, quindi, è prioritario far sì che gli abitanti delle ville siano ragionevolmente soddisfatti; […] l’unica cosa razionale da fare appare la massimizzazione dei vantaggi individuali a breve termine, insieme alla sottomissione, all’obbedienza, nonché all’abbandono dell’arena pubblica”.

Nella nostra democrazia, afferma Chomsky, “il cittadino è un consumatore, un osservatore, non un partecipante”. Sono coloro che detengono il potere economico ad assumersi l’onere di controllare la pubblica opinione, costruendo il consenso attraverso i media e sopprimendo le forze contrarie al loro potere. Per dimostrare la modalità con cui si esplica l’operazione di controllo ideologico interno, Chomsky ha analizzato in particolar modo il periodo storico della Guerra del Vietnam e dei movimenti popolari degli anni ’60 che dovevano essere controllati e neutralizzati, avendo messo in pericolo le capacità concorrenziali delle grandi imprese americane sul mercato mondiale.

Dunque, è stato necessario svolgere un’intensa operazione di fabbricazione del consenso nei confronti dell’élite culturale per costituire “l’illusione necessaria” degli Stati Uniti come parte offesa e dei vietnamiti come aggressori. Infatti, il bersaglio principale della propaganda è di regola costituito da quelli che sono ritenuti “i membri più saggi della comunità”, gli “intellettuali”, gli “opinion leader”, che servono ad arginare possibili sommosse popolari e a controllare il consenso.

Chomsky afferma che nel sistema democratico le illusioni necessarie non possono essere imposte con la forza, ma devono essere istillate nella mente delle persone con mezzi più raffinati. In democrazia c’è sempre il pericolo che il pensiero indipendente dia origine ad un atto sovversivo, quindi è indispensabile eliminare tale pericolo.

Tuttavia, il dibattito non può essere messo a tacere, né sarebbe opportuno farlo, perché in un sistema propagandistico ben organizzato esso può avere una funzione di appoggio alle istituzioni se incanalato entro limiti adeguati e ben precisi. Sempre rimanendo entro confini adeguati, il dibattito va addirittura incoraggiato, perché contribuisce all’affermazione delle dottrine dell’élite dominante e contemporaneamente consolida l’impressione che la libertà imperi. Ai media è data la possibilità di contestare la politica governativa soltanto all’interno della griglia di problemi determinata dagli interessi dello Stato e del potere economico.

I media, dice Chomsky, sono agenzie di manipolazione, indottrinamento e controllo al servizio dei potenti e dei privilegiati.
Nell’assetto sociale attuale, la gente comune deve continuare ad essere oggetto da manipolare, non un soggetto in grado di pensare, di partecipare al dibattito, alle decisioni. Tutto ciò può dare l’impressione che il sistema sia onnipotente, ma è bel lungi dall’esserlo: la gente può resistere e a volte lo fa con grande efficacia.

L’esistenza di limitazioni interne, anche in uno Stato potente, consente alle sue vittime un margine di sopravvivenza e ciò non dovrebbe mai essere dimenticato.

Chomsky si fa portavoce di una “politica democratica della comunicazione” che dovrebbe cercare di sviluppare mezzi d’espressione e d’interazione che favoriscano l’azione individuale e collettiva. Tuttavia, Chomsky afferma che le prospettive di successo d’una tale politica sono inevitabilmente limitate dal potere delle élite, che determina il funzionamento delle principali istituzioni sociali.

La risposta risiederebbe nelle prospettive di successo di quei movimenti popolari, che hanno a cuore i valori repressi o marginalizzati nell’attuale ordine sociale e politico.

Chomsky, nel suo libro “La Fabbrica del Consenso”, afferma che le critiche istituzionali che lui e il coautore del libro hanno presentato vengono comunemente liquidate dai commentatori dell’establishement come “teorie cospiratorie”, ma questo è solo un modo per sbarazzarsi del problema. Il loro studio, al contrario, è legato ad una profonda analisi di mercato, che ha smascherato la modalità con cui le élite del potere, supportate dalle élite intellettuali, riescono ad imporsi e a far valere il loro operato, attraverso un annientamento progressivo dell’opinione pubblica, che resta passiva e dunque incapace di far valere la sua opinione.

Tali considerazioni, seppur convalidate da un’attenta analisi, sono ormai completamente inaccettabili per chi, pur per un breve periodo, si è abbeverato alla sorgente “Fattorello”, fonte di teorie e pensieri positivi che liberano il soggetto dalla paura e dalla gabbia della manipolazione.

Il significato profondo degli studi fattorelliani sta nell’aver rivalutato il soggetto recettore rispetto al soggetto promotore: l’opinione proposta da una minoranza ottiene l’adesione dei recettori che non la accettano passivamente, ma soltanto dopo una valutazione di coerenza con la propria scala di valori. Solo una volta concessa l’adesione il recettore farà sua l’opinione proposta e la sosterrà presso altri recettori.

Nel caso specifico della propaganda, fenomeno preso in esame da Chomsky, Fattorello dice che
è semplice agire sulle opinioni, ma i comportamenti umani restano difficili da prevedere. Quando si parla di propaganda ci si riferisce sempre all’ambito dell’informazione, intesa come tecnica sociale, che giunge all’adesione d’opinione attraverso lo studio delle attitudini sociali che scaturiscono dall’acculturazione dell’individuo.

Per cui l’informazione non ha nulla a che vedere né con la psicologia dell’individuo né con il suo inconscio; di conseguenza non sono psicologiche le tecniche da adottare per agire sull’opinione degli uomini. La tecnica è stata definita “sociale” perché non ha nulla a che fare con i meccanismi della psiche umana che verrebbe, secondo Chomsky, manipolata da seducenti imbonitori dotati di poteri magici in grado di irretire dei “poveri” recettori (lettori, spettatori, consumatori) che quindi non avrebbero alcun scampo.

I parametri di cui il tecnico dell’informazione deve tener conto sono l’acculturazione e la socializzazione dell’individuo. La comunicazione avrà luogo solo quando le opinioni del promotore e del recettore convergeranno in un’unica interpretazione.
Non esiste dunque ciò che viene definito “strapotere” dei mezzi della comunicazione. Sono solo un’illusione gli uomini che hanno superpoteri che condizionano gli esseri umani.

Basta parlare di persuasione occulta e evitiamo di ascoltare coloro che parlano con superficialità di informazione e di comunicazione. Il recettore non è più da considerare oggetto passivo della comunicazione, ma soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Come è stato dimostrato, la Teoria della Tecnica Sociale si pone in antitesi con l’impostazione teorica di Chomsky e dei suoi seguaci, nonché con l’impostazione anglosassone che per decenni ha fatto leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione la capacità di “persuasione occulta”.

Non è facile per Fattorello affermare a gran voce la sua teoria, in quanto il periodo in cui si manifesta la sua visione è totalmente influenzato dall’impostazione teorica anglosassone che, come detto in precedenza, vede la comunicazione come un processo subito da un ricevente passivo. Superare l’idea del recettore come target e come altamente condizionabile è stata la sfida dei fattorelliani che hanno di tutta risposta proposto un soggetto recettore dotato delle stesse facoltà opinanti del soggetto promotore.

L’informazione del giornalista, come informazione contingente, potrà “manipolare” positivamente il fatto, per rivestirlo di quell’abito lucente e attraente che lo rende appetibile al consumatore, riconfermando le opinioni cristallizzate e i valori su cui si basa il pubblico. L’individuo, infatti, si conforma automaticamente con quei valori che egli identifica con la verità, col bene, mentre tutto ciò che non riconosce come parte del suo bagaglio culturale rappresenta l’errore e il male.

Le opinioni cristallizzate oppongono resistenza ad ogni trasformazione e concorrono a creare nell’individuo una barriera che contrasta l’entrata di opinioni che non riconosce.

La Tecnica di Francesco Fattorello rappresenta quindi il superamento delle teorie di Chomsky in quanto stabilisce che è possibile influenzare l’opinione di un individuo e non i suoi comportamenti. Tutto ciò che si può ottenere è un’adesione di opinione, ma non si può fare nulla per condizionare i comportamenti degli uomini, che posseggono un sistema di valori determinato dalla loro dimensione culturale e sociale.

BIBLIOGRAFIA

Chomsky N., Illusioni necessarie. Mass media e democrazia, Elèuthera editrice, 1991.
Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, Edizioni Quattro Venti, Urbino, 2006.
Fattorello, F., Teoria della tecnica sociale dell’informazione, Edizioni Quattro Venti, Urbino, 2005.
Abbruzzese A e Mancini P., Sociologie della comunicazione, Gius. Laterza & Figli, 2007.

Da Palermo con amore

Ringraziamo Giorgia Butera per il suo validissimo contributo alla conoscenza e diffusione della nostra Tecnica Sociale dell’Informazione.

Giorgia non ha dimenticato la sua formazione al Fattorello e ben volentieri riconosce che i suoi successi professionali nel campo dell’informazione e della comunicazione, sono dovuti anche all’applicazione concreta della nostra impostazione teorica. Siamo grati a Giorgia e le auguriamo ogni successo possibile  nel lavoro da lei svolto con tanta passione, competenza e creatività.

Prof. Giuseppe Ragnetti, direttore dell’Istituto Fattorello.

Pubblicato in data 25/set/2012 da

Ancora oggi molti “teorici della comunicazione” insistono sul fatto che le persone, definite target, assorbono in maniera passiva e in toto, i dettami dello strapotere mediatico. La Teoria della Tecnica Sociale di Francesco Fattorello, nata nel 1947/48 è l’unica Teoria italiana sull’informazione e sulla comunicazione, formulata su rigorose basi scientifiche.

Gli attori del processo comunicativo sono “soggetti” entrambi dotati di facoltà opinanti e, quindi, di pari dignità. Non c’è un tiratore scelto che colpisce un bersaglio -target- ma vi sono due soggetti attivi che reagiscono ai numerosi stimoli ricevuti, sula base delle proprie facoltà opinanti e delle proprie attitudini sociali prodotte dalle diverse e determinanti acculturazioni.

E’ una costruzione, quindi, metodologica profondamente radicata nella tradizione culturale europea proprio perché si basa sul presupposto che non possa esistere una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore ma che, una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove e chi riceve la comunicazione, debba necessariamente essere tarata sul recettore, in antitesi all’approccio anglosassone, dove si parlava di persuasione occulta dell’informazione.

In Italia, esiste l’Istituto Francesco Fattorello, si trova a Roma ed il direttore, è il Professore Giuseppe Ragnetti. La Tecnica Sociale fattorelliana viene diffusa attraverso Corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali regolarmente attivati ormai da 65 anni, su tutto il territorio nazionale.

Filmmaker: Fabio Barberi.

Il perchè di una ristampa

Francesco Fattorello

TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE

a cura di Giuseppe Ragnetti

DEDICATA A …..

A Francesco Fattorello mio maestro.
Mi ha aiutato ed è riuscito a farmi
risalire dal baratro
in cui ero sprofondato.
Il baratro dello “strapotere”
dei mezzi di comunicazione.
Il baratro di superuomini
in grado di condizionare i
comportamenti degli
esseri umani.
Il baratro della persuasione
occulta.
Il baratro di suggestive teorie
anglosassoni capaci di
costruire frecce avvelenate
destinate ad una umanità
incapace di intendere e di volere e
ridotta a semplice bersaglio o meglio
target.
Il baratro della superficialità
e dell’incompetenza di
tutti coloro che si occupano di
informazione e comunicazione
sulla base dei più abusati luoghi comuni.

 

IL PERCHE’ DELLA RISTAMPA …..
A vent’anni dalla scomparsa di Francesco Fattorello e a distanza di diversi decenni dall’ultima edizione, ho sentito il dovere di pubblicare di nuovo la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ideata e insegnata per la prima volta da Francesco Fattorello sin dall’anno accademico 1947/ ‘48.

Come direttore dell’Istituto che porta il nome dell’insigne studioso ho avuto la responsabilità di diffondere i suoi insegnamenti attraverso i corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali regolarmente attivati ormai da sessanta anni ed ora, attraverso questa nuova edizione della Tecnica Sociale.

L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di mettere a disposizione degli studenti e degli operatori interessati l’approccio teorico fattorelliano che rappresenta una visione di una incredibile modernità e ci sembra poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

La Tecnica Sociale dell’Informazione è l’unica teoria italiana del settore, formulata su rigorose basi scientifiche.
E’ una costruzione metodologica profondamente radicata nella tradizione culturale europea proprio perché si basa sul presupposto che non possa esistere una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove e chi riceve la comunicazione, debba necessariamente essere tarata sul recettore.

Ecco allora il recettore non più oggetto passivo della comunicazione che diviene, a sua volta, un soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre e comunque con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Da qui l’apporto fondamentale di una Tecnica Sociale che ricerca l’adesione e quindi il consenso dei destinatari sulla base delle loro attitudini sociali.

Attitudini sociali intese come disponibilità ad accettare le opinioni proposte, a seconda della propria acculturazione, intendendo per acculturazione tutto ciò che l’ambiente sociale ha, inevitabilmente, trasferito nell’arco di tutta una vita a qualsiasi essere umano. La Teoria della Tecnica Sociale si pone in netta antitesi con l’impostazione teorica anglosassone che per decenni ha inteso far leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione in senso lato capacità di “persuasione occulta”.

L’impostazione teorica di Francesco Fattorello, fondatore della “Scuola di Roma”, in tutto il contesto internazionale ha ormai acquisito sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che si occupano di informazione e comunicazione.

In altri termini, possiamo tranquillamente affermare che oggi l’approccio mondiale alla comunicazione scaturisce dall’impostazione teorica fattorelliana.

Per concludere mi piace riproporre la prefazione alla terza edizione pubblicata nel 1963 così come Fattorello aveva scritto :
“L’interessamento da più parti dimostrato per la mia tecnica sociale dell’informazione mi ha spinto a pubblicare questo breve saggio per mezzo del quale il lettore viene introdotto alla interpretazione da me data al fenomeno sociale dell’informazione.

Le esperienze fatte nelle scuole dove questa teoria viene insegnata ed applicata già da parecchi anni e più il fatto che in luoghi diversi se ne citano i termini o si fanno illazioni senza indicare la fonte o la paternità della teoria stessa, mi inducono a superare la riservatezza cui mi ero attenuto fin qui proponendomi, caso mai, di apportare a questo testo altri perfezionamenti.
A questa pubblicazione mi hanno indotto segnatamente i miei colleghi e allievi del Centre International d’ Enseignement Superieur du Journalisme dell’Università di Strasburgo che hanno ascoltato le miei lezioni e discusso le miei proposizioni. Ed è appunto confortato segnatamente da queste discussioni fatte in una sede internazionale, con esperti che provenivano da tutte le parti del mondo, che mi sono deciso a pubblicare questa prima esposizione della mia sistematica.

Qualcuno dei capitoli qui pubblicati era già apparso nelle stampe, ma qui viene ripubblicato con modifiche o con varianti intese a rendere in modo più chiaro e completo il mio pensiero.

Per l’esattezza cronologica questa teoria fu esposta per la prima volta al Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche, istituito in seno alla Facoltà di Scienze Statistiche della Università degli Studi di Roma, nell’anno accademico 1947/ ’48. Successivamente essa divenne anche uno degli argomenti del programma didattico del Centro Internazionale di Strasburgo.
Questa terza edizione, che appare nel 1963, comprende due capitoli in più delle edizioni precedenti. Con questi ritengo di aver completato la mia esposizione.”

Fattorello 2.0 – Online Communication

fattorello_autors

Francesca Romana Seganti e Giuseppe Ragnetti

 

Fattorello Institute, Rome, Italy

L’obiettivo principale di questo lavoro è quello di illustrare la teoria Francesco Fattorello (la “Tecnica sociale dell’informazione”, scritto negli anni ’50) al fine di fornire agli studiosi nel campo della comunicazione con un modello di comunicazione che è una risposta adeguata alle esigenze di oggi società democratiche.

Nonostante il fatto che Fattorello era stato un membro del gruppo fondatore dell’Associazione Internazionale di Comunicazione e Media Research IAMCR / AIERI a Parigi, 1957, oggi il suo lavoro non è noto a livello internazionale, in particolare nel mondo accademico anglosassone.

Ciò è dovuto al fatto che quando la teoria Fattorello è stato sviluppato, non è stato preso in considerazione a causa della dominanza di teorizzazioni della Scuola di Francoforte, che individuati in un processo di comunicazione di massa che ha determinato i comportamenti della gente.

Sessant’anni fa non era facile per gli studiosi e gli addetti in industria ad accettare Fattorello idea di un pubblico che aveva pari dignità al soggetto promotore, perché s / aveva le stesse abilità di pensiero. Invece di accettare l’idea che le imprese del settore dei media ha imposto valori, comportamenti e modelli che servivano per mantenere il dominio, Fattorello focalizzata sul pubblico come partecipanti attivi, come il perno del processo di comunicazione.

Vedremo che la formula schematica in cui si esprime il modello Fattorello di un aspetto molto simile a qualcosa che ci è molto familiare, che è il paradigma di comunicazione web. Fattorello modello, che è significativamente diverso rispetto ad alcune delle attuali approcci teorici tradizionali a media e della comunicazione, è rispetto ai modelli dominanti di comunicazione di massa (dai primi modelli contemporanei paradigmi dominanti) per arricchire ulteriormente il dibattito.

Infine, riteniamo che il modello Fattorello può far luce su altri modelli di comunicazione di massa.

 

Vediamo come:

Segui l’articolo su: http://www.cyberpsychology.eu/view.php?cisloclanku=2012062501

 

Correspondence to:

Giuseppe Ragnetti
Istituto Fattorello
Via del Seraphicum 1
00142, Rome, Italy

 

Email: eugeneios(at)libero.it
Email: frseganti(at)libero.it

Le favole e il vero lieto fine

Nicoletta Boriello

LE FAVOLE E IL VERO LIETO FINE

Analisi del libro “La principessa che credeva nelle favole.­ Come liberarsi del proprio principe azzurro” di M. Grad Powers, alla luce della Teoria Fattorelliana della Tecnica Sociale dell’Informazione

Indice

– Premessa
– La favola
– L’opinione che diventa convinzione
– Il sogno che si trasforma in incubo
– Il Sentiero della Verità
– Il Mare delle Emozioni come il fiume delle opinioni
– La Terra delle Illusioni come l’isola delle certezze
– La Terra di Ciò che è e la Valle della Perfezione
– Il Tempio della Verità e la pergamena sacra
– Il vero lieto fine

Premessa

Dalla lettura del libro “La principessa che credeva nelle favole ­ Come liberarsi del proprio principe azzurro” di M.G. Power, sono emersi molti punti di contatto con alcuni aspetti della teoria fattorelliana e il presente lavoro ha come obiettivo quello di metterli in luce.

Nella prima parte del lavoro verrà fatta una descrizione generale della storia e un’analisi complessiva.

Nei paragrafi successivi si andrà nello specifico e verrà ripercorsa l’intera storia della protagonista, attraverso alcune frasi estrapolate dal libro.

E’ proprio mediante le citazioni estratte dai vari capitoli che verranno messe in risalto, spiegandole di volta in volta, le analogie del pensiero espresso dall’autrice con la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello.

La favola …

Il libro “La principessa che credeva nelle favole. ­Come liberarsi del proprio principe azzurro” ha come protagonista una principessa, di nome Victoria.

Il genere narrativo è quello di un romanzo, anche se la narrazione ha ben poco di realistico ed assume sempre più le sembianze di una favola, vedendo l’ingresso in scena di elementi fantastici, personaggi fantasiosi e situazioni irreali.

Victoria è una bambina che cresce con la convinzione che la vita risieda nel magico mondo delle favole, in cui tutti vivono per sempre felici e contenti.

Durante i suoi primi anni di vita tutte le sue aspettative risiedono nell’incontro con il principe azzurro, un ragazzo forte, coraggioso, bellissimo e affascinante, con il quale vivere il resto dei suoi giorni, felice e contenta.
Questo sogno di vita fantastica è costruita ed alimentata dai suoi genitori e dal contesto reale nel quale vive: intorno a lei tutto le fa credere che il suo sogno incantevole sia la realtà alla quale è destinata.

Victoria è anche una bambina molto allegra ed esuberante e questa sua vivacità la esprime attraverso una amica immaginaria, Vicky, un suo alter ego, che spesso la mette nei guai poiché tende a far fuoriuscire quel lato spensierato, leggero, proprio di
una qualsiasi bambina della sua età, che la famiglia reale non può tollerare.

I genitori cercano di chiudere la sua esistenza all’interno di schemi rigidi e così facendo limitano la sua persona, la quale scalpita per emergere, ed il risultato è che la principessina si sente spesso in fallo e, al contempo, in colpa per non riflettere le aspettative dei genitori e per non essere la persona che dovrebbe essere.

Il suo istinto è calpestato dalla razionalità indotta dall’ambiente familiare che la circonda e così Victoria decide di schiacciare del tutto Vicky, chiudendola in uno sgabuzzino, e di crescere seguendo le regole imposte dal Codice reale, facendo divenire esse proprie convinzioni.

E così la voglia di cantare, di danzare, l’affetto smisurato per il suo cane, le sue emozioni, la sua sensibilità, la sua fantasia, i suoi sentimenti vengono del tutto annullate.

Tutto scorre secondo copione, Victoria si diploma, si iscrive all’università, incontra il suo Principe azzurro, il dottor Sorriso, perfetto come nel suo immaginario, si laurea, si sposa ed inizia la vita comune in uno splendido palazzo.
Il suo destino sembra così realizzato e la favola sembra esser giunta alla classica conclusione “…e vissero per sempre felici e contenti”. Ma succede qualcosa.

Il Principe inizia a dubitare dell’amore di Victoria, che invece lo adora In un primo momento questi ama la sensibilità della moglie, apprezza le sue doti, e la spinge a seguire le sue aspirazioni personali; successivamente le fa pesare di essere come è e di fare ciò che fa, accusandola di pensare solo a se stessa e dubitando del suo amore e, sottoponendola a un ricatto morale piuttosto subdolo, condiziona le sue scelte.

Lo splendido dottor Sorriso diventa l’orribile signor Nascosto: in alcuni momenti, che diventano sempre più frequenti, l’adorabile Principe si trasforma in un uomo burbero, arrogante, sfrontato, irrispettoso della sua sposa, e toglie a Victoria e a se stesso tutta la serenità e la felicità che li aveva accompagnati fino a quel momento.

La Principessa è completamente succube del Principe, cerca di fare ogni cosa per farlo guarire e si sente addirittura lei la responsabile di quella situazione, convinta da un’idea del marito. E’ qui che inizia il suo percorso.

Sbigottita, turbata, incredula e colpita dal fatto che la vita non è come quella sognata da bambina, che il principe non è poi così azzurro, e che la felicità non è implicita nella favola, decide di affidarsi ad uno strano personaggio ed intraprendere un percorso
che la porta a scoprire se stessa e la verità.

Lo strano personaggio è un gufo, il dottor Henry Herbert Hoot, per gli amici Doc, il quale fornisce a Victoria numerosi spunti di riflessione e una guida da sostituire a quella reale: “Una guida per vivere sempre felici e contenti”.

La ragazza inizia a prendere in considerazione la possibilità di vivere felice e contenta anche senza esser salvata da un principe azzurro. Si convince ad intraprendere un viaggio e si incammina sul Sentiero della Verità, costituito da diverse ambientazioni in cui incontra vari personaggi, ognuno dei quali risveglierà una parte di lei, mostrandole un pezzettino di quel mosaico che la porterà alla verità.

Victoria attraversa il mare delle emozioni, la terra delle illusioni, il campeggio per viaggiatori smarriti, la terrà di ciò che è, il viale dei ricordi e la valle della perfezione, fino a raggiungere al tempio della verità.

A poco a poco comprende quali sono stati i suoi errori, e cioè l’aver trasformato le sue opinioni in convinzioni, l’essersi chiusa all’interno di schemi mentali troppo rigidi, l’aver seguito sempre e solo le mappe precostituite della sua mente, l’aver smesso di cercare, il non aver reciso il legame condizionale tra esperienza e percezione, l’aver confuso l’amore per una persona con l’amore per la storia sempre sognata, l’aver concesso un amore che era sbagliato in partenza, perchè privo dell’amore per se stessa.

Durante il percorso smonterà ad una ad una le credenze e gli stereotipi negativi da cui era stata condizionata fino a quel momento, per giungere infine al tempio della verità, dove è custodita la pergamena sacra. Una volta superati i portali del tempio, Victoria cambierà per sempre, la pergamena sacra risveglierà la sua mente e libererà il suo cuore e le farà comprendere dove è che risiede la felicità.

E solo in quel momento capirà che le favole sì, esistono e sì, si realizzano, ma in un modo diverso da come si è sempre abituati a immaginarle e che il lieto fine la sta aspettando.
 
L’opinione che diventa convinzione 

“C’era una volta una tenera principessina dai capelli dorati di nome Victoria, fermamente
convinta che le favole prima o poi si avverino, e che le principesse siano destinate a vivere per sempre felici e contente. La piccola credeva nella magia dei desideri, nel trionfo del bene sul male e nell’amore che vince ogni cosa: le sue convinzioni si basavano infatti sulla saggezza delle favole.

[…]
“Arriverà mai il mio principe?” chiese una sera alla regina, spalancando per la meraviglia e l’innocenza gli occhioni color ambra. “Sì, cara, un giorno arriverà. […] Sarà come lo sogni, e ancora più incantevole. Sarà la luce della tua vita, la tua ragione di vita, perchè così è scritto nel libro del destino.” “E vivremo sempre felici e contenti, come succede nelle favole?”
[…]“Proprio come nelle favole.” ”

Balza all’occhio l’adesione di Victoria alla formula di opinione che le propone sua madre. La forma dell’opinione è il modo in cui un soggetto manifesta il suo punto di vista su un problema determinato, problema che costituisce invece la materia dell’opinione.

Spesso colui che opina non è in grado di riflettere su un problema di opinione che gli viene posto, ma si trova di fronte a formule di opinione precostituite, innanzi alle quali si preoccupa solo di aderirvi. In questo caso Victoria, una bambina, si trova di fronte all’enigma del futuro, della vita, dell’amore e della felicità da raggiungere, e, come afferma Stoetzel, fa le prime esperienze sociali con l’ambiente che la circonda.

Il suo orizzonte è limitato, non conosce molto i misteri e gli inganni dell’ambiente in cui si troverà, e così resta ferma su di sé e non può far altro che aderire ad un’opinione già costituita, che è quella che esprime sua madre. Victoria balla nella sua camera, in presenza della cameriera, sognando il principe azzurro.

“Ma la principessa era così assorta che non badò affatto alla madre, fino a quando questa non gridò alla cameriera di andarsene. “Victoria, come hai potuto inscenare uno spettacolo così indegno? […] e come se non bastasse, davanti a un membro della servitù!”

Mortificata, la bambina si chiese com’era possibile che una cosa così bella fosse invece riprovevole.”
Victoria torna dal giardino e canta spensierata una canzone, seguita dagli uccelli che la seguono, e non sente arrivare il padre.

“Victoria” la chiamò in tono rabbioso, marciando deciso verso di lei. “Smetti subito di fare baccano! Non ne abbiamo già discusso più volte? Perchè non mi dai mai retta?

[…] Il tuo canto è rivolto agli uccelli! Ecco a chi è destinato! E il fatto che quelle infernali creature si radunino in terra e volino dentro e fuori dalle finestre del palazzo, facendo un clamore
spaventoso ogni volta che tu dai inizio alle tue esibizioni vocali, ne è la prova lampante.

[…] Fateli uscire subito! Ho il salone pieno di dignitari stranieri, e non riusciamo quasi a sentirci con questo baccano assordante che tu chiami canto!”

Soddisfatto, il re si girò e si diresse verso la porta da cui era appena uscito, ma all’improvviso apparve Timothy Vandenberg III (il cane di Victoria) che, abbaiando come un pazzo, gli tagliò la strada di corsa e per poco non lo fece cadere. “Guardie!” urlò il monarca. “Allontanate questo bastardo dal palazzo e assicuratevi che non vi faccia mai più ritorno!

[…]
Victoria riuscì a dominare la rabbia che l’agitava, e non disse nulla. Venne però tradita dall’espressione del suo viso.
“Sai che non devi comportarti così!” la rimproverò la madre, notando la sua aria cupa. “Vai subito in camera tua e ripassa il Codice reale, soprattutto i punti che parlano del comportamento degno di una signora e dell’indecente manifestazione delle proprie emozioni. E non uscire finchè non saprai sorridere di nuovo!”
[…]

Il Codice reale stabiliva il modo in cui la principessa doveva apparire, agire e parlare in qualunque momento; indicava come avrebbe dovuto pensare, e decretava con estrema precisione ciò che lei non avrebbe mai potuto provare e sentire, (e che invece lei provava e sentiva spesso). In nessun punto le spiegava però come avrebbe potuto smettere di comportarsi male, e lei non riusciva a fare a meno di chiedersi perchè mai dovesse fare la principessa.

“Sei convinta che sia tutta colpa mia come al solito, vero?” le chiese Vicky, la vocina che proveniva da un angolo profondo del suo essere.

[…] Sorridere mentre dentro di sé piangeva era una delle sue lezioni più difficili, e lei era decisa a impararla. Si costrinse quindi a esercitardi a sorridere davanti all’enorme specchio dalla cornice di ottone.

[…] “Ormai sei tropppo grande per queste cose” si fece sentire di nuovo la regina (riferendosi all’esistenza di Vicky). “E’ ora che impari la differenza tra ciò che è reale e ciò che non lo è, altrimenti la gente comincerà a spettegolare. 

“Non mi importa di quello che dice la gente. Vicky parla, ride, piange e sa cosa sono i sentimenti.  Le piace cantare, ballare, sognare e…” Il re era furioso.

[…] La piccola non sopportava l’idea di vedersi riflessa nei loro occhi, perchè quell’immagine le mostrava in continuazione tutto quello che c’era in lei di sbagliato.

[…] La regina tornò alla carica: “Le principesse devono essere forti, veri modelli di perfezione reale. Ormai dovresti saperlo: c’è un modo giusto e uno sbagliato di essere, di comportarsi e di provare le emozioni e tu devi imparare la differenza una volta per tutte, mia cara signorina!” 

Questa serie di dialoghi riportati rappresentano l’annullamento di Victoria come persona particolare e dei suoi sentimenti, operato attarverso il ricatto morale e il conseguente condizionamento. Sempre tornando a Stoetzel e alla sua analisi dello sviluppo della personalità umana, l’individuo, e in questo caso Victoria, crescendo, tende ad allargare i propri orizzonti, ad
avere degli interessi, a fare sue le norme sociali attorno a questi interessi e ad affermare le proprie intenzioni personali.

Questo è quello che sta accadendo in Victoria, la quale però viene richiamata a quei preconcetti e a quegli schemi mentali imposti dall’ambiente, dallo stato economico e dal luogo.

Victoria, furiosa, rivolta a Vicky: “Vai subito lì dentro!” le ordinò, indicandole un ripostiglio pieno di abiti posto sull’altro lato della stanza. “E non voglio più sentire i tuoi pianti e le tue lamentele!” 

Così dicendo, la fece scendere dal letto e la trascinò urlante attraverso la camera per poi spingerla nello sgabuzzino che si affrettò a richiudere. Con lo stesso tono di voce che aveva sentito usare mille volte dalla regina, le disse: “Lo faccio per il tuo bene.” Infilò la chiave d’oro nella serratura e la girò con aria decisa.

[…]La primavera seguì l’inverno, l’estate lasciò spazio all’autunno, e Victoria fiorì, trasformandosi in una deliziosa giovane donna, dolce e graziosa come ogni principessa che si rispetti. Si diplomò con onore alla Royal High Academy of Excellence, ma con ogni probabilità il risultato più grande che ottenne fu l’acquisizione della capacità di dire, fare, pensare e provare esattamente ciò che stabiliva il Codice reale.

[…] Sapeva già dov’era diretta: per prima cosa avrebbe frequentato l’Università Imperiale, in modo da acquisire un’educazione degna di una principessa e una laurea, e sarebbe poi finita in un palazzo tutto suo nel quale avrebbe vissuto per sempre felice e contenta insieme al Principe azzurro.”

Victoria, all’Università, incontra un ragazzo, un principe. “Quella visione dall’aspetto così virile, dai capelli corvini, le spalle e il petto ampi, era forse ciò che aveva aspettato per tutta la vita? Sembrava adattarsi alla perfezione ai suoi parametri: era un principe bello e affascinante, e aveva abbastanza coraggio da tentare un approccio.”

Victoria fa uscire Vicky dallo sgabuzzino e permette al principe di conoscerla. “Frequentando Vicky, il principe mostrò infatti di apprezzarla. Gli piaceva la sua sensibilità nei confronti di tutti coloro che la circondavano, condivideva i suoi sogni e amava sentirla cantare. 

[…] Nel pomeriggio di giugno in cui Victoria si laureò, il principe conquistò per sempre il suo cuore, e lei accettò di sposarlo.
Pochi giorni prima del matrimonio, la principessa tutta eccitata cominciò a impacchettare le sue cose.

[…] Sbirciò il Codice reale appeso alla parete, pensando che non era necessario prenderlo: ormai lei era diventata quel Codice!” 

E’ in questa parte della storia che Victoria trasforma le sue opinioni in vere e proprie convinzioni.

Innanzi tutto appare evidente come Victoria si omologhi a quello che è lo status di principessa. Si affilia a questa idea, adotta gli stereotipi di questo status e i suoi non sono tanto giudizi ed azioni coscienziose, quanto un modo di uniformarsi a quello che è il suo gruppo sociale, adottando un comportamento in armonia con quest’ultimo.

E’ per l’adesione a stereotipi come questi che spesso l’essere umano si sente affiliato ad un gruppo e quando esso esprime la sua opinione, questa sarà in pieno accordo con il suo gruppo sociale di appartenenza, perchè gli stereotipi di quella categoria sono
ormai permeati dentro di lui.

Victoria rappresenta l’individuo che si trova a esprimere giudizi non tanto sulle cose, quanto sulla rappresentazione di esse. L’individuo che crede di avere delle opinioni personali sulle cose del mondo mentre in realtà le opinioni che si sono formate nella sua mente e con le quali si esprime giudizi sono solamente sulla rappresentazione delle cose del mondo.

Tali stereotipi possiedono una grande forza di persuasione che non permette alla percezione della realtà fenomenologica di essere libera.

Molto spesso, e Victoria ne è una rappresentante, è più semplice accettare la rappresentazione, lo stereotipo, piuttosto che formarsi un’opinione del tutto personale. Inoltre, in questi estratti, emerge un altro aspetto importante dell’opinione, che la porta a trasformarsi in convinzione.

L’opinione è caratterizzata dalla mutevolezza, dalla contingenza, è un qualcosa di involontario che non è provocato dall’evidenza di un oggetto, bensì si forma, come già detto, sulla rappresentazione che il singolo ha di quell’oggetto.

Per questo l’adesione ad un’opinione non sarà mai totale, bensì soggetta a modifiche, a dubbi, perchè la paura di sbagliare è implicita nell’opinione stessa. Per questo motivo l’opinione si trova sempre al di sotto della certezza, caratterizzata invece da stabilità e fermezza.ì Si finisce così con l’esprimere una opinione per uscire dal dubbio e dall’irrequietezza che esso provoca. L’opinione viene quindi vista come un pronto soccorso del cervello umano a cui esso ricorre per alleviare le sofferenze rappresentate dall’inquietudine. E’ per questa funzione salvifica che la mente umana aderisce completamente ad un’opinione, confluendo in una convinzione.

L’intelletto in questo modo sente di aver raggiunto la quiete, ma in realtà si tratta di una illusione in quanto nella convinzione non si può riposare così come nella certezza. Convinzione e certezza sembrano dare lo stesso effetto di tranquillità ed è per questo che spesso si confondono. Ma la convinzione non è e mai potrà essere certezza, in quanto è un artificio strumentale, una costruzione mentale, irrazionale e del tutto soggettiva. Ed ecco che si cade in fallo, come fa Victoria, perchè ognuno di noi crede di possere la verità, ma in realtà si tratta di una verità costruita che poggia su basi molto instabili, contingenti e non necessariamente vere.

Il sogno che si trasforma in incubo.

Una compagnia teatrale sta tenendo le audizioni per lo spettacolo di Cenerentola.

“Il principe, rivolto a Victoria: “Io credo che dovresti farlo. Sei incredibilmente brava, chiaro?”

[…] La principessa si presentò all’audizione, e ottenne il ruolo da protagonista.

[…] Victoria recitò una splendida Cenerentola, e al termine ricevette un caloroso applauso dal pubblico che si alzò ad acclamarla.Victoria pensa di seguire il consiglio di un critico teatrale e di presentarsi ad un grande teatro per avere un posto. Il principe:“L’otteresti senza dubbio. […] Sarai così richiesta che non avrai più tempo per me.

[…] E il nostro matrimonio finirà. […] Non voglio che tu faccia niente del genere… ti prego.

Victoria era sbalordita e al tempo stesso delusa, ma la sua priorità era rappresentata come sempre dal marito; senza la minima esitazione decise quindi di rinunciare all’idea di tornare sul palcoscenico.”

Il principe assume dei comportamenti completamente diversi da quelli soliti, dolci, propri del dottor Sorriso. Ha degli sbalzi di personalità e diventa burbero, dice delle cose orribili allamoglie.

“Che cosa ti sta succedendo?” “Non lo so, è come se qualcuno prendesse il sopravvento su di me… non capisco proprio.” […] “Il dottor Sorriso diventa il signor Nascosto!” […] “ Deve trattarsi di un incantesimo o qualcosa del genere.” […] “Ti prego, aiutami” la implorò, afferrandole disperato le spalle. 

“Certo che ti aiuterò, tesoro mio” lo rassicurò Victoria. […] Quando c’era il signor Nascosto, lei si preoccupava e si chiedeva quanto tempo dovesse passare prima che ripartisse; se c’era il dottor Sorriso, si preoccupava lo stesso, e si domandava quanto sarebbe rimasto. E ogni volta che si ritrovava da sola, pensava con timore a chi di loro sarebbe arrivato per primo, e cercava di immaginare come fermare i tremori, lo stomaco sottosopra, il senso di soffocamento e il dolore.” […]

Il Principe rivolto a Victoria:

“Ho capito chi è stato a colpirmi con il maleficio! […] Sei stata tu”
“Io? L’unica che ha sempre cercato di aiutarti, che ti ha…” […] “Non so nemmeno come si fa una cosa del genere”

“Non importa io so che è colpa tua.” La principessa seguì il marito, implorandolo di ascoltarla, che uscì invece come una furia dalla cucina, rischiando di farla cadere e sbattendo la porta. Victoria: “Stai bene? Che cosa ti è successo?”
“Tu, mi sei successa! E’ tutta colpa tua!” […]

Victoria e Vicky parlano tra di loro.

“Vicky: “Forse… forse l’incantesimo malvagio è davvero colpa nostra. E può darsi che ogni cosa sia colpa nostra.” “Non so più cosa pensare” sospirò Victoria. “Sono stanca, troppo stanca…” […]“Forse c’è un fondo di verità in quello che dici, Vicky. Non possiamo rischiare.

Temo che dovremmo impegnarci ancora di più per non fare o dire qualcosa che potrebbe evocare il sortilegio.” “Ma come possiamo aumentare i nostri sforzi?” “Dovremo essere brave, anzi, più che brave… perfette!” “Io non ci riesco.

Avevo già provato con il re e la regina, ricordi? Non posso mostrarmi migliore di come sono.” “Temo che dovrai mettercela tutta, e questa volta devi farcela, altrimenti il principe ci lascerà.” 

Giorno dopo giorno la principessa si sforzava in tutti i modi di essere perfetta, in modo da evitare stregonerie. Nonostante ciò Vicky, ancora sofferente per non essere mai stata abbastanza brava da guadagnarsi l’amore del re e della regina, e tuttora perseguitata dagli incubi che le ricordavano il lungo periodo trascorso nello sgabuzzino , non voleva correre alcun rischio con il principe, e trascorreva ogni singolo istante cercando di essere brava, anzi, migliore per non dire perfetta, rischiando però di far impazzire Victoria.” 

Victoria si rende vittima del principe e accetta in pieno il suo ricatto. Viene condizionata dall’immagine che ha di lui e da tutto quello che è sempre stato il suo sogno.

E’ emblematico il passaggio in cui Vicky si sente inadeguata, così come da bambina era accaduto con i genitori, e si sente colpevole.

Victoria rinuncia a tutto pur di far contento il suo principe e in questo modo non ascolta se stessa bensì rinuncia anche a se stessa, non ottenendo tra l’altro alcun margine di miglioramento.

Di nuovo, si annichilisce, annulla ogni suo sentimento, ogni sua individualità e quando arriva il signor Nascosto, finisce per autoaccusarsi della situazione.

Si fa carico di ogni responsabilità, distorcendo la realtà. Si vede riflessa negli occhi dell’altro e non è libera di vedere e di guardare con i propri occhi.

Ogni suo pensiero è rivolto al principe e all’immagine che esso rappresenta. Qui ci si ricollega al tema delle mappe mentali e delle reti associative.

Ogni persona ha la sua mappa, con le sue priorità. Quando arrivano degli stimoli dall’esterno, questi sono percepiti in maniera del tutto soggettiva, il filtro percettivo che abbiamo dentro di noi permette di far entrare tutto ciò che è in sintonia con l’attività intellettuale del momento.

La percezione, che altro non è che l’elaborazione automatica, inconsapevole e condizionata degli stimoli sensoriali, è influenzata da quanto è già presente nella nostra mente. Lo stimolo viene appreso e riconosciuto attraverso la rete associativa, che ci porta
quindi a ritenere che la nostra percezione sia quella giusta.

Le reti associative sono di tipo cognitivo, quelle che permettono l’apprendimento, e di tipo emotivo, quelle che ci consentono di rivivere emozioni già provate e che si basano sul riconoscimento.

In questo modo è evidente come le reti associative siano una condanna perchè causa determinante del pregiudizio, della presunzione di essere nel vero, precludenti della conoscenza. Sono gli schemi mentali precostituti che impediscono all’individuo di avere occasioni di crecita e di fare nuove esperienze.

Bisognerebbe uscire da tali schemi ed evitare di farsi condizionare dalle percezioni preesistenti.

Il sentiero della Verità

“Principessa, le cose non sono sempre come appaiono.” in quel preciso istante un gufo discese volteggiando come una piuma sul terreno, battè le ali, raddrizzò lo stetoscopio che aveva appeso al collo, e depose con cura una valigetta nera
vicino alle zampe. […] “Sono il dottor Henry Herbert Hoot, ma gli amici mi chiamano Doc.”
[…] “Forse non soffriresti così tanto se ascoltassi più spesso la tua musica personale” le suggerì il gufo. […]“Puoi guarire il mio cuore?” “Temo di no, principessa. Solo tu puoi riuscirci.” […] “Se solo riuscissi a trovare il modo di eliminare il maleficio, sarei di nuovo felice e tornerei a cantare con gli uccellini, e a questo mondo andrebbe tutto bene.

Devi aiutarmi, Doc. Io ho provato di tutto, ma non ha funzionato niente.” “Hai ragione, non funziona niente. […] So cosa occorre: il nulla. […] Il nulla è qualcosa che non hai ancora tentato. Devi smettere di fare qualunque cosa e cominciare a non fare e non dire nulla: niente spiegazioni o difese, non sistemare la situazione, non implorare, chiedere scusa, minacciare, preoccupato o restare alzata di notte a pensare, programmare ed elaborare.

Hai capito? […] Il principe è troppo occupato a cercare di capire cosa non va in te per sforzarsi di vedere cosa non funziona in lui. Se tu non fai nulla, è probabile che si accorga che lui sta facendo qualcosa.”

Victoria: “Non posso fare a meno di cercare di aiutare il principe. Che ne sarà di lui?” “Che ne è stato di lui con tutto quello che hai detto e fatto finora? E che ne è stato di te?” […] “L’unico che può compiere una magia che riguarda il principe è il principe stesso. […] E voi siete in grado di fare qualcosa per voi stesse.”

Doc dà a Victoria un libro: “Una guida per vivere sempre felici e contenti – Per le principesse che non ne possono più di essere sempre stanche morte.” “Tieni bene a mente che leggere il libro è solo l’inizio” l’avvertì Doc.

“Affinchè le cose possano cambiare, tu stessa devi cambiare.” “Io?” ribatté lei. “Ma è il principe a dover cambiare!” “Questo deve deciderlo lui.”

[…] “Finchè continui a fare quello che hai fatto finora, continuerai a ottenere quello che hai ottenuto” le spiegò Doc. “Non devi più fare quello che non funziona. […] Devi scegliere di essere felice, e non di avere ragione.”

 “Doc: “Occorre lasciar perdere il senso di impotenza e accogliere lo spirito di accettazione. […] L’amore fa star bene. In caso contrario, si tratta di un sentimento ben diverso.

Se soffri più spesso di quando sei felice, vuol dire che non è amore, ma qualcosa di differente che ti tiene intrappolato in una sorta di prigione, e ti impedisce di vedere la posrat verso la libertà,
spalancata davanti a te.

[…] Puoi percorrere il Sentiero della Verità.” “Ho già imparato alcune cose a proposito della verità” commentò Victoria in tono pacato. “Ed è che le favole non si avverano, e la certezza di vivere per sempre felici e contenti non è altro che un sogno infantile.” “al contrario, le favole si realizzano, ma sono spesso diverse da come le si uò intendere in un
primo momento. Il tuo lieto fine ti sta aspettando lungo il sentiero.”

“Davvero?” esclamò lei, raggiante. “una favola diversa?”

La principessa non aveva mai preso in considerazione la possibilità di vivere felice e contenta anche senza essere slavata da un coraggioso e affascinante Principe azzurro, arrivato al galoppo su uno stallone bianco, che se la sarebbe portata via nella luce del tramonto. Con un sospiro aggiunse: “In passato ho creduto che la felicità mi stesse aspettando, e guarda invece dove sono finita…”

Victoria, sotto consiglio di Doc, decide di partire, di percorrere il Sentiero della Verità, che le permetterà di conoscere se stessa.

“Ricordati di seguire il sentiero, qualunque cosa accada, e di cercare la verità che ti aspetta in fondo a esso. Non permettere a niente e nessuno di distoglierti dalla ricerca della verità che può guarirti. Quando si percorre il sentiero, la verità diventa sempre pi chiara. Seguila fedelmente, e alla fine raggiungerai il Tempio della Verità, dov’è custodita la pergamena sacra.

[…] La pergamena sacra risveglierà la tua mente e libererà il tuo cuore; troverai pace e serenità, e conoscerai il segreto del vero amore, quello che hai sognato per tutta la vita. E sarai a buon punto anche per ciò che riguarda la realizzazione della tua favola.”

Il passo successivo consiste nell’acquisire la consapevolezza che la percezione è influenzata dagli schemi precostituiti e dall’esperienza. E il punto è proprio quello di riuscire a vedere questo legame condizionale che l’uomo pone a se stesso come limite di crescita e di conoscenza.

Si tratta infatti di un circolo chiuso del sistema percettivo dell’individuo, circolo in cui la percezione alimenta l’esperienza, la quale, a sua volta, condiziona la percezione.

Bisogna operare un taglio, e slegare il legame condizionale tra esperienza e percezione. E’ quello che fa Victoria e che emerge chiaramente dagli estratti illustrati.

A questo punto, dopo aver compreso quanto spiegato precedentemente, bisogna ritornare sull’opinione, sui pregiudizi e capire quale è il percorso per liberarsi del tutto da questi e dai condizionamenti e per allegerire il cuore.

Victoria lo fa attraverso il cammino sul sentiero della verità, imbattendosi in una serie di luoghi e di personaggi che le mostreranno la realtà delle cose.

Il Mare delle Emozioni come il fiume delle opinioni

“ Terrorizzata e senza fiato, la principessa venne così scagliata nel Mare delle Emozioni. Pietre aguzze e rami rotti le turbinavano intorno nell’acqua ghiacciata mentre lottava disperatamente per rimanere a galla.

Una forte corrente sotterranea pareva tirarla per i piedi, e le gocce di pioggia le cadevano implacabili sul viso e sulla testa.  “Annegheremo di sicuro!” gemette Vicky, tr un sorso e l’altro di acqua salata. […] Si sentì risucchiare sul fondo del mare, e a un tratto le parve di scorgere qualcosa in lontananza.

[…] Era una semplice barca a remi, molto più piccola di quanto le fosse sembrato, e non c’era sopra nessuno. […] Non appena le fu accanto, si aggrappò a un fianco e cercò con tutte le sue forze di issarsi a bordo.

[…] Si inerpicò e cadde all’interno. […] Esausta, rimase immobile, sdraiata sul fondo della barca tarballante, sopra a due vecchi remi di legno. […] Il fondo della barca cominciò a riempirsi d’acqua.

[…] Victoria continuò a remare in silenzio e al mattino era così debole che non riusciva a muovere le braccia. L’imbarcazione si abbassava sempre più.” In quel momento appare un delfino, Dolly, al quale Victoria chiede di portarla in salvo. “Nessuno può salvarti, mia cara, né io né un principe o chiunque altro.

E’ un fatto che spesso sfugge anche a chi è bravo a capire le cose.” “Vorresti dire che mi lascerai annegare?” strillò la principessa, sbalordita. “No, voglio dire che tu ti lascerai annegare, adesso o la prossima volta, a meno che non impari a nuotare… tutto qui.

Anche se adesso ti carico sulla mia schiena e ti porto via dalla tempesta, depositandosi sana e salva sulla terrafer,a, sarebbe solo una questione di tempo prima che si scateni un’altra tempesta e tu ti trovi di nuovo in pericolo.

[…] L’unico modo per non annegare consiste nell’imparare e nuotare.” […] “Allora trascorrerai l’intera esistenza cercando di non annegare, così come stai facendo adesso, stando di vedetta e aspettando che la tua scialuppa di salvataggio ideale venga a salvarti una volta per tutte.” 

[…] “Non sei forse rimasta disperatamente aggrappata a qualcosa che minaccia di affondare e trascinarti con sé?” […] “Ti sei imbarcata in questo viaggio per evitare di andare a fondo con una imbarcazione che stava affondando.” 

[…] “A volte bisogna smettere di restare aggrappati, e occorre cominciare a muoversi.” […] “L’unica sicurezza durevole è quella che ci consente di sapere che siamo in grado di prenderci cura di noi stessi. Capite adesso per quale motivo dovete imparare a nuotare?” 

[…] Dopo innumerevoli tentativi,e grazie anche alle continue rassicurazioni di Dolly, la principessa riuscì finalmente a galleggiare sulla superficie dell’acqua. Pur essendo stanca e delusa, la principessa non aveva alcuna intenzione di darsi per vinta. “Non dobbiamo mai arrenderci ma solo accogliere.”

Nell’attimo stesso in cui la piccola accettò, la tensione abbandonò il corpo della principessa, che alzò lentamente un braccio e poi l’altro, con gesti colmi di grazia. La principessa divenne un tutt’uno con il mare sotto di lei, liscio come il vetro. […] E proprio allora apparve un lembo di terra. Victoria era sbalordita. “Ma da dove è uscita? Prima non c’era!” 

“C’era, c’era…” “Allora per quale motivo non riuscivo a vederla?” “Perchè la paura e il dubbio ci impediscono di vedere ciò che è ovvio” “

Vuoi dire che c’è sempre stata, ma io non la vedevo perchè ero troppo spaventata?” “Sì: hai dubitato della risposta del tuo cuore.” […] 

Lo sguardo della principessa corse sull’acqua sfavillante e si colmò di gioia: Victoria sapeva che
sarebbe riuscita a raggiungere la terraferma da sola.

Senti nascere in sé un improvviso senso di potenza, e una grande pace l’avvolse mentre le onde gentili le accarezzavano la schiena.”

Il mare delle emozioni, così descritto, riporta all’immagine del fiume delle opinioni, una metafora incotrata durante le lezioni sulla opinione della Tecnica Sociale dell’Informazione. E’ il primo step del percorso che porta l’individuo alla conoscenza, alla verità. Per spiegarlo si deve partire dal principio, e considerare tutta quella serie di stimoli esterni che colpiscono l’uomo. L’uomo, in base alla sua natura razionale e alla capacità di elaborazione, inizierà a riflettere sul problema. Si troverà cioè in mezzo al fiume delle opinioni, dal quale verrà trasportato, rischiando in taluni casi anche di annegare a causa delle forti correnti e dei numerosi pericoli che può incontrare. L’angoscia del dubbio, della paura, spingeranno l’uomo a cercare un riparo per metter fine all’afflizione, e per sentirsi al sicuro, per non continuare a soffrire. Il riparo è il pronto soccorso visto in precedenza, e qui è costituito dalla terra ferma, l’isola delle certezze.

 La Terra delle Illusioni come l’isola delle certezze

“Svegliatasi, la principessa sentì la sabbia calda sotto di sé, e tale sensazione non le era mai sembrata cos piacevole. Fece scivolare i granelli fra le dita, afferrandone una manciata: era tutto vero e reale, e questo voleva dire che era arrivata sana e salva a riva. 

[…] Il mattino dopo la principessa si rimise in marcia, e ben presto si trovò davnti un sentiero che si divideva in sue. Si fermò e sbirciò a sinistra: il viottolo, lungo e stretto, si inerpicava pigramente sul lato di una montagna che si scorgeva in lontananza. Non male, pensò. Guardò poi la via a destra, irta e stretta, tortuosa e disseminata di pietre, buchi, arbusti e alberi troppo cresciuti.

[…] Decise di non correre rischi inutili, prese dalla borsa la mappa della famiglia reale. “Andremo a sinistra” annunciò.

[…] Subito dopo aver imboccato il sentiero, la principessa si accorse che, sebbene il terreno sembrasse pianeggiante, lei aveva la netta sensazione di camminare in discesa. Ancora più strano era il fatto che quando raggiunse il punto in cui aveva intravisto una fonte a cui avrebbe voluto abbeverarsi, scoprì che non c’era alcune sorgente. 

[…] All’improvviso andrò a sbattere contro un masso enorme, posto proprio in mezzo alla via. Avrebbe giurato che non ci fosse finchè non vi inciampò…. […] Victoria:“Questo sentiero non è affatto come sembra. Io potevo vedere alcune cose che non c’erano, e non riuscivo a vederne altre che invece c’erano. Ho fatto una gran confusione.” 

[…] Doc: “Nella Terra delle Illusioni si vedono di rado le come sono.[…] Sappi che è il luogo dove tu hai trascorso gran parte della tua esistenza. […] Nella Terra delel Illusioni tutti si aggirano nella nebbia, che non è però l’elemento più importante: anche se dovesse splendere il sole, nessun riuscirebbe infatti a vedere cosa ha davanti al proprio viso.” 

[…] “Il viaggi è diverso per ognuno: un sentiero può essere giusto per una persona e sbagliato per un’altra. Solo il cuore di ogni singolo essere umano conosce la via. […] Quando ti sei trovata davanti il bivio, per capire come comportarti hai fatto affidamento sulle convinzioni di qualcun altro… ed è proprio così che una persona si perde.” […] 

Victoria giunge al Campeggio per viaggiatori smarriti dove incontra un uomo, Willie, il responsabile del campeggio.

“Willie:“Molta gente si perde seguendo la mappa di qualcun altro. E la maggior parte di loro finisce qui. […] La Terra delle Illusioni è un luogo piuttosto seducente, dove la gente vede solo quello che sceglie di vedere.

[…] Qui la gente ha il cervello ha un po’ annebbiato, e continua a macerarsi su quello che è o non è. Naturalmente non fanno altro che perdere temp, perchè nella Terra delle Illusioni nessuno può mai avere la ceretzza di ciò che è vero.” […] “La gente rimane per diversissimi motivi, soprattutto perchè è abituata a stare qui. In un certo strano modo, si sentono a proprio agio ocn la follia, con il fatto di non saper distinguere ciò che è o meno reale, con la capacità di vedere solo quello che vogliono e di sopportare la sofferenza.

Se dovessero andare da qualche altra parte non sparebbero cosa aspettarsi; preferisocno quindi evitare di correre rischi.” “Io so come scegliere i lsentiero giusto” dichiarò Victoria, convinta.

[…] “Io non voglio rimanere la stessa” esclamò Victoria, pensando a tutte le cose su cui doveva ancora scoprire la verità.

[…] Più pensava a tutte le cose che doveva ancora scoprire, più diventava ansiosa di raggiungere la Terra di Ciò che è.”

E così lascia il campeggio e si rimette in viaggio. La terra ferma è in realtà un’isola, con i contorni molto limitati, sulla quale non esistono certezze, bensì opinioni trasformate in convinzioni. Come già visto, le convinzioni hanno la consistenza delle certezze, ma non sono tali; per questo diventano illusioni.

Emerge anche un altro aspetto importante che è quello dell’affidarsi alle mappe altrui, allontanandosi da se stessi e diventando incapaci di ascoltare il proprio cuore. Ogni essere umano ha un suo percorso, ha delle sue caratteristiche, è un pezzo unico. Ed è importante capirlo.

Si può vivere tutta la vita sull’isola delle certezze, in un mondo in cui si vede solo quello che si vuol vedere, oppure si può scegliere di abbandonare l’isola, ributtandosi nel fiume delle opinioni, cercando un attracco che sia fermo sul serio e che rappresenti la certezza e la verità.

La Terra di Ciò che è e la Valle della Perfezione

“Poi avanzò decisa e si trovò di fronte a un cartello che diceva: “Terra di Ciò che è ­ sempre dritto”

Victoria, rivolgendosi a Vicky: “Io voglio amarti come sei. Perchè un melo deve produrre le mele e le tartarguhe devono avere il guscio, perchè un bruco dentro di sé è una farfalla, e le canzoni di tutti gli uccellini sono splendide.”

Victoria incontra una donna, il mago di Ciò che è, la quale la porta lungo il Viale dei Ricordi e le fa rivivere il passato, mostrandoglielo per quello che è.
Mago di Ciò che è: “Molti hanno dei preconcetti in merito a come devono essere le cose, a come sono state o saranno. Tali concetti impediscono loro di vedere le cose come stanno. A volte si tratta di una condizione decisamente grave.”

[…] “Non si può imparare la verità da un altro: bisogna scoprirla da soli.”

[…] “Quando permetti ai giudizi degli altri di diventare più importanti dei tuoi, finisci per cedereil tuo potere.”

[…] “Gli anni sono passati, al pari dei pericoli, adesso non corri più alcun rischio a essere così come sei.”

[…]La guidò in cima a una collina. “Ti presento uno dei panorami più spettacolari sulla facia della terra… la Valle della Perfezione” 

“Questo significa che laggiù tutto è perfetto?” “Sì!” 

Scendono giù nella valle. Nel frattempo la principessa continuava a guardarsi intorno, e più guardava, più si accorgeva
che niente era perfetto come le era sembrato in lontananza, e la sua delusione continuava a crescere.

“E’ senz’altro un bel posto, ma osservando da vicino ti accorgi che i cespigli non sono poi così verdi, gli laberi sono mediocri, il laghetto non è molto limpido… questa fragola è acida! Non c’è proprio nullal di perfetto qui!” “La perfezione, come la bellezza, è negli occhi di chi la guarda. Ogni cosa è come dev’essere” la rassicurò il mago. “E’ questa la perfezione: e il tuo modo do percepirla ad essere difettoso.”

[…] “Quando accetti il miracolo di chi sei e ami te stessa senza condizioni, cambiare le cose che devono essere modificate ti risulta molto più facile. Alcuni aspetti che hai sempre pensato di dover cambiare perchè li giudicavi tue mancanze, veri e propri nemici, in realtà sono stati tuoi fedeli servitori. E’ grazie a loro che sei chi sei, una creatura unica e perfetta, diversa da
chiunque altro venga prima o dopo di te.”

[…] All’improvviso ogni cosa nella valle le sembrò diversa.

[…] All’improvviso si sentì avvolta da un grande senso di amore.

[…] Con il cuore finalmente leggero, Victoria si mise in cammino e attraversò la valle, diretta verso il Tempio della Verità.”

Victoria comprende quanto sia importante essere ciò che si è. Comprende che non era perfetta la favola in cui credeva, perchè lei si rispecchiava in essa, anziché concentrarsi sulla bellezza di quello che lei rappresenta, con le sue debolezze e fragilità e con la sua sensibilità.

Ogni persona è unica e non bisogna uniformarsi ad altro per sentirsi perfetti. Soltando accettandosi per come si è, amdandosi, si è in grado di amare ciò che ci circonda, senza condizioni.

In questo modo si procede alla scalata della verità, in cima alla quale si raggiunge la conoscenza.

Il Tempio della Verità e la pergamena sacra
“Victoria inspirò a fondo e attraversò il patio, calpestando gli enormi gradini di granito a forma di cuore, mentre sulla sua testa volteggiavano soffici nubi bianche trasportate da una brezza gentile.

[…] “Questo è l’uccellino della felicità?” esclamo la principessa. “La felicità non la portano gli uccellini. […] Sorge invece dal profondo di qualunque essere umano giunga a conoscere la verità.” “Vuoi dire che l’uccellino blu non porta la felicità?”
“Al pari del Principe azzurro, arriva per aiutare a festeggiare la felicità di una persona, ma non la porta affatto.” 

Si procede successivamente alla cerimonia di consegna della pergamena sacra a Victoria.

“Siamo qui riuniti, principessa, per rendere il giusto omaggio alla forza, il coraggio e la determinazione che hai mostrato nella una ricerca della verità.

[…] Ti sei fatta strada nel mare in tempesta, nella sabbia profonda, inerpicandoti sui ripidi pendii delle montagne e attraversando la nebbia più fitta.

Sei scivolata e slittata, hai inciampato e sei caduta, rialzandoti e riprendendo ogni volta il cammino. Hai sopportato tutto ciò, e anche altro, pur di raggiungere la verità che ti avrebbe fatta guarire, portandoti la pace e l’amore che desideri disperatamente.”

Consegna della pergamena sacra.

Victoria dichiarò: “Questo è il mio nuovo Codice reale!”

[…] Victoria si specchiò, e nell’immagine riflessa dei suoi enormi occhi color ambra apparve una scintilla molto più brillante di qualunque altra avesse mai visto in vita sua, persino quella che illuminava un tempo lo sguardo del suo principe.

[…] Victoria si chiese per quale motivo avesse sempre desiderato un principe, convincendosi di essere una nullità senza di lui: per poter essere felice e sentirsi splendida, speciale e degna di essere amata aveva avuto bisogno dell’amore del suo sposo e della scintilla che gli illuminava lo sguardo. Ricordando tutto ciò che aveva imparato sui principi, i salvataggi e l’amore, pensò che le sue vicende personali dimostrassero com’era facile sbagliarsi. Adesso sapeva che pur desiderando un principe all’interno della sua esistenza, non avrebbe mai dovuto permettergli di diventare la sua vita: amava se stessa abbastanza da poter vivere felice, con o senza di lui.

Doc:“Adesso devi imparare a utilizzare a livello pratico la conoscenza che hai appena acquisito. Per apprendere la verità occorre infatti realizzarla nella vita quotidiana.” Con un sorriso sulle labbra, una nuova elasticità nel passo e una canzone nel cuore, la principessa si avviò nello splendido tramonto rischiarato da una sinfonia di colori.”

Victoria impara a camminare da sola, con le proprie gambe. Impara che il vero amore significa libertà e crescita, e non senso di possesso e restrizioni; vuol dire pace e non agitazione; sicurezza e non paura. Ma una sicurezza che non scaturisce da un’illusione bensì dall’accettazione dei proprio limiti e della propria persona.
Il vero lieto fine

Le favole esistono, i sogni possono essere realizzati, purchè si tengano a mente gli insegnamenti qui appresi. Si può sognare, ma bisogna saperlo fare perchè il sogno può diventare una gabbia d’oro se per realizzarlo si accettano così tanti compromessi da perdere di vista la felicità.

Bisogna abbattere l’artificio della convinzioni, vedere ciò che è, uscire dagli stereotipi e fare largo allo spirito di accettazione.

Bisogna accettare i limite delle proprie opinioni.

Bisogna accettare che ognuno è perfetto nella sua imperfezione.

Bisogna accettare che ognuno è il protagonista di una favola che si può avverare, ma che è una favola diversa da quella di chiunque altro, che bisogna costruirla con le proprie forze e il proprio coraggio; è una favola che potrebbe essere diversa anche da quella che abbiamo sempre immaginato, ma è una favola che esiste in cui il lieto fine ci attende.

Zelig – Woody Allen allievo del Fattorello

Claudia Longarini

ZELIG – WOODY ALLEN ALLIEVO DEL FATTORELLO

Introduzione

La caratteristica che distingue l’homo sapiens dagli altri animali è la capacità di comunicare attraverso dei segnali semplici e comprensibili da tutti – denominati segnali analogici -, e attraverso segnali astratti, simbolici – definiti segnali digitali, i quali hanno bisogno di un ragionamento complesso per essere decifrati. Dato che ognuno di essi è una costruzione della mente umana, il loro significato è appreso e “letto” attraverso l’esperienza che inizia da bambini.

I segnali analogici sono quelli attinenti il linguaggio del corpo e accompagnano sempre i segnali digitali, cioè le parole. Così
ogni gesto analogico informa sul significato effettivo del segnale digitale. Capiamo il senso di una certa frase, in digitale, solo se decifriamo il simbolo analogico ossia l’espressione corporea che l’accompagna.

Perché la comunicazione abbia efficacia è importante che ci sia congruenza tra i due tipi di messaggi, ma, quando ciò non
accade, l’ascoltatore percepisce una disarmonia e non crede a quanto afferma il promotore: la discrepanza è sintomo di falsità ed è vissuta come tale da chi la coglie.

Tutto ciò avviene inconsapevolmente, nessuno di noi è in grado di mandare i segnali digitali senza quelli analogici, ma siamo educati a capire solo le parole e non i segnali del corpo, gli unici in grado di esprimere la verità. Imparare a leggere questi gesti aiuta a capire a fondo l’altra persona e a farci agire di conseguenza: posso interrompere o modificare la discussione se i gesti dell’altro mostrano la sua alterazione, chiusura o noia. Posso capire la gioia vera negli occhi dell’altro, anche se sono pieni di lacrime.

Ma perché tanta complessità? Non sarebbe tutto più facile se non ci fosse questa difformità? A cosa serve comunicare e soprattutto farlo in maniera congrua? Il motivo delle discordanze tra le due tipologie di segnali comunicativi sta nel fatto che l’uomo viene a trovarsi in un gruppo di riferimento e di questo deve rispettare le regole per evitare di esserne scacciato. Ognuno di noi viene a trovarsi in ambiente sociale che lo condizionerà nelle scelte di qualsiasi tipo: nel modo di vestire, camminare, parlare, mangiare, pensare, credere.

Essere riconosciuto come membro di un gruppo sociale legittimo, comporta il rispetto delle regole che lo definiscono, pure se urtano con il proprio essere. Anche se rispettare le regole limita i comportamenti e gli istinti umani, ognuno di noi è pronto a pagare questo scotto per essere riconosciuto: solo instaurando una relazione con gli altri potremo confrontare i nostri concetti.

L’apertura del gruppo sociale di riferimento sarà decretata dal modo in cui presenteremo la nostra opinione.

CAPITOLO 1

X): Il film Zelig

Il film parla dell’insicurezza di Leonard Zelig che, per sopravvivere e farsi accettare dalla società, sviluppa un metodo di adattamento che gli permette di trasformarsi in un soggetto di questo o quel gruppo di riferimento. È un irlandese il giorno si san Patrizio, con i relativi capelli rossi; è un ebreo con tanto di barba lunga, se si trova nella sinagoga.

Le metamorfosi avvengono all’istante, dimostrando una capacità di adattamento straordinaria, grazie alla quale può diventare uno del gruppo, accettato, benvoluto e protetto.

Lui ha capito come farsi gradire: prima di tutto ascolta e capisce chi ha di fronte, limitandosi a considerare i tratti esteriori, gli stereotipi. Zelig si immedesima a tal punto nella parte, da assumere una personalità sempre diversa, sentendosi veramente ebreo, o irlandese.

Attraverso tutte le personalità da lui interpretate, il protagonista vive interi periodi della sua vita durante i quali agisce e
compie delle scelte anche importanti che coinvolgono il prossimo, come sposarsi e mettere al mondo dei figli.

L’incontro con la dottoressa Fletcher lo porta a ritrovare la propria personalità, dopo un brutto periodo che Zelig passa a fare il fenomeno da baraccone per volere di sua sorella. L’incontro con la dottoressa gli farà scoprire l’amore, ma la sua vita sarà di nuovo turbata dai conti che gli presenteranno le scelte compiute nel passato dalle sue molte personalità e ricomincerà a fare il camaleonte.

La fine del film sarà felice con i due innamorati ancora insieme.

CAPITOLO 2

SP: Zelig

Leonard Zelig nasce figlio di ebrei e dopo la morte della madre, il padre si risposa con una donna manesca e brutale. La vita del ragazzo è segnata dalle violenze e dalla mancanza dell’affetto familiare: è costretto a vivere nel degrado e nell’indifferenza dei
suoi genitori e dell’ambiente circostante che non lo riconosce. Il padre di Zelig era un attore dalle qualità artistiche mediocri, poco apprezzato nel suo ambiente e nel suo gruppo sociale di riferimento di ebrei piccolo borghesi.

Non visse mai i vantaggi di appartenente a quel gruppo, e probabilmente passò la vita con grande senso di inferiorità che si rispecchiò poi nell’incapacità di educare i figli con amore e di trasmettere loro quei valori a cui faceva riferimento. Il fratello e la sorella di Zelig si rivelarono meschini, costruendo le loro vite sullo sfruttamento del prossimo. Zelig sembra non avere tendenze particolari fino a che comincia a mostrare dei cambiamenti insoliti e mai visti prima in un essere umano.

La sua necessità è quella di farsi accettare socialmente, di avere un posto nel mondo: nelle sue condizioni di disperato non può prendere la strada della crescita intellettuale o professionale, con la conseguente fatica della preparazione e dello studio che richiedono anni di impegno.

Il bisogno di sentirsi vivo e considerato, lo porta a sviluppare un sistema di difesa che lo faccia emergere e liberare da quella condizione di emarginato dalla società, al limite dell’espulsione, costretto ad ammirare da lontano tutti gli altri che vivono un ruolo ben preciso e per quello sono accettati. Da bravissimo attore riesce a interpretare il ruolo scelto, ma non è mai stato in grado di capire la differenza tra la scena e la vita vera.

La sua maschera lo mette al riparo dagli attacchi del mondo esterno, ma il teatro non è mai troppo lungo: la sua natura, la sua acculturazione, certe scelte del passato, ben presto riemergono, evidenziando le dissonanze tra ciò che racconta e ciò che
effettivamente è.

Zelig fa proprie le caratteristiche più facili da assimilare, quelle contingenti, che possono essere apprese con una’attenta occhiata, mentre quel che riguarda le informazioni non contingenti, come la preparazione tramite lo studio e
l’apprendimento di eventuali tecniche, non sono mai prese in esame dal protagonista.

La vita per lui si ferma all’aspetto esteriore, alla superficie. Ogni identità assunta viene dimenticata non appena ne apprende un’altra, ma di quelle vite vissute verranno a galla i misfatti compiuti e i figli concepiti. La sua salvezza sarà l’incontro con la
psichiatra, la dottoressa Fletcher, che si appassionerà talmente tanto al suo caso, da portarlo a casa sua per curarlo e proteggerlo.

In una seduta ipnotica Leonard Zelig confesserà di essere innamorato della dottoressa. La conclusione del film vedrà
sbocciare l’amore.

CAPITOLO 3

SR: Gruppi con cui interagisce

I gruppi sociali con cui Zelig si viene a trovare sono terre da conquistare: ogni volta il suo scopo è quello di farsi riconoscere e accettare per non rischiare l’emarginazione.

Apprende le caratteristiche esteriori fondamentali e vi si adatta velocemente. Zelig è sempre vissuto considerandosi un niente, ma scopre che vestendo gli abiti di un certo gruppo sociale può essere ascoltato e vivere anche lui alla pari degli altri: cioè può
avere un ruolo nel mondo. Riesce talmente bene a impersonare la parte che, come un camaleonte, i suoi tratti somatici si modificano e le persone intorno a lui lo apprezzano e lo riconoscono come uno di loro.

Qualsiasi gruppo può diventare il suo riferimento e non sceglie in base alla convenienza economica o di potere o di religione, perché quello che vuole ottenere è l’adesione pura e semplice, il riconoscimento di se stesso come essere vivente. Zelig è flessibile e in ogni veste si adegua alle opinioni più consone al momento, anche se la volta precedente ha aderito ai pensieri opposti.

CAPITOLO 4

O: Formula d’opinione

In ogni occasione della sua vita il nostro Leonard si adatta alle situazioni in cui viene a trovarsi: da grandissimo osservatore, percepisce gli stereotipi di appartenenza a un dato ambiente e li fa suoi, nell’aspetto fisico e, soprattutto, nella mente. In questo modo Zelig riesce a vendersi, inventando la confezione più adatta all’acquirente che ha di fronte, senza mai sbagliare un colpo.

Per sopravvivenza, Leonard Zelig inventa questo metodo che gli permette di essere riconosciuto nel mondo: il giorno di San
Patrizio, in un pub irlandese, Leonard assume gli elementi distintivi di quel gruppo etnico con tanto di capigliatura e barba rossa e riesce così a non farsi picchiare.

Durante un concerto di un gruppo musicale jazz composto da neri, lui assume la colorazione della pelle dei musicisti e comincia a suonare la tromba. In questo caso la sua parte di attore viene smascherata dalla sua impreparazione a suonare lo strumento.

Vive un lasso di tempo nel quartiere cinese, in cui i suoi tratti somatici si trasformano da caucasici a orientali, e al momento del suo ritrovamento da parte della polizia, impreca in una lingua giudicata da tutti molto vicina a quella cinese.

Passa un altro periodo della vita nelle vesti di un medico: frequenta l’università e l’ambiente ospedaliero, arrivando addirittura a operare di appendicectomia un malcapitato paziente; quando la dottoressa Fletcher, la sua psichiatra, lo prende in cura, Zelig si manifesta come un suo collega e con lei discute di studi e convegni.

E’ un ebreo osservante e, con tanto di barba tipica degli ortodossi, discute nella sinagoga; assume le sembianze e i colori di un indiano d’America, con lunghi capelli lisci raccolti in una treccia, quando si trova in compagnia di uno di questi. Se interagisce con persone obese, anche il suo corpo si adatta a quello degli interlocutori e diventa grasso.

Riesce così in ogni occasione ad aprire uno spiraglio nel muro di protezione dell’altro, che gli offre la possibilità di essere ascoltato: il fine di tutto è sempre comunicare per dimostrare di esistere.

La sua formula d’opinione è sempre ben congegnata, ma molte volte il suo trucco viene scoperto perché l’opinione non è
supportata da conoscenze profonde e da certezze radicate in lui, non nata dalle esperienze di vita o dallo studio di determinati argomenti.

CAPITOLO 5

M: Il mezzo

Mimica, abbigliamento e valori

Zelig è un tipo minuto, ingobbito e sempre con l’aria di quello che ha paura di essere scovato: ha timore del prossimo. L’infanzia trascorsa a combattere per la sopravvivenza non gli ha permesso di rinforzare la sua personalità, di affiliarsi a un credo, ma solo di escogitare un sistema per sfuggire a quella continua sofferenza.

Da adulto Zelig ha come riferimento quei gruppi sociali in cui vede la soluzione ai suoi problemi, non tanto per i valori a cui fanno riferimento, quanto per la capacità che questi gruppi hanno di far fronte unico e compatto contro il mondo. Leonard Zelig non ha valori propri, non li ha mai coltivati e quindi si uniforma a quelli già precostituiti che si trova intorno di volta in volta.

Non ha remore a trasformarsi in gangster, pronto a uccidere un uomo, così come impersona un medico che cura e salva la vita ai pazienti. Lui non deve adattare le sue opinioni, semplicemente perché non ne ha. Vive delle opinioni altrui, solamente per passare un po’ della sua vita in un porto sicuro. Grazie alla dottoressa Fletcher, acquista la sua personalità e si scopre un Leonard Zelig di buon cuore, generoso con la sua donna e portato al rispetto delle persone, delle loro opinioni.

CAPITOLO 6

Conculusioni
FORMULA FATTORELLIANA
x) M
Sp Sr
O

Il protagonista del film incarna perfettamente la teoria fattorelliana: per Zelig è vitale arrivare a comunicare col suo prossimo, dato che solo così si sente vivo. Lui è il soggetto promotore che usa se stesso come mezzo per presentare il fatto (sempre se
stesso) al soggetto recettore di turno.

Applica alla perfezione la teoria tanto da diventare “Mezzo” che esprime l’opinione perfetta per il recettore che ha di fronte, dopo averlo studiato a fondo. Si adatta a questo o quello stereotipo, modificando addirittura il suo corpo, e riuscendo così a essere accettato. Zelig dimostra che lo studio del suo prossimo e l’adattamento allo stereotipo che di volta in volta si trova di fronte, gli permettono di raggiungere lo scopo, non incute timore o sospetto, arriva all’altro, e dunque esiste.

Zelig è perfetto in tutto, tranne che nel credere profondamente alla parte che recita, senza capire dove finisce l’interpretazione e dove inizia la sua vera vita.

Per comunicare veramente è fondamentale l’ascolto e lo studio, quindi la conoscenza del nostro interlocutore: lui ci darà la chiave per aprire la sua porta e ottenere la tanto desiderata adesione di opinione. Lo scopo di tutta la procedura che mettiamo in moto è arrivare all’altro, entrare in contatto con lui.

Se sbagliamo procedimento otterremo la chiusura dell’altra parte e il fallimento: non arriviamo, non comunichiamo, quindi
non diamo segni della nostra esistenza.

Bibliografia
Allen W., Zelig, film USA 1983.
Fattorello F., Teoria della tecnica sociale dell’informazione, 2005 ed. QuattroVenti, Urbino.
Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, 2006, ed. QuattroVenti, Urbino.
Morris D., L’uomo e i suoi gesti, 2005 ed. Mondadori.
Birknbihl F. V., Segnali del corpo, 2008 Franco Angeli, Milano.

Se il chicco di grano…

Francesco Ricci

SE IL CHICCO DI GRANO CADUTO IN TERRA NON MUORE, RIMANE SOLO; SE INVECE MUORE PRODUCE MOLTO FRUTTO. (Gv 12,24)

Indice

Premessa
1. La natura ci insegna.
2. L’apostolo Giovanni precursore della Teoria Fattorelliana.
3. L’ascolto: prima espressione dell’amore e base della comunicazione.
4. La formula fattorelliana nelle diverse realtà.
5. Conclusione.
Bibliografia.

Premessa

A conclusione del corso superiore di metodologia dell’informazione e tecniche della comunicazione presso l’Istituto Francesco Fattorello, ci è stato chiesto di redigere una tesi conclusiva su un argomento a nostra scelta che contenga e spieghi ciò che dal corso è emerso, vale a dire la Teoria Fattorelliana.

L’argomento che tratterò prende spunto da un passo del Vangelo di Giovanni, precisamente:“ Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Gv (12,24)

Un giorno leggendo una lettera che un parroco inviava alla sua comunità in occasione della Santa Pasqua, ispirata a questo passo del Vangelo, mi è venuta spontanea una riflessione che mi ha richiamato l’esperienza vissuta nel corso al Fattorello.

Ho provato successivamente a trovare argomenti per trattare la tesi finale, ma mi ritornava sempre in mente quella lettera, la riflessione e il collegamento all’esperienza Fattorelliana.

Ho deciso allora di abbandonare qualsiasi altra idea e seguire quella traccia, iniziando il mio lavoro e tentando di portare nell’avventura della vita di ciascuno l’esperienza del chicco di grano, che guidato dai cicli naturali, esprime quello che succede nella vita di tutti i giorni ad ognuno di noi, il nostro nascere, crescere, vivere e morire, con le diverse relazioni che ogni giorno siamo tenuti a vivere, tra cui la comunicazione.

Dalla nascita che rappresenta l’avvio di una bella esperienza alla morte quale raggiungimento di un traguardo, che potrà essere diverso secondo il vissuto di ognuno. All’interno di questi due poli si sviluppa la vita quotidiana di ognuno di noi che ci porta ogni giorno a conoscere e vivere esperienze diverse, ad incontrare persone diverse con le quali non sempre è facile comunicare.

CAPITOLO 1

La natura ci insegna

Tutti formiamo un felice anello nella catena della vita. Tutto ha un valore nella vita.

Se la primavera ha così tanto valore è perché glielo ha affidato l’inverno.

Se l’infanzia ha tanto e così meraviglioso valore umano, è perché i genitori ed i nonni hanno trasmesso il meglio di se stessi.

Se una parola entra con il suo valore in un’altra persona e lascia un segno è perché qualcuno ha saputo parlare e ha dato il meglio di sé.

Se la vita ha un valore così grande, è perché qualcuno ha donato tutto il suo essere per potenziarla.

Ciò che accade nella natura, accade nelle persone. La primavera è forse la più desiderata delle quattro stagioni del ciclo annuale.

La primavera è un’esplosione di vita, la primavera è sorpresa, è il risveglio felice a tutto ciò che è nuovo, la primavera è saper ripartire, è saper inventarsi di nuovo dopo uno sbaglio, è sapersi amare e donare, la primavera siamo noi, noi esseri umani.

È quando ad ogni tramonto siamo capaci di pensare al mattino, è quando nelle nostre parole non pensiamo a noi stessi ma all’altro, è quando, calzando le scarpe, desideriamo avanzare nella vita verso un obiettivo, è quando oltre alle rughe conserviamo la lucidità mentale, è quando nella stanchezza prendiamo il riposo con pazienza, è quando nel silenzio prepariamo una nuova azione e un nuovo sorriso.

È quando la natura decide se il chicco di grano muore e germoglia per iniziare un viaggio, o se sparirà senza alcuna traccia.

La comunicazione è la primavera, è l’avvio felice alla scoperta e alla conquista di qualcuno, è lo strumento che ci permetterà di incontrarlo in modi diversi e con risultati diversi solo se sapremo esprimere il meglio di noi, non per noi stessi ma per l’altro e tanto più saremo stati capaci di rendere protagonista il nostro interlocutore, tanto più avranno avuto successo le nostre parole.

Allora siamo primavera, per noi stessi, per essere stati capaci di intraprendere una comunicazione e per l’altro, per essere riusciti a creargli una novità.

In ogni cosa esiste un percorso che permette di raggiungere un obiettivo e tanti fattori interferiscono nella riuscita.

Nella storia del chicco di grano c’è un percorso da seguire, il tipo di terreno che dovrà accogliere il seme, la mano del seminatore; l’inverno che in silenzio e lentamente pianta le radici; la primavera che fa esplodere, crescere e manifestare; poi l’estate che con il suo sole che matura dà il raccolto, che potrà essere di tanti se abbondante, o di pochi se sarà stato scarso; poi ritorna l’autunno tempo di riflessione e di programmazione. L’azzeramento per poi ripartire lo spogliarsi della vecchia veste
per rigenerarsi in un nuovo progetto.

CAPITOLO 2

L’Apostolo Giovanni precursore della teoria Fattorelliana.

Comunicare non significa appagamento personale, ma spogliarsi delle proprie convinzioni e ascoltare l’altro per sapergli dire ciò che lui vuole sentirsi dire da noi.

La comunicazione non avviene in partenza ma all’arrivo nella testa di colui che ascolta del nostro soggetto recettore.

Dobbiamo capire cosa è importante per il nostro soggetto recettore, saper ascoltare cosa lui vuole da noi e solo così possiamo stabilire un dialogo autentico.

Gesù in più occasioni ha mostrato di parlare in modi diversi secondo i suoi interlocutori pur esponendoli gli stessi principi. Ha saputo rendere il suo discorso accessibile a tutti.

Più volte ci ha insegnato che le incomprensioni, la rigidità e la pochezza dei rapporti nascono quando non siamo capaci di abbandonare il nostro punto di vista, il nostro orgoglio il nostro io, quando ad ogni costo, dobbiamo far prevalere le nostre assolutamente giuste convinzioni, che appannano il nostro orizzonte impedendoci di vedere chiaro, di non scorgere chi abbiamo davanti e soprattutto impedendoci di arrivare.

Abbandonare se stessi per accogliere l’altro in ogni azione della nostra vita e carità.

La carità è ciò che l’Apostolo Giovanni in questo passo ci insegna raccontandoci di Gesù, ricordandoci che dove c’è carità c’è amore per se stessi e per gli altri.

Anche nel semplice gesto del dialogo si può omettere la carità, quando non si è capaci di ascoltare il nostro interlocutore, quando non ci accorgiamo che le nostre frasi sono solo per noi stessi, quando cadiamo nella vanità delle parole e dei sentimenti, modi molto frequenti in questa società del desiderio, delle esperienze felici che ignorano l’umana fragilità e l’umana esigenza.

A questo punto si colloca bene l’esempio del seminatore che getta un seme destinato a morire, quasi segno delle nostre fatiche, del nostro patire quotidiano, delle nostre superficialità e dei nostri luoghi comuni; poi l’immagine del mietitore, che raccoglie il frutto della spiga germogliata e maturata da quella morte, da quel chicco di grano che ha saputo rinunciare a se stesso per dare vita ad altri, “ Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.

Dalla rinuncia di ciascuno a se stesso, al proprio egoismo e alle proprie rigide idee si incontrano gli altri e soprattutto con la comunicazione si lascia un segno negli altri.

CAPITOLO 3

L’ascolto prima espressione d’amore e base della comunicazione.

Il primo servizio che si deve alla persona, è l’ascolto; l’inizio dell’amore e dell’interesse di una persona sta nell’imparare ad ascoltarla; l’ascolto può guarire una persona, mentre la mancanza di ascolto può causare ferite molto profonde e può far fallire una comunicazione.

Oggi prevale la cultura del non ascolto: non sappiamo più fare silenzio, stare con noi stessi e con gli altri; non abbiamo né tempo, né voglia di ascoltare.

Non si canta più, si urla, si grida; una vita senza silenzio, senza ascolto, senza dialogo, senza gioia, perché questa viene da molto lontano, dall’interiorità!

Anche la parola di Dio più volte ci ricorda che l’ascolto è la sorgente della vita, il senso di tutta la vita.

Noi siamo chiamati ad ascoltare e a prestare attenzione a chi si ascolta, a ciò che si ascolta, a come si ascolta.

Ascoltare vuol dire: accettare incondizionatamente l’altro, anche nelle differenze che arricchiscono e non dividono.
Condividere i sentimenti dell’altro. Essere positivi, e non lasciarsi andare al pessimismo e soprattutto non trasmetterlo.
Ogni comunicazione ha una sua grammatica, l’emittente, il messaggio, il codice, il mezzo, il contesto e l’intenzionalità, il ricevente ed il feedback.

La comunicazione può avere dei disturbi: da parte del soggetto promotore, la superficialità, la distrazione, la mancanza di consapevolezza e di chiarezza, l’affanno; da parte del ricevente: la precompressione, fretta, superficialità, sordità, affanno, incapacità di ascolto, pregiudizio.

La comunicazione funziona quando il soggetto recettore ha compreso in modo corretto quanto ha voluto comunicare il soggetto promotore.

La comunicazione avviene all’arrivo non alla partenza. Si può concludere che l’ascolto profondo richiede alcune attenzioni: un vuoto di sé, un vuoto di pregiudizi, e un pieno di pazienza.

In ogni incontro ha valore decisivo non quello che dici né i contenuti che esponi né le soluzioni che dai, ma, anzitutto, la relazione che sai creare attraverso un clima di autentico ascolto.

CAPITOLO 4

La formula Fattorelliana nelle diverse realtà.

La formula fattorelliana:
M
X)
Sp Sr
O
X = Il fatto
SP = Soggetto promotore
SR = Soggetto recettore
M = Mezzo
O = Formula d’opinione

Il soggetto promotore, attraverso lo studio della forma di opinione più adatta e al mezzo più consono, deve riuscire ad entrare nel soggetto recettore ed ottenere il suo consenso, allora la comunicazione potrà ritenersi avvenuta ed il fatto accolto.

La formula nella natura:
X = La semina
SP = Il seminatore
SR = La terra
M = Il chicco
O = Il raccolto

La formula può essere rapportata al raccolto: il seminatore con la sua esperienza, conoscenza e bravura, utilizza il chicco come mezzo, lo semina, osservando il terreno e cogliendo il momento migliore.

La terra accoglierà il chicco, permettendogli di germogliare e dare il frutto. Frutto che potrà essere abbondante se il seminatore avrà svolto bene il suo lavoro, o scarso, o inesistente se l’opera condotta dal soggetto promotore non avrà funzionato.

La formula nel Vangelo:
X = L’esperienza di fede
SP = Io
SR = L’ altro
M = Ascolto
O = Carità

Nella formula evangelica io stesso (SP) potrò mettere in pratica l’esperienza di fede (X) con la rinuncia di me attraverso la carità incondizionata (O) del mio prossimo (SR), utilizzando l’ascolto (M) quale mezzo semplice, autentico e naturale.

Se l’altro sarà riuscito a sentirsi protagonista il soggetto promotore (io stesso) potrà considerarsi soddisfatto di aver svolto un semplice ma significativo gesto d’amore.

CONCLUSIONE

Concludo questo lavoro, nella speranza di essere riuscito a cogliere ciò che la teoria Fattorelliana ci insegna.

Se il successo della teoria Fattorelliana è il consenso di opinione del soggetto recettore, nel ciclo della natura il risultato è il bilancio della terra, mentre nell’esperienza del Vangelo è l’amore, quale autentico gesto di accoglienza dell’altro reso protagonista.

In ogni situazione, possiamo concludere che nessuno è terminale ma è sempre promotore, da ogni traguardo raggiunto o successo ottenuto c’è sempre un domani, in cui saremo prossimi di quanti ci passano accanto, di quanti dialogheranno con noi nella vita di tutti i giorni, pronti a farci uno con loro, e soprattutto di quanti saremo stati capaci di rendere protagonisti, di quanti ci avranno dato il loro consenso nell’ accogliere le nostre parole.

Parole che lasciano un segno e ci permettono di comunicare nel mondo e con il mondo, come la spiga matura che giunta al raccolto sarà ancora nutrimento e vita.

Bibliografia
Gv 12,24 Vangelo, Sacra Bibbia.
Fattorello F., Teoria della tecnica sociale dell’informazione, 2005 ed. QuattroVenti, Urbino.
Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, 2006 ed.QuattroVenti, Urbino.
Appunti del corso anno 2008.
Lettera parrocchiale, Santa Pasqua anno 2008.

Suez E Panama: due canali a confronto

GREGORIO SAMBATARO – Laurea specialistica in “ Relazioni Internazionali”

Continuano le buone notizie : un altro “onorevole” fattorelliano che vogliamo segnalare a tutti gli amici del nostro Blog

Il prof Giuseppe RAGNETTI, assieme a tutto l’istituto Fattorello, è lieto di comunicare l’importante traguardo brillantemente raggiunto dal “nostro” Gregorio SAMBATARO

Gregorio ha felicemente concluso i suoi studi universitari, conseguendo la Laurea Specialistica in RELAZIONI INTERNAZIONALI – Facoltà di Scienze Politiche – Università La Sapienza – Roma

“SUEZ e PANAMA: due canali a confronto” è stato l’arduo tema della Tesi di laurea, di cui pubblichiamo l’introduzione e le conclusioni per tutti gli interessati alla …navigazione!

 

SUEZ E PANAMA: DUE CANALI A CONFRONTO

L’orizzonte marittimo si ritrae senza posa innanzi alla prora della nave:

colui che vuole dominare deve andare sempre avanti.
(André Vigarié. La circulation marittime, cap. 11)

INDICE

Introduzione

CAPITOLO 1
Cenni storici
1.1 Il Canale di Suez
1.2 La costruzione del Canale di Panama: dai francesi agli americani

CAPITOLO 2
Rotte commerciali e risparmi di tempo
2.1 Il transito nei Canali e lo scambio di merci: dalle origini fino alla crisi energetica del ’73
2.2 Dagli anni Settanta ai nostri giorni

CAPITOLO 3
L’avvenire dei Canali
3.1 XXI secolo: cosa succede se si chiudono i Canali
3.2 Le rotte concorrenti
3.3 La pirateria marittima
3.4 Progetti di ampliamento

Conclusioni

INDICE BIBLIOGRAFICO

 

Introduzione
Sin dall’antichità, una delle esigenze umane più pressanti, è stata quella di muoversi nello spazio nel più breve tempo possibile. Grazie alla costruzione del Canale di Suez e successivamente del Canale di Panama, l’uomo ha trasformato una traversata di parecchi giorni rispettivamente in 15 e 8 ore. Nel primo caso ciò è stato possibile realizzando un canale navigabile posto a livello del mare, nel secondo, grazie a un sistema di navigazione costituito da chiuse che consente alle imbarcazioni di navigare sopra il livello del mare.

Il presente lavoro vuole essere un’analisi delle rotte di Suez e Panama, due itinerari ancora oggi di primaria importanza per il traffico mercantile oceanico. Fin dalle loro origini questi due passaggi marittimi hanno assunto grande rilevanza geopolitica e, al tempo stesso, si sono dimostrati fondamentali per i trasporti ad alto valore aggiunto.

Il Canale di Suez, inaugurato nel 1869, mise in relazione due spazi marittimi come il Mediterraneo e i mari costieri dell’Africa e dell’Asia. Questi ultimi, già intensamente trafficati, necessitavano di un collegamento diretto e breve in luogo della circumnavigazione della massa continentale africana.

L’apertura di Panama andava a completare lo scacchiere delle rotte mercantili oceaniche che in tal modo poteva offrire due passaggi: uno a Ovest, tra gli Oceani Indiano e Atlantico, attraversando Mar Rosso e Mediterraneo, l’altro a Est, tra gli Oceani Indiano e Pacifico, attraversando il Mare dei Caraibi.

Questo studio mira a dimostrare come il transito attraverso i due Canali risulti conveniente per gli operatori del trasporto, nonostante la presenza di altre opzioni rappresentate sia da rotte marittime, che da itinerari terrestri. Inoltre, la chiusura di queste vie d’acqua, causando gravi rallentamenti negli scambi tra i Paesi, comporterebbe il ripensamento della moderna architettura del commercio internazionale e dei sui flussi.

Il metodo di indagine utilizzato nelle presente ricerca ha fatto riferimento a studiosi che in passato hanno trattato l’argomento. Meritano una menzione particolare: André Siegfried, fondatore della geopolitica interna, che ha analizzato il transito nei Canali di Suez e Panama dalle origini fino al secondo dopoguerra; André Vigarié, geografo francese, che ha approfondito il ruolo delle due rotte fino alla fine degli anni Sessanta; Adalberto Vallega, per le funzioni che hanno esercitato i Canali anche fino ai nostri giorni, nonché per il contributo sull’evoluzione della cantieristica navale fino alla seconda metà degli anni Novanta.

Tali studi, hanno costituito le fondamenta su cui impostare e ampliare il progetto di ricerca. Senza un’accurata conoscenza delle caratteristiche delle principali navi che solcano gli oceani, l’analisi non poteva essere portata a compimento. Altrettanto importante era una conoscenza approfondita di come avviene la navigazione marittima e di quali rotte vengono maggiormente battute dai mercantili impegnati nel trasporto di differenti tipi di merci.

La ricerca si è avvalsa dell’ausilio di quotidiani economici, delle principali riviste di geopolitica, come pure dell’ormai indispensabile strumento informatico. Per quanto riguarda la consultazione in rete, occorre ricordare i siti internet delle autorità che si occupano della gestione dei Canali cioè l’Autorità del Canale di Suez (SCA) e l’Autorità del Canale di Panama, rispettivamente per Suez e Panama.

Inoltre, le informazioni messe a disposizione dalle maggiori riviste marittime specializzate oltre che, dalle più grandi compagnie marittime.

Il presente lavoro inizia con un breve excursus storico che, partendo dalla costruzione dei due Canali, ne mette in luce le differenze dato che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le due vie di comunicazione hanno ben poco in comune, distinguendosi per dimensioni, accessibilità e metodo di attraversamento.

Il primo capitolo fornisce, inoltre, una disamina sul ruolo esercitato dagli Stati coinvolti nella realizzazione e successivamente nella gestione dei Canali, la Francia e l’Inghilterra nel caso di Suez, gli Stati Uniti in quello di Panama. Nel secondo capitolo viene descritto il trasferimento di merci che ha interessato i Canali e la nazionalità delle navi che maggiormente vi hanno transitato dall’apertura fino ai nostri giorni.

Si espone, inoltre, la distanza tra i porti più trafficati, nonché i risparmi di tempo consentiti dall’attraversamento dei Canali. Nel corso dell’esposizione si da conto anche dell’evoluzione che ha contraddistinto il trasporto marittimo. In particolare, vengono tracciati gli sviluppi della cantieristica navale, fornendo puntuali informazioni sulle caratteristiche delle navi adibite al trasporto sia di container, sia di rinfuse.

Il terzo capitolo evidenzia quale può essere l’avvenire di Panama e di Suez, analizzando le “sfide” che attendono le due vie di comunicazione all’alba del XXI secolo. Pertanto, si affronta il tema di un’eventuale chiusura dei Canali e di cosa essa potrebbe comportare. A tal proposito, vengono formulate delle ipotesi anche alla luce delle recente crisi politica egiziana e dei sui futuri sviluppi.

In tale contesto vengono altresì analizzate: le rotte alternative che si pongono in competizione con i Canali; il fenomeno della pirateria marittima che rischia di provocare tensioni e insicurezze nei trasporti marittimi.

In complesso, si tenta di dare una risposta al quesito che un numero sempre maggiore di esperti e analisti si pone e cioè se le rotte di Suez e Panama riusciranno a mantenere invariata la loro valenza geoeconomica anche in futuro.

Tale ricerca si conclude descrivendo i piani di ampliamento che hanno riguardato i due Canali dalla loro apertura fino ai nostri giorni. Anche sotto questo aspetto persistono differenze tra le due rotte. Il Canale di Suez è stato più volte oggetto di programmi di sviluppo con l’obiettivo di attrarre flussi di traffico serviti da navi di portata elevata.

La via marittima egiziana ha dunque dimostrato sempre una certa adattabilità alle mutevoli esigenze del commercio internazionale. Al contrario, il Canale di Panama non era mai stato ampliato fino al progetto attualmente in corso che sarà ultimato nel 2014 e che ne incrementerà l’accessibilità.

Pertanto nel caso di Panama è stata la cantieristica navale a doversi adattare alle dimensioni del Canale con la costruzione di unità naviganti di una certa stazza progettate per transitare lungo questa via.
Conclusioni
Al termine di questo studio può essere utile ricordarne brevemente i punti salienti. Nel corso dell’analisi, è stata evidenziata l’importanza che i Canali di Suez e Panama ricoprono nella navigazione marittima.

Inoltre, si sono poste in luce le notevoli differenze che contraddistinguono le due rotte e la circostanza che queste vie d’acqua hanno in comune soltanto una caratteristica: il fatto di mettere in relazione spazi marittimi come, l’Oceano Indiano e Atlantico nel caso di Suez e l’Oceano Atlantico e Pacifico nel caso di Panama, altrimenti separati dalla terraferma.

Il transito attraverso i due passaggi artificiali permettendo di bypassare le rotte attorno al Capo di Buona Speranza e Capo Horn, consente di risparmiare rispettivamente seimila e ottomila miglia nautiche. Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, ciò ha rappresentato una sorta di rivoluzione del trasporto marittimo.

La navigazione a vapore, ad esempio, ha subìto un notevole impulso dopo la costruzione del Canale di Suez rimpiazzando il ruolo ricoperto fino a quel momento dalle imbarcazioni a vela.

A distanza di tempo dalla realizzazione la valenza strategica ed economica dei Canali di Suez e di Panama non accenna a diminuire. Lo dimostrano le statistiche sui transiti che anno dopo anno segnalano un trend positivo.

Al fine di eseguire una ricerca esaustiva, si è dato conto delle dinamiche e dei fattori che rischiano di deviare altrove i traffici mercantili. In primo luogo, sono state analizzate le rotte concorrenti rappresentate sia da nuovi itinerari marittimi sia da percorsi e condotte terrestri. In particolare, si è fatto riferimento alle rotte commerciali che si renderanno praticabili a causa dello scioglimento dei ghiacci nell’Emisfero Nord, nonché ai landbridge ferroviari e alle pipelines.

Queste alternative, ampliando lo spettro delle opzioni cui possono ricorrere gli operatori del trasporto, possono entrare in competizione con il servizio offerto dai Canali. Tuttavia, anche per le vie di comunicazione concorrenti subentrano delle complicazioni che le rendono meno attrattive.

Le rotte Artiche non sono pienamente accessibili alla navigazione commerciale per due motivi: sono transitabili per dodici mesi all’anno soltanto con l’assistenza di navi rompighiaccio; permangono numerose situazioni di incertezza sullo status giuridico del Polo Nord. I landbridge o “ponti terrestri” possono fare concorrenza ai Canali soltanto nei traffici containerizzati. Inoltre, il costo di questi ultimi servizi è lievitato a causa degli aumenti tariffari imposti dagli operatori ferroviari.

Per quanto concerne le pipelines, piuttosto che entrare in competizione con le rotte di Suez e Panama, svolgono una funzione complementare nel trasporto di idrocarburi.

In secondo luogo, è stato analizzato il fenomeno della pirateria marittima mettendo in luce i problemi che può provocare ai transiti navali nelle acque antistanti i Canali. Nel corso dell’indagine è emerso che i costi per la protezione dei traffici marittimi, pur costituendo un onere non indifferente per la comunità internazionale, siano comunque minori rispetto alla scelta di tragitti alternativi che comportano un allungamento del percorso.

Ciò è dimostrato dal fatto che le più grandi compagnie armatrici continuano a preferire le rotte di Suez e Panama. Inoltre, anche la maggior parte degli analisti è concorde nel sostenere che i danni inflitti dalla pirateria ai flussi commerciali non abbiano ripercussioni considerevoli sull’economia mondiale.

In terzo luogo sono stati descritti i progetti di ampliamento che hanno riguardato le due rotte. Il Canale di Suez è stato potenziato diverse volte nel corso degli anni, adattandosi ai cambiamenti intervenuti nel trasporto marittimo sempre più indirizzato all’utilizzo di navi di elevata portata.

Il caso si Panama è molto diverso. La sua accessibilità si è limitata a vettori con portata fino a 40 mila tonnellate di stazza lorda, per navi convenzionali, e fino a quasi 80 mila tpl per navi Panamax, cioè progettate per passare lungo questa rotta. In questo caso, è stata la navigazione commerciale a doversi adeguare alle dimensioni della via d’acqua.

Tuttavia, le tendenze evolutive dei traffici marittimi hanno determinato la necessità di incrementare la capacità del Canale che ha anche raggiunto una fase di saturazione in termini di numero di imbarcazioni che possono attraversalo in una determinata unità di tempo. Pertanto, nel 2006, la Repubblica di Panama ha approvato il referendum indetto dall’Autorità del Canale di Panama per il progetto di ampliamento del Canale, da realizzarsi nel periodo 2007-2014.

Tutto ciò evidenzia come le rotte di Suez e Panama hanno saputo fronteggiare problemi e dinamiche che rischiavano di affievolirne l’importanza.

Lo studio è stato arricchito dall’inserimento di uno scenario futuro volto a immaginare cosa succederebbe se chiudessero i Canali. Si tratta di semplici ipotesi che non hanno alcuna presunzione di esattezza visto l’elevato numero delle variabili in gioco che possono imprimere alla condizione attuale corsi improvvisi e svolte inaspettate.

Questo argomento ha preso le mosse dalle proteste popolari nel Nord Africa e nel Medio Oriente tutt’ora in corso e che hanno coinvolto anche l’Egitto, la cui situazione politica sembra essere legata alle elezioni parlamentari e presidenziali che avranno luogo nei prossimi mesi.

L’indagine, tuttavia, per quanto dettagliata e ben documentata, richiederebbe uno studio direttamente sui luoghi oggetto di ricerca. Si propone, inoltre, come spunto per un’eventuale ricerca futura che si ponga in linea di sostanziale continuità con il presente lavoro, lo studio degli altri choke points maggiormente coinvolti nel traffico navale mondiale .

In conclusione, si può affermare che i Canali di Suez e Panama rappresentano ancora oggi due rotte mercantili fondamentali per gli scambi di beni che avvengono ogni giorno tra gli spazi marittimi più disparati. La situazione commerciale delle aree localizzate nei pressi dei Canali può essere osservata a partire dalle statistiche e dai dati che riguardano le due vie d’acqua, una sorta di “cartina tornasole” della situazione economica internazionale.

Cambia i pensieri e cambierai il mondo, cambia il linguaggio e cambierai i pensieri: rigore linguistico o torre di Babele ?

Università degli Studi “Carlo Bo” Urbino
Laurea Specialistica in Editoria Media e Giornalismo
Esame di “TECNICHE DI RELAZIONE”
Prof. Giuseppe Ragnetti
Elaborato scritto di: Valentina Volpini
Anno Accademico 2009-2010

CAMBIA I PENSIERI E CAMBIERAI IL MONDO, CAMBIA IL LINGUAGGIO E CAMBIERAI I PENSIERI: RIGORE LINGUISTICO O TORRE DI BABELE?

Partiamo da un concetto, quello di cultura. Esistono diverse accezioni di questo termine, a seconda che ci si riferisca al suo rapporto con la natura, con l’educazione, con la civiltà, con la società. Forse scegliere quest’ultima accezione può essere più utile ai fini di un discorso generale. Da un punto di vista sociologico la cultura viene definita come l’insieme della produzione spirituale e materiale di una certa entità sociale.

Ogni società ha una propria cultura, intesa come l’insieme dei modi di vita che contraddistinguono quella società o un gruppo sociale determinato, e che questi riconoscono come proprio e tramandano di generazione in generazione: valori, norme, usanze, credenze, istituzioni, prodotti artistici ecc. La condivisione di tali elementi è il risultato di un processo che si svolge gradualmente nel tempo, e si articola in un’ assimilazione di opinioni, che si cristallizzano e si stabilizzano.

E’ questa caratteristica a rendere difficile la modificazione della cultura di una società. Così come la cultura, anche la visione del mondo di un soggetto, è frutto di una sedimentazione, avvenuta gradualmente, cominciata nell’ambito familiare, proseguita attraverso l’educazione ricevuta e consolidatasi nel tempo. Difficilmente un soggetto rinuncia alla propria opinione, al proprio pensiero sul mondo.

E’ pur vero, che un individuo, nella realtà attuale, si trova immerso in una rete di rapporti di informazione, ed è soggetto quindi a un notevolissimo numero di formule d’opinione diverse che riceve da altrettanti soggetti promotori, valutando poi se adottare tali opinioni o rifiutarle.

Se agendo da soggetto recettore, l’individuo decide di adottare la formula d’opinione che ha ricevuto e quindi di dare la sua adesione d’opinione, dal punto di vista del soggetto promotore che ha messo in moto il rapporto d’informazione, si può parlare di comunicazione; se non c’è adesione d’opinione, la comunicazione non avviene.

Affinché avvenga la comunicazione, affinché cioè il rapporto di informazione vada a buon fine, bisogna considerare il condizionamento reciproco degli elementi di tale rapporto.

x) M
Sp Sr
O

Il fatto, la notizia, l’evento, il motivo per cui viene iniziato un rapporto di informazione (x), condiziona innanzi tutto le scelte del soggetto promotore (Sp). Egli sceglie il mezzo (M) con cui comunicare e configura il messaggio in base al soggetto recettore (Sr). Il mezzo impone al Sp di rispettare le proprie caratteristiche tecniche e al Sr di possedere certe facoltà per gestire tale mezzo. Inoltre la formula d’opinione (O) è messa in forma in un certo modo dal Sp, e condiziona la scelta del mezzo con cui essere comunicata.

Infine il Sr obbliga il Sp a conoscere le sue facoltà e ad adeguare di conseguenza la formula d’opinione e il mezzo. Un Sp quindi, nel mettere in atto un rapporto d’informazione, deve tener ben presente che il suo obiettivo è ottenere un’adesione d’opinione e che per riuscirci, non può prescindere dai condizionamenti interni.

Dunque è fondamentale il modo in cui viene portato avanti il rapporto comunicativo. Da ciò deriva che l’idea che un contenuto possa essere comunicato così come è nella mente del soggetto promotore è un’illusione; la formula d’opinione va adattata al recettore, affinché egli, prima di poter valutare se aderire o meno, possa comprenderla.

Uscendo per un attimo dalla teoria, possiamo verificare tale concetto in due ambiti importanti della vita sociale, entrambi appartenenti alla sfera del contingente, cioè alla sfera della tempestività, dell’immediatezza, dell’istantanea adesione d’opinione: l’informazione giornalistica e la propaganda politica. Nel primo caso, il problema si verifica nella difficoltà che molti lettori hanno nel comprendere il contenuto di un articolo, perché espresso con un linguaggio troppo complesso, spesso di tipo elitario che sfugge quindi all’universale comprensione dei lettori.

Un sintomo di tale disagio è ad esempio il fatto che molti dichiarano di preferire la free press al quotidiano acquistato, non solo per la gratuità ma soprattutto per il dispendio di energie che richiederebbe leggere un articolo su tale giornale. Nel caso della propaganda, il problema si riscontra nella diversa efficacia che la comunicazione politica ha nel momento del risultato elettorale. Infatti è innegabile che nella contemporaneità, la chiave per un risultato politico soddisfacente per un candidato o un partito, sta nell’efficacia della comunicazione.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una questione di diffusione della propaganda attraverso i mezzi di comunicazione sociale, specialmente la televisione, ma spesso di una questione di linguaggio. Spesso i politici cadono in un grossolano errore, che è quello di non farsi capire dal proprio elettorato, al quale stanno chiedendo un’adesione d’opinione, da esprimere con l’istituto del voto.

Il promotore, nei processi contingenti, ha un tempo limitato per realizzare il suo scopo, per questo la sua formula d’opinione deve essere dotata di una notevole carica sociale, deve possedere un fattore di conformità, cioè la forza di raggiungere il recettore nella sua sensibilità, adeguandosi alla sua curiosità e ai suoi desideri. Appare dunque chiaro come il soggetto recettore debba avere un ruolo preminente nel rapporto di informazione. Una formula d’opinione, soprattutto in un rapporto da uno a molti, deve avere una caratteristica fondamentale, l’universale comprensibilità.

In questo senso risulta importante l’attenzione posta al linguaggio utilizzato, perché come detto in precedenza, il mezzo deve essere adeguato al recettore. Trascurare l’importanza di tali elementi comporta una situazione fallimentare.

Possiamo descriverla attingendo alla tradizione biblica. Come racconta l’Antico Testamento, dopo il diluvio universale i discendenti di Noè, stabilitisi nella regione del Sennaar, in Babilonia, vollero innalzare una torre tanto alta da raggiungere il cielo. Il Signore, adirato per la loro presunzione, li punì facendo parlare a ognuno un idioma diverso; prima la lingua era una sola, dopo quell’episodio gli uomini non si capirono più.

Contestualizzando, possiamo dire che se un promotore ha la presunzione di comunicare la propria idea, il proprio pensiero, utilizzando un linguaggio adatto alla propria soggettività, senza tener conto di chi riceverà tale messa in forma, realizza una situazione di incomunicabilità, una Babele, in cui ognuno porta avanti la propria opinione, senza che gli altri membri della comunità possano comprenderla.

All’estremo opposto, tuttavia, non bisogna pensare che si possa verificare automaticamente una totale e completa adesione all’opinione del promotore.

Questo sarebbe un caso limite, difficile da ottenere. Potrebbe essere la pretesa di un’impostazione ideologica, ma neanche nel caso di una pianificazione rigorosa del rapporto d’informazione, anche dal punto di vista del linguaggio, si può avere la certezza dell’adesione d’opinione del recettore. Egli infatti resta sempre e in ogni caso un soggetto opinante e assolutamente indipendente e insensibile a qualsiasi speranza di condizionamento da parte del promotore.

Come in molte altre cose, dunque, possiamo dire che la verità è a metà strada. Possiamo cioè dire che nella normalità, un rapporto d’informazione, correttamente pianificato rispettando tutti gli elementi in gioco, diventa un rapporto comunicativo se il Sr recepisce, attraverso il filtro della propria soggettività, la formula d’opinione trasmessa, vi aderisce, se ne appropria, e la comunica a sua volta, in qualità di Sp, ad altri Sr.

Questa considerazione permette di porre l’accento sulla reale condizione in cui si trovano i soggetti nella loro esperienza quotidiana. Non sono riparati all’interno di una bolla d’aria che li protegge, tutt’altro, ciascuno di noi è costantemente immerso in una rete fittissima di rapporti di informazione, contingenti e non, che costantemente trasmettono formule d’opinione diverse a ognuno di noi.

Possiamo riformulare dicendo che riceviamo e trasmettiamo visioni del mondo soggettive e frutto della nostra personale esperienza e acculturazione.

Allo stesso tempo, in quanto soggetti appartenenti a un gruppo o a una data società, possediamo una serie di opinioni cristallizzate e di valori che abbiamo ricevuto e assimilato attraverso rapporti di informazione non contingenti.

Possediamo una data cultura, che ci appartiene e che in generale condividiamo con gli altri membri della società. Possiamo vedere i vari gruppi-società, come un grande soggetto collettivo con una propria formula d’opinione, la propria cultura.

Come il singolo, anche il soggetto collettivo, difficilmente rinuncia alla propria personale visione del mondo e alla propria cultura, perché entrambe appartengono alla sfera del non contingente, sono il risultato di un processo graduale e lento, cristallizzato e consolidato. In questo senso possiamo facilmente comprendere l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di cambiare tali visioni, tali pensieri sul mondo.

Tuttavia si potrebbe forse contrapporre a tale concetto un fatto che probabilmente molti di noi hanno spesso considerato inevitabile e cioè che ci siano dei comportamenti, diciamo pure delle idee, delle opinioni, delle mode, che attecchiscono fortemente nella società e si diffondono a largo spettro. Si tratta di formule d’opinione ben trasmesse? Oppure la responsabilità è la grande diffusione attraverso i mezzi di comunicazione?

A tal proposito bisogna mettere in gioco un altro elemento, che ha una fortissima rilevanza in tale fenomeno e cioè il conformismo sociale di ciascuno di noi, quel bisogno di essere simile a un gruppo per non correre il rischio di una esclusione dal gruppo stesso.

Tale fattore ha a che fare con le personali attitudini, con le proprie esigenze e sicuramente va considerato nella pianificazione di un rapporto di messa in forma, ma non ha a che fare con lo strumento, che resta sempre un tramite tra i due soggetti del rapporto ma non determina il risultato del rapporto.

A cosa serve tale considerazione? A sottolineare la diversa collocazione del discorso sulla cultura. In questo caso il fattore rilevante è l’aspetto non contingente, la dimensione temporale, riflessiva potremmo dire, che di sicuro non appartiene ai fenomeni definiti di informazione pubblicistica, il giornale, la propaganda, la pubblicità, nei quali invece è il conformismo ad avere possibilità d’azione.

Nel caso dei Pensieri sul mondo, della cultura come patrimonio, dei valori, andiamo a toccare non più la superficie del lago, ma la dimensione profonda, quasi nucleare, evidentemente difficile da raggiungere e solleticare.

Di conseguenza il sogno, se così vogliamo chiamarlo, o meglio il tortuoso cammino verso una modificazione dei pensieri e di conseguenza delle visioni del mondo, e quindi, per estensione del mondo stesso, non può prescindere da una lentissima e costante trasmissione di nuovi valori e credenze.