Francesco Fattorello: studioso dell’informazione che ha fatto scuola

Francesco Fattorello: studioso dell’informazione che ha fatto scuola

di Giuliano Martino

Pordenone si racconta – Settembre 2015

Una Teoria italiana per un nuovo approccio alla Comunicazione

“Una Teoria italiana per un nuovo approccio alla Comunicazione”

Articolo di Francesco Bossi pubblicato sulla Rivista Bimestrale “SYNCHRON” – Idee Prospettive Momenti di Incontro del settore AGIP Petroli – Anno 15 – n.3/96

Qui la Rassegna Stampa dell’articolo sulla rivista


Francesco Fattorello
Ordinario dal 1936 di Storia del Giornalismo all’Univerità di Roma, aveva fondato nel 1947 l’istituto Italiano di Pubblicismo che rappresentò la prima Scuola in Italia per gli operatori dell’informazione. La tecnica sociale dell’informazione è la materia che ne aveva ispirato il piano didattico. Le esperienze tratte da questa interpretazione del fenomeno dell’informazione e dal metodo di insegnamento praticato dalla Scuola italiana, apparvero allora così innovative da essere accolte tra le materie di studio del Corso internazionale per l’insegnamento del Giornalismo, all’Università di Strasburgo.


Quello che è stato Mattei per la vicenda del petrolio in italia, lo è stato Fattorello nel campo della comunicazione. Parlare del “Mattei della comunicazione” significa riferirsi allo spirito di intraprendenza e di innovazione che ha caratterizzato l’opera del Fattorello. La storia ci dice come Mattei abbia rovesciato il ruolo fino ad allora interpretato dall’Italia in campo petrolifero proponendone, anche a livello internazionale, uno più innovativo, quasi rivoluzionario. Ebbene, la stessa cosa è avvenuta in campo sociologico con Fattorello.

L’attenzione che la sua teoria ha destato, soprattutto all’estero, non solo è la testimonianza della carica innovativa che essa portava nel panorama culturale delle scienze sociali, ma ha persino determinato un graduale avvicinamento della Scuola anglosassone alle posizioni della Scuola italiana. La differenza nell’approccio scientifico è tutta qui: se nel processo di comunicazione consideriamo il destinatario come un oggetto passivo e dunque del tutto manipolabile dai mezzi di “persuasione occulta” che giocano sulle pulsioni inconsce proprie di ogni individuo, l’efficacia della nostra comunicazione sara sempre condizionata da variabili imprevedibili che spesso mandano in tilt il circuito pazientemente costruito. Se invece consideriamo il soggetto recettore come un gruppo di individui da un lato inserito in un contesto sociale che ne condiziona i bisogni e gli atteggiamenti, dall’altro che interagisce in modo attivo alle opinioni che gli vengono trasmesse dal promotore della comunicazione, attraverso proprie opinioni a loro volta comunicate ad altri, allora questa sorta di reazione a catena richiede un tipo di analisi della comunicazione che obbliga a tarare pazientemente su ogni tipo di recettore ciascun messaggio elaborato.

É il contrario di quanto spesso accade nel mondo delle imprese, quando si confezionano prodotti di comunicazione anche egregi come fattura, ma generici e indifferenziati (che vanno bene per tutti e per ogni occasione), che cioè non sono costruiti “su misura” dei differenti segmenti di audience ai quali ci si rivolge.

È proprio da questa concretezza della tecnica sociale, questa sua capacita di essere applicata ad ogni situazione particolare, che nasce il marketing operativo, cioè l’esigenza di far accettare ogni particolare prodotto modellandolo in funzione delle esigenze del cliente a cui è destinato, con una analogia tra un modo “tutto italiano” di vendere il prodotto, ad esempio petrolifero e la “vendita” del prodotto comunicazione. In entrambi i casi c’è l’esigenza di non “imporre” il prodotto ma di entrare in rapporto ravvicinato con il contesto sociale nel quale sono inseriti i nostri “clienti finali”.

Da quando, negli anni sessanta, il noto sociologo canadese Herbert Marsliall McLuhan pubblicò le sue più famose opere sui mezzi di comunicazione di massa (La Galassia Gutemberg, Gli strumenti del comunicare) che teorizzavano per la prima volta la prevalenza dei mezzi nel processo di comunicazione, prendeva il via una proliferazione di studi e di analisi sistematiche che finirono per decretare una sorta di predominio della cultura anglosassone d’oltreoceano.

Così le nuove teorie che ne scaturirono andarono a rafforzare quel filone della “cultura di massa” che era stata la scoperta più significativa della sociologia americana del dopoguerra. Nella “mass communication” si andavano per lo più ad osservare i vari fenomeni “quantitativi sull’accumulo delle informazioni e dunque sui processi di carattere psicologico attraverso i quali gli individui acquisiscono ed organizzano l’enorme massa di informazioni da cui sono quotidianamente bombardati.

Ma nel corso degli anni è emersa una certa insofferenza verso questa visione, a favore di un approccio di carattere più sociologico al problema dell’informazione, riguardata nel rapporto che lega chi promuove l’informazione con chi la riceve, cioè come un processo che determina una reazione da parte dei destinatari a causa del loro essere inseriti in un certo habitat, in un particolare contesto socio-culturale.

L’informazione come un momento dunque del vivere in associazione con gli altri, come fenomeno sociale, e non solo meramente psicologico. In particolare la critica all’impostazione di McLuhan si soffermava sull’importanza, ritenuta eccessiva, data al ruolo del mezzo nel processo di comunicazione. Infatti, secondo il sociologo canadese, il senso del noto e forse abusato slogan “il mezzo è il messaggio” consiste nel rilevare la prevalenza del modo di trasmettere i messaggi rispetto al loro contenuto. Una prevalenza giustificata dalla considerazione che il mezzo non si limita a trasmettere il messaggio ma lo viene a modificare in ragione delle proprie caratteristiche tecniche di strumento.

Quindi i mezzi produrrebbero determinati effetti indipendentemente dal loro contenuto. Ed è proprio contro questa interpretazione, di matrice anglosassone, sul termine (cioè il mezzo) del processo di comunicazione che trasformerebbe il messaggio, che si leva la voce di una visione della comunicazione legata ad una tradizione culturale e sociologica più “italiana”, di matrice umanistica, che sottolinea invece come la modifica dell’oggetto della comunicazione è un processo che non fa parte del circuito informativo, ma che si genera al di fuori di esso, più a monte, nella mente di chi comunica (e non già nelle proprietà tecniche degli strumenti, per quanto sofisticati possano essere).

È il soggetto che vuole comunicare che trasforma l’oggetto della sua comunicazione in una sua particolare forma, attribuendogli cioè una interpretazione che diventa essa stessa messaggio, entrando così nel noto circuito di “emittente-messaggio-mezzo-ricevente”. La tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello è l’unica teoria italiana sulla comunicazione, formulata su rigorose basi scientifiche. È una costruzione metodologica profondamente radicata nella nostra tradizione culturale, proprio perché si basa sul presupposto che non esista una teoria comunicazionale valida sempre ed applicabile a qualunque recettore, ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove una comunicazione e chi la riceve debba necessariamente essere tarata sul recettore, in quanto non oggetto passivo della comunicazione ma soggetto che interagisce con il promotore all’interno di una complessa dinamica sociale.

La “tecnica sociale dell’informazione” si basa sul presupposto che chi riceve la comunicazione non è un oggetto passivo, preda dei condizionamenti, ma un soggetto che interagisce con chi comunica all?interno di una complessa dinamica sociale.

Informare, trasmettere, comunicare

Per chiarire il significato e la portata di questo approccio sociologico è necessario confrontarlo con l’ambito proprio della teoria generale delle comunicazioni. Considerare l’informazione come tecnica sociale comporta infatti un taglio particolare rispetto all’accezione generica dei processi di comunicazione, con i quali non può essere mai confusa.

Una differenziazione innanzitutto rispetto all’azione di trasmissione di informazioni, che indica solo un momento del processo informativo, quello cioè del passaggio dall’emittente al recettore attraverso un mezzo. Infatti la tecnica sociale considera proprio l’impossibilità di trasmettere un oggetto (l’informazione) da un termine all’altro della comunicazione, bensì solo e sempre la sua forma, cioè la particolare interpretazione dell’informazione che il soggetto promotore non può far a meno di dare prima ancora di attivare il processo informativo. Ma informare non coincide dunque con il trasmettere, si differenzia soprattutto dal comunicare, un termine che non a caso il linguaggio corrente applica ad ambiti estremamente vasti e generici come le vie di comunicazione o i mezzi di trasporto.

Comunicare, al di là ovviamente della forma più elementare di rapporto diretto e immediato tra due persone, sta dunque ad indicare un’azione che mette in contatto, che accomuna due termini grazie ad un sistema di trasmissione. Non a caso la teoria generale delle comunicazioni e nata all’inizio degli anni sessanta come una teoria che studiava i problemi delle comunicazioni elettriche (ed è curioso notare come sin d’allora nasceva l’ambiguità del suo significato, se l’opera di John Pierce, uno dei più autorevoli studiosi della materia, “Symhols, signal and noise: the nature and process of communications” veniva tradotta in Italia con “Teoria generale dell’informazione”).

Gli sviluppi successivi ne accentuavano poi il carattere scientifico nel disciplinare il processo di “codifica” dei messaggi che viaggiano su un particolare canale, ponendo così le basi della cibernetica, una scienza che veniva così a racchiudere in un unico ambito sistematico sia i fenomeni fisiologici ( la trasmissione dei segnali del sistema nervoso centrale, periferico e neurovegetativo) che quelli elettromagnetici.

Parlando in senso tecnico di comunicazione, ci riferiamo dunque ad un sistema complesso che svolge tutta una serie di operazioni sulle informazioni captate: non solo cioè le raccoglie, ma le trattiene, le memorizza, le elabora e le trasforma, come risulta evidente se osserviamo i processi di tipo informatici e i sistemi operativi dei computer.

Contrariamente a quanto generalmente si pensa, nella comunicazione verso il pubblico non si trasmette mai una informazione ma sempre la sua “forma”, cioè l’interpretazione che chi comunica non può fare a meno di dare all’oggetto della sua comunicazione.

La formula di opinione

Un esame attento del termine “comunicare” ci indica quindi un significato estremamente ampio e necessariamente generico, che non dà ragione dei fenomeni studiati dalla tecnica sociale dell’informazione, che si occupa invece di comunicazione di messaggi, puntando il suo interesse non dunque sulla comunanza di informazioni quanto sull’accreditare opinioni.

Una prima conseguenza che se ne trae sta nel fatto che l’impossibilità di sottrarsi a questo processo di informazione rende l’informazione sempre “formazione”, nel senso che è impossibile, contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe sostenere, distinguere, ad esempio nel campo della carta stampata, organi politici che concorrono a formare opinione da organi di pura informazione. E questo non tanto in forza di una sorta di abitudine a distorcere e a pilotare le informazioni, quanto perché entrambi i casi stanno ad indicare lo stesso processo informativo.

Infatti, secondo la tecnica sociale dell’informazione non esiste la differenza tra fatti e opinioni, ma entrambi si trasformano sempre in formule di opinione, cioè nelle trasformazioni di ciò che deve essere comunicato in una particolare forma di percezione e di interpretazione del soggetto che promuove la comunicazione. Questa base metodologica intende dunque l’azione di informare nel senso della filosofia scolastica di dare forma ad un’informazione, per ottenere un’adesione a quella forma che viene trasmessa al destinatario della comunicazione.

All’interno di questa visione del fenomeno sociologico, tipicamente legata alle nostre tradizioni culturali e concettuali, ci si può addentrare ad osservare il come si crea questa interpretazione con la quale il soggetto promotore mira ad ottenere un consenso, una adesione da parte del recettore. Rispetto alle finalità che il promotore si pone quando deve comunicare, emergono due ambiti fondamentali di informazione: la costruzione dell’oggetto di informazione può essere infatti finalizzata ad ottenere un’adesione di tipo immediato e contingente, come nel caso del giornalista che mira ad un’adesione di opinione da parte dei suoi lettori; oppure si può puntare a conseguire un’adesione di tipo più profondo, come nel caso della trasmissione di valori o di conoscenze scientifiche, che richiede un processo di assimilazione più lento da parte del recettore.

La formazione dell’opinione pubblica intesa come il prodotto di opinioni contingenti attiene il primo tipo di informazione, mirata a conseguire nel recettore un’adesione immediata all’opinione del promotore, attraverso la rappresentazione di stereotipi, interpretazioni già preconfezionate e di facile assimilazione. La tecnica sociale dell’informazione del Fattorello studia proprio questo ambito, che è poi il campo della cosiddetta attualità, nel quale l’informazione – o meglio la sua forma – viene rivolta a quel particolare gruppo di recettori che si identifica nel pubblico.

Questa informazione pubblicistica, che impiega un tipo di analisi sociologica diversa dall’approccio di studio della trasmissione dell’informazione non contingente, propria dell’ambito scientifico, filosofico, morale e dell’educazione, si è andata ad articolare, nella nostra civiltà della comunicazione, in una serie di ambiti specialistici, ciascuno con finalità precise e circoscritte come il giornalismo, la propaganda ideologica, la pubblicità, le pubbliche relazioni. In tutte queste aree risultano comunque identici i termini del processo di informazione, che si possono rappresentare con una formula ideografica:

X)

Sp —> O —> M —> Sr = Sp1 —> O —> M —> Sr1

dove il soggetto promotore della comunicazione (Sp) attiva un rapporto con il soggetto recettore (Sr) usando un particolare strumento di comunicazione (M) attraverso il quale trasmette una sua opinione (O), un suo modo di rappresentare un fatto o un messaggio. Questo fatto o messaggio, che è il “ciò di cui si parla” x), cioè la materia del processo di informazione, resta al di fuori del processo stesso. Chi, ad esempio, deve riferire al proprio superiore il dibattito che ha avuto corso in una riunione, non pone tra sé e il suo destinatario l’evento accaduto x), ma solo la propria relazione su quell’evento; una relazione (O) alla quale egli affida il compito di creare nel suo interlocutore una particolare immagine dell’evento.

Questa interpretazione della comunicazione viene dunque a superare l’idea tradizionale di un soggetto che trasmette ed uno che riceve, ponendo 1’accento sulla complessità sociale del fenomeno comunicazionale: infatti i due termini sono entrambi soggetti di comunicazione, non solo perché il promotore trasmette non un fatto ma una sua rappresentazione soggettiva, ma anche perché il recettore non si limita a ricevere quella interpretazione, ma la elabora a sua volta per ritrasmetterla ad altri, così rielaborata e reinterpretata, cioè per farsi a sua volta promotore di comunicazione.

Ma l’aspetto più rilevante della natura del fenomeno e che i processi di rielaborazione dei due soggetti risultano dello stesso tipo, in quanto la formazione delle opinioni è la risultante delle stesse dinamiche sociali, in continua evoluzione, che scaturiscono dalla condivisione dello stesso “mondo”, delle stesse sollecitazioni indotte dal comune ambiente esterno.

Studiare la comunicazione diventa allora analizzare le caratteristiche dell’habitat culturale e delle strutture conoscitive con le quali i soggetti interagiscono nel ruolo di protagonisti della creazione continua di rappresentazioni della realtà. Siamo dunque ben lontani da quegli individui a cui si riferiva Umberto Eco negli anni sessanta nel suo celebre “Apocalittici e integrati”: in totale balia del bombardamento dei mass media che determinano in loro una sorta di regressione psichica, un conformismo spinto, una ottenebrata passività. No. Qui ci troviamo in una visione ben diversa nella quale gli individui, interagendo tra di loro, si scambiano frammenti dei loro mondi conoscitivi che sono il frutto delle loro continue elaborazioni personali e delle pulsioni della loro convivenza sociale.

Gli stessi mezzi di comunicazione, nella teoria di Fattorello, non sono scindibili da questa visione in quanto strumenti dotati di uno specifico linguaggio (basti pensare, per fare l’esempio più evidente, alla differenza tra il linguaggio della carta stampata e quello degli strumenti informatici multimediali e interattivi); linguaggio che non è una caratteristica a se stante ma è legato al tipo di recettore al quale prevalentemente si rivolgono. Allo stesso modo i recettori della comunicazione non sono considerati solo nelle loro dimensioni quantitative che ne limitano ovviamente la loro recettività, ma anche secondo il loro diverso grado di disponibilità all’informazione che ricevono.

Le dinamiche in cui è immerso chi riceve una informazione pubblicistica non riguardano solo la sfera della razionalità cosciente e le pulsioni inconsce, ma sono costituite in misura rilevante dalle forze esterne di polarizzazione delle opinioni.

I termini del processo di informazione

Ed è proprio sul recettore che la tecnica sociale dell’informazione accentra il suo interesse. L’informazione pubblicistica è rivolta infatti ad un tipo di recettore che non è né un gruppo fortemente connotato e qualificato, né una folla indistinta, ma un tipo di persone riconoscibili all’interno di un segmento di pubblico soggetto allo stesso mix di dinamiche emotive e razionali, differentemente da quanto avviene per l’informazione di tipo non contingente, che si rivolge ad un pubblico più qualificato e omogeneo, la cui recettività, lenta e graduale, segue prevalentemente percorsi di tipo logico-razionale. Quindi l’analisi del soggetto recettore dell’informazione pubblicistica dedica una particolare attenzione alla recettività di tipo qualitativo dei recettori, connessa con una eterogeneità culturale che richiede perciò da un lato l’uso delle metodologie statistiche e sociologiche, dall’altro le ricerche motivazionali per andare ad individuare le motivazioni culturali e il grado di conformismo sociale.

Quindi le dinamiche in cui è immerso il recettore dell’informazione pubblicistica non attengono solo la sfera della razionalità cosciente e quella delle pulsioni inconsce, ma sono costituite in misura rilevante anche da queste forze esterne di polarizzazione delle opinioni. Se dunque il successo teorico di una informazione di tipo pubblicistico si ha nel caso limite in cui l’adesione di opinione del recettore all’opinione che il promotore gli propone sia totale e completa, in pratica si dovrà puntare all’obiettivo di posizionare questo “fattore di conformità” sulle adesioni di opinione della maggioranza del nostro pubblico.

Infatti l’efficacia dell’informazione non può essere misurata solo con i criteri mediati dalla psicologia (indagini qualitative in profondità) in quanto le reazioni emotive e inconsce dell’individuo non sono scindibili dai condizionamenti che egli subisce per il fatto di appartenere al gruppo al quale il messaggio è rivolto. E questo aumenta le difficoltà della misurazione, inducendo il rilevatore a ricorrere anche alle tecniche proprie della psicologia sociale. Ma nella tecnica sociale di Fattorello l’attenzione dedicata al recettore non opera nella direzione di isolarlo dal contesto del processo informativo, anzi l’interazione tra i vari fattori del processo è molto intensa perché ciascuno dei termini del rapporto di informazione condiziona tutti gli altri.

Dal promotore, che sceglie lo strumento più efficace, configura il suo messaggio per ottenere 1’adesione all’opinione a cui mira e si deve adeguare al suo recettore; allo strumento, che impone al promotore il rispetto di certe regole tecniche legate alle proprie caratteristiche, e che si deve adattare alla configurazione del contenuto dell’informazione e obbliga il recettore ad usare quel tipo di recettività necessaria per comprenderne il linguaggio tecnico proprio delle sue caratteristiche; al contenuto, che porta nel processo di informazione la forma che gli ha dato il promotore e condiziona la scelta dello strumento da usare; fino al nostro recettore che obbliga il promotore ad accertarne i processi conoscitivi, le attese e i condizionamenti del suo essere parte di un pubblico destinatario dell’informazione.

Questa rete di reciproche influenze tra i vari elementi del processo rende perciò la nostra tecnica sociale ben diversa dalla teoria generale delle comunicazioni e dalla famosa formula di Lasswell (chi parla? cosa dice? a chi? con quale mezzo? con quale efficacia?).

Evidenziando solo gli aspetti più macroscopici, si nota che da un lato il modello del sociologo americano prescinde dal simbolo x), cioè dalla dinamica fattorelliana che attribuisce un’ampiezza e una complessità ben diverse all’oggetto della comunicazione, che non è una informazione asettica ma un messaggio caricato dal meccanismo dell’opinione che trasforma il recettore in soggetto attivo non solo nella fase di decodifica del messaggio ma anche in quanto, inserito nella dinamica sociale, egli dà vita successivamente a quella reazione a catena diventando egli stesso soggetto promotore dell’informazione ricevuta, interpretata e modificata dalla propria opinione.

In secondo luogo si nota l’assenza, nel modello di Fattorello, dell’elemento “efficacia” della comunicazione attivata. Non si tratta certo di una dimenticanza, ma piuttosto della volontà di confinare, in senso rigorosamente scientifico, l’effetto del messaggio al di fuori del rapporto di informazione, come elemento quindi che non entra in quella dinamica vitale di reciproche interrelazioni che abbiamo osservato prima.

È questo il motivo per il quale le accentuate dinamiche della tecnica sociale dell’informazione pubblicistica, cioè immediata e contingente, consentono di dare spiegazioni sul fenomeno della formazione dell’opinione pubblica (quella cioè che si forma all’interno di un certo raggruppamento sociale intorno ad un particolare tema), che non è riguardata come un qualcosa di statico che si può fissare in uno schema di analisi sempre uguale, ma viene interpretata appunto come processo di polarizzazione di opinioni, in continua trasformazione secondo certe dinamiche note e misurabili.

E la capacità di misurare il fenomeno sociale dell’informazione scaturisce proprio dalla sua bidirezionalità, cioè dal fatto che esso viene considerato come la risultante sia delle interpretazioni soggettive che il promotore dà sull’oggetto dell’informazìone, sia delle interpretazioni altrettanto soggettive che il recettore dà a sua volta all’interpretazione del promotore. E queste soggettività che si ripetono all’infinito non sono casuali e legate “psicanaliticamente” alle dinamiche interne della coscienza dell’individuo (il mondo delle sue pulsioni e della sua emotività personale), ma sono ordinate da quelle circostanze della vita sociale, del condividere la stessa visione del mondo e appartenere allo stesso habitat culturale, che formano le attitudini che ci portano a reagire alle opinioni che riceviamo con altre opinioni.

Il pubblico che riceve la comunicazione è un soggetto che interagisce con la stessa informazione ricevuta sotto una certa “forma” e che provoca in lui la tendenza a riconfigurarla in modo consono al proprio habitat culturale e alla propria visione del mondo.

Una metodologia per comprendere il nostro mondo

In un simile contesto non viene dato più spazio alla pretesa “obiettività” dell’infomiazione, visto che il valore dell’informazìone, nella tecnica di Fattorello, sta proprio nella sua soggettività, nel fatto cioè che non si può distinguere, come accennavamo all’inizio, tra fatti ed opinioni per il semplice motivo che anche ammettendo per assurdo l’esistenza di informazioni “neutrali” da parte di chi le trasmette, non si può prescindere dal fatto che esse vengano trasformate dalla opinione di chi le riceve, secondo una particolare dinamica di natura sociale.

Allora il noto motto del giornalismo americano, secondo il quale “i fatti sono sacri e la notizia è libera” sembrerebbe dimenticare – da questa prospettiva – che non sono i fatti che vengono riferiti, ma la loro “notizia”, cioè la loro relazione caricata inevitabilmente da una interpretazione soggettiva. Non si tratta certo, nel nostro caso, di un ritorno al criticismo kantiano che negava la possibilità di conoscere le “cose in sé” ma solo i loro fenomeni, le loro rappresentazioni mentali.

No. Qui il problema è semplicemente quello di analizzare il fenomeno dei meccanismi che presiedono l’efficacia delle informazioni trasmesse nella loro effettiva concretezza che si manifesta nella convergenza dinamica di due interpretazioni sull’informazione trasmessa (quella del promotore e quella del recettore).

In altre parole la tecnica sociale considera il pubblico dei recettori non come mero oggetto del processo di comunicazione, ma come soggetto opinante che va dunque studiato, per prevederne le reazioni, non tanto nei suoi caratteri psicologici determinati staticamente, quanto nella dinamica della sua condizione sociologica di soggetto che interagisce con gli altri e soprattutto con l’informazione che riceve sotto una certa forma e che provoca in lui la tendenza a riconfigurarla in modo consono al proprio habitat culturale e alla propria visione del mondo.

Oltre a questo carattere dinamico, in cui il feedback è strettamente connesso al circuito della comunicazione, la tecnica sociale pubblicistica che comprende l’intera gamma di strumenti che oggi si usano per comunicare (dai più tradizionali come la carta stampata, la televisione, il cinema e l’editoria a quelli più innovativi come i mezzi multimediali e interattivi) mette dunque in guardia dall’equivoco diffuso che sia possibile informare senza porsi alcuno scopo.

Anche nei casi di informazione tecnico-scientifica, ad esempio, non esiste una informazione asettica e astratta che viene trasmessa come una sorta di onda acustica nello spazio in attesa che qualcuno la raccolga, ma al contrario, ci troviamo anche qui in un processo di trasformazione che conferisce ad un fatto o ad una nozione una particolare configurazione in funzione di un particolare pubblico interessato a riceverla.

Il soggetto recettore che appare da questa visione e dunque il concreto individuo del nostro tempo, sospinto dal forte bisogno di essere inserito a pieno titolo nella stretta rete dei rapporti sociali, e in particolare all’intemo del proprio gruppo di appartenenza, che lo induce non solo a sapere ma anche a mostrare di sapere. E questo suo impellente bisogno lo spinge a reagire ad ogni informazione che gli perviene dalla quale, più che “il fatto in sé”, vuole trarre un’interpretazione di quella relazione sul fatto che gli viene proposta; sul “fatto” che cioè qualcun altro ha, ancor prima di lui, a suo modo modificato.

È il bisogno del nuovo, dunque, che anima l’uomo di oggi, quello stesso bisogno che porta gli operatori dell’informazione a non parlare della miriade di episodi “normali” che quotidianamente accadono, ma prediligere quelli che hanno il carattere di strano, eccezionale, di fuori dall’ordinario, anche (e non certo per morbosità) se si presentano con una connotazione negativa o funesta.

È il nuovo infatti che appaga il bisogno di essere inseriti nel dinamismo della vita sociale. Un nuovo che presenta anche aspetti inquietanti, come nei casi in cui presuppone e quasi favorisce l’ignoranza del recettore che è più esposto e fragile quando non ha punti di riferimento per rielaborare quanto gli viene riferito. Da qui, come sappiamo bene, nasce la tendenza al sensazionale, allo scoop ricercato talvolta con punte di ostinazione.

Il fatto poi che spesso sia proprio il gusto del sensazionale a stimolare la suggestione dell’audience fa scorgere le interessanti interazioni tra il mondo della comunicazione di massa e l’etica sociale, come tra l’informazione di tipo pubblicistico e la cultura di massa, spesso ridotta ad una sorta di prodotto industriale di largo consumo.

Ma tutte le direzioni possibili di approfondimento e di sviluppo dell’analisi sociologica nel processo di informazione possono comunque trovare nella tecnica del Fattorello un’impostazione metodologica rigorosa ma aperta, che offre cioè in modo estremamente efficace la possibilità di osservare e comprendere l’uomo di oggi nella sua fenomenologia di soggetto attivo che agisce e reagisce continuamente agli stimoli del caotico mondo di relazioni sociali nel quale è inserito.