Ringraziamenti a Giovanni Minoli e Federica Nocera

Siamo particolarmente grati a GIOVANNI MINOLI per la sua intervista a FEDERICA NOCERA, analista dei dati della Cambridge Analytica di Londra (Agenzia di strategie di comunicazione che ha seguito la campagna elettorale di Trump e contribuito alla sua vittoria).

L’intervista “Così abbiamo aiutato Trump a vincere” è stata diffusa prima da IL SOLE 24ORE del 10/01/2017 e poi dalla trasmissione televisiva de La7  “FACCIA A FACCIA” del 15/01/2017.

Ringraziamo Giovanni Minoli e Federica Nocera per aver dato l’opportunità ad un vasto pubblico di capire quali debbano essere le regole da seguire nella moderna comunicazione definita da Minoli come “la rivoluzione della comunicazione”.

E allora tutti i fattorelliani che da 70 anni ormai  si impegnano a diffondere la Tecnica sociale dell’Informazione, non possono non esserne orgogliosi.

L’Istituto di Comunicazione “Francesco Fattorello”

Francesco Fattorello il “Rivoluzionario della Comunicazione”

donald-trump-usa-780x598Senza dover necessariamente scomodare Tolomeo, Copernico e Galileo Galilei, possiamo senz’altro convenire sul fatto che molto spesso  gli inventori, i ricercatori scientifici, i liberi pensatori e gli innovatori in generale, hanno la capacità di precorrere i loro tempi e di immaginare il futuro. Quanto da loro lucidamente ipotizzato,  dopo un certo tempo  puntualmente si realizza non appena si rendono disponibili adeguati “strumenti “ che prima di quel momento non erano stati ancora inventati.

Questa invidiabile capacità di immaginare “ciò che sarebbe stato” e di teorizzare di conseguenza, era evidentemente  posseduta anche dal Professor Francesco Fattorello quando oltre settant’anni fa’ egli arrivò a formulare la “Tecnica sociale dell’informazione” quale supporto imprescindibile ad ogni forma di comunicazione.

Oggi poi, grazie allo sviluppo del Web, dei motori di ricerca e dei Social Media è possibile verificare quanto sia stata e sia tutt’ora  “Rivoluzionaria” la teoria fattorelliana sulla comunicazione sociale.

Il nucleo centrale, l’assunto principale della “Tecnica Sociale”  consiste nello studio approfondito del “soggetto recettore” un essere dotato di capacità cognitive e di una propria, personale,   visione del mondo; un concetto totalmente rivoluzionario e diametralmente contrapposto ai convincimenti dei più noti ricercatori e studiosi di comunicazione di scuola anglosassone dei primi anni 40, i quali intendevano il processo comunicativo ideale sostanzialmente come un meccanismo predeterminato di trasmissione di un messaggio, più o meno esplicito,  verso un bersaglio inerme (target), il quale non poteva aver scampo, e supinamente si lasciava condizionare  da quanto gli veniva comunicato.

I recenti  successi ottenuti da alcune importanti campagne di comunicazione, prima tra tutte quella commissionata dai collaboratori di Donald Trump alla società inglese “Cambridge Analytica” in occasione delle recenti elezioni presidenziali USA, sono da considerarsi la validazione definitiva e inequivocabile della “Tecnica Sociale dell’Informazione“ di Francesco Fattorello, in quanto tutte le azioni di comunicazione messe in campo sono conseguenti allo studio approfondito del “soggetto recettore” attraverso una imponente mole di dati provenienti dai motori di ricerca, dai social media, dai questionari on–line. Tali strumenti  sono stati in grado di profilare, in modo pressoché perfetto, i gusti, le tendenze, il modo di essere, le appartenenze, i desideri e, soprattutto, le aspettative delle diverse persone. Il tutto ha reso possibile formulare messaggi, nella forma più adatta e coerente, tali  da essere accettati e condivisi dal destinatario poiché rientranti nel suo linguaggio e  in sintonia con le aspettative ben presenti nel cittadino- elettore.

Stiamo assistendo, quindi, ad una vera e propria rivoluzione e cambio di paradigma rispetto alle convinzioni del passato riguardo i meccanismi che regolano la comunicazione sociale; Francesco Fattorello lo aveva capito già tanto tempo fa’ ma solo adesso, grazie ai nuovi strumenti di interpolazione dei dati e di profilazione degli utenti di rete Web, possiamo affermare che la sua Teoria era ed è tutt’ora riferimento obbligato  per tutti coloro che debbono pensare ed attivare strategie di comunicazione a qualsiasi livello e per i più diversi contenuti.

di Marco Cuppoletti

Ordinario dell’Istituto di comunicazione Francesco Fattorello

Tecnica Fattorelliana Pura

comunicazione-politica-14-1024x731Un chiaro esempio (e quale esempio!!) di corretta applicazione alla Comunicazione politica della impostazione teorica fattorelliana.

L’applicazione pratica della teoria della Tecnica sociale dell’Informazione alla campagna elettorale del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, ha dimostrato ancora una volta la sua indiscussa e concreta efficacia.

Lo studio il più approfondito possibile di acculturazione e conseguenti attitudini sociali del Soggetto recettore (in tal caso cittadino elettore) ha permesso a Donald Trump di sovvertire ogni pronostico a lui avverso e risultare vincitore di una contesa al limite dell’impossibile.

Tutte le nostre considerazioni ovviamente non riguarderanno la persona o i principii che connoteranno l’azione politica del nuovo Presidente americano.

Quello che ci interessa esaminare e capire, sono gli aspetti fondamentali della sua comunicazione, a prescindere da tutto ciò che potrà mettere in atto da oggi in avanti.

Non possiamo e non vogliamo cadere nell’errore più comune che l’Informazione, più o meno libera, continua a fare: quando il personaggio. per motivi diversi non ci piace, tutto quello che fa è sbagliato! Ma sappiamo bene che un giudizio d’opinione è l’antitesi di un giudizio certo; è quanto di più soggettivo e mutevole che il pensiero umano possa produrre e dobbiamo impegnarci tutti contro il malvezzo giornalistico di far passare per certezze quelle che sono invece banali opinioni e ,pertanto, prive di qualsiasi validità. Ho sempre detto ai miei studenti che se venissi chiamato “opinionista” ne sarei profondamente offeso. E allora noi che siamo gli eredi e diamo continuità alla prima Scuola italiana di Comunicazione, intendiamo affrontare il “problema della vittoria elettorale di Trump” scientificamente, dal punto di vista di studiosi che vogliono indagare sulla corretta applicazione dell’impostazione teorica di Francesco Fattorello che pur pensata e descritta 70 anni fa’, risulta essere ancor oggi una vera e propria rivoluzione nel campo dell’Informazione e della Comunicazione.

Fattorello subito dopo la fine della seconda guerra mondiale rimette in discussione il “clima culturale” sull’Informazione in cui si era trovato a vivere durante le due dittature e ormai cristallizzato anche in Europa secondo l’approccio anglosassone.

Francesco Fattorello fu il primo studioso dell’informazione e della comunicazione ad andare controcorrente. Anticipando di oltre mezzo secolo quella che sarebbe stata poi l’impostazione teorica adottata in tutto il mondo, grazie all’avvento delle nuove tecnologie informatiche, ebbe il coraggio e la determinazione di destrutturare le più accreditate teorie di oltreoceano. E lo ha fatto in un periodo, il primo dopoguerra, in cui tutta l’élite culturale e tutta l’Accademia del nostro Paese accettava acriticamente impostazioni “esotiche”, suggestive quanto si vuole, ma prive di qualsiasi humus scientifico. I risultati pragmatici permettevano agli Americani di insistere nelle loro assurde impostazioni senza porsi troppe domande teoriche e ai nostri “accademici” di inchinarsi ossequiosi di fronte a cotanto ingegno.

Francesco Fattorello non si uni’ al coro dei replicanti ma volle analizzare a fondo e capire il fenomeno giungendo a conclusioni diametralmente opposte.

E arriva così alla sorprendente intuizione e alla coraggiosa elaborazione della sua Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione. Ecco, allora, che dallo strapotere dell’Informazione, impostazione teorica ancora oggi dura a morire, emerge una visione rivoluzionaria che stravolge le logiche di un sistema rigidamente configurato in funzione di una relazione comunicativa fortemente asimmetrica.

Per il nuovo pensiero fattorelliano gli attori del processo comunicativo sono “soggetti” entrambi dotati di facoltà opinanti e quindi di pari dignità.

Non c’è più un tiratore scelto che colpisce l’uomo-bersaglio-target, ma vi sono due soggetti attivi che reagiscono ai numerosi stimoli ricevuti, sulla base delle proprie facoltà opinanti e delle personali attitudini sociali prodotte dalle diverse e determinanti acculturazioni.

L’approccio teorico fattorelliano rappresenta una visione di una incredibile modernità e , ci sembra, poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

A distanza di 70 anni dalla sua prima elaborazione, l’impostazione teorica fattorelliana è ormai adottata in tutti i paesi del mondo, anche e soprattutto nel mondo anglosassone ormai totalmente allineato con le nostre posizioni, così come la campagna elettorale di Donald Trump ha chiaramente dimostrato.

La Tecnica Sociale dell’Informazione è l’unica teoria italiana del settore, formulata su rigorose basi scientifiche.

E’ una costruzione metodologica profondamente radicata nella tradizione culturale europea proprio perché si basa sul presupposto che non possa esistere una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore ma che una metodologia sui processi di interazione tra chi promuove e chi riceve la comunicazione, debba necessariamente essere tarata sul recettore.

Ecco allora il recettore non più oggetto passivo della comunicazione che diviene, a sua volta, un soggetto opinante di pari dignità che interagisce sempre e comunque con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Da qui l’apporto fondamentale di una Tecnica Sociale che ricerca l’adesione e quindi il consenso dei destinatari sulla base delle loro attitudini sociali.

Attitudini sociali intese come disponibilità ad accettare le opinioni proposte, a seconda della propria acculturazione, intendendo per acculturazione tutto ciò che l’ambiente sociale ha, inevitabilmente, trasferito nell’arco di tutta una vita a qualsiasi essere umano. La Teoria della Tecnica Sociale si pone in netta antitesi con l’impostazione teorica anglosassone che per decenni ha inteso far leva sulla psiche dell’individuo attribuendo alla comunicazione  in senso lato capacità di “persuasione occulta” in grado di condizionare i comportamenti dei destinatari.

E  infine,  sappiamo che molti autori  hanno già spiegato il successo della comunicazione on-line , concentrandosi sul ruolo attivo di tutti i partecipanti e siamo certi che il modello della Tecnica Sociale può sostenere e rafforzare tali  risultati, fornendone i presupposti teorici.

di Giuseppe Ragnetti

Direttore dell’Istituto di comunicazione Francesco Fattorello

Federica Nocera (Cambridge Analytica): «Così abbiamo aiutato Trump a vincere»

Senza titolo-1Intervista di Giovanni Minoli a Federica Nocera

Federica Nocera ha un master in Ingegneria alla Oxford University (2011) e un master in Sociologia e data science alla University of Chicago (2015). Federica ha lavorato come Equity research analyst alla Bank of America Merrill Lynch dal 2011 al 2013 dove seguiva società quali Europee Telecom e Media. Dal 2015 lavora all’Scl Group e alla sussidiaria Cambridge Analytica come data scientist.

Federica Nocera, la vostra società come è stata scelta da Trump?

Cambridge Analytica è una delle società più importanti di Data science per le campagne elettorali. Premiante è il nostro approccio scientifico che combina raccolta, analisi di dati e marketing digitale.

Che cosa fate esattamente?

Cambridge Analytica svolge molte funzioni: Data science, ricerca nel senso di polling e marketing digitale. Ciò è funzionale per trovare gli elettori più inclini a essere persuasi a votare per Trump.

Quindi, durante le elezioni, la vostra sede operativa era in Texas. Perché?

La sede digitale della campagna era là.

In cosa consisteva il vostro lavoro?

Il nostro compito principale era identificare potenziali elettori di Trump. A livello di Data science, ci occupavamo di analisi di dati in arrivo giorno dopo giorno. E questi venivano usati per aggiornare modelli predittivi.

Lei in particolare che cosa faceva?

Mi occupavo di creare questi modelli per stimare la preferenza di certi gruppi di elettori per il candidato o per modellare la probabilità di presentarsi alle urne o la sensibilità verso particolari questioni di politica.

Molti dicono che il vostro lavoro è stato determinante per la vittoria di Trump. È vero?

Le campagne elettorali sono vinte dai candidati, però il nostro approccio può aiutare il candidato a indirizzare il messaggio in modo più preciso.

Quanti italiani c’erano nel vostro team?

Eravamo tre su quattro nel team di Data science.

Data science cosa significa, per capire bene?

La Data science è l’analisi di dati combinata con la creazione di modelli predittivi. Ci siamo trovati a fare previsioni in base ai dati in arrivo.

Da dove arrivavano i dati?

Sviluppavamo questionari e poi raccoglievamo risposte sia telefoniche che online. Queste poi venivano combinate in vari modi, ad esempio, per Stati diversi.

In che cosa Trump, secondo Lei, è stato superiore alla Clinton nell’uso dei social, a parte il fatto che aveva voi?

Trump – ed è un’opinione personale – è stato molto abile nello sfruttare la sua personalità per creare attività sui social e ha fatto scalpore raggiungendo anche una copertura alta da parte dei media tradizionali.

In che Stati avete avuto la soddisfazione più grande voi?

Florida.

Lì si vincono le elezioni…

È sempre stato lo Stato più importante per il voto Usa. La sera dell’elezione ci ha dato un brivido di emozione perché i risultati del Nord-Ovest erano molto più positivi e questo era il primo indizio di quello che sarebbe poi accaduto.

Era molto grazie al vostro lavoro?

Questo è sempre stato uno degli Stati su cui ci siamo concentrati.

Per capire bene, voi raccoglievate i dati che vi arrivavano da ovunque, da ogni fonte, li analizzavate e poi li personalizzavate?

Abbiamo un database molto ampio su molti americani.

Quanti milioni di americani?

Probabilmente circa 200 milioni.

E su questo database voi profilavate le singole persone?

Sì, creavamo modelli per prevedere le probabilità degli individui a votare per un candidato particolare o per presentarsi alle urne.

Nello scontro tra media tradizionali e social qual è il punto a favore dei social?

La velocità di diffusione e l’ampiezza dell’audience raggiungibile. Poi con un feedback quasi immediato.

Trump ha speso molto meno della Clinton per gli spot. Sono un mezzo superato?

Secondo me, il marketing digitale permette di raggiungere un target audience molto più specifico con una pubblicità particolare. Mentre lo spot televisivo ha un’audience più generalizzato.

Indistinta. Ma la vostra superiorità tecnica è stata proprio quella di raggiungere audience particolari.

Sì, è stata proprio questa.

Questa è la qualità specifica del vostro lavoro?

È un grande vantaggio sapere chi contattare, in che momento e con più o meno che messaggio.

Quindi, praticamente parlando a ognuno la sua lingua?

È quello che provavamo a fare con più e meno successo.

Mi sembra un successo discreto. Da poco in Italia si è votato per il referendum. Renzi ha perso. Avete valutato i suoi errori di comunicazione?

Per poter fare questo tipo di lavoro avremmo bisogno di mettere insieme un team dedicato che ha accesso a certi dati e che può svolgere una ricerca approfondita.

Come società sareste in grado di organizzare una strategia nella prossima campagna elettorale?

Saremmo in grado di sviluppare una strategia di comunicazione digitale.

Ma su che basi?

Il nostro servizio è su misura perché alla fine ogni candidato è diverso, ogni elezione è particolare come abbiamo visto con il voto Usa.

Tutti hanno l’idea di fare delle campagne su misura, ma qual è la vostra specificità?

Crediamo nei dati più attuali.

Ci fa un esempio concreto. Cioè per convincere me a votare Trump cosa avresti fatto?

Dovrei un po’ studiare prima di poterlo sapere. Però, per esempio, mandavamo messaggi specifici sulle policy d’immigrazione o del servizio sanitario a dei gruppi di elettori diversi.

Lei è un’italiana che vive a Londra. Dopo la Brexit cosa è cambiato?

Personalmente ancora non ho sentito l’effetto.

È vero che con la vostra società avete aiutato anche la Brexit?

Questo è quello che dicono i giornalisti però…

Dicono la verità o dicono bugie i giornalisti?

Non ne sono al corrente.

fonte: intervista di Giovanni Minoli

pubblicata su “Il Sole 24 Ore” il 10-01-2017

La necessità di riformare la radio del servizio pubblico

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”

SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

SCUOLA SUPERIORE – ROMA

LA NECESSITA’ DI RIFORMARE LA RADIO DEL SERVIZIO PUBBLICO

A cura del Dott. MARCO CUPPOLETTI

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UNA PROPOSTA PER IL RILANCIO DI RADIORAI 2
Il mezzo radiofonico del servizio pubblico versa oggi in una grave crisi d’ascolto nonostante il mezzo radiofonico dimostri di essere in Italia in ottima salute.

“La radiofonia della RAI, è più che mai un pezzo di antiquariato, senza nulla togliere alla sua natura storica e pedagogica, anzi è il caso di dire di “antiquaradio” nel panorama delle emittenti radiofoniche nazionali ma che potrebbe rifarsi il look anche grazie alle competenze interne di altà professionalità e con supporti qualificati esterni.

Ciò che è successo è che RADIORAI si è progressivamente allontanata dai linguaggi e dai gusti d’ascolto preferiti dagli ascoltatori radiofonici a causa di una programmazione, seppur dai tratti culturalmente ricercati, se non a volte troppo sofisticati, che però non ha evidentemente tenuto in debito conto le reali preferenze dei soggetti recettori”.

Da questa considerazione nasce una proposta per il rilancio della radiofonia RAI che deve puntare a connotare i tre canali radiofonici sui vari “pubblici” che formano l’audience della radio.

Radio Uno dovrebbe adottare una programmazione dinamica modello All News, orientata all’ascoltatore che vuole essere informato costantemente ed interessato agli spazi d’approfondimento scientifico, culturale,economico e politico.

RadioDue è il canale che deve cambiare totalmente pelle per intercettare il pubblico giovane, la generazione iPod attraverso una programmazione che sfrutti appieno l’interattività con l’ascoltatore e la cross-medialità principalmente con Internet.

Una programmazione di facile ascolto, che dia spazio adeguato al tappeto musicale, modulato a seconda della fascia oraria sui vari generi ed intercalato dal commento parlato semplice, diretto e non invadente.

RadioTre dovrebbe connotarsi, nella fascia mattutina e giornaliera, come il canale d’attitudine spiccatamente regionale, che colga il bisogno manifesto di localismo identitario e che possa valorizzare, raccontandolo, il territorio, i prodotti, il mondo del lavoro e della società locale.

Nelle ore pre-serali e serali, Radio Tre può dare spazio, come tradizione, alle istanze di ascolto più squisitamente culturali attraverso la programmazione di musica classica, jazz, approfondimenti letterari ed artistici.

Questa naturalmente è solo un’ipotesi di lavoro utile al dibattito intorno alla Radio del servizio pubblico, l’importante è che l’azienda di stato avvii rapidamente un serio sondaggio, un servizio opinioni, che attraverso gli strumenti della metodologia della ricerca sociale sia quantitativa che qualitativa tracci realmente le aspettative del radioascoltatore, insomma una Radio indirizzata più dai sociologi e meno dagli intellettuali autoreferenziali o peggio, dagli esperti di Marketing”.

UNA FLEBILE LUCE ROSSASTRA

La giornata oramai volgeva rapidamente al termine. Ancora qualche altro minuto e Marcello in quella soffitta polverosa e senza finestre non ci avrebbe più visto. Nelle ore precedenti aveva lavorato sodo a buttar via le scartoffie ed il ciarpame accumulato negli anni ma adesso che la casa era stata venduta doveva svuotarla in fretta e consegnare le chiavi all’agenzia lasciandola libera da “persone e cose”.

Ormai però il più era fatto, notò con soddisfazione che rimanevano ancora poche cose da buttare; un paio di scatole di vecchi libri, uno scaldino da letto, di quelli da metterci la brace ardente nelle giornate di freddo cane, appartenuto ai nonni paterni e la vecchia radio a valvole rotta da sempre.

Non si accorse subito della flebile luce rossastra ma quando fu distratto dal crescente crepitio proveniente dall’altoparlante, si girò di scatto verso l’apparecchio radio notando con estremo stupore la scala parlante illuminata. Senza rendersi precisamente conto di quanto stava facendo, prese a girare la manopola della sintonia osservando con occhi rapiti da quello strano evento l’aghetto bianco dell’indicatore muoversi lentamente.

Dapprima suoni lontani, confusi ed evanescenti, voci ondivaghe ed incomprensibili, fatte di lingue esotiche e misteriose portate avanti dalla risacca dell’etere. Poi le voci si fecero più distinte. Centrò meglio una musica conosciuta, ascoltata chissà quando.

La riconobbe quasi subito; era Moonlight Serenade , suonata in diretta dalla Big Band di Glenn Miller, almeno così commentava la voce in inglese, dal Radio City Music Hall di New York.. Sempre in preda allo strano torpore che gli imbambolava la testa, si sorprese a cercare ancora senza uno scopo evidente i suoni e le voci che lo rapivano.

I segnali morse della V di Victory anticiparono di poco l’entrata in onda di Harold Stevens, alias Colonnello Buonasera da Radio Londra. La voce, suadente e confidenziale, affetta da un tipico quanto piacevole accento inglese, prese a spargersi nella soffitta, come volesse avvolgerla con un rassicurante abbraccio, mentre raccontava della guerra che stava davvero volgendo alla fine.

Il tempo sembrava sospeso, annullato dall’ascolto di quei segnali antichi, dimenticati. Come in preda a qualche potente stregoneria, le onde sembravano essere rimaste prigioniere nella soffitta, fluttuanti e rimpallanti nello spazio definito dalle quattro pareti.

Girò con flemma innaturale ancora la manopola, improvvisamente stordito dal boato di folla festante che accompagnava il commento del cronista radiofonico; questi annunciava in diretta e con dovizia di particolari l’esito delle urne e del referendum.

L’Italia aveva scelto e si apprestava ad avere una costituzione repubblicana.

Fu lo sbattere della porta d’ingresso e la moglie che lo chiamava con insistenza dal piano inferiore a riportarlo bruscamente nel mondo reale. “Ho quasi finito!, ancora un momento ed arrivo!” disse gridando proprio nel mentre in cui prendeva coscienza, non senza un brivido alla schiena di essere ancora avvinghiato al mobile della vecchia radio inequivocabilmente spenta.

Lo smarrimento durò un solo istante. Poi la razionalità di cui tanto si vantava prese il sopravvento e decise senza indugi che a volte la stanchezza tira davvero brutti scherzi alla mente umana… e che può capitare di sognare ad occhi aperti… e che magari pure a causa della poca aria presente nella soffitta… e che forse la scarsa ossigenazione del sangue che affluisce al cervello…

Per sicurezza, quasi a voler trovare conferme alle sue sicurezze razionali, controllò ben bene il retro dell’apparecchio, verificò con una certa soddisfazione che il filo della corrente elettrica, quello che serviva per alimentare la radio era tranciato di netto ed era sprovvisto di spina.

Ovvio! Regolare! E poi in fondo in soffitta non esisteva nessuna presa elettrica!
Sfoggiò mentalmente una sua preziosa risorsa, il suo grande senso dell’ironia; si disse a voce alta “quando si dice la magia della Radio!”. Tutto a posto. Il tutto combaciava e rientrava in un quadro di normalità e di rassicurante razionalità.

Si decise quindi a portar giù proprio quel mobile. Mentre lo afferrava sul fronte e sul retro per sollevarlo, percepì sulle dita, con disappunto, il lieve tepore delle valvole appena spente.

La Tesina di Giuditta Avellina

Tesina realizzata per “Tecniche di Relazione”(prof.Ragnetti)
A cura di Giuditta Avellina

IL FATTORELLO 2.0
Opinioni opinabili nel Web di seconda generazione

Web 2.0, termine coniato da Tim O’Reilly e Dale Dougherty, rappresenta una nuova visione del web che si riferisce alle tecnologie di Internet che permettono ai dati di diventare indipendenti dalla persona che li produce o dal sito in cui vengono creati: l’informazione può essere suddivisa in unità che viaggiano liberamente da un sito all’altro, spesso in modi che il produttore non aveva previsto o inteso.

Una rivoluzione del concetto di opinione dominante, in puro stile fattorelliano: il paradigma del Web 2.0 permette agli utenti di prendere informazioni da diversi siti simultanemente e di distribuirle sui propri siti per nuovi scopi, aumentando la moltiplicabilità e la soggettività dell’opinione.

Ma qual è il valore del web 2.0 in rapporto al concetto esteso di opinione?

– Potenzia la rete minore , ossia permette agli utenti non interessati ai grandi circuiti industriali bensì a prodotti meno commerciali, di trovarli ed acquistarli in rete. Amazon ed eBay hanno usato quest’idea per costruire società che valgono miliardi su miliardi.

– Piccoli Pezzi, Slegati. Il monoblocco non esiste più. Non è agile. Quello che si è costruito non si può aggregare: è la somma delle singole opinioni a generare la totalità.

– Self Service e Partecipazione. Ogni utente fornisce la propria opinione e partecipa alla modifica di quella altrui.

– Decentralizzazione. Le singole fonti di funzioni sono singole fonti di fallimento ed oggi sono inaccettabili poiché non forniscono nè la distribuzione nè il ritrovamento di contenuti di valore significativo; invece, l’opinione, grazie al web 2.0, non parte da un centro ma dagli stimoli multilaterali delle parti.

Insomma, è un nuovo modo di intendere la Rete, che pone al centro i contenuti, le informazioni, l’interazione sulla rete globale che oltre ai computer, comprende altre periferiche quali il cellulare, la televisione, la radio, che possono interagire tra loro utilizzando le nuove tecnologie di condivisione, all’insegna della collaborazione, dell’interazione sociale realizzata grazie alla tecnologia.

I servizi e gli strumenti del Web 2.0 trasformano ogni utente da consumatore a partecipante, da utilizzatore passivo ad autore attivo di contenuti, messi a disposizione di chiunque si affacci su Internet, indipendentemente dal dispositivo che utilizza e dall’ambiente sociale in cui opera.

Gli stimoli diventano migliaia per un utente, e tra questi: cosa fa nella vita, il sesso/età, l’ambiente sociale, il linguaggio, lo stato economico,attività odiate/amate, modo di comportarsi, rapporti con altri, obiettivi della sua vita, punti di forza/debolezza.

Queste e mille altre variabili determineranno la crescita dell’utente navigatore del web: il suo orizzonte “virtuale”, sollecitato da tali stimoli, comincerà ad allargarsi e ad adottare norme sociali intorno a valori ed interessi che contribuiranno a formare le sue intenzioni personali.

La matura navigazione sul web, gli consentirà di fortificare le proprie opinioni personali e gli darà altresì la possibilità, con tali opinioni, di agire a sua volta sull’ambiente sociale che lo ha formato (seppur, ovviamente, in virtuale).
In pratica:

AMBIENTE SOC.—)AGISCE SULL’UOMO—)
L’UOMO DIVIENE UTENTE
UTENTE—————————)AGISCE SUL WEB

Come si può chiaramente notare, il processo di condizionamento possiede una propria circolarità, nonostante l’ambiente sociale risulti più forte nel condizionare la personalità dell’individuo.

Le variabili sopra elencate (ambiente sociale,stato economico,ecc.) riusciranno a dispiegare la loro forza grazie a un processo mentale agevolato dall’educazione (che agisce attraverso attitudini) e dall’intelligenza (che genera un pensiero più personale) che consentirà all’utente una affiliazione alla community sul web.

L’affiliazione sarà confermata dall’adozione di dati stereotipi (il multilinguaggio del web 2.0), elementi preponderanti per sentirsi in armonia sociale: l’opinione espressa dall’utente sarà in armonia con gli stereotipi della community virtuale.

Le communities virtuali sono generate da applicazioni, e le più diffuse del Web 2.0 sono: blog, social network, podcasting, bookmarking,wiki, ecc.

Tutte permettono la partecipazione nonché la diffusione di ciò che viene prodotto all’interno delle comunità interattive di fruitori/autori di contenuti.

Le materie e gli argomenti trattati spaziano lungo tutti i campi del sapere, rendendo ogni informazione immediatamente visibile e rielaborabile per qualsiasi media.
Può capitare che un articolo apparso su un quotidiano online sia commentato su un blog, per poi essere arricchito dall’aggiunta di contenuti audio e video, essere condiviso all’interno di una comunità, diventando a ogni passaggio sempre più approfondito e “popolare”.

La notizia, è insomma fonte e prodotto della non obiettività, essendo formata dalla somma di più opinioni e formandosi in un vero e proprio luogo di incontro, discussione e condivisione di argomenti e contenuti, disponibili come testo, immagini, audio e video.

Col Web 2.0 nascerà una visione del web in cui l’informazione viene spezzettata in unità di “microcontenuti” che possono essere distribuiti su dozzine di domini: Internet come la summa delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione dell’informazione e della condivisione del sapere.

Scorrendo l’elenco delle soluzioni Web 2.0 troviamo i wiki, l’espressione più democratica della diffusione della conoscenza attraverso la tecnologia.

La logica che muove e sviluppa i wiki è la partecipazione degli utenti a un obiettivo comune, come la realizzazione della più grande enciclopedia mondiale, la “Wikipedia”, o la creazione di un glossario informatico, o di una knowledge base dedicata a un argomento specifico.

Il metodo di lavoro è in questo caso l’elemento innovatore; chiunque può aggiungere o modificare il contenuto (testo, immagini e video) presente in un wiki. Ecco perché si può affermare che la partecipazione libera del singolo produce un bene culturale comune, fruibile da tutti gratuitamente.

Non si possono non menzionare i social network, o reti sociali, che consistono in gruppi di persone, con vincoli familiari e non, con passioni e interessi comuni, intenzionati a condividere pensieri e conoscenze. Si trovano online comunità di persone che condividono i link ai siti che ritengono interessanti, oppure alle proprie foto o video, come anche poesie, o anche resoconti di eventi cui hanno partecipato.

Persone che hanno la capacità e la voglia di distribuire contenuti multimediali relativi ai propri interessi. Questi gruppi si rivelano spesso una preziosa fonte di informazioni e al contempo divulgatori specializzati in argomenti di nicchia.

Nel rapporto con l’altro, l’internauta proviene da varie esperienze di socializzazione e di acculturazione che lo hanno accompagnato durante tutta la sua vita: l’insieme di circostanze, credenze, valori ed eventi che lo hanno reso “sociale” avranno avuto modo di scontrarsi con miriadi di formule d’opinione, ossia opinioni propostegli da un ipotetico ”altro”.

E’ chiaro come egli, in parte, sarà contagiato dal gruppo d’interesse sul web, che contribuirà alla formazione delle sue attitudini sociali, ossia quel complesso sistema di rappresentazioni, ricordi, sentimenti, che è possibile sintetizzare nelle seguenti categorie:

1. sentimenti collettivi
2. ideali collettivi, atti a definire macroconcetti quali il bene,il male,ecc.
3. idee, credenze, visioni del mondo

Che contribuiranno a definire l’utente quale membro sociale di “quel dato gruppo” e a farlo agire nei processi di opinione.

La cultura, bagaglio di conoscenze che ogni individuo eredita dal sociale, sarà un altro fattore primario che determinerà l’acculturazione dell’utente, ossia quel complesso processo di socializzazione (intesa come integrazione in società) e di assimilazione di credenze, tendenze e valori provenienti dalla società medesima: insomma, una definizione molto vicina a quella di social network.

Condizionato da questa miscela esplosiva di acculturazione e attitudini sociali, l’utente deciderà se aderire o meno alle formule propostegli e in caso di esito positivo, si dirà che egli avrà dato la propria adesione d’opinione a un contenuto, scaricabile per scopo commerciale o per la libera circolazione del pensiero.

Se si verifica un’adesione a scopo commerciale si pensa immediatamente alla vendita di pubblicità o di servizi professionali su Internet, ma non vanno trascurate la visibilità e la credibilità che un’azienda può acquisire aprendo il proprio blog, o partecipando a comunità di nicchia i cui interessi coincidono con i prodotti offerti.

Per non parlare dei vantaggi nel campo delle relazioni pubbliche e della comunicazione d’impresa: “io commerciante aderisco a una community virtuale per lavorare bene e farlo sapere a tutti”. E cosa c’è di meglio di un blog, o un wiki, o una community, per farlo sapere a tutti?

L’adesione a scopo libera circolazione del pensiero, possiede altrettanti importanti obiettivi:

a) il contenuto cui si aderisce sarà completamente svincolato dalla sua rappresentazione;

b) l’adesione genererà giudizi d’opinione che verranno aggregati e riaggregati secondo i bisogni degli utenti e saranno fruibile su diverse piattaforme di distribuzione;

c) oltre alla capacità di comunicare in nuovi ambienti le proprie opinioni, si dovrà anche imparare a gestire nuove dinamiche relazionali (es.peer to peer) ;

d) la comunicazione diverrà sempre più flessibile e adattata ai contesti ed ai comportamenti di fruizione, contro la presunta obiettività dei massimi poteri;

e) si assisterà ad un aumento di nuovi contenuti creati oltre che a diverse nuove modalità di ricombinazione di vecchi contenuti che renderanno obsoleti i tradizionali concetti di protezione dei diritti e di digital right management.

Web 2.0 è la nuova democrazia, che permette a tutti di avere un opinione e, pur lasciando ai dati una loro identità propria, tale identità può essere cambiata, modificata o remixata da chiunque per uno scopo preciso.

Una volta che i dati hanno un’identità, la rete si sposta da un insieme di siti web ad una vera rete di siti in grado di interagire ed elaborare le informazioni collettivamente.

L’adesione da parte dell’utente a una data formula d’opinione proposta dalla community, ovviamente dipenderà dalla netta dominanza di alcuni fattori di conformità con cui egli possa agevolmente identificarsi, ossia quei fattori-chiave che serviranno da collante e polarizzeranno in un dato senso il rapporto promotore/recettore.

Infatti l’opinione proposta verrà passata al vaglio, misurandone attivamente(e non in modalità passiva!)la coerenza con la propria scala di valori e se e soltanto se essa coinciderà con i propri fattori di conformità, le si darà valida adesione.

Tra i fattori di conformità (e ve ne sono parecchi!), che polarizzeranno il singolo/il gruppo verso l’adesione a una data opinione, ricordiamo:

• La ragione vs la superstizione (determineranno una maggiore/minore ragionevolezza da parte dell’individuo nell’aderire a date formule d’opinione).

• I valori, ossia quell’insieme di contenuti cristallizzati nell’individuo che instabilmente vengono adottati/scartati dai gruppi sociali e che possiamo suddividere in:

1. valori particolari (legati al rapporto tra valori tra singoli e valori generali)
2. valori generali (legati al rapporto tra gruppi più vasti)
3. valori assoluti (legati a un bene comune e pseudo-indiscutibile)

• Il comune interesse (capace di generare comunità d’opinioni)

• L’opinione della maggioranza, legata di volta in volta a diversi Sp.

• Gli stereotipi.

L’utente si immerge totalmente nel sociale categorizzandolo in maniera contingente e distinguendo le aree di appartenenza predominanti all’interno del gruppo: l’ambiente sociale con cui si relazionerà causerà in lui curiosità e, di conseguenza, dubbi circa

l’opinione da dare su una determinata circostanza (il dubbio negativo genererà ignoranza, quello positivo, incertezza).

L’insopportabile malessere provocato dal dubbio, lo costringerà a ricercare la ‘presunta’ verità ritenuta più plausibile e ad essa affiderà il proprio giudizio d’opinione per uscire dallo stato di insoddisfazione; tale opinione non sarà mai fine a sé o esaurita nella sua stessa essenza, ma avrà caratteristiche di contingenza che doneranno un momentaneo stato di quiete.

Certo, dare forma e comunicazione al messaggio da veicolare implica una tecnica ben precisa, la tecnica sociale fattorelliana.

x)
M
Sp Sr
O

• Sp, ossia il Soggetto Promotore,in questo caso rappresentato dall’utente;

• Sr, ossia il Soggetto Recettore, in questo caso rappresentato dalla community;

• X), ossia l’argomento vero e proprio oggetto del rapporto tra le parti, che però viene tenuto fuori dalla comunicazione tra le parti;

• O, ossia la maniera in cui l’utente “confeziona”l’argomento per ottenerne l’adesione di opinione da parte della community;

• M, ossia il mezzo con cui l’utente si rivolge alla community per ottenerne l’adesione d’opinione (es.blog, gruppi di discussione, myspace,ecc.).

Cosa cambia per le imprese sul web, con l’applicazione della tecnica sociale connessa alle innovazioni del web 2.0?

Web 2.0, per le net-companies, significa un diverso modo di approcciare la Rete. Utilizzare la molteplicità di opinione, per l’azienda, significa incoraggiare i contributi degli utenti, rendendo il sito web il più interattivo possibile, mediante recensioni e commenti: un utente, sempre più “smaliziato”, sempre più protagonista, che desidera assolutamente dire la sua.

E cosa cambia per gli utenti?

Web 2.0 è opinione dell’utente nonché sinonimo di intelligenza collettiva e network relazionale: la popolarità di un sito web o di un blog non è determinata solamente dal budget pubblicitario on line e off line stabilito da un’azienda.

Se un sito web fornisce dei contenuti di qualità e/o di un certo interesse, suscita immediatamente la reazione positiva degli internauti. Si creerà così un effetto “passaparola” e il sito sarà linkato.
Ma l’opinione resterà modificabile. All’infinito.

E’ nato prima l’uovo o la gallina?

La tecnica sociale è la base teorica dei processi di produzione orientati al mercato

di ALESSANDRA ROMANO

Nello scorso numero abbiamo rappresentato la filosofia aziendale Marketing Oriented dimostrando che: Se è vero che il cliente compra solo se il prodotto è stato progettato “su misura” per lui, allora è il marketing che fa vendere il prodotto, non è la pubblicità. La pubblicità informa!uovo%20e%20gallina bn

Dietro ad una campagna pubblicitaria ben riuscita, c’è il lungo lavoro di intere strutture aziendali di marketing e di comunicazione

Il Marketing, grazie a tecniche di indagine sociale, che utilizzano a piene mani la statistica (demografia , doxometria,.. ), riesce a ben individuare tutti i parametri necessari per la definizione del “Business”:

1) Prodotto = è importante costruire un prodotto su misura per ogni gruppo omogeneo di consumatori, le ricerche di mercato sono in grado di definire i gusti e i fabbisogni dei consumatori potenziali;

2) Quantità di prodotto da immettere sul mercato = una volta scelta la tipologia di potenziali clienti interessati al prodotto costruito su misura per loro è facilmente identificabile la quantità massima da immettere sul mercato;

3) Il prezzo = le tecniche di marketing ci permettono di identificare il massimo prezzo ( prezzo di mark-up) a cui il potenziale cliente è ancora disponibile ad acquistare un prodotto pensato proprio per lui;

4) La distribuzione = il marketing definisce i canali distributivi più adeguati per raggiungere la clientela;

5) Le strategie di vendita = il marketing identifica la migliore strategia e le condizioni di vendita necessarie per penetrare il mercato.

Et voilà il gioco è fatto, basta solo informare la clientela circa le caratteristiche e il prezzo del prodotto e dove può essere acquistato. Solo a questo punto del processo produttivo entrano in campo le tecniche di comunicazione per diffondere l’informazione commerciale, tocca alla pubblicità, largo ai creativi. Ma è una creatività comunque vincolata dalle scelte operate dal marketing.

I creativi dovranno basarsi sulle strategie e i piani di marketing se vogliono rendere un servizio valido al cliente. Al contrario spesso capita di vedere bellissimi e divertentissimi spot pubblicitari che vincono anche premi importanti (v.si Premio Philip Morris) ma completamente svincolati dal prodotto e belli costosi, ma inutili.

Facciamo un test, vi sfido a ricordare il prodotto, l’azienda e l’obiettivo del pregiatissimo spot pubblicitario del vicino di casa, che bussando alla porta della ragazza carina, esordisce con il famoso tormentone: “buoonaseeeraa”.

Inviate la soluzione alla mail al.romano29@bero.it Sicuramente non avrete indovinato, ma non temete, non siete stati disattenti voi, la colpa è dei tecnici pubblicitari, hanno sbagliato lo spot: non hanno tenuto conto delle indicazioni del marketing.

Non è la pubblicità che fa vendere, è il marketing che fa vendere e la pubblicità informa

I tecnici della comunicazione prima di elaborare il piano di comunicazione del prodotto X devono studiare: 1) SP = ovvero analizzare l’azienda e i suoi piani di marketing già predisposti 2) SR = ovvero studiare il gruppo omogeneo di potenziali consumatori già identificato dai piani di marketing 3) M = scegliere i mezzi di comunicazione più adeguati per raggiungere efficacemente SR, ottimizzando il budget pubblicitario già stanziato dal marketing 4) O = individuare la formula di opinione, coniugando tutte le informazioni acquisite con l’obiettivo da raggiungere: informare il gruppo sociale di consumatori a cui è rivolto il prodotto.

Delle fasi analizzate solo l’ultima, individuazione della “O”, è unicamente di appannaggio del tecnico della comunicazione. Sicuramente è il momento più creativo e il più stimolante, che si tradurrà in spot e slogan pubblicitari. Ma è solo la punta di un iceberg. Dietro ad una campagna pubblicitaria ben riuscita, c’è il lungo lavoro di intere strutture aziendali di marketing e di comunicazione.

E allora è più importante il Marketing o la Comunicazione? E’ nato prima l’uovo o la gallina? Ma è evidente che è grazie alle tecniche di marketing che si definiscono le strategie aziendali di produzione e di vendita. La comunicazione è solo una delle fasi del processo aziendale. Non è la pubblicità che fa vendere, è il marketing che fa vendere e la pubblicità informa.

Anzi le strategie di comunicazione sono fortemente condizionate e vincolate dalle strategie di marketing definite a monte. La teoria fattorelliana risulta ancora una volta confermata dalla rilevazione empirica.

Ma allora nelle aziende contano di più gli uomini di marketing o gli uomini della comunicazione? E’ più importante la comunicazione o il marketing? Ma questa è tutta un’altra storia

09 bn